di Marco Togna

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“In una comunità impoverita, marginalizzata come quella in cui sono cresciuto, fare arte era un modo per sopravvivere al trattamento inumano cui quotidianamente, con altri, ero sottoposto. Fare arte mi permetteva di sviluppare il senso reale del mio rapporto con la comunità. Quando ero ragazzo ho dipinto molti murales nelle case dei miei parenti e dei loro amici. Ciò è servito a sviluppare in me un senso di autostima, e con il loro incoraggiamento ho mostrato i miei lavori a un pubblico più vasto”.
Willie Bester è uno dei maggiori artisti del Sudafrica. Nato nel 1956 a Montagu (deliziosa cittadina a est di Città del Capo, nota per le acque termali e la comunità di pittori e scultori che vi risiede), ha sviluppato negli anni una tecnica artistica che unisce il dipinto all’utilizzo di materiali riciclati.

Una sua personale di venti opere, in gran parte realizzate appositamente per questa mostra (documentate in un catalogo monografico), è in mostra in questi giorni presso L’Ariete artecontemporanea di Bologna (via D’Azeglio 42), spazio espositivo di grande qualità, molto attento ai fenomeni della creatività internazionale.
La collezione di Bester fa parte di un progetto, chiamato “South Africa Trilogy”, che la galleria dedica appunto alla società del post-apartheid, con le esposizioni del fotografo Jurgen Schadeberg (dal 17 gennaio al 25 febbraio 2009) e di Conrad Botes, autore di ispirazione graffitistica e fondatore della storica rivista BitterKomics.

L’arte di Bester è memoria e visione, come un documento scritto in caratteri non del tutto decifrabili. Eleva a tradizione l’ormai conosciuto “artigianato delle township” (materiali di recupero, come fil di ferro o taniche di benzina, usati per creare vasi, borse, cornici), dando a questa maestria popolare di sopravvivenza una qualità sconosciuta e un corredo “politico”, per poi allontanarsene verso un’ispirazione autentica e del tutto personale. Pittura e scultura si fondono in misura mirabile: Bester inserisce i suoi dipinti – che ritraggono volti di vecchi, mani sotto a un rubinetto, frutti esotici o bambini con i loro giochi – in metal box scrostate, rigate dall’usura, ricoperte da scritte industriali.

Olio e metallo, eppure un’opera sola. Bester colma la distanza dei materiali immergendoli in colori pieni e marcati, in un iperrealismo favolistico, sognante. In cui anche le baracche o i bulldozer ritratti come sfondi dei numerosi ritratti appaiono come paesaggi meravigliosi. E il miraggio resiste, trovando nuovi testimoni nelle teste dei bulloni (con cui il dipinto si lega alla sua scatola) che Bester lascia volutamente alla vista. Un’atmosfera sognante, si diceva, che si ritrova nella serie di vanghe da lavoro su cui sono poggiate scarpine colorate da bambino: altari privi di religione, speranza di un Sudafrica che cambia e vuole dimenticarsi anche di ricordare.

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