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Nel sud dell’Etiopia, nella regione di Wolayta, quando nasce una femmina si danno tre strilli di gioia. Poi la piccola viene adagiata sul setaccio della farina e messa in cucina, perché quello sarà il suo recinto. Per il maschio gli strilli sono sette: deposto sul cesto dei cereali viene subito portato nell’aia, il suo posto è fuori, all’aperto. Una rigida divisione di ruoli e spazi che segna la costrizione delle donne fin dalla nascita. E che pochi anni dopo le sottopone a una dolorosa ferita: la mutilazione dei genitali femminili.
Nel mondo sono circa 120 milioni le donne che le hanno subite e ogni anno altre due milioni si apprestano a esserne vittime, in larga parte nell’Africa subsahariana (Egitto, Mali e Sudan, anzitutto). A testimoniare questa pratica è “Eve”, il libro del fotografo marchigiano Giovanni Marrozzini, appena pubblicato dall’editore bolognese Damiani.
Il volume testimonia la vita delle popolazioni di quella vasta regione a 400 chilometri
da Addis Abeba, ed è commissionato dalla Fondazione Pro Dubbo Onlus e dalle Missioni Estere Cappuccini Onlus Loreto, che lì hanno una struttura sanitaria polivalente e altri progetti in corso. Un libro intenso, con suggestive immagini in bianco e nero, che si conclude con alcuni scatti di bambine (dai 4 ai 7 anni) ritratte proprio in quei dolorosi momenti.
“Le mutilazioni genitali – spiega Cristiana Scoppa dell’Associazione italiana donne per lo sviluppo (Aidos) – sono una pratica preislamica, presubilmente nata nell’antico regno del Sudan per ridurre il desiderio sessuale delle centinaia di concubine dell’imperatore, in modo da assicurarsene la fedeltà e l’autenticità della prole”.
Un metodo per controllare la sessualità femminile, usato ancora oggi per garantire agli uomini l’illibatezza della futura moglie, di cui gli esperti hanno classificato quattro livelli: dall’escissione della clitoride alla rimozione delle piccole e grandi labbra, fino all’infibulazione e a manipolazioni di vario genere.
La procedura viene di solito eseguita con strumenti rudimentali (lamette, coltelli) e in condizioni pericolose per la salute, mentre nelle aree urbane si tende a ricorrere all’aiuto di un medico.
“Negli ultimi anni – conclude Scoppa – registriamo un progressivo abbandono di questa pratica. Ben 16 paesi africani hanno varato leggi ad hoc e molti altri organizzano programmi specifici, di conseguenza diminuisce anche l’ostracismo verso le donne che si oppongono alle mutilazioni. Ma il cambiamento definitivo avverrà quando diverrà comune la consapevolezza che il desiderio femminile non è governato dal clitoride, bensì dal cuore e dagli affetti”.








