di Marco Togna

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Ogò è una bellissima giovane donna: nella fotografia indossa un boubou blu e bianco, come blu è il foulard che le raccoglie i capelli. Sorride, di un sorriso largo, aperto, sembra felice. Il racconto che apre il libro parla di lei: gli incontri in sogno con la madre morta, il pretendente ricco e commerciante, la passione per la cucina, la casa distrutta da un’inondazione, la sua straordinaria capacità di reagire e di allegria nonostante tutto. Ogò abita in Mali ed è dogon, una delle etnie più interessanti dell’intera Africa, oggetto di numerosi studi antropologici e della recente curiosità del turismo internazionale.

“Yenei, vedere un altro mondo. Sguardi dal popolo Dogon del Mali” racconta di questa popolazione, 250 mila individui che abitano l’altopiano, la pianura e la parete rocciosa della falesia di Bandiagara (oggi patrimonio naturale dell’Unesco), nel sud-est del paese subsahariano.

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Il prezioso volume (160 pagine, 35 euro) è curato da Metis Africa (onlus veronese attiva da diversi anni con progetti di solidarietà nei campi sanitario, scolastico e sociale) e pubblicato da Alberto Perdisa Editore di Bologna. Il libro volume ha una ricchissima sezione fotografica, gli scatti sono di Marilinda Sforza (insegnante di scuola elementare e socia di Metis Africa).

I Dogon arrivano nella falesia nel XIV secolo per sfuggire all’islamizzazione e rimanere fedeli al loro animismo. Fino al 1930 rimangono sostanzialmente sconosciuti, il primo europeo a parlare di loro è l’etnologo francese Marcel Griaule. È lui a svelarci il loro antico patrimonio culturale: un mondo complesso fondato sul dio creatore Amma, sulla Terra sua sposa, sul culto della gemellarità, sui geni primordiali chiamati “nommo”, esseri di forma umana nella metà superiore del corpo e a forma di serpente in quella inferiore. Fatti d’acqua, i nommo sono privi delle articolazioni che invece contraddistinguono l’uomo, e che lo rendono adatto a lavorare la terra. E infatti i dogon sono principalmente agricoltori, perlopiù di miglio e alcune verdure (cipolline, melanzane, insalata).

Il volume ci offre importanti informazioni su questa cultura: le tradizioni, la cosmogonia (che ha anche suscitato strampalate teorie su contatti con extraterrestri), i rituali, ma anche la loro vita quotidiana, la centralità della famiglia, i tanti mestieri, il rispetto per i bambini.

immagine-010Ma il libro è soprattutto un libro fotografico: “Queste foto di Marilinda – scrive Marco Gay – non appartengono alla serie del viaggiatore frettoloso e furtivo. Sono gli stessi dogon a invitarla a fotografare. Non sono nate all’interno di uno scambio predatorio, che richiede litigi e riparazioni, minacce e risarcimenti. Sono tutte foto debitrici di un’atmosfera di amicizia e di festa”. E questo è verissimo: ogni immagine (il mercato, i bambini a scuola, i ritratti delle donne) rivela uno sguardo dolce e mai invadente, un interesse profondo, una vicinanza di passioni e sentimenti che diventa, appunto, amicizia e festa.

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