scritto in Francamente | permalink
Prendere un treno in Francia ha un che di rituale.
Passi il ginepraio di corridoi che, giunti in una delle enormi stazioni di Parigi, ti sconvolge in un labirinto di opzioni; passi la sconfortante sorpresa con cui, a Gare de Lyon, mentre speri che il binario 18 non sia troppo lontano, leggi sul tabellone che il tuo TGV parte dalla voie N (N? Napoleone anche qua?); passi infine la puntualità olimpica con cui i vagoni si chiudono e l’inflessibile controllore sbatte in faccia al malcapitato viaggiatore l’impossibilità di acchiappare un treno al volo.
Tutto questo, certamente, in Italia non potrebbe avvenire e non avverrebbe, ma non è questo il tratto distintivo delle ferrovie transalpine.
Quello che, più d’ogni altra cosa, sorprende è la coltre di silenzio impenetrabile che ti avvolge appena entrato.
Affacci lo sguardo incredulo sugli scompartimenti e cerchi un segnale qualsiasi di traccia audio.
Silenzio negli occhi della vecchina che cerca su Le Monde notizie sulla tua italianità foriera di baccano; silenzio di una coppia insipida che mangia insalata e guarda lontano; silenzio della morbida moquette; silenzio persino dei bagagli, appoggiati con discrezione quasi a farsi cullare dal ritmo.
Cerchi il tuo posto, quasi spaventato, temendo che il minimo battito d’una ciglia possa scatenare un terremoto all’Eliseo.
Anche la campagna, fuori, è muta; cerchi refrigerio in un cellulare vicino a te ma né vibra né emette suono. Il suo possessore bisbiglia anzi con una mano davanti alla bocca trafitto dal senso di colpa.
Ed è subito sera.
Accanto ti siede un giovane che ascolta sul suo laptop i Led Zeppelin: nulla è più frustrante di un concerto, a due passi da te, negatoti dalle cuffie impermeabili di un i-pod.
Sei in ansia da chiacchiera o per lo meno da lite con il controllore: il silenzio ti opprime in un’angoscia lenta.
Ricordo sensazioni simili solo al battesimo di mio nipote, col prete rapito in un interminabile abbandono dopo la predica eterna.
La voce meccanica del capotreno annuncia l’apertura della carrozza bar, ma è una litania e la processione per attraversare il treno non aiuta a uscire dalla metafora liturgica.
Dopo un’attesa, ovviamente messianica, il treno frena silenziosamente e si ferma placido alla tua stazione.
Deo gratias!
Andate in pace. Amen.








