di Luciano Canova

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Manca il sole e vorrei tanto un qualche grado centigrado in più, ma sul canale Saint Martin si respira un’aria leggera che fa bene al cuore. Le persone di fianco all’acqua non sono sedute: restano appese, piuttosto, a fantasticare sui bordi della serenità.

Ad affidarsi discrete.

Cos’è che rende special questo scorcio di Parigi e diverso, che so, dai Navigli milanesi?

In fin dei conti l’idea è la stessa, così come un certo sudiciume di fondo.

Avete mai sostato a Milano, in una calda sera d’agosto, lungo il Naviglio Grande contando le zanzare prima di addormentarvi?

Giusto accanto a Gare de l’Est, l’atmosfera è simile e ascolti nell’acqua putrida il plop di quello che speri che sia un pesce e potrebbe non esserlo, nella città di Ratatouille.

Eppure, banale quanto si vuole, c’è più poesia sul canale Saint Martin.

Non si avverte il chiasso scomposto dell’happy hour, nei locali tra Porta Ticinese e Porta Genova, meta preferita del fighetto Milanese.

Scrivo banalità? Può essere, eppure non c’è rimasto che il luogo di comune in Italia.

Sul canale Saint Martin c’è un rumore arancione di fondo: il tramonto appena accennato nel risolino di un continuo bisbiglìo. E sembra come un passaparola, di persona in persona: un sassolino lanciato per vedere fino a dove rimbalza, con la sensazione certezza di potersi riconoscere nel sorriso finale, ovunque esso sia.

L’identità si scioglie come una nuvola che copre e svela.

E quando la nettezza urbana passa a dragare il canale, sembra quasi che i sogni sepolti e non confessati dei parigini possano riemergere dalle profondità: televisori, vestiti, biciclette arrugginite dal tempo.

Qualcuno giura di avere trovato i 400 milioni con cui Berlusconi fondò la Finivest.

O di averlo sognato.

E il lungo arpione affonda nel canale melmoso.

L’acqua si allarga in cerchi sempre più tenui.

Sempre più.

Sempre.

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