di Camilla Lai

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L’altra notte ho fatto sogni strani.
Li ho raccontati a Chuck, lui dice che è per come mi sono addormentato, la posizione.
Non ne sono così convinto, ma forse Chuck ha ragione, mi sono addormentanto supino l’altra notte, mentre in genere dormo su un fianco.
Se sono girato verso il muro mi sento vulnerabile, come se qualcuno potesse arrivare e colpirmi alle spalle.
Se invece dormo con le spalle al muro, allora sento che posso controllare chi arriva, svegliarmi subito e vedere che succede intorno a me. Difendermi, se serve.
L’altra notte invece ero sdraiato tranquillo e potevo controllare la situazione a destra e a sinistra, ovunque.
Eppure, i sogni erano disturbati. Non incubi, per carità, mi sarei svegliato. Ma sogni strani, in un susseguirsi imperterrito, uno dopo l’altro.
C’erano giganti che attraversavano un ponte di quelli fatte di corde, in mezzo alla foresta. Alberi altissimi intorno, come le sequoie giganti del nord della California, alberi che tu ci metti tre ore a scalare la montagna, ti giri, e sfiori la cima dell’albero di cui tre ore prima avevi accarezzato la base del tronco. Io ero sotto al ponte, e avevo paura che questi giganti enormi facessero crollare il ponte peraltro già di suo in equilibrio non poco instabile e mi cadessero addosso riducendomi a un blob sfracellato ai piedi degli alberi.

Poco dopo era scomparso il ponte ed erano scomparsi anche gli alberi.

Erano rimasti i giganti, più vicini e ancora più grandi che mi guardavano, chiacchieravano tra loro, parlavano di cose loro ma a tratti percepivo che parlavano anche di me. Era come se stessi al centro di un gran consiglio di saggi. Loro lì, enormi, a osservarmi e confabulare. Io piccolo, seduto in mezzo al cerchio, ad attendere una decisione dei giganti sul mio destino. Ad aspettare che a un certo punto potessi cominciare a capirci anche io qualcosa, di quello che pensavano di me o del mondo. A sognare che uno di loro, con quelle enormi manone, mi prendesse per il cappuccio del giaccone, tra pollice e indice, pizzicandomi un po’ il collo, inavvertitamente, e mi sollevasse fino all’altezza dei suoi occhi, per potermi osservare bene. E improvvisamente lo ha fatto, un gigante più curioso degli altri. In un attimo mi sono ritrovato lassù, a sfiorare le nuvole, a patire il freddo, a sfastidiare gli uccelli, con questo tipo enorme che mi osservava. E io sapevo che lui aveva potere di vita e di morte su di me, sapevo che bastava un niente e sarei finito, sapevo che la mia vita in quel momento era effimera e non valeva niente.

Eppure pensavo: Si vabbe’, mo questo mi scaraventa dall’altra parte di Manhattan, e allora? Questo lo rende un essere migliore di me? La sa più lunga perché è più alto? È più onesto, la sua anima è più pulita della mia perché mi guarda da lassù e da lassù può decidere come meglio sbarazzarsi di me? Cosa rende un’anima grande, cos’è che fa di una persona un uomo che vale, dentro, che vale davvero, nel valori intesi come punti saldi nel cammino di una vita? Il potere? I soldi? I pensieri? I sentimenti? Il saper leggere gli animi?

Pensavo, pensavo, in bilico tra l’arrogante e il saggio, e mentre sto lì che sogno e penso lui mi posa giù, ma al di fuori dal cerchio, stavolta, vicino. Vicino ai figli dei giganti.

Non so dire se fosse il sogno successivo, o più probabilmente il continuo dello stesso. So solo che a un certo punto c’erano questi figli dei giganti, più piccoli di loro ma sempre enormi rispetto a me. Saltavano a corda vicino a me, giocavano a campana, cantavano giro-giro-tondo, e mentre giravano intorno a me urlavano grida stridule e per niente giocose, alcune stupite altre spaventante. Certo tutte stridule, sembravano quasi le sirene dei pompieri di New York.

Poi a un certo punto questi ragazzini giganti hanno cominciato a prendermi a calci, o anche questo era il sogno dopo? Fatto sta: improvvisamente ero finito in una scazzottata ma stranamente una in cui io ero passivo, non potevo o non volevo reagire, non riuscivo a fare nulla, solo subire calci al costato, solo prenderle di santa ragione, per di più da tipi che sembravano ragazzini insulsi e privi di cervello.

Credo che, anche se dolorante, a quel punto devo aver ripreso sonno per bene, smettendo di sognare giganti, intendo.

Sarà durato sì e no un’ora, poi ho sognato un uragano di quelli che distruggono intere isole tropicali.
Vento che soffiava forte sulle palme, così forte che cadevano le noci di cocco. Vento che alzava il mare. Vento che scoperchiava i tetti e rompeva le vetrate delle chiese. E poi pioggia, pioggia a tratti, e poi fissa, incessante, pioggia che sembrava non finire mai. Pioggia che bagna senza riuscire a lavare. Pioggia che impregna l’asfalto, e ne tira fuori quell’odore unico e straordinario. Pioggia che sembrava che il cielo ce l’avesse con noi e questo era il modo più semplice che avesse trovato per vendicarsi.

Ha ragione Chuck: non è mica semplice dormire a Gramercy. Il quartiere è tranquillo, certo. Come dicono qui: ci sono soldi vecchi in zona, la gente non dà fastidio, sono nuiorchesi veri, quelli di Gramercy, di quelli che non si curano di niente e nessuno, che se gli sei d’inciampo al loro veloce passo, mica ti aggirano, no, ti scavalcano – letteralmente. Di buono c’è che sono talmente menefreghisti che ti lasciano stare. Ciò che è brutto riescono a non vederlo, e la gente come me, per loro è brutta. Così io non esisto, Chuck nemmeno. Figurarsi Ricky. Invisibili. E per questo tranquilli. Mentre se stai ad Astoria, a Queens, la gente ti tratta male, ti manda via, vogliono le strade pulite, loro. Ci tengono a darsi un contegno. Come se il contegno e la rispettabilità delle loro vite fosse in qualche modo imputabile a me, a Chuck o a Ricky. Come se potessero cavarsela così facilmente. Come se non dovessero guardarsi comunque allo specchio tutte le mattine e ammettere chi sono e cosa fanno, e questo a prescindere da chi calpesta i marciapiedi davanti alle loro case.

Non parliamo poi di quei quartieri imborghesiti del Bronx, che hanno la memoria corta e non ricordano che solo qualche decenno fa erano tutti immigrati illegali e adesso si sentono tutti Rockfeller perché, beati loro e tanto di cappello che non ho, i loro figli studiano all’università pubblica del CUNY.

E la metro poi, ne vogliamo parlare? Mica ci si sta più tranquilli in metro, di notte. Bloomberg – e Giuliani prima di lui – si vanta di aver “ripulito la citta’ dal crimine”. Sarà anche vero, ma adesso è un’invasione costante di poliziotti ovunque, e quelli stanno straniti, per lo più annoiati che devono fare le ronde ovunque in quella che è diventata una delle dieci città più sicure al mondo. Stufi, i poliziotti dell’NYPD non sanno con chi prendersela e se la prendono proprio con me e Chuck, che certo criminali non siamo. Così, d’inverno, non resta che accucciarsi sui tombini che mandano aria calda, ma il rumore dei treni che passano pochi metri più sotto, credetemi, è infernale. I letti delle case di accoglienza, del resto, io preferisco lasciarli a quelli con i figli, che già loro fanno una fatica a correre a fare la fila per accaparrarsi il posto letto dopo aver preso i piccoli a scuola.

Ricky non ci ha perso solo il sonno, ci ha perso la testa a vivere così. E sì che non sono nemmeno otto mesi che lo fa. Nel settembre scorso in due giorni ha perso tutto, colpa la crisi del mutui. Ha perso la casa, ha perso il lavoro, e ha perso la moglie che lei di uno senza casa e senza soldi non sapeva che farnese. I figli gli mancano, ma non ha il coraggio di andarli a trovare. Non sa che raccontargli. Quello che vede per strada? La gente che gli dà del nullafacente a lui che ha lavorato 10 ore al giorno per 24 anni e con 5 giorni di ferie l’anno?

A me invece, che questa vita mi sono abituato a farla da tanto tempo, la gente non mi provoca più di un sorriso. Pensano di sapere tutto, loro, che ti guardano facendo finta di non vederti. Che non sanno che fatichi il doppio di loro, per cercarti da mangiare, per girare tutto il giorno con chili di roba addosso e sulle spalle, che se no l’ultimo dei tuoi cosiddetti amici te le ruba. Non lo sa, la gente “perbene” quanto fa freddo, le notti d’inverno, quando la temperatura scende a meno 15. Non lo sa, certo, ma deve pure poterlo immaginare. Non lo sanno, loro, che si beve per sopravvivere, per scaldarsi. Che non siamo, noi, o almeno non tutti, alcolizzati senza né arte né parte. Non lo sanno, loro, che molti di noi al mattino si fanno la doccia e vanno a lavorare. Non lo sanno che siamo i loro vicini sulla metro, a meno che non giriamo coperti di giornali e di buste di plastica.
Non lo sospettano neppure che siamo laureati, che abbiamo cultura da vendere, che ci scambiamo tra di noi i racconti di Checkov e le storie di Saul Bellow.
Non lo sanno che con la recessione che ha colpito tutti ormai non si trova più un posto decente dove dormire, che noi veterani genitluomini aiutiamo le giovani donne, le trentenni professioniste che si ritrovano per la strada e che con l’ultimo vestito che si ritrovano ormai incollato al culo da quel giorno recente in cui le hanno licenziate in tronco, chiedono l’elemosina nei vagoni della metropolitana con un cartello, ché se parlano hanno la voce rotta dal pianto.

Non lo sanno, loro, quelli che un tetto sopra la testa lo hanno.

E a me fanno sorridere, soprattutto nelle mattinate cosi in cui ho dormito male.

Mi sa proprio che stasera dò retta a Chuck e me ne vado a dormire con lui davanti alla chiesa di Gramercy, sulle scalinate.
Lo spazio è un po’ risicato, vero, ma almeno lì non ci sarà nessuno che cerca di passarmi sopra, che tanto le chiese sono sempre chiuse quando ti servono e di notte certo non servono a nessuno.
Ma sì, stanotte una bella dormita è proprio quello che ci vuole. Senza troppi sogni strani. Ho sonno.

Ogni anno a New York ci sono 100mila senzatetto. Ogni notte, per le strade, ce ne sono almeno 38mila.
Qualche giorno fa, il 21 maggio 2009, il computo ufficiale era a 34.704, di cui 8,009 famiglie con bambini, 1.304 famiglie senza figli e 6.796 individui soli.
Un nuiorchese su venti è stato senza tetto almeno una notte nella vita.
Il 78% delle persone che si rivolgono alle case accoglienza sono famiglie.
Un bambino su 4, a New York, vive in povertà. Un senzatetto minorenne in media ha meno di 5 anni.
Un senzatetto su cinque è stato dato in affidamento da piccolo.
La meta’ delle donne senzatetto a New York sono scappate da un marito o da un compagno che le menava.
Circa il 40% dei senzatetto che vivono nelle case accoglienza soffre di malattie mentali.
Il 90% dei senzatetto sono neri o sud-americani, benché solo il 53% della popolazione di New York sia nera o sud-americana.
Il 17% dei senzatetto che dormono nelle case accoglienza hanno un lavoro.

Questi dati raccolgono solo i senzatetto che usano le case accoglienza, e non i tanti, come Chuck e il suo amico, che dormono sui tombini d’inverno e sulle scalinate d’estate.

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