di Massimiliano Di Giorgio

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Come la maggior parte degli italiani, sono stato battezzato, ho fatto la comunione, con tanto di festa e regali – me lo ricordo ancora, il mio primo Seiko – sono stato cresimato.

Come tantissimi italiani, della religione, della mia religione ufficiale – romana, cattolica, apostolica – non m’importa nulla.

Non che non pensi di tanto in tanto alla trascendenza, alla morte e al senso della vita. Mi è perfino successo di commuovermi alla messa di mezzanotte, o di emozionarmi per certi aspetti folcloristici della cultura popolare cattolica, che è anche un pezzo della mia cultura. Leggo ogni tanto brani della Bibbia (non sono un ottimista: il mio libro preferito è l’Ecclesiaste). Do l’8 per Mille ai valdesi, che non sono cattolici, ma comunque sono cristiani e religiosi.

Ma il fatto è che sono agnostico. Non so se Dio esista, e a dire il vero non me ne interessa neanche più di tanto. Parafrasando Laplace, potrei dire che non ho bisogno di questa ipotesi (Dio, cioè) per vivere.

I miei figli non sono battezzati. Decideranno loro, se e quando vorranno. In fondo, così si comportavano gli anabattisti. La fede è una scelta da adulti. O meglio, lo sarebbe. In realtà, in nome del cuius regio eius religio, o più prosaicamente delle abitudini, anche io mi trovo battezzato d’ufficio nella fede cattolica.

Però, a differenza di Maria Serena non intendo sbattezzarmi. E non perché pensi che una fede ufficiale, come il famoso pezzo di carta, torni sempre utile. Questo era quel che pensavo quand’ero adolescente.

Ho letto Perché non sono cristiano di Bertrand Russell al liceo, ma già prima non ero un credente. A dirla tutta, mi ero iscritto con un mio amico al corso di catechismo per la cresima, a 13 anni, perché lo aveva fatto la ragazzina a cui entrambi stavamo appresso. Poi lei se ne andò, mentre noi restammo, probabilmente perché non avevamo niente di meglio di fare.

Il giorno della cresima sapevo benissimo di non avere motivi per credere in Dio, e da tempo: ma mi dissi che in fondo ormai ero arrivato fin lì, tanto valeva andare in fondo. Inoltre, avevamo conosciuto ragazzi in gamba, simpatici, e di sinistra come noi (be’, io avevo letto La storia mi assolverà, di Fidel Castro a 12 anni…). Così io e il mio amico restammo per un po’ anche al dopo-cresima, quella sorta di riunioni in cui si discute col sacerdote e i cresimati di una serie di cose. Ce ne andammo quando il prete cacciò uno dei nostri amici dicendogli che era “comunista”. E non eravamo negli anni 50, ma nel 1980.

Quell’episodio in fondo fu la dimostrazione che cercavo. Anche se molta gente in gamba, dotata, simpatica e di mentalità aperta che conoscevo – e che conosco – era cattolica, la Chiesa come istituzione, o anche solo comunità, non era roba per me.

Qualcuno – qualche cattolico anche solo un poco illuminato – dirà che quel sacerdote non fece un buon lavoro, un buon servizio alla Chiesa. E’ certamente vero. Però, per quanto mi riguarda, non c’era solo questo. Non solo ormai l’idea della divinità mi sembrava sempre di più un argomento accademico di conversazione, privo di fascino perché inconoscibile, o addirittura totalmente impensabile, vista la nostra finitezza e la sua presunta infinità, ma era l’etica stessa della Chiesa che non consideravo mia.

Ne ero convinto anche quando feci il servizio civile alla Caritas, diversi anni dopo, spiegando peraltro che non ero credente e che non intendevo partecipare a funzioni religiose o eventi simili. Nessuno obiettò, a dire il vero.

E strada facendo mi sono convinto anche di un’altra cosa. Ciò che più urta la Chiesa, la gerarchia cattolica, non è l’opposizione, il confronto ideologico, la critica. E’ l’indifferenza. E’ la trasformazione della fede in fatto privato, che è una caratteristica tipica delle società moderne occidentali, od occidentalizzate. E’ la sua relativizzazione.

Figurarsi poi come possa essere fervente cattolico io, che difendo il diritto al suicidio e ritengo la clonazione umana un’idea nient’affato orribile.

Per me, dunque, sbattezzarmi, comunicare al Partito-Chiesa che intendo stracciare la tessera a vita che qualcuno ha preso a nome mio significherebbe semplicemente riconoscergli un qualche tipo di legittimità.

O, volendola mettere in burletta, cercare lo sbattezzo sarebbe come voler cancellare i presunti effetti delle pratiche anti-malocchio che mia nonna mi ha impartito almeno una volta, diversi decenni fa. Una roba da magia bianca.

E poi la Chiesa non è (più) uno Stato, non concede la cittadinanza, con tutto il corredo di diritti, e di doveri, associati. Sbattezzarsi, insomma, non è come rinunciare a essere cittadino italiano, o di un altro paese.

Ciò non toglie che preferirei una Chiesa più liberale, più aperta alla partecipazione delle donne, più attenta ai bisogni degli ultimi e meno preoccupata di recuperare alla sua autorità i tradizionalisti cattolici o di continuare a negare l’importanza del preservativo nel ridurre i rischi di gravidanze indesiderate o di contrarre l’Aids e altre malattie.

Ma non appartengo alla schiera dei tifosi a giorni alterni, quelli che prendono la parola per condannare la Chiesa o per esaltarla secondo quel che dice il Papa, di fatto confermandone l’autorità. E poi il Papa ne dice tante, di cose.

In questi ultimi tempi, comunque, faccio il tifo per Ratzinger. La sua visione conservatrice e anti-moderna è perfetta, per far perdere punti alla Chiesa cattolica non solo tra i radical chic come me, ma anche tra i cristiani all’acqua di rose che popolano il mondo, e che così perderanno sempre più interesse per un cattolicesimo rigido e testardo, poco di cuore e troppo di testa.

Qualcuno mi rimprovererà: così, fai l’elogio della superficialità e dell’ipocrisia. Possibile. Ma a parte il fatto che l’ipocrisia è una cosa molto cattolica (il Tartufo di Moliere dovrebbe insegnare qualcosa), non mi pare una cosa così frivola scartare l’involucro di un’ideologia religiosa che ha molto a che fare col potere e la tradizione e le sue liturgie piuttosto che la sua spiritualità.

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