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Le reti da cantiere che servono a fabbricare borse, porta-iPod e zaini vengono dagli stock di prodotto invenduto, lavorato per ottenere una cinquantina di colori diversi. Le buste di latte in tetrapak che diventano portafogli arrivano da ristoranti e bar che le conservano per il riutilizzo. La plastica per i portafogli è riciclata e poi intrecciata con telai di legno.
Da oltre tre anni, grazie all’intreccio tra la creatività e il lavoro italiani e cambogiani, un’azienda fair trade che ha sede a Phnom Penh vende — anche grazie al web — i suoi prodotti in diversi paesi europei e negli Usa.
Il marchio Smateria in realtà nasce in Italia, nel 2005, per lanciare gioielli fatti con materiali riciclati e altri oggetti. Ma è alla fine del 2006 che le italiane Elisa Lion e Jennifer Morellato hanno fondato nella capitale cambogiana — dove si sono incontrate e dove erano giunte entrambe per motivi familiari — la loro società, con un atelier all’inizio ospitato in casa.
Poi è arrivata la bottega al centro di Phnom Penh, e a seguire la nuova sede di produzione, in un grande appartamento. E oggi, partita con tre sarti, una modellista e un lavatore di tetrapak, “Smateria” dà lavoro a oltre 30 persone.
Elisa (39 anni, la “creativa”) e Jennifer (35 anni, la “commerciale”) non si sono praticamente mai pagate lo stipendio, fin qui, pur ricominciando a metà del 2008 a recuperare l’investimento. Ma nonostante tutto, e da ultimo la crisi che ha colpito anche loro, sono riuscite a pagare gli altri stipendi con puntualità.
Due figli, un marito che lavorava fino a poco tempo fa per “Medici Senza Frontiere”, Elisa – che è anche una collaboratrice di Novamag – è laureata in lingue orientali, e ha vissuto diversi anni in Cina, dove ha lavorato per una Ong. In Italia si è occupata anche di commercio e contabilità, e ora, dopo aver lasciato da pochissimo la Cambogia per trasferirsi con la famiglia in Francia, sta “esportando” Smateria in Europa. L’ultima fiera in Italia l’ha fatta all’inizio di settembre, a Milano.
La società, dice Elisa, esporta in Usa, Australia, Giappone, Francia, Svizzera, Norvegia, Regno Unito, Belgio, Lussemburgo e Singapore, e, solo da pochi mesi, in Italia.
Nel corso del 2008 Smateria ha venduto una media di 1.700 borse al mese. Borse di vari tipi: “vanity case”, porta-computer, salopette, da spiaggia, borsoni, zaini. E poi pochette, portafogli, astucci.
La produzione della società si basa su tre materiali principali. Prima di tutto la cosiddetta “zanzariera”, che in realtà è una “safety net”, rete di sicurezza utilizzata nei cantieri. In questo caso si tratta di rotoli “fallati”, rivenduti in Cambogia e utilizzati per scopi tra gli più svariati: “Viene usata per stenderci sopra il riso quando viene messo a seccare, o come setaccio, o ancora come protezione laterale nei carretti che trasportano merce”, spiega Elisa.
Poi c’è la plastica riciclata, intrecciata con speciali telai di legno. Infine, il tetrapak: “Viene lavorato a intreccio su quadri fatti su misura. In due anni, abbiamo riciclato 24.000 cartoni circa. Una delle nostre sarte parte ogni mattina in bici o in moto e va a recuperare il tetrapak che ristoranti e bar conservano per noi”.
A differenza di molte imprese che si insediano in paesi in via di sviluppo per approfittare del basso costo del lavoro, e che per diverse Organizzazioni non governative ignorano spesso i più elementari diritti dei lavoratori, “Smateria” è un’azienda “fair trade”, rivendica Elisa. Espressione che in Italia si traduce spesso con “commercio equo e solidale”.
“Dal principio ci siamo basate sulle griglie riconosciute dagli international labour standards, per definire i nostri contratti: 40 ore di lavoro settimanali, dal lunedì al venerdì (considerando che per la legge locale sono 48), tredicesima e un mese di ferie pagate, oltre a congedi matrimonio, maternità ecc ecc. Aumenti annui di stipendi in base all’inflazione e al merito e anzianità, doppio pacchetto assicurativo per ospedalizzazione e incidenti stradali e sul lavoro, training in bottega ai nuovi assunti…”.
E la società, dice Elisa, si è anche adeguata alle norme di sicurezza per quel che riguarda l’altezza delle luci o le attrezzature per la postura dei sarti.
L’imprenditrice insiste sul fatto che Smateria è “un business, non una Ong”, e dice di non essere sicura di volere davvero ottenere il marchio internazionale del “Fair Trade”, perché “non siamo convinte dell’onestà di molti che lo portano. Ci stiamo pensando”.
“Tentiamo di dimostrare che è possibile produrre oggetti di alta qualità e mantenersi semplicemente con i guadagni ottenuti dalle vendite… Il che significa che, a nostro avviso, questo paese dispone di figure professionali sufficientemente preparate per non dover ricorrere alla cooperazione, soprattutto nel campo del tessile e delle confezioni”.
Smateria (http://www.smateria.com) sta anche finanziando l’acquisto di macchine da cucire da parte di alcuni dipendenti, per sostenere un progetto per lo sviluppo di “cellule di produzione familiare”.








