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La televisione satellitare con i suoi numerosi canali è una finestra sul mondo, di sicuro, anche del cosmo che hai sotto casa e che per vicende della vita varie ed eventuali, conosci poco.
Facendo zapping sono arrivata al canale 852 – Lunasat - e mi sono dovuta fermare: gli uomini sullo schermo erano uno strano ibrido tra Flavio Briatore e Mario Merola buonanima. Erano vestiti da malandrini: collane d’oro giallo con ciondoli a forma di crocifissi o teste di madonne, bracciali pesanti, orologi Cartier e accessori eleganti, cintura e scarpe Prada, occhiali Ray Ban, pantaloni D&G (imitazione cinese o originali?). Per una donna capire la logica di una combinazione accessorio-abbigliamento è ragione di vita, quindi anche io dovevo trovare il bandolo della matassa.
La matassa si è dipanata molto presto, quando è stato presentato il primo dei quattro strani personaggi: Sergio Donati. Stavo guardando e ascoltando dei cantanti neomelodici, categoria canora tutta partenopea che fa battere i cuori delle ragazzine dei vicoli, allieta le brigate intente a festeggiare matrimoni & cerimonie, fornisce i bassi della loro inimitabile e inarrestabile colonna sonora.
Ora viene il bello, per così dire. Evasa la burocratica formalità delle presentazioni infarcita di complimenti vicendevoli, iperboli sempre più ardite e amichevoli osservazioni sul rispettivo stato di latente obesità (nel rispetto dell’antico adagio “omme e panz omme e stustanz”; ovvero uomo di pancia uomo di sostanza, n.d.a.) Donati ha insistito per accompagnare la sua nuova canzone, “O zio”, con due parole introduttive: “la canzone – ha spiegato agli altri tre, che annuivano – non sarà mai incisa, ma io la voglio cantare e la voglio dedicare al mio zio. Tutti ne abbiamo uno, di quelli che ti aiutano nel momento del bisogno, che non mancano al tuo matrimonio o al battesimo del piccerillo”. Applausi scroscianti del pubblico in sala, e ringraziamenti allo zio da parte degli astanti-coprotagonisti della scena.
Questa canzone l’ho anche cercata in Rete, ma niente, neanche il testo. Però, da brava Critica Televisiva Dinoialtri, ho preso alcuni appunti: il parente che viene citato ha molti nipoti, addirittura un “quartiere”, ha potere e ti può aiutare. Si sposerà per la terza volta (la canzone, di fatto, prende le mosse da questo fausto evento per esprimere gli auguri del popolo).
Probabilmente “O zio” non sarà davvero mai incisa, perché non aveva altro fine che mandare un messaggio al caro parente, che è il capo camorristico di un quartiere partenopeo. Per essere più chiari – per chi non fa la spesa alla Pignasecca o ha un’amica alla Sanità (rioni popolari di Napoli) – i cantanti neomelodici sono anche (non soltanto, sia chiaro) dei messaggeri.
Sotto le spoglie di canzoni si celano, a volte, dei “comunicati” per il clan. Pizzini sonori, veicolati attraverso la radio e/o la tv, che richiamano alla mente una delle più riuscite scene di “Ieri, Oggi e Domani”, quella in cui Mastroianni manda notizie in carcere alla contabbandera Loren facendogli cantare una serenata.
Nel caso dello zio di Donati, insomma, ho il sospetto che il “terzo matrimonio” sia in realtà un riferimento a qualche altra cosa, una frase in codice insomma.
Perché in certi casi le canzoni dei neomelodici sono messaggi per una persona o per una affiliazione.
I lettori, camorristi e non, potrebbero darmi della mal pensante, accusarmi di credere a luoghi comuni, ma la produzione neomelodica ha creato dei presupposti non felicissimi per pensarla diversamente.
C’è un cantante che ho scoperto spopolare in città, Tommy Riccio, che ha composto e cantato una canzone intitolata Nu latitant: è una dichiarazione di solidarietà e cum-passione per gli affiliati che scappano perché braccati dalla polizia. Il latitante – gorgheggia Tommy – è un pover’uomo spodestato dalla possibilità di stare con i figli, di avere il caffè dalla moglie la domenica mattina, che sbanda a ogni bussata per paura di quei cattivi dei poliziotti. Il latitante, soprattutto, non può gridare la propria innocenza. Anche se potrebbe tornare e dichiararla con tono normale, viene da pensare.
Non manca il dispiacere per il carcerato nella canzone Stanza 39, sempre dello stesso cantautore. Il povero galeotto non vede il sole, per lui i mesi non passano, può solo scrivere lettere per chi li aspetta e ascoltare “da lontano ‘na voce canta’” (cfr. sopra).
Ancora Napule carcerata, un ritratto dei carcerati visti come (il testo, come tutti gli altri a seguire, è tradotto) “solo figli di mamma, a cui nulla la vita ha regalato”, e che hanno pensato bene di rubare. Continua, tristemente: “noi carcerati siamo la voce di questa città”. Poi “Ragazzi gridate con me così forse Dio ci da una mano”; ed elegiaco: “La gente di noi ha paura, ci condanna senza saper niente, siamo i carcerati quelli che hanno fatto meno peccati”.
Una cosa da non trascurare: nei testi delle canzoni neomelodiche i valori, quelli comuni a laici e non – famiglia, Dio, lavoro, amicizia, amore -, esistono, ma ribaltati. Per esempio i neomelodici cantano spessissimo il Dio cattolico, quello che si portano fatto uomo al collo in oro massiccio, al quale chiedono perdono, aiuto, benedizioni, assoluzioni, in punto di morte. Del cattolicesimo non trascurano naturalmente la verginità della propria promessa sposa (Gigi D’Alessio in “Anna si sposa”, non con lui: “comprati un vestito senza neanche i bottoni bianchi, soltanto così Dio non saprà”). La cantante neomelodica Lisa Castaldi canta l’amicizia in “il mio amico camorrista”, per lei “un uomo pieno di qualità […] con la paura e con il coraggio rischia la vita e la libertà”.
Continuando a guardare lo schermo, mi sono chiesta soprattutto se i cantanti neomelodici vendano molto, vista l’opulenza dell’abbigliamento. Ebbene, persone addentro la delicata questione (un venditore di cd musicali e film pezzottati) mi ha spiegato che il giro di affari che ruota attorno ai protagonisti del genere è elevatissimo: sono ben cinque le case di produzione specializzate nel settore: almeno quelle principali, visto che garage e scantinati pullulano letteralmente di sale d’incisione fai-da-te.
In primo luogo, mi ha detto il venditore, dei loro dischi non c’è la versione pirata, ovviamente (provate, sulle bancarelle non troverete mai i neomelodici ma solo artisti italiani e internazionali), poi hanno degli uffici stampa dal lavoro facile perché l’attività si svolge tra conoscenti, perché nei vicoli tutti conoscono tutti, da cui: vasta clientela, semplice diffusione.
Su questo punto, in particolare, urge una precisazione: ogni quartiere partenopeo (ad alta densità di popolazione) ha il proprio beniamino neomelodico. Questi cantanti tengono moltissimi concerti nel quartiere-stato di nascita e sono ambitissimi per matrimoni battesimi e comunioni. Per tradizione al sud per queste occasioni non si bada a spese e i cantanti vengono remunerati in proporzione.
Ancora, i gadget: dei vari Raffaello e Patrizio si possono trovare magliette borse e cappelli, naturalmente solo nel quartiere-stato di appartenenza, e i giovani soprattutto li acquistano.
Ecco una cosa che ho notato anche osservando la trasmissione su lunasat: c’erano moltissimi ragazzini tra il pubblico. Loro seguono il genere e addirittura sognano di diventare come i propri beniamini: famosi (?), ben vestiti (??), rispettati (…). La cosa inquieta un po’.
Il mio quasi-sillogismo canzone neomelodica-camorra si potrebbe appoggiare anche – oltre al contenuto dei testi e a partecipazioni a feste sospette – a fatti come la latitanza e la richiesta di ergastolo per il cantante del genere Carmelo Zappulla, o il successo della canzone Chill va pazz pe te, scritta dal capoclan Luigino Giuliano.
Non solo. La sera in cui ho conosciuto l’arte di Donati ho accesso la radio per trovare conferma a una cosa che avevo sentito dire da quel mio amico venditore di cd. Altro zapping, dunque, altra stazione “in linea”: canzoni neomelodiche con dedica amorosa criptica dagli abitanti del: braccio Avellino 21; braccio Salerno 15, Giugliano 3 e così via.
Erano messaggi dal carcere di Poggioreale.
Parlavano di amori che non finiranno mai e di parmigiane messe in forno.
Tra matrimoni e parmigiane ho preso sonno e ho sognato i Beatles in concerto a Scampia.








