di Ronny Mazzocchi

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Di fronte ad una candidatura come quella di Pierluigi Bersani, che viene annunciata all’insegna del pragmatismo e delle cose da fare, provo a elencare qualche buon motivo che mi ha spinto a optare per lui nel mio voto alle primarie di domenica.

La prima e principale ragione è che credo che per tornare ad esercitare un’egemonia culturale sul Paese sia necessario fare del Partito Democratico quello che finora non è stato, ovvero un partito politico.
L’idea che si potesse ricondurre la democrazia ad un periodico plebiscito che mettesse in collegamento diretto la leadership e l’elettorato senza la mediazione di partiti strutturati e radicati sul territorio si è dimostrata velleitaria e addirittura pericolosa.
Il PD appare oggi debole dal punto di vista organizzativo e isolato nel contesto sociale. Ha da tempo sub-appaltato l’elaborazione culturale e programmatica all’esterno, limitandosi a recitare un copione scritto da altri. Non ha più strumenti di analisi che gli permettano di capire e interpretare il mondo che vorrebbe rappresentare. Ha reciso i rapporti con i corpi intermedi nella folle ed estremistica convinzione che ormai fossero istituzioni superate se non addirittura dannose. Ha portato per troppo tempo l’idea che la società fosse governata dallo spontaneo interagire dei singoli sul mercato e che alla politica fosse riservato solo il compito di stabilire le regole del gioco e aiutare chi, nella dura battaglia per la sopravvivenza, esce con le ossa rotte.
La creazione del partito liquido, senza tessere e senza militanza, costituiva la naturale conseguenza di una visione sociale profondamente ideologica, radicale e – come si è visto – sbagliata.

La seconda ragione è che l’idea del PD come partito in grado di rappresentare da solo un’alternativa di governo all’attuale centro-destra è quantomeno utopistica.
L’esito delle elezioni politiche ed europee ci ha finalmente consentito di verificare il fondamento delle due differenti analisi del Paese e e delle due diverse strategie politiche che si sono affrontate in questi quindici anni: quella dalemiana, fondata sull’idea di un’alleanza strategica fra la sinistra riformista e il centro moderato, e quella veltroniana, in cui la sinistra – che in verità è centrosinistra – va alla ricerca autonoma di una maggioranza e non di una alleanza al centro.
Credo che l’esito della verifica sia stato piuttosto chiaro. Dopotutto il centro moderato c’è già: ci sono forze moderate che il PD, pur con un programma centrista se non addirittura di destra, non è riuscito conquistare e che non si riconoscono nemmeno in Berlusconi.
Stabilire una alleanza con questa parte del Paese, partendo da una posizione culturale e politica più solida di quella attuale, può essere l’unica strada percorribile per un partito che aspira a tornare al governo del Paese.

L’ultima ragione è la piattaforma programmatica con cui i vari candidati si presentano.
Se Franceschini e Marino risultano ancorati alla stagione del liberismo di sinistra tutt’al più arricchita da qualche proposta alla moda (la green economy, …), Pierluigi Bersani – seguendo la linea tracciata da Romano Prodi nel suo assai poco lusinghiero bilancio del riformismo europeo degli ultimi 15 anni – presenta una proposta decisamente più in linea con le discussioni che già da qualche mese hanno preso piede in tutte le sinistre europee dopo le dolorose sconfitte elettorali.
Come ha scritto Massimo D’Alema, la recente crisi economica ha ristabilito l’idea secondo cui “[…] non è il denaro che produce denaro così come ha voluto far credere l’oligarchia finanziaria dominante, ma è il lavoro che produce la ricchezza e il valore, come scrivevano i nostri classici”.
Rimettere il lavoro, in tutte le sue diverse forme, al centro della propria azione politica diventa quindi necessario per spostarsi verso un diverso e più equilibrato modello di sviluppo.

Ma non si tratta soltanto di considerazioni economiche. Negli ultimi decenni il lavoro ha subito una impressionante svalutazione sociale: è stato retrocesso a mera funzione di accumulazione di potere d’acquisto, diventando una componente indifferenziata delle forze produttive. Va invece recuperata la sua funzione fondativa dell’identità sociale, della persona e della cittadinanza democratica, così come stabilito all’articolo 1 della nostra Costituzione.

L’eguaglianza è l’altro tema forte portato avanti da Bersani nei suoi discorsi. La Chancengesellschaft e la conseguente idea di eguaglianza dei punti di partenza, ovvero due dei principi cardini della cosiddetta Terza Via, non solo hanno condotto a un decennio in cui le diseguaglianze sociali sono esplose, ma anche minato le basi di una società solidaristica creando rischi di conflitti e rivolte come non si vedevano da oltre trent’anni.
Riproporre il tema dell’eguaglianza come obiettivo in sé può quindi essere un’utile arma per ricostruire una classe media che faccia da solida architrave alla nuova Italia.

Infine la politica economica e industriale torna a rivestire un ruolo centrale dopo gli anni in cui solo a nominarla si metteva mano alla pistola. L’ansia protezionistica dell’attuale governo o la solita politica di tagli fiscali promessa da Franceschini agli imprenditori sembrano cure palliative contro il grave male costituito da una struttura produttiva da troppi anni in difficoltà. La scarsa innovazione tecnologica, l’eccessiva concentrazione del potere economico/finanziario e la pervasività della micro-impresa costituiscono alcune fra le principali cause di sofferenza del nostro sistema economico. L’aver proposto una via d’uscita, anche attraverso rinnovate politiche pubbliche, costituisce sicuramente un punto di forza della mozione Bersani rispetto alle due concorrenti.

In conclusione, mi sembra che Bersani sia quello con il progetto più chiaro e concreto per il partito e per il Paese. La scelta di portare avanti queste idee senza concedere nulla alla retorica antiberlusconiana e senza cercare l’applauso facile lo rende decisamente più adatto a compiere quella radicale rottura rispetto alla stagione del “centralismo carismatico” che tanti danni ha provocato alla sinistra italiana.

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