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Di fronte ad una candidatura come quella di Pierluigi Bersani, che viene annunciata all’insegna del pragmatismo e delle cose da fare, provo a elencare qualche buon motivo che mi ha spinto a optare per lui nel mio voto alle primarie di domenica.
La prima e principale ragione è che credo che per tornare ad esercitare un’egemonia culturale sul Paese sia necessario fare del Partito Democratico quello che finora non è stato, ovvero un partito politico.
L’idea che si potesse ricondurre la democrazia ad un periodico plebiscito che mettesse in collegamento diretto la leadership e l’elettorato senza la mediazione di partiti strutturati e radicati sul territorio si è dimostrata velleitaria e addirittura pericolosa.
Il PD appare oggi debole dal punto di vista organizzativo e isolato nel contesto sociale. Ha da tempo sub-appaltato l’elaborazione culturale e programmatica all’esterno, limitandosi a recitare un copione scritto da altri. Non ha più strumenti di analisi che gli permettano di capire e interpretare il mondo che vorrebbe rappresentare. Ha reciso i rapporti con i corpi intermedi nella folle ed estremistica convinzione che ormai fossero istituzioni superate se non addirittura dannose. Ha portato per troppo tempo l’idea che la società fosse governata dallo spontaneo interagire dei singoli sul mercato e che alla politica fosse riservato solo il compito di stabilire le regole del gioco e aiutare chi, nella dura battaglia per la sopravvivenza, esce con le ossa rotte.
La creazione del partito liquido, senza tessere e senza militanza, costituiva la naturale conseguenza di una visione sociale profondamente ideologica, radicale e – come si è visto – sbagliata.
La seconda ragione è che l’idea del PD come partito in grado di rappresentare da solo un’alternativa di governo all’attuale centro-destra è quantomeno utopistica.
L’esito delle elezioni politiche ed europee ci ha finalmente consentito di verificare il fondamento delle due differenti analisi del Paese e e delle due diverse strategie politiche che si sono affrontate in questi quindici anni: quella dalemiana, fondata sull’idea di un’alleanza strategica fra la sinistra riformista e il centro moderato, e quella veltroniana, in cui la sinistra – che in verità è centrosinistra – va alla ricerca autonoma di una maggioranza e non di una alleanza al centro.
Credo che l’esito della verifica sia stato piuttosto chiaro. Dopotutto il centro moderato c’è già: ci sono forze moderate che il PD, pur con un programma centrista se non addirittura di destra, non è riuscito conquistare e che non si riconoscono nemmeno in Berlusconi.
Stabilire una alleanza con questa parte del Paese, partendo da una posizione culturale e politica più solida di quella attuale, può essere l’unica strada percorribile per un partito che aspira a tornare al governo del Paese.
L’ultima ragione è la piattaforma programmatica con cui i vari candidati si presentano.
Se Franceschini e Marino risultano ancorati alla stagione del liberismo di sinistra tutt’al più arricchita da qualche proposta alla moda (la green economy, …), Pierluigi Bersani – seguendo la linea tracciata da Romano Prodi nel suo assai poco lusinghiero bilancio del riformismo europeo degli ultimi 15 anni – presenta una proposta decisamente più in linea con le discussioni che già da qualche mese hanno preso piede in tutte le sinistre europee dopo le dolorose sconfitte elettorali.
Come ha scritto Massimo D’Alema, la recente crisi economica ha ristabilito l’idea secondo cui “[…] non è il denaro che produce denaro così come ha voluto far credere l’oligarchia finanziaria dominante, ma è il lavoro che produce la ricchezza e il valore, come scrivevano i nostri classici”.
Rimettere il lavoro, in tutte le sue diverse forme, al centro della propria azione politica diventa quindi necessario per spostarsi verso un diverso e più equilibrato modello di sviluppo.
Ma non si tratta soltanto di considerazioni economiche. Negli ultimi decenni il lavoro ha subito una impressionante svalutazione sociale: è stato retrocesso a mera funzione di accumulazione di potere d’acquisto, diventando una componente indifferenziata delle forze produttive. Va invece recuperata la sua funzione fondativa dell’identità sociale, della persona e della cittadinanza democratica, così come stabilito all’articolo 1 della nostra Costituzione.
L’eguaglianza è l’altro tema forte portato avanti da Bersani nei suoi discorsi. La Chancengesellschaft e la conseguente idea di eguaglianza dei punti di partenza, ovvero due dei principi cardini della cosiddetta Terza Via, non solo hanno condotto a un decennio in cui le diseguaglianze sociali sono esplose, ma anche minato le basi di una società solidaristica creando rischi di conflitti e rivolte come non si vedevano da oltre trent’anni.
Riproporre il tema dell’eguaglianza come obiettivo in sé può quindi essere un’utile arma per ricostruire una classe media che faccia da solida architrave alla nuova Italia.
Infine la politica economica e industriale torna a rivestire un ruolo centrale dopo gli anni in cui solo a nominarla si metteva mano alla pistola. L’ansia protezionistica dell’attuale governo o la solita politica di tagli fiscali promessa da Franceschini agli imprenditori sembrano cure palliative contro il grave male costituito da una struttura produttiva da troppi anni in difficoltà. La scarsa innovazione tecnologica, l’eccessiva concentrazione del potere economico/finanziario e la pervasività della micro-impresa costituiscono alcune fra le principali cause di sofferenza del nostro sistema economico. L’aver proposto una via d’uscita, anche attraverso rinnovate politiche pubbliche, costituisce sicuramente un punto di forza della mozione Bersani rispetto alle due concorrenti.
In conclusione, mi sembra che Bersani sia quello con il progetto più chiaro e concreto per il partito e per il Paese. La scelta di portare avanti queste idee senza concedere nulla alla retorica antiberlusconiana e senza cercare l’applauso facile lo rende decisamente più adatto a compiere quella radicale rottura rispetto alla stagione del “centralismo carismatico” che tanti danni ha provocato alla sinistra italiana.









Bravo Ronny!Erezione per i termini “egemonia culturale” e “i nostri classici”.Unica dissonanza sul concetto di lavoro della Costituzione.Preferisco considerare il diritto alla realizzazione personale antecedente alla condizione di lavoratore.
Commento di Ale — 20/10/2009 | 11:25
Spero davvero che tu abbia ragione.
Ma prima devono venire le idee politiche e la ristrutturazione interna.
Solo così si può arrestare il declino e cominciare un lavoro decennale di crescita della base elettorale.
Delle possibili alleanze con Tizio o Caio, possiamo parlarne solo al momento delle elezioni?
Il rischio è quello di trasmettere sempre l’impressione di pensare più alla poltrona che alla formulazione di proposte politiche serie e vicine ai bisogni dei nostri elettori.
E infine, ma esiste questo centro moderato in Italia? Non è già dentro il PD? C’è qualcosa di moderato nell’associazionismo a delinquere di un Cesa o un Cuffaro? Nel clericalismo di Casini?
Perchè questa è l’immagine pubblica dell’UDC, non certo il liberale Tabacci, ma le clientele del sud e i suoi legami con mafia e chiesa.
Sono davvero curioso di vedere come andrebbe un’alleanza con l’UDC. 10% di astensionismo in più e definitiva morte della sinistra in Italia, la mia previsione.
Commento di Frà — 20/10/2009 | 15:56
Nell’endorsement al pragmatico Bersani, non si parla nè di cancro, nè di Grande comico (come negli altri due articoli dedicati alle primarie).
Forse vuol dire che nel Pd c’è almeno una candidatura che i suoi argomenti ce l’ha.
Commento di Corrado Morricone — 20/10/2009 | 21:48
Per dare sostanza alla candidatura di Bersani c’è bisogno di citare D’Alema a più riprese. E questo la dice lunga su chi è, anche agli occhi dei suoi sostenitori, il vero candidato e su quanto parta indebolita la leadership di Bersani. Peraltro, il piacentino ha già dato prova di enorme coraggio in un paio di occasioni. La prima è stata al tempo delle precedenti primarie, quando c’era da sfidare Veltroni per creare una vera dialettica interna al partito e connotare come seriamente alternativa la propria idea di mondo e di politica (ma al nostro amico, convinto della bontà delle proprie idee e dei propri mezzi, non piace perdere facile). La seconda, quando c’era da prendere in mano il partito dopo le dimissioni di Veltroni – si disse: il problema non è la persona, ma la linea (salvo, avallare il cambio della persona tenendosi la linea con Franceschini) – ma c’erano le europee in vista (e al nostro amico, convinto della bontà delle proprie idee e dei propri mezzi, non piace perdere facile). Insomma, Bersani è evidentemente un “cuordileone” con la mano della marionettista (un finissimo stratega dietro i maggiori successi della sinistra italiana dalla metà degli anni 90 ad oggi) sotto al mantello.
E il fatto che sia il miglior candidato in questa corsa, la dice lunga su come è siano messi il PD e la sinistra in questo paese.
Commento di g — 21/10/2009 | 10:42
Mi piace questo dibattito!
Ora faccio finta di venire da Marte, non sapere niente di Bersani e D’Alema e vado a leggermi la mozione del candidato al Congresso (la trovate sul sito del PD alla voce Primarie).
Parlando di lavoro e paese reale dice più o meno:
“I tessuti connettivi del Paese sono sempre stati deboli [e la] prima, fondamentale frattura nasce dall’indebolimento del lavoro, in netto contrasto con la sua rilevanza nell’economia della conoscenza. [...] Noi italiani conosciamo meglio di altri il nesso profondo fra lavoro e cittadinanza, perché è alla base di quelle strutture economiche che il mondo ci invidia, i distretti e le filiere produttive dove la cultura del lavoro è radicata nelle reti sociali, nei rapporti tra imprenditori e dipendenti [...].”
Sicuramente la centralità del lavoro e l’art.1, però a me non sembra precisamente una critica della micro-impresa. Piuttosto il tentativo (disperato?) di recuperare consenso proprio in quell’area tradizionalmente ostile al PD.
Ma forse su Marte Bersani non lo capiamo :-)
Commento di luca — 21/10/2009 | 15:58
@G.: a me pare che il fantasma di D’Alema sia agitato soprattutto dai detrattori di Bersani.
Quanto al ruolo di D’Alema, sappiamo bene che ci sono due scuole di pensiero. Da un lato chi crede che senza di lui la sinistra avrebbe vinto tutte e 5 le ultime tornate elettorali. Dall’altro lato chi pensa che senza di lui non ne avrebbe vinta nemmeno una. Io appartengo a questa seconda scuola.
@Luca: dove avrei scritto che Bersani è contro la micro-impresa? Basare la struttura produttiva di un Paese di 60milioni di persone unicamente sulla micro-impresa è cosa piuttosto ardua da fare. Ti basti pensare la difficoltà che artigiani e piccoli imprenditori hanno nell’accesso al credito bancario. Pensare di risolvere il problema con qualche taglio fiscale – come propone Franceschini – mi pare puramente demagogico.
Commento di Ronny Mazzocchi — 21/10/2009 | 17:06
Ronny,
hai detto “l’eccessiva concentrazione del potere economico/finanziario e la pervasività della micro-impresa costituiscono alcune fra le principali cause di sofferenza del nostro sistema economico.” Non mi sembra un giudizio benevolo. Comunque il programma economico di Bersani lo conosceremo se e quando diventerà segretario.
Sicuramente l’ironia non è il mio forte, ma penso che l’affermazione sulle PMI nella mozione, sia una cosa intelligente da dirsi, quando la classe operaia vota lega e i piccoli imprenditori FI. Almeno se l’intenzione è quella di conquistare consenso.
Commento di luca — 21/10/2009 | 20:14
La sintesi probabilmente non ha aiutato la comprensione. La micro-impresa è stato sicuramente un punto di forza del sistema industriale italiano. Tuttavia sappiamo che la piccola dimensione porta con se alcuni problemi (rendimenti di scala, scarsa propensione all’innovazione tecnologica, etc.). Pensare di risolvere questo problema con i tagli fiscali mi sembra una soluzione del tutto inadeguata. Più articolata e più efficace l’idea di Bersani. Questo non vuol dire che sarà facile riconquistare il voto di una parte di artigiani e piccoli imprenditori. Ma quella di Bersani mi sembra l’unica proposta seria per provarci.
PS: mi autopromuovo con questo articolo di qualche tempo fa in cui – nella parte finale – parlavo dell’involuzione del sistema produttivo italiano negli ultimi 20 anni:
http://www.leftwing.it/economia/199/il-silenzio-degli-economisti
Commento di Ronny Mazzocchi — 21/10/2009 | 20:24
[...] Sia detto senza ipocrisia, mi raccomando. Dal momento che non è bello e abbronzato però, voto Bersani. Tag: bello e abbronzato, citazione berlusconi, democrat, donne, franceschini, ipocrisia, Jean [...]
Pingback di Alle primarie del PD anche io voterei su-Dario Franceschini… — 23/10/2009 | 16:06
Io temo di appartenere alla scuola di pensiero che vede in D’Alema uno stratega e più che il bene del PD segue la sua linea d’azione. Ieri Mentana a NDP ha messo ben in luce come il PD sia un pendolo che da troppi anni oscilla fra Veltroni e D’Alema. Ciò detto, condivido di Bersani l’accento sulla ricostruzione di un partito territoriale e soprattutto culturale. Essendo questi però anche aspetti positivi di Marino, senza avere le dinamiche del pendolo, preferirò il suo programma.
Commento di Alex — 24/10/2009 | 15:30