di Maurizio Belfiore

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L’asticella delle primarie è fissata a 3 milioni e mezzo di voti: 3.513.370 per l’esattezza.
Tale è il record – in verità l’unico – raggiunto il 16 ottobre 2007 per l’elezione di Walter Veltroni a primo segretario del Pd. Due anni fa furono davvero tante le persone che affollarono i gazebo e i seggi delle primarie democratiche, un numero superiore alle aspettative degli stessi dirigenti del partito dovuto probabilmente alla novità dello strumento che – con una grande consultazione popolare e democratica – apriva le porte della politica ad un’esperienza collettiva diretta.

In realtà, le prime primarie in Italia si svolsero il 16 ottobre 2005 per scegliere il candidato premier Romano Prodi, ma fu un’esperienza “spuria”, di coalizione e non per l’elezione diretta di un segretario politico che richiamò comunque al voto 4 milioni e 300 mila elettori di centrosinistra.

Nel 2007 non ci fu storia. Veltroni vinse con il 75.8% (ben 2 milioni e 600 mila voti) su Rosy Bindi (12.8%) ed Enrico Letta (11.07%).
Oggi – o meglio, il prossimo 25 ottobre – la situazione è ben diversa e vede Pier Luigi Bersani partire in vantaggio ma non stravincere su Dario Franceschini (55.1% contro il 36.9%), mentre Ignazio Marino è al 7.9%.
Numeri ben definiti, ma che non danno nulla per scontato, anche perché un forte voto d’opinione potrebbe portare Marino a un risultato a due cifre che, quindi, renderebbe difficile agli altri due candidati il superamento del fatidico 50% necessario per evitare l’ulteriore voto della Convenzione.
O aprire le trattative per un eventuale “lodo Scalari”, cioè il riconoscimento immediato da parte di tutti dell’elezione a segretario di colui che ha comunque preso più voti.

Ma ciò che incombe sulle primarie 2009 è innanzitutto l’asticella dell’affluenza il cui raggiungimento potrebbe essere stato messo a rischio dalla conflittualità interna tra i candidati.
Una delle richieste di sempre del popolo del Pd è stata, infatti, quella della tanto invocata “unità” dei dirigenti che nella fase congressuale si è invece via via trasformata da un naturale antagonismo in un’insana conflittualità. Un elemento che potrebbe aver disturbato il popolo delle primarie spingendolo a disertare le urne.

Il confronto televisivo tra i tre candidati (conclusosi con un comune appello ad andare a votare) si è svolto senza particolari asprezze, al contrario di quanto era avvenuto nei giorni precedenti nel corso dei quali le bordate non avevano mancato di essere ad alzo zero.
Ad infiammare lo scontro – già sufficientemente acceso – probabilmente era stato quanto detto il 29 settembre da Filippo Penati, coordinatore della mozione Bersani, che aveva annunciato una sorta di commissariamento di Franceschini (“da qui alle Primarie serve una direzione collegiale del partito”) visto che i numeri dei congressi nei circoli lo davano al di sotto di Bersani di parecchi punti.

Da lì in avanti si è scatenato un tiro incrociato quotidiano a suon di dichiarazioni al quale nessuno si è sottratto. Dai capitani agli scudieri, tutti ferratissimi a fare le pulci alle virgole degli altri candidati.

Un clima infuocato capace di appassionare gli elettori che affolleranno i seggi per schierarsi con l’uno o con l’altro? Alzare il livello dello scontro è stata una delle più studiate ed efficaci strategie di Berlusconi nel corso delle varie campagne elettorali così da “polarizzare” i votanti e spingerli a schierarsi.
Un’istigazione al “o con me o contro di me” discutibile, ma motivato dall’esistenza di due fronti politici contrapposti.
Ma cosa succede se questo imbarbarimento avviene all’interno di un partito nel quale poi tutti gli iscritti ed elettori si dovrebbero riconoscere e ritrovare?

Uno stop a questa tendenza è stato dato dal dibattito televisivo tra i candidati che si è trasformato in un evento politico-mediatico unico: nessun partito aveva mai aperto a tal punto il processo democratico interno per l’elezione del proprio segretario. Un passaggio storico, un precedente che segnerà la differenza nel futuro e con il quale anche il centrodestra dovrà necessariamente fare i conti.

E mentre il popolo delle primarie si appresta a recarsi alle urne, resta il dubbio che una contrapposizione così accesa possa non aiutare la spinta emotiva verso il voto e che, quindi, l’asticella dei 3 milioni e mezzo resti lontana. Con l’ulteriore incognita del numero delle possibili schede bianche.
Sarebbe un altro severo segnale degli elettori del centrosinistra ai dirigenti del Pd.

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