di Simona Palenga

scritto in Diritti, Donne & Uomini, InSicurezza, Lavoro, Musica, Storie, Viaggio | permalink

[Simona Palenga, che spesso si definisce una mercenaria del settore umanitario, e che ha trascorso diverso tempo per lavoro in Afghanistan, firmando anche diverse corrispondenze per Novamag, ha scritto questa riflessione dopo l'attacco del 28 ottobre scorso contro una guest house dell'ONU da parte dei talebani, che ha provocato sei morti]

Lo scorso settembre, molto rapidamente, ho lasciato l’Afghanistan, con casse di mobili dirette in Francia, valigie dirette in Italia e sacchi di scarpe e vestiti usati lasciati al personale che lavora nella casa in cui ho vissuto per più di 16 mesi: con me sarebbero finiti nel dimenticatoio, invece a Kabul, avranno una nuova vita.

Quel giovedì mattina, quando ho varcato la soglia del cancello della casa, nonostante un paio di solitarie lacrime, non mi sembrava che qualcosa fosse davvero finito per sempre.

Pensavo che tornare a Kabul non sarebbe stato poi così difficile, l’avevo fatto già una volta per andarci in vacanza a trovare gli amici e, allora, non avevo nemmeno il visto, stavolta invece avevo in tasca il passaporto con un visto ancora valido per mesi a venire. E poi c’era la mia casa, i miei coinquilini ancora là, senza contare che, potenzialmente, il mio compagno, dal futuro lavorativo ancora incerto, sarebbe potuto essere riconfermato nel suo incarico per un altro anno.

Da lontano, ho continuato a far parte della vita della casa di tutti i giorni, con email, chat e telefonate.
Semplicemente non partecipavo alle feste, non essendo fisicamente là.

Poi le cose sono cambiate alla fine del mese scorso, quando un attacco a una guest house ha fatto cinque morti tra il personale internazionale delle Nazioni Unite.
E sì, anche degli afghani sono morti, e non voglio sminuire la gravità dei fatti né  far credere che la vita di un internazionale sia più importante della vita di un afghano:  semplicemente, quel giorno, per la prima volta, la strategia del terrore è cambiata.

Un sms mi ha fatto pensare che fosse esplosa una bomba a Kabul; una breve chiamata, piena di incomprensioni, me lo ha confermato.
Poi ho acceso la televisione, BBC e Al Jazeera mi hanno rivelato tutto il dramma della situazione
Non riuscivo a credere ai miei occhi, avevo bisogno di saperne di più.

Il fatto che ero in un paese straniero, in cui ho dovuto esprimermi con il mio povero francese per farmi capire, con scarsa copertura telefonica e nessun collegamento a internet, ha reso quei primi momenti ancor più drammatici, ripensando a quella mattina.
In meno di un’ora, le cose sono diventate chiare e ho capito che nessuno di quelli che conosco – e a cui sono legata – era rimasto coinvolto nella vicenda. Almeno direttamente.

I giorni hanno ricominciato a passare come se niente fosse, nel frattempo altri particolari sono emersi, ma non essendo là di persona, non sono riuscita a capire l’effetto reale di quella mattinata.

Qualche settimane più tardi, ho passato due giorni con una delle mie ex coinquline, costretta a lasciare il Paese ed il suo lavoro, fino ad ulteriore comunicazione.
Con lei, ho visto le cose da un differente punto di vista.
Un ex collega una volta mi ha detto che i migliori testimoni sono donne, perché tendono a ricordare più particolari che non gli uomini.
Ascoltando le sue parole, ho visto le cose più chiaramente. E mi sono avvicinata di più a capire la sensazione generale di essere lì, ho letto tra le righe di conversazioni che non ho nemmeno ascoltato in prima persona.

Nelle ultime settimane, nuovi requisiti della sicurezza hanno imposto cambi sostanziali nelle aree residenziali e, per essere in regola, blocchi di cemento armato sono stati consegnati a quella che era la nostra piccola oasi di pace.
Oggi, anche il mio compagno sta preparando i bagagli per lasciare in modo definitivo la città in cui è arrivato nel settembre 2003.

In due mesi, da quando ho lasciato Kabul, stento ad immaginare come è diventato il posto. Ci ho pensato molto e con una certa pena, come fosse una ferita. Sono tornata a pensare quello che mi era parso evidente, appena arrivata nel Marzo 2005: l’Afghanistan è un Paese in guerra dove una vita “normale” non è possibile.

Mi ricordo che cosa ho pensato quando hanno rapito Clementina Cantoni: lavoravo a Faizabad, capitale provinciale del Badakhshan, nel nord est del Paese, due giorni di macchina da Kabul, anni luce dalle capitali europee.
Pensavo, anche con una certa invidia, a quella gente nella incredibile Kabul, in una bolla fatta di corsi di yoga, feste, ristoranti, piscine e serate salsa.

Ho lasciato l’Afghanistan a febbraio 2006 senza nemmeno guardare fuori dal finestrino.

Un anno era stato più che a sufficienza. Avevo perso peso, perso l’appetito, si erano anche diradati i capelli. Tornata a casa, sembravo un’altra persona.
Sette mesi più tardi però, ho ceduto alle tentazioni, e sono tornata in Afghanistan, per un nuovo incarico, a patto di essere di base a Kabul, in modo da avere anche io un tipo normale di vita.
Le feste sono iniziate anche per me.

Qualche settimana più tardi e mi sono trasferita in questa casa speciale, in cui lo spazio comune per vivere insieme è più importante delle stanze individuali.

Conosco le persone che lavano, stirano, cucinano e gestiscono il quotidiano della casa da maggio 2005. Le ho viste praticamente ogni giorno che ho passato nella casa. Ogni singolo giorno. In qualche modo, ripensandoci bene ora, sono le persone con cui ho vissuto più a lungo.

Se l’attacco fosse stato contro la nostra casa, lo scorso ottobre, il primo a morire sarebbe stato il nostro chokidor, il guardiano, l’essere umano più gentile a cui io possa pensare, la persona che non mi ha mai accolta al mio arrivo a casa se non con un gran sorriso, che in ritorno, faceva sbocciare il sorriso anche a me – con il potere magico di trasformare ogni giornata brutta in una non-così-male-tutto-sommato.

Evito di pensare a cosa ne sarebbe stato dei miei coinquilini, mi è semplicemente impossibile immaginare una tale possibilità.

Ho pensato a tutte le volte che ho infranto il coprifuoco, che sono stata a feste e sono tornata a casa su un taxi, senza coprirmi il capo, né indossando una camicia lunga a coprirmi il sedere.
Ora mi sembra di vedere quei piccoli occhi, nel buio della notte, registrare i nostri movimenti, studiare le nostre debolezze e forse progettante qualcosa contro di noi.
Noi, che ci sentivamo al sicuro nella casa con il giardino pieno di rose e di albicocche a primavera, con le feste a tutto volume fino alle prime luci del giorno.
Una nuova amministrazione sta assumendo la direzione della casa, le regole cambierano, i coinquilini cambieranno.

Lo spirito è perso.

Tutti quei balli, il cucinare insieme, le ore passate a oziare al sole in giardino, senza alcun bisogno di avventurarsi fuori del nostro piccolo paradiso… tutto sembra perso per sempre.
Non ci saranno più viaggi di ritorno, non più bicchieri di  martini nel bar, o teriyaki beef jerky, niente musica lounge durante i brunch vegetariani del venerdì e non più messaggi sulla lavagna per ricordarci di lasciare la cucina in ordine dopo aver mangiato.

E poi non ci sarà più la possibilità di essere in Afghanistan, un Paese a cui devo molto di quello che so, lavorativamente.

La musica è finita. E’ la fine di un’epoca. E fa male ammetterlo.


19 novembre 2009

1 commento »

RSS feed dei commenti a questo articolo.
TrackBack URL

Lascia un commento