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Capire se la guerra in Iraq sia finita sarebbe probabilmente più facile, se essa non fosse ancora un soggetto di cronaca e insieme già di storia. Per quello che vediamo tutti i giorni sulle agenzie di stampa (meno sugli altri media), con la consueta sequenza di attentati minori, l’impressione è che sia ancora in corso una guerra di bassa intensità, che non è più la quasi-guerra civile di due-tre anni fa né le operazioni di combattimento a guida Usa del dopo 2003, ma non è neanche quella che per noi occidentali, cresciuti ben dopo la Seconda Guerra Mondiale, è una condizione di “normalità”, di pace.
Intanto, però, l’Iraq è sempre più spesso nei film, nei serial tv, nei libri. E, cosa forse più strana, almeno per chi scrive, a teatro. Perché è dal palco teatrale che viene “Palace of the End”, scritto nel 2007 dalla canadese Judith Thompson e pubblicato in Italia quest’anno da Neo Edizioni, giovane casa editrice abruzzese.
Un testo teatrale, tre monologhi, di altrettante persone reali. L’americana Lynndie England, unica ancora in vita dei tre “personaggi”, soldatessa in servizio nel carcere di Abu Ghraib, condannata per gli abusi sui prigionieri iracheni che destarono indignazione mondiale dopo la pubblicazione di alcune foto su Internet. Lo scienziato inglese David Kelly, morto suicida dopo che il suo nome fu associato a una fuga di notizie sul modo in cui il governo britannico aveva “drammatizzato” il pericolo della presenza armi di distruzione di massa in Iraq (armi poi mai ritrovate).L’irachena Nehrjas Al Saffarh, esponente del partito comunista ed oppositrice del regime baathista di Saddam Hussein, morta nei bombardamenti americani durante la guerra del Golfo.
C’è la “cattiva” e ci sono i “buoni”, e forse per qualcuno risulterà troppo semplicistico lo schema di Thompson e della sua opera. Ma leggete il libro, e la narrazione vi apparirà allora ben poco schematica.
England, Kelly e Saffarh rappresentano tre voci tutte essenziali per cercare di capire – emotivamente, prima di tutto, perché questo non è un saggio e non ha la pretesa di esserlo, pure essendo le sue radici ben salde nel reale e vivendo di vita vera i personaggi – per cercare di capire la guerra, soprattutto la guerra al tempo dei media.
La soldatessa England, che si definisce “un eroe americano”, è la ragazza un po’ ignorante del negozio accanto che gli eventi trasformano in un normalissimo “mostro”, di quelli che può partorire qualunque regime, che possono aderire a qualunque ideologia con un retroterra violento. Kelly rappresenta la resa, l’incapacità delle “brave persone” ad affrontare l’ingiustizia, che al massimo sanno denunciare solo dandosi esse stesse la morte. Saffarh, la figura forse più cristallina di “Palace of the End”, è la forza della vita, la sua poesia, vittima dell’ignoranza.
Questo libro non serve a informare, anche se ha un certo senso e un valore leggere alcune delle domande che i personaggi fanno e si fanno, tenere a mente (e indignarsi per) come è stata costruita e alimentata la guerra in Iraq. Ma è soprattutto per i meccanismi psicologici ed emotivi che narra, in un modo così chiaro e diretto e insieme poetico, che vale la pena leggerlo.








