di Redazione

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Il 1990 fu l’anno della Pantera, forse l’ultimo grande movimento studentesco (di rivolta studentesca?)  in Italia, sicuramente uno dei più originali, anche per il suo rifarsi a un simbolo, quello del leggendario felino segnalato quell’anno nelle campagne romane, piuttosto anomalo.
Qui di seguito Checchino Antonini, giornalista di “Liberazione” – e un sacco di altre cose – racconta la sua occupazione del ’90.
Scrivete (all’indirizzo redazione@novamag.it o alla pagina “scrivi”) della vostra Pantera, o anche di cosa facevate in quell’anno, senza parteciparvi.

di Checchino Antonini / Confesso che non l’avevo capito al volo quello che stava per accadere. Sì, avevamo avuto notizia di quello che stava succedendo a Palermo da prima di Natale. Quei ragazzi che rioccupavano una facoltà tredici anni dopo il ’77. Ma Palermo era lontana.

Era lontano tutto. Sembravano vicine solo Timisoara e Berlino Est, le cui immagini le televisioni rimandavano in loop sospendendo di continuo la normale programmazione. Così ricordo, almeno. Un’aria mefitica da “fine della storia”. Ma questo l’avrebbe detto qualcun altro, un paio d’anni dopo. E’ vero pure che ero attivo nel collettivo di sociologia ma erano cinque anni che non si registravano turbolenze. L’ultima era stata battezzata dai giornali: I ragazzi dell’85 e aveva agitato più i licei che le facoltà, e durò poco. I collettivi “trattavano” coi professori per adoperare le fotocopiatrici, provavano a denunciare il malaffare di Comunione e Liberazione e dei socialisti. Ogni tanto si discuteva di politica. Ma fuori dall’università c’era la medesima aria stagnante che regnava negli atenei. Per noi si preparava la riforma Ruberti, i privati a gestire direttamente un’università piuttosto costosa, ma solo per gli studenti. Per i lavoratori era quasi pronta la legge antisciopero. Per tutti stava per arrivare la legge Craxi-Iervolino sulle droghe e nessuno avrebbe scommesso sulla sorte della scala mobile.

Io, fuorisede e fuoricorso, per giunta di lungo corso dacché avevo deciso di partire militare prima di cominciare l’università. Quel fine settimana, appunto, avevamo organizzato un raduno di reduci del mio corso allievi ufficiali. Alcune compagne del collettivo erano state coinvolte per il servizio di “bebisitteraggio”. Tra compagni era uso scambiarsi le occasioni di (sotto)lavoro. Quando noi ex ufficiali tornammo dalla cena, c’erano alcuni compagni che ci aspettavano – me e le bambinaie – sotto un albergo di piazza Vittorio. Era pronto il volantino per l’assemblea dell’indomani. Qualcuno era già euforico – «Domani occupiamo pure noi!» – io, dall’alto dei miei 27 anni frenavo: «Guardate che, tutt’al più, finirà che qualcuno di noi si incatenerà al portone di Magistero in segno di vibrante protesta». Andai a dormire con più nostalgia dei miei vent’anni in grigioverde che frenesia per gli eventi futuri.

Invece, il pomeriggio appresso, l’aula 1, la più grande, era strapiena. Alla Città universitaria (noi di Magistero stavamo a Piazza Esedra, ovvero piazza della Repubblica) la protesta era divampata già in mattinata a Lettere e a Scienze politiche. E il venerdì, tre giorni prima, aveva occupato Psicologia, a S. Lorenzo (ma allora pure S. Lorenzo poteva essere più vicina a Palermo che al resto di Roma). Il contagio fu rapidissimo e a nulla valsero i tentativi di pompieraggio dello sparuto gruppo di figgicciotti, rampolli di un Pci che di comunista avevano solo il nome e gli faceva così schifo che già da un paio d’anni si ripromettevano di cambiare. Loro vedevano le occupazioni come una persona normale desidera una colonscopia perché la riforma era pure roba loro. A quei tempi si chiamava consociativismo.

Così alla fine toccò anche a me di prendere la parola. Fui rapidissimo per via del panico di parlare in pubblico: chiesi una votazione e l’occupazione vinse con percentuali bulgare. Andammo di corsa a comprare un lenzuolo in una merceria miracolosamente ancora aperta e ci scrivemmo che la facoltà era occupata. Penzolò fino a Pasqua dal portone. Era la sera del 15 gennaio. Eravamo allegri, infreddoliti, preoccupati da un blitz della polizia. Ma, soprattutto, allegri. Battemmo i denti, la prima notte, a dormire sui banchi coperti solo dai giacconi.

Ci facemmo chiamare la Pantera come la belva che, nelle stesse ore, veniva avvistata nelle campagne. Volevamo avere la sua inafferrabilità. I giorni passarono, l’autogestione scandì le nostre vite. La sera, quando sbarravamo il portone, ci sembrava che ci fotografassero dalle finestre più basse del vicino Grand Hotel. Credevo che, da un momento all’altro, la polizia avrebbe fatto irruzione nella facoltà e ci si sarebbe bevuti tutti. La notte eravamo un centinaio.

Schema di una giornata tipo. La mattina rassegna stampa e pulizie. Ognuno s’era ricavata la mansione che più gli si addiceva. Pranzo a mensa a mille lire (vi ricordate il welfare?) da dove riportavamo una gran quantità di cibarie per chi era restato di guardia. Ogni tanto scattava l’allarme e ci mettevamo a pedinare qualcuno che era entrato in facoltà con un fare troppo guardingo o coi capelli troppo rasati. Allora non si usava. A portarli a zero erano solo i nazi o i parà. Stesse merde, l’unica differenza le stellette. Il pomeriggio era il momento dei corsi autogestiti, prima, e della plenaria sul tardi. Dopo la plenaria c’era l’assemblea organizzativa, mi sembra si chiamasse commissione logistica che decideva come dare seguito alle decisioni politiche e, in genere, di tutte le altre faccende pratiche, le sottoscrizioni, l’organizzazione delle feste, i turni di vigilanza e pulizia. I corsi, invece, servivano ad approfondire lo studio della riforma, a delineare l’università che volevamo, ad affrontare i nodi teorici, storici e politici scelti in assemblea. Con noi alcuni ricercatori e professori di buona volontà seguiti da alcuni di noi più sensibili ai temi della didattica. Molti di loro erano dilaniati tra la voglia di occupare e quella di guadagnare punti per diventare a loro volta docenti.

La novità tecnologica rispetto agli altri movimenti fu il fax. Lo usavamo per spedirci cartoline di saluto da una cittadella all’altra e i testi delle mozioni. Quando scovammo il nostro, dopo un paio di giorni, lo portammo in processione per tutti i piani. A pensarci ora ci mancò una radio e un leader. Le radio che esistevano non erano attrattive e la storica Radio Città Futura, che allora trasmetteva solo un nastro per mantenere la frequenza, non ci volle aprire i microfoni. Di leader nessuno avrebbe sentito la mancanza. A dire il vero uno di noi si sentiva tale e si atteggiava da conducator-ideologo ma restò solo con uno sparuto circolo di adepti che si riunivano segretamente per cercare di orientare le assemblee. Aveva le phisique du role: alto, biondo, sportivo, voce tonante, le maniche della camicia sempre arrotolate, costringeva sua madre ad ascoltare le prove dei suoi sermoni. E iniziava immancabilmente così: «Posso parlare anche senza microfono…». Ci restò male quando scegliemmo un’altra compagna per andare a Samarcanda di Michele Santoro dedicata alla Pantera.

Toccò a me, per caso, completare la conquista del territorio. Il preside, o chi per lui, aveva fatto in tempo a svignarsela chiudendo la sua porta blindata. Io, che la mattina lavoravo in una libreria russa proprio di fronte alla facoltà, m’ero cercato uno spazio per dormire qualche ora in pace. Ed era di fronte alla presidenza. Una mattina, mentre andavo a sciacquarmi il viso, in mutande, intravidi la segretaria del preside intrufolarsi nel suo ufficio. Feci istintivamente per nascondermi ma poi presi coraggio e mi mostrai così, seminudo “armato” di uno spazzolino da denti col dentifricio già spalmato: «Lo sa che la presidenza è occupata?», chiesi alla signora che non credeva alle sue orecchie, tanto meno ai suoi occhi. «Ah sì, e da quando?». «Da ora», intimai e sfilai il suo mazzo di chiavi dalla toppa e lo infilai nell’elastico degli slip. Quando ho raccontato quest’episodio a Bepi Vigna, l’autore del bonelliano Nathan Never, lo ha voluto inserire in un suo romanzo.

Le facoltà, la nostra in particolare, erano posti ospitali. C’era sempre qualcosa da fare, e assemblee e discussioni. Battaglia politica. Qualcuno sembrava fregarsene, veniva in assemblea solo quando c’era da votare sulla prosecuzione dell’occupazione. E votavano l’autogestione a oltranza per difendere uno spazio di libertà inaspettato. Poi, avrebbero proseguito a svegliarsi tardi, suonare la chitarra, guardare film in cassetta, colorare le scale e i muri. Se uscivano era per comprare cornetti di notte o per girare altre cittadelle universitarie occupate, viaggiando in treno con biglietti falsificati da un’anarchica sapiente che oggi vive in uno squat di Berlino. Ma in un certo senso erano loro a tenere in piedi l’occupazione: cucinavano, organizzavano le feste, i corsi di mimo, pittura, ceramica e quant’altro, rendevano ospitali biblioteche e studi di baroni pieni di risorse (poltrone, videoregistratori, libri) negate agli studenti. Erano loro a far funzionare le fotocopiatrici, a scovare le risme dei fogli, a far accendere i computer dell’epoca adoperando rudimenti di basic che parevano aramaico ai più profani.

I politici, spesso, li guardavano con sospetto, così allergici a lasciarsi catechizzare. Preferivano dormire a casa e, appena potevano, andavano ad altre riunioni nelle sedi ammuffite dei gruppi. Erano i due gruppi più grandi a non vedere l’ora che le occupazioni finissero per poter tornare al tran-tran della politica normale: i “moderati del grande partito” avrebbero voluto che in parlamento arrivassero le parole degli studenti per emendare una riforma a sentir loro inevitabile, i “duri-puri” volevano portare carne fresca nei centri sociali che, allora, godevano a rappresentarsi come fortini assediati da difendere ad ogni costo.

Passavano le settimane e sembrava che saremmo potuti andare avanti così per sempre. La paura dello sgombero m’era passata. La sera era il momento più bello. Una volta, per finire un cruciverba particolarmente difficile, abbiamo scorazzato in lungo e in largo per trovare enciclopedie e mappe dove attingere le risposte. Google era lontano anni luce. Nelle stanze in cui facemmo irruzione c’era chi decorava i muri, chi suonava, chi faceva l’amore.

Ma non poteva durare anche se nessuno ci veniva a cacciare. Le discussioni si annodavano monotone con la figgiccì che premeva per farci ingoiare il rospo della riforma e gli autonomi che volevano tornare a casa pure loro. Eravamo isolati. Il mondo non si accorgeva di noi. I lavoratori ci ignoravano. Io ero in Democrazia proletaria ed escogitammo uno stratagemma per consegnare la discussione sull’università al resto della società: un referendum sull’articolo che rendeva possibile l’attuazione della riforma. Ma l’idea non fece strada e così, poco a poco, le facoltà si disimpegnarono e anche noi tornammo a casa. Il 9 maggio sulle scale della Minerva, la celere ci diede una bella ripassata e fu la fine. Così ricordo, almeno. Ma il movimento ci aveva segnato in maniera indelebile con la sua socialità autogestita, i suoi spazi non mercificati, l’idea che si poteva decidere tutti insieme un altro destino. Erano finiti gli anni Ottanta.

Non ci siamo più persi di vista. Abbiamo frequentato i centri sociali e ne abbiamo occupato di nuovi che somigliavano sempre più alle nostre facoltà occupate, abbiamo fondato e chiuso giornali, abbiamo innervato l’esperienza della rifondazione comunista, girato il mondo appresso al movimento no global. Alcuni di noi sono riusciti a fare i professori e non ricordano volentieri quella stagione. Una delle occupanti di allora, una delle più arrabbiate, oggi è responsabile nazionale Università del Pd o qualcosa del genere. Continuiamo a incontrarci ai cortei. Qualcuno scrive, qualcuno fa ricerca, c’è chi lavora nella cooperazione sociale, un paio sono stati sindaci in Barbagia e nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Una pantera è diventata Jena (nel senso di Italia 1), nacquero gruppi che fecero parlare di sé (Assalti frontali, solo per citare la scena romana). Uno di noi è stato su tutti i giornali perché è quel docente che stacca il crocefisso dal chiodo non appena entra in aula. Un’altra ha fondato un centro femminista e, con le sue compagne, ogni tanto si camuffa e va a liberare qualche donna segregata e picchiata dal marito.

Nel giorno del decennale ero tra quelli che provavano a raggiungere il lager per migranti che l’allora ministro Napolitano aveva fatto spuntare a Ponte Galeria. Riconobbi uno dei miei compagni dell’occupazione. Ci facemmo gli auguri poco prima che il commissario ordinasse la carica. Restò ferito un ingegnere in pensione, il più mite che si possa immaginare. Il commissario era lo stesso che, da capitano, un quarto di secolo prima, denunciò i metodi illegittimi della celere padovana. Ma si sa i tempi cambiano.

La Pantera non fu mai trovata. Forse s’è persa. Anche lei.

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