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«Il salvataggio di migliaia di ebrei da me compiuto è, nel rapporto, delineato soltanto nelle sue linee essenziali. Resto perciò a sua disposizione per quelle delucidazioni che Ella eventualmente ritenesse opportune»: questo scriveva Giorgio Perlasca ad Alcide De Gasperi per informarlo su quanto successo a Budapest, negli ultimi anni della guerra.
Nel rapporto raccontava com’era riuscito a salvare circa 5 mila ebrei dalla deportazione, spacciandosi per diplomatico spagnolo. De Gasperi non rispose. Questa ed altre vicende, amare, che hanno segnato la lunga «dimenticanza» della storia, silenziosa e coraggiosa del padovano Giorgio Perlasca si trovano nel libro di Dalbert Hallenstein e Carlotta Zavattiero «Giorgio Perlasca. Un italiano scomodo» (Chiarelettere, 220 pagine, 14 euro) uscito in questi giorni e che sarà presentato a Padova il 31 gennaio in occasione del centenario della nascita di Perlasca.
Hallenstein, giornalista investigativo di origine australiana – che ha lavorato per diverse testate (tra cui il Sunday Times di Londra) e ha scritto molti saggi – il suo ultimo libro lo ha scritto assieme alla Zavattiero sulla base dell’ultima intervista a lui rilasciata da Perlasca nel luglio 1992, un mese prima di morire.
Ne abbiamo parlato con l’autore cercando di ricordare innanzitutto cosa fece Perlasca.
«Faceva il commerciante di bestiame a Budapest – dice Hallenstein – aveva il monopolio del commercio alimentare tra Italia ed Europa dell’Est. Nel ’42 arrivò a Budapest, dove la situazione era ancora tranquilla: anche gli ebrei circolavano ancora senza problemi. Nel 1943 le cose peggiorarono. Ci fu un colpo di Stato, organizzato dai tedeschi: iniziò il terrore e la deportazione di 400 mila ebrei dalle province. Perlasca aveva problemi con la Gestapo: volevano il bestiame che lui mandava in Italia. Quando cadde il fascismo, lui dovette scegliere: stare con la Repubblica di Salò o con la monarchia. Ma proprio per il suo rifiuto delle leggi razziali e della persecuzione degli ebrei decise di stare con la monarchia».
Era stato fascista?
«Da giovane aveva seguito il mito del fascismo “dannunziano”: quando però capì che Mussolini stava per stringere alleanza con Hitler si allontanò. Non poteva sopportare l’idea delle leggi razziali, lui che aveva molti amici ebrei in Italia».
Cosa fece per salvarli a Budapest?
«Grazie al suo status di quasi diplomatico a Budapest, entrò in contatto con gli ambienti dell’ambasciata spagnola: riuscì ad entrare nell’ambasciata di Spagna, come diplomatico “fasullo”. In quell’occasione riuscì a emettere salvacondotti e tenere gli ebrei in alcuni appartamenti che Perlasca sosteneva fossero “extraterritoriali”. Si prese la responsabilità di accudire tutte queste persone: portava loro da mangiare e li custodì in vari modi, prima a sue spese e poi chiedendo aiuto».
Quanti ne salvò, in totale?
«Circa 5 mila. Ma mi raccontò che anche grazie alla sua mediazione i nazisti non incendiarono il ghetto di Budapest dove erano ammassati altri 70.000 ebrei».
Quando finì la guerra raccontò la sua storia. Perché fu ignorato?
«Fece un rapporto, che inviò anche a De Gasperi, che aveva conosciuto personalmente. Ma non ricevette risposta. Era stato un fascista, e per questo non era ben visto dalla sinistra di allora. Dall’altra parte non aveva aderito alla Repubblica di Salò e aveva tradito il fascismo, e per di più dichiarava candidamente che aveva aiutato gli ebrei non perché spinto da motivi religiosi, ma solo per un senso di umana compassione. Solo nel 1990 sulla Rai Giovanni Minoli raccontò per primo la sua storia».
La Chiesa Cattolica lo sostenne?
«A Budapest il nunzio apostolico, Angelo Rotta, si adoperò anche lui per salvare gli ebrei. Al funerale di Perlasca però non intervenne nessun alto prelato».
Quali furono i sui rapporti con la comunità ebraica?
«In Israele gli fu riconosciuta l’onorificenza di ”Giusto delle Nazioni”, e molti degli ebrei che salvò vennero a cercarlo per ringraziarlo di persona».
La «lezione» di Perlasca per noi, oggi?
«Le ideologie non contano nulla: di fronte alla sofferenza degli uomini non si può restare indifferenti».








