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A un anno dalla morte di Eluana Englaro, il 9 febbraio 2009 a Udine, ri-pubblichiamo un racconto ispirato a quella vicenda.
Oggi, intanto, il quotidiano “La Repubblica” ospita una lettera di Beppino Englaro, padre di Eluana, che chiede al Parlamento di varare una legge sul testamento biologico e sul cosiddetto “fine-vita”.
[La versione pdf si può scaricare qui]
L’uomo anziano fissava la massa di cavi che i tecnici avevano sparso sopra il letto che ospitava la donna, chiedendosi per un attimo se qualcuno avesse tenuto il conto dei fili e sarebbe poi riuscito a disfare il groviglio.
Poi, avvicinandosi alla finestra, abbassò con un dito una lamella della tenda veneziana, quel tanto che bastava per guardare all’esterno. Nel buio, si scorgevano appena i profili delle auto e dei pickup a bordo del quali erano arrivati. Più distanti, i coni di luce proiettati dai lampioni di una strada secondaria.
“Non so, non so proprio”, disse l’uomo anziano, continuando a lisciarsi i radi capelli con una mano, quasi nel tentativo di allungarli fino alla fronte.
“Presidente, qui è lei che comanda. Basta una sua sola parola e ripristiniamo lo status quo ante”, disse, dopo aver fatto un passo avanti, un uomo in mimetica.
“Presidente, se non la sente, è comprensibilissimo. Questa è una prova durissima, anche per persone della sua tempra, della sua fede….”, sussurrò un secondo uomo in mimetica, sulla cui uniforme brillava una croce.
“No, padre”, lo interruppe l’anziano leader, con un vago sorriso. “Non sarebbe un argomento da portare alle orecchie di un religioso, ma sotto l’abito siete uomini anche voi, no? Non ho alcun dubbio su questa cosa. Siamo qui, e la faremo. Mi dicevo solo che io, le donne, sono sempre stato abituato a prenderle in un altro modo. Non con una provetta”.
Per qualche istante sulla stanza cadde il silenzio, intervallato solo da un bip regolare.
“Ma funzionerà?”, riprese l’anziano leader, di nuovo sbirciando dalla finestra.
“Il Vecchio dice di sì”, disse il militare. “Il Vecchio è affidabile”.
“Il Vecchio ha già commesso un errore, una volta”.
“Be’, Presidente, non fu proprio colpa sua. Gli israeliti…”, disse il cappellano militare.
“Taccia, padre. Almeno per oggi, ci risparmi i suoi soliti predicozzi antisemiti – lo interruppe nuovamente il Presidente – Lo sappiamo tutti come sono gli ebrei. Cocciuti, ma brillanti, grandi lavoratori. Fosse me, li nominerei cittadini milanesi ad honorem. Anzi, ora che mi ci fa pensare…”.
Il Presidente distolse un attimo lo sguardo, poi tornò a fissare il sacerdote in mimetica.
“L’errore di Hitler è stato proprio quello di metterseli contro. E l’errore del nostro Vecchio dottor Mengele è stato quello di pensare che agli ebrei si potesse farla sotto il naso, anche dopo 30 anni”. “Ma qui non si tratta di clonare Hitler, no?”, ridacchiò il vecchio leader. “Il Papa non ci avrebbe mai dato la sua benedizione”.
Il corteo di auto e pickup senza insegne ufficiali si allontanò dalla Clinica, sotto lo sguardo attento delle guardie armate che presidiavano il perimetro della Clinica.
Nella stanza della donna, ora, era tornato il silenzio, rotto solo da quel bip regolare.
“Presidente, fossi in te starei attento a scherzare troppo su questa storia della clonazione e di Mengele”, disse l’uomo in borghese seduto di fronte al vecchio leader, nello spazioso retro dell’auto che li trasportava all’eliporto. “Comincio a pensare che Sua Santità abbia mangiato la foglia. Se scoprisse che stiamo armeggiando con quella roba, sarebbe molto meno comprensivo”.
“Quel vecchio pretaccio deve stare attento. Posso sempre mandarlo ad Avignone. Hai visto gli ultimi sondaggi, G.? I preti non sono più così popolari ultimamente. Chi pensi che protesterebbe, se lo rispedissimo in Francia? I venditori di cartoline di piazza San Pietro? Frate Indovino?”.
“O se no, lo sai che faccio?”, proseguì il Presidente. “Come si chiama, quel videogioco di moda? Uè?”.
“Wii, Presidente”, lo corresse l’uomo in borghese, abbigliato piuttosto elegantemente, mentre estraeva da una voluminosa cartella documenti che attendevano solo la firma dell’anziano leader.
“Ah, già, Oui. Perché gli hanno dato un nome francese, se è giapponese? Comunque: hai presente quel gioco con la piattaforma per fare il Fitness? Gli faccio creare il gioco per pregare online, con tanto di inginocchiatoio collegato col cavo Ups”.
“Usb, Presidente. Ups è quello del corriere a priorità garantita”.
“Usb, Ups, è uguale, tanto il premier giapponese è un amico. Lo chiamo quando voglio. Gli chiedo quello che voglio. E poi, voglio vedere chi ci va più, in chiesa a pregare”.
“Professore, Professore, si svegli”.
Il Vecchio si destò a fatica. Il sonno polifasico è una gran cosa, per vivere più a lungo – certo, insieme ai trapianti regolari di organi… – ma a volte è particolarmente seccante interrompere i sogni che ci regala il nostro inconscio. In quel momento, il Vecchio stava rivivendo un gustoso amplesso con una favolosa india con gli occhi verdi che aveva scovato durante la sua permanenza a Candido Godoi, nel sud del Brasile.
A quel tempo, si faceva chiamare Rudolf Weiss, e nessuno s’era mai accorto dell’assonanza del nome che s’era scelto con quello di Rudolf Hess. Lui, libero nella foresta amazzonica a continuare le sue ricerche sui gemelli, e l’altro a contare i cento passi in carcere a Spandau.
Se ci fosse stata una giustizia divina, quel maledetto idiota di Hess non avrebbe dovuto morire nel 1987, ma continuare in eterno a pestare la polvere di quell’edificio. Lui e le sue cianfrusaglie esoteriche, per fortuna, non avevano impedito che il Fuhrer incoraggiasse ancora lo studio delle Vere Scienze, come la genetica…
Il Vecchio ora era in piedi, impegnato a sorbirsi un tè e il rapporto dei suoi collaboratori sul suo nuovo progetto. La clonazione del Presidente. Utilizzando come ospite una donna in stato vegetativo da anni, da quasi due decenni.
Sulle prime, quando il messaggero che lo aveva contattato gli aveva spiegato i termini dello scambio, tra lui e quell’idiota di terrorista italiano che si era messo a fare lo scrittorucolo, il germe del dubbio aveva cominciato ad attecchire. Poi però, il Vecchio lo aveva estirpato come si fa con un’erba fastidiosa.
“La Scienza può questo ed altro”, aveva risposto due giorni dopo al messaggero, accettando lo scambio. Come risultato, lo scrittorucolo era rimasto in Brasile a fare il rifugiato politico e l’ospite saltuario ai talk show, mentre lui aveva assunto un’altra identità, l’ennesima, e s’era sottratto ancora una volta giusto in tempo ai giudei.
E ora, a quasi cent’anni suonati, eccolo impegnato in un altro progetto di cui si sarebbe parlato per secoli.
Certo, non gli avevano consentito di clonare il Fuhrer, di rinnovare il Reich Millenario, però la sfida era se possibile quasi più interessante, almeno da un punto di vista scientifico. Non per il Presidente, che era l’ennesimo italiano da operetta che incontrava sulla sua strada. Quando sentiva che di tanto in tanto qualcuno lo paragonava al Duce, soprattutto dopo la decisione di militarizzare la Clinica dove era ricoverata la donna – anzi, il suo corpo – sorrideva comprensivo.
“Non è lui a essere simile a Mussolini, poverini”, pensava tra sé. “Siete voi a essere tutti afflitti da questa tara genetica che vi fa sembrare tragici e ridicoli, crudeli e creduli a un tempo. La purezza della razza l’avete perduta da tempo. Ormai sembrate piuttosto l’esito dell’accoppiamento corrotto di parenti stretti. Avete sangue infetto. Anche se il vostro vino e la vostra cucina restano insuperati, devo ammettere”.
Il rapporto che Joseph Mengele ascoltò quella mattina, prima dell’alba, era simile a quello che aveva ascoltato da settimane, tutti i giorni. La paziente E. si comportava bene. O meglio, il corpo faceva il suo dovere, si limitava disciplinatamente a consentire all’Ospite di accrescersi, con qualche opportuna correzione medico-farmacologica di tanto in tanto assicurata dall’équipe di esperti.
L’arrivo dell’Ospite era stato programmato in due fasi. La prima era quella che Mengele amava chiamare l’Emersione – figurandoselo piuttosto come un U-boat della marina nazista – quando la formazione degli organi dell’Ospite sarebbe stata almeno sufficiente a farlo trasferire dal ventre umano a quello ipertecnologico di un’incubatrice di nuova concezione.
Poi, dopo un tempo che era ancora da considerarsi variabile, l’Ospite sarebbe stato pronto a uscire dalla macchina-madre e a incontrare il suo unico Genitore. il Padre.
Nel frattempo, nel nebuloso mondo che esisteva fuori dalla Clinica – e la cui esistenza a Mengele non interessava più di tanto – il Parlamento aveva approvato una legge che garantiva ai figli nati fuori dal matrimonio stessi diritti di quelli generati da padri e madri in regola con costumi.
Alcuni commentatori avevano indicato nel provvedimento un segno della ragionevolezza laica che pure animava il governo in carica, nonostante le critiche di chi lo considerava invece una sorta di giunta clerico-fascista.
Erano solo in pochissimi a sapere che si trattava invece dell’ennesimo caso di conflitto d’interessi del capo del governo.
Qualche giorno prima, intanto, il Presidente aveva reso noto – attraverso un’intervista a una trasmissione televisiva canora molto seguita – di essersi separato dalla moglie. “Una decisione sofferta ma meditata da entrambi, consumata ora che i ragazzi sono grandi. E corroborata dalla certezza che tra noi correrà sempre rispetto e anzi, direi un’affettuosa amicizia”.
“Io son sicuro che / in questa grande immensità / qualcuno pensa un poco a me / e non mi scorderà“, sussurrava l’altoparlante nascosto dietro qualche colonna in finto stile dorico del palazzo del governo.
“Sì, io lo so / tutta la vita sempre solo non sarò, / un giorno troverò / un po’ d’amore anche per me / per me che sono nullità / nell’immensità“.
Il Presidente sembrò sul punto di asciugarsi una lacrima, ma si trattenne, mentre improvvisamente lo colse un pensiero: “C’è qualcosa di innaturale in tutto questo. Io sono vecchio, ammettiamolo. Johnny Dorelli è un vecchio come me, dato che ha la mia età. Eppure sto qui ad ascoltare la sua voce in una canzone di quando aveva appena 30 anni, era giovane. E quella voce resterà giovane per sempre, mentre noi invecchiamo. E ci commuoviamo, o battiamo col piede il tempo, come dei patetici vecchi”.
“Ma adesso quest’ingiustizia sta per finire – si consolò – ora nascerà Lui e io non sarò più solo”.
G., sempre elegante e rilassato come d’abitudine, guardò il Vecchio negli occhi con un accenno di fastidio, poi si rivolse al traduttore.
“Per favore, ripeta al Professore che avevamo chiarito questo punto all’inizio. Il processo di clonazione non è contemplato nel nostro deal. Non esiste. Non è mai esistito. La Chiesa non autorizzerebbe mai una condotta del genere. Io stesso, come cattolico praticante e uomo di buon senso, non sono sicuro di poterla non dico accettare, ma anche solo sentirla nominare, la clonazione umana. Neanche quella animale”
“E poi qui non si è mai parlato neanche di fecondazione, fino a che il Parlamento, bontà sua, non ha ritenuto di approvare una lievissima modifica che adegua i benefici a certe coppie non unite dal vincolo del matrimonio, a condizione che entrambi abbiano quanto meno ricevuto il battesimo o che ci sia il nulla osta del sindaco…”.
Lei, che dev’essere luterano, ignora probabilmente quanto la Santa Sede sia attenta alle evoluzioni della società moderna, nonostante quel che pretendano alcuni critici malevoli e pieni di pregiudizi, ma quello sarebbe stato un passettino un po’ troppo lungo anche per una scarpa Prada del Papa…”.
“E poi che dico? Neanche il nostro deal è contemplato da qualche parte. Lei non è contemplato. Lei non esiste. Anzi, sa, sto cominciando a temere di parlare con un fantasma…”.
“Mi stai forse minacciando, piccolo insulso italiano?”. La statura di Mengele sembrò allungarsi di altri buoni 10 centimetri su G.
“Vedo Professore che la sua padronanza dell’idioma è notevole, complimenti. Credo allora che avrà capito ancora meglio, nonostante l’abile traduttore che ci assiste, che la mia non era affatto una minaccia, ma una asciutta, piatta, se preferisce scientifica, constatazione della realtà. Lei non può raccogliere documentazione di alcun tipo su quello che sta avvenendo qui, tanto più ora che siamo vicini alla meta. Neanche appunti. Se proprio vuole, eserciti la sua memoria”.
“Come osi?”, urlò Mengele, al punto che la pesante parete di plexiglas che divideva la stanza dal laboratorio con al centro l’incubatrice sembrò ondulare lievemente.
L’Ospite era emerso già da alcuni giorni, e i check-up ripetevano ciclicamente che la sua crescita era costante, piana e inarrestabile. Non lo stesso accadeva invece per l’incubatrice umana – come aveva preso a chiamarla Mengele – che dava segni di instabilità sempre più frequenti.
Ora Mengele veniva trattenuto, e a stento, da due giovani collaboratori. Nonostante l’età, le sue condizioni fisiche e muscolari in particolari erano eccellenti. Frutto non solo della sua tempra ariana, amava ricordare, ma della scelta di fare anche di sé, del proprio corpo, un laboratorio di medicina sperimentale.
“Come osi, piccolo verme mellifluo? Qui si sta spingendo oltre la frontiera della scienza, del sapere, e tu, coi tuoi modi da pretino, vorresti impedire a me, al grande Joseph Mengele, di cogliere i frutti di una vota di lavoro e sacrifici?”.
“Joseph Mengele è morto nel 1979 a Bertioga, in Brasile, lo sapeva, caro?”, disse G. al giovane genetista che aveva appena sedato il Vecchio dandogli una provvidenziale bottigliata in testa. “Lo ho letto ieri sera per caso su Wikipedia. Se fosse ancora vivo oggi avrebbe quasi 100 anni. Chissà perché il Professore ha perso così la testa. Che mistero, la psiche umana, non trova? Affascinante”.
L’uomo elegante e rilassato chiuse la sua voluminosa borsa di pelle e lasciò la stanza, accostando delicatamente la porta.
Tre giorni dopo la scomparsa del Professore dalla Clinica – che nessuno peraltro denunciò alle autorità perché fu ritrovata una lettera scritta di suo pugno in cui il Vecchio annunciava di andarsene con la sua nuova fiamma, un’infermiera bulgara – il corpo di E. fu dichiarato Segreto di Stato.
Nel frattempo, il Presidente aveva avuto un figlio maschio, sorprendentemente simile a lui, come poterono testimoniare numerose foto d’epoca.
“I-dentici, come due pesci”, scherzò lui, fotografato in una nursery alle prese con pannolini e crema idrante. “U-guali, come due pesci”, gli fece eco solerte, ma con meno successo, uno dei vice capi del suo partito.
Contraddicendo il motto mater semper certa, nessun media riuscì però per giorni a identificare la genitrice del bimbo.
Il mistero fu svelato di lì a poco, quando la felicità dell’anziano leader fu lacerata dall’indicibile sofferenza della perdita dell’amata E., annunciata dal Comitato sui servizi segreti. E un rotocalco rivelò, con ampio corredo fotografico che mostrava il Presidente seduto affianco al suo letto, la liason con la donna.
“Sarò per lui un padre e una madre”, disse il Presidente asciugandosi una lacrima al tg dell’ora di massimo ascolto, mentre stringeva tra le braccia l’Ospite.
NOTE
Joseph Mengele è nato nel 1911 in Germania ed è morto, secondo quanto ricostruito dalla giustizia tedesca, nel 1979 in Brasile. I suoi resti sono stati esumati nel 1985 e identificati dagli anatomopatologi di un’università brasiliana. Nel romanzo e nel film I ragazzi venuti dal Brasile si immagina che Mengele stia cercando di clonare Adolf Hitler, ma che alla fine il cacciatore di nazisti Lieberman (coniato sulla figura storica di Simon Wiesenthal) riesca a sabotare i suoi piani.
Rudolf Hess (1894-1987) considerato il numero 2 del nazismo, fu arrestato in Scozia nel 1941 dopo essere arrivato dalla Germania da solo con un caccia, nel tentativo, si è sempre detto, di mediare una tregua con la Gran Bretagna in funzione anti-russa. Era uno dei membri della società segreta Thule, considerata l’anima esoterica del nazismo. Morì nel 1987 nel carcere tedesco di Spandau.
Il sonno polifasico, praticato in particolare da Leonardo da Vinci, alterna 4 ore di veglia a un periodo di 20 minuti ad occhi chiusi, per un totale di 120 minuti di riposo su 24 ore.
La canzone L’Immensità è la più famosa di Johnny Dorelli. Scritta con Don Backy fu presentata al Festival di Sanremo nel 1967.









[...] IL RESTO, QUI. [...]
Pingback by pop » Il figlio di E. — 10/02/2009 | 14:18
Ci metto anch’io una nota, ma non ho ritrovato la fonte: l’utero artificiale è già stato inventato, e pare che funzioni. Oddio, con tutti i problemi del caso.
Commento by xlthlx — 10/02/2009 | 14:38
Dimenticavo: stupendo.
Commento by xlthlx — 10/02/2009 | 14:38
Il libro lo lessi quando avevo 12 anni. Di tutto quanto il post la cosa migliore è “crudeli e creduli”, un milione di suggestioni semantiche
Commento by francesca — 10/02/2009 | 17:50