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Potrebbe essere una nuova sceneggiatura di Romero: morti e sepolti lontano dall’attenzione di cronisti e opinione pubblica, gli OGM hanno scoperchiato con rumore i sepolcri cui sembravano destinati e hanno ripreso il loro brancolante cammino sulle pagine dei giornali, nei Tg e nei contenitori televisivi e radiofonici ancora in condizione di informare. E l’appropriata colonna sonora è inevitabilmente “Thriller”, perché la trama è ancora appesa a un filo.
La prima urna a saltare si scoperchia sulle pagine della “Stampa” il 17 gennaio scorso, quando viene annunciato, come fosse un blitz in clandestinità, che Regioni e Stato centrale il 28 gennaio successivo si accingono ad approvare un accordo sulle cosiddette “linee guida sulla coesistenza”. Il titolo apriva la strada a un refrain di successo: “L’Italia sdogana gli OGM”, esattamente lo stesso verbo e concetto replicato a oltranza da agenzie e testate giornalistiche in occasione della ‘storica’ decisione sulla patata transgenica, questa volta in salsa europea.
In realtà, il processo italiano rappresentava semplicemente il compimento di un lungo iter negoziato tra le regioni, e poi tra queste e il ministero dell’Agricoltura, sotto il monitoraggio attivo di diverse controparti sociali, teso a imbrigliare dentro un quadro di regole tendenzialmente rigorose le coltivazioni transgeniche, altrimenti a rischio di essere liberate nella ‘terra di nessuno’.
Forse l’articolo della “Stampa” non aveva pretese di scoop, ma raggiunge l’obiettivo di far saltare il tavolo tra Stato e Regioni, accadimento di cui lo stesso giornale ci informa il 23 gennaio: le elezioni sono troppo vicine per ‘sdoganare’ gli OGM, e il ministro Zaia, doppiamente parte in causa come responsabile del dicastero dell’agricoltura e come candidato governatore, incontra gli stessi timori fra assessori e governatori regionali.
Nel frattempo qualcuno nascondeva le carte: infatti quattro giorni prima, il 19 gennaio, il Consiglio di Stato aveva emesso una sentenza in cui imponeva al Ministero dell’Agricoltura di completare entro 90 giorni gli atti relativi alla semina di varietà transgeniche. Avvocatura di Stato e qualche poco solerte dipendente del ministero dell’Agricoltura, le controparti legale e amministrativa dell’agricoltore friulano fan del seme manipolato, avranno pure recepito la sentenza, ma nulla è stato dato sapere, nulla ha raggiunto la superficie, come se quel movimento carsico degli zombi transgenici avesse ripreso il suo corso.
Se ne viene a conoscenza solo il 29 gennaio, quando ormai le regole di salvaguardia contenute nell’accordo sulla coesistenza sono state nuovamente seppellite.
Scoppia il panico e le rotative dei giornali prendono a macinare OGM a pieno regime. Tra il giubilo rumoroso dei patiti del transgenico e il disorientamento del vasto raggruppamento istituzionale e sociale che si oppone all’agricoltura geneticamente modificata è un turbinio di dichiarazioni, commenti, interviste, richieste di smentita. Qualcosa che tra movimenti scoordinati e scene di massa ricorda da vicino il video di Michael Jackson. Provvedimenti a tutela dell’agricoltura italiana libera da OGM vengono annunciati, ma restano ad oggi ancora spiriti impalpabili.
Si arriva così alla patata Amflora. Ed è il botto. Prime pagine di giornali, lunghi servizi dei Tg, interviste a prestigiosi luminari della scienza, le associazioni ecologiste ritrovano qualche faro puntato su di loro e sulle vicende ambientali ormai neglette, le associazioni agricole –mai coese nella storia patria- che si fronteggiano tra qualità e innovazione, tra libertà di semina e ricerca e libertà dalle contaminazioni genetiche. Addirittura si assiste a una querelle interna al Vaticano per interposta stampa, con la bolla papale vergata sulle pagine dello “Osservatore Romano” che ribadisce la non posizione in materia della Chiesa (pur facendo capire che se siamo arrivati a superare il miliardo di affamati a 15 anni dalle prime coltivazioni biotech, miracoli non sembrano farne).
Telegiornali, radio, siti o giornali, financo la free press, impediscono di ignorare che ‘gli OGM sono tornati’. Tornati sui media e nella discussione politica, ma ‘gli OGM non sono tra noi’, nonostante Monsanto, Basf o anche Romero e il re del pop. Sono al massimo nelle mangiatoie animali dove la soia transgenica prevale, ma non sugli scaffali, non sulle mense e non nei campi, soprattutto in quelli italiani, ma neanche in quelli europei, dove arretrano quasi come zombie trafitti dalla troppa luce. Perché anche gli horror possono avere un lieto fine.
di Redazione
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di Pete Harrison /
BRUXELLES. Il progetto europeo di guidare la corsa alla tecnologia verde presenta, per i prossimi 4 anni, un buco finanziario profondo, che avvantaggia i rivali Cina, Giappone e Stati Uniti. Ma anche dopo il 2014, quando il bilancio dell’Unione Europea dovrebbe essere stato risanato completamente, non è sicuro che le tecnologie verdi avranno la meglio nella battaglia per i finanziamenti contro la potente lobby dell’agricoltura.
Il Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso ha esposto in settimana la sua visione del prossimo decennio, sostenendo la “crescita verde” come mezzo per proteggere il clima e incrementare l’occupazione.
“Si prevede che il mercato della tecnologie verdi entro il 2030 sarà triplicato”, afferma una bozza trapelata della strategia di Barroso, vista dalla Reuters. “L’Unione Europea è stata la prima a muoversi nella direzione di soluzioni verdi, ma questo vantaggio viene messo in discussione dalla forte crescita degli altri mercati, in particolare della Cina e del Nord America”.
Gli esperti di settore affermano che l’Unione Europea al momento ha a disposizione circa 7,5 miliardi di euro (10,2 miliardi di dollari) per la ricerca sulle tecnologie verdi.
La cifra potrebbe sembrare elevata, ma è meno dell’1% del bilancio totale attuale dell’Unione Europea, che corrisponde a 862 miliardi.
La Commissione Europea stima che, nel prossimo decennio, si dovrà arrivare a 80 miliardi di euro, per essere in testa alla corsa alle tecnologie verdi.
Più facile a dirsi che a farsi.
Mentre il governo autoritario della Cina ha pochi problemi a mobilitare il finanziamento della ricerca, e gli Stati Uniti e il Giappone hanno una grande esperienza di finanziamenti, i 27 paesi dell’Unione Europea si trovano ad affrontare un processo di finanziamento tortuoso.
Il settore dice di non potere – e non volere – fare gli investimenti necessari da sola.
“Un’economia a bassa emissione di carbonio non costa poco” afferma Giles Dickson, esperto di affari dell’Unione europea per il gruppo industriale francese Alstom.
“Esiste un ampio rischio commerciale e tecnologico per le compagnie che investono denaro per sperimentare tecnologie che non sono ancora commercialmente praticabili”, aggiunge Dickson, “sarà l’industria a pagare la maggior parte di questo conto, ma non possiamo farcene carico da soli”.
“Inoltre, sarà necessaria un’iniezione straordinaria di 400 miliardi di euro per lanciare quelle tecnologie su scala pan europea”.
Molti politici speravano che l’Emissions Trading System (il sistema di scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra per i paesi dell’Unione Europea), che obbliga le compagnie ad acquistare i “permessi di inquinamento”, avrebbe reso i tradizionali combustibili fossili così costosi da indurre le aziende a passare stabilmente a fonti più verdi.
Con il prezzo dei permessi per emettere biossido di carbonio che si aggira intorno a degli irrisori 13 euro per tonnellata, questo cambiamento non sta avvenendo velocemente e molti decision-maker hanno accettato la necessità di accelerare questo passaggio sovvenzionando le tecnologie verdi.
Il finanziamento da parte delle casse degli stati non è considerato un’opzione realistica, visto che i 27 paesi dell’unione europea stanno uscendo dalla crisi peggiore dopo quella degli anni 30.
Inoltre, se ogni paese europeo dovesse finanziare i propri programmi di ricerca, si correrebbe il rischio di inutili duplicati.
La soluzione è finanziare a livello pan-europeo, che nel lungo termine significa rinforzare il bilancio europeo.
“La cosa migliore sarebbe trasferire alcuni dei finanziamenti riservati agli aiuti all’agricoltura”, ha detto Anders Wijkman, membro del parlamento europeo fino allo scorso anno.
L’agricoltura occupa il 40% del bilancio dell’Unione Europea, e gli agricoltori francesi dispongono di circa un quinto di questo. Ma con l’incombere del nuovo bilancio nel 2014, la Gran Bretagna, la Danimarca, la Svezia e i Paesi Bassi stanno facendo pressioni affinché ci sia un cambiamento.
Il Presidente francese Nicolas Sakozy ha fatto pressione sui suoi colleghi affinché intraprendano una “strategia offensiva” per controllare questa disputa e si aspetta il sostegno di Polonia, Italia, Spagna e Grecia.
A Bruxelles, il Commissario rumeno per l’Agricoltura Dacian Ciolos e il Commissario polacco per il Bilancio Janusz Lewandowski sono visti come possibili alleati.
In vista di questa lotta, il denaro è anche scarso.
Lo scorso ottobre, la Commissione europea ha lanciato il piano di finanziamento “Strategic Energy Technology”, il suo fiore all’occhiello, con una previsione di spesa di 8 miliardi di euro l’anno per la ricerca sulla tecnologie verdi, 5 miliardi in più del livello attuale.
“Ci sono strumenti che possono fornire circa 2,5 miliardi di euro l’anno, ma loro stanno cercando 5 miliardi l’anno per lo “Strategic Energy Technology”, perciò c’è ancora un gap da colmare”, afferma Jesse Scott del think tank sull’ambiente E3G (organizzazione indipendente non profit, fondata nel 2004 con lo scopo di accelerare la transizione verso uno sviluppo sostenibile).
Quando si tratta di passare dalle parole ai fatti, l’Europa fallisce miseramente.
[Quest'articolo è stato pubblicato originariamente in inglese l'o scorso 2 marzo. Ringraziamo l'agenzia di stampa Reuters per l'amichevole autorizzazione a pubblicarlo su Novamag. Traduzione di Maria Vittoria Ramogida]
di Luca Colombo
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Quando si parla di Italia e di OGM sembra si evochi la battaglia di Fort Alamo: il lungo assedio, la difesa eroica e la inevitabile capitolazione. Un Paese accerchiato da piante transgeniche, ormai allo stremo e dalle difese indebolite dall’assenza di un progetto forte sul suo modello di sviluppo agroalimentare e addirittura minato all’interno da un Vaticano miracolosamente tecnofilo.
Così è parso quando è sembrato prossimo il varo di norme di coesistenza che ammetterebbero la coltivazione di OGM nel nostro Paese, così sembra quando si parla del loro utilizzo in zootecnia e così si crede con rassegnazione a seguito della sentenza del Consiglio di Stato che, su ricorso di un agricoltore friulano, fan del seme del futuro, impone al Ministero dell’Agricoltura di stabilire i termini di coltivazione transgenica.
Il Tribunale amministrativo, nel dire agli accerchiati che le mura di cinta sono fuori norma edilizia e vanno abbattute, è intervenuto per sciogliere quella che definisce “l’inerzia dell’Amministrazione” a licenziare i criteri di autorizzazione alla coltivazione di varietà di mais geneticamente modificato, bloccati in attesa del varo delle norme di coesistenza chiamate a regolamentare semine e raccolti OGM.
Il Consiglio di Stato obbliga pertanto il Ministero dell’Agricoltura a “provvedere sull’istanza di autorizzazione, entro un termine di novanta giorni”, ma la decisione non è da interpretare a senso unico sia in punta di diritto che de facto: non è quindi, necessariamente, l’ariete di sfondamento.
L’Italia è allora novella David Crockett, l’ultimo giapponese a difesa dell’isola libera da OGM?
Le coltivazioni di OGM in Europa sono estremamente contenute entro un numero di ettari che sarebbero compresi nella sola superficie del Comune di Roma, lo stesso bacino del Mediterraneo è indenne (con la sola eccezione dell’Egitto), numerosi Paesi comunitari hanno ribaltato le loro aperture al transgenico (Francia e Germania, tanto per citare due dei principali Stati agricoli dell’Unione), il pro-biotech Presidente della Commissione Europea Manuel Barroso si dice pronto a considerare il principio sovranista del divieto nazionale alla coltivazione di OGM.
Nella stessa Italia, non sembra che la questione goda di particolare considerazione governativa, tanto più finita la stagione del sodalizio con l’Amministrazione Bush che tanto spingeva per convincere il buon alleato ad abbracciare le sementi geneticamente modificate. La stessa sentenza del Consiglio di Stato, è stata accolta da uno strano silenzio dei tanto ciarlieri ministri, con l’eccezione delle roboanti dichiarazioni del ministro Luca Zaia, in rampa di lancio per la Presidenza del Veneto, cui dovrebbero seguire coerenti atti interdittori.
Le forze assedianti sembrano piuttosto impalpabili, si direbbe.
Fallito l’assedio resta però il Cavallo di Troia friulano al cui interno si nascondono interessi molto concreti, sia italiani che inter- o multi-nazionali: lo segnalava lo stesso Dipartimento dell’Agricoltura statunitense quando a metà gennaio licenziava un rapporto di fonte Ambasciata USA in Italia, in cui si diceva che il popolo italiano dovrebbe essere educato all’apprezzamento degli OGM e che in definitiva si rivelava già abbastanza malleabile.
L’Italia è d’altronde preda simbolica ben più importante dei miseri fatturati che si realizzerebbero anche qualora si sbloccassero realmente le semine transgeniche.
Gli eserciti erano soliti prendere per fame gli assediati, privi di approvvigionamenti dalle campagne: adesso non si vede l’ora di far loro mangiare il proprio pasto generato da campagne trasformate in bottino, seppur di pochi ettari.