di Massimiliano Di Giorgio

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Anche se negli ultimi giorni l’attivismo mediatico di  Silvio Berlusconi sembra voler dare alle elezioni regionali di domenica e lunedì quasi il senso di un referendum sulla sua guida, il voto degli oltre 40 milioni di elettori chiamati alle urne riguarderà anche sfide locali e temi importanti come quello della sanità o dell’agricoltura, la cui competenza principale spetta proprio alle regioni.
Ma anche il lavoro, che per la maggioranza degli italiani (79%), dice un sondaggio Ipsos, è la prima preoccupazione in agenda.

Delle 13 regioni da rinnovare, 11 sono governate oggi dal centrosinistra, due dal centrodestra. Poi però il panorama locale è piuttosto diversificato.
Votano regioni del Nord tradizionalmente in testa alle classifiche per reddito pro capite e per i servizi resi ai cittadini e con maggioranze politiche storiche (la Lombardia per il centrodestra, l’Emilia-Romagna per il centrosinistra) e regioni del Sud fanalino di coda delle stesse graduatorie e con maggioranze che cambiano più spesso segno (come la Calabria) .

Due regioni, Lazio e Campania, arrivano alle elezioni con la sanità commissariata dal governo.
Per la prima volta in due regioni del Nord, Veneto e Piemonte, ci sono due candidati presidenti della Lega, e qui il partito di Umberto Bossi potrebbe anche superare per consensi il Pdl. In alcune regioni l’Udc di Pierferdinando Casini è alleato del Pdl (come nel Lazio) o del Pd (come in Piemonte), ma mai della Lega Nord.

A unire quasi tutti i candidati, il no al nucleare. Di solito sono contrari in generale i rappresentanti del centrosinistra, mentre quelli di centrodestra in alcuni casi distinguono, appoggiando il piano del governo per la costruzione di nuove centrali nucleari ma affermando che nella loro regione non ve n’è bisogno.

LOMBARDIA
Dopo che il Tar della Lombardia ha riammesso alle elezioni il listino del governatore uscente Roberto Formigoni, nessuno sembra dubitare della riconferma del centrodestra alla guida del Pirellone. Potrebbe essere significativo invece il risultato della Lega Nord nella regione “cuore” del Pdl, ma anche quello dell’Udc, già alleato dei berlusconiani. I concorrenti di Formigoni sono numerosi. Il principale è l’ex presidente della provincia di Milano Filippo Penati, molto vicino al leader del Pd Pierluigi Bersani, candidato del centrosinistra. Per i centristi corre invece l’ex capo della Cisl Savino Pezzotta. La Federazione della Sinistra (Rifondazione più Pdci) candida l’ex parlamentare europeo ed esperto di Aids Vittorio Agnoletto, mentre il movimento di Beppe Grillo presenta Vito Claudio Crimi. C’è anche un candidato di estrema destra: Gianmario Invernizzi, di Forza Nuova.
Chi vincerà le elezioni amministerà la regione quando, nel 2015, si svolgerà l’Expo mondiale di Milano. Per conttribuire a realizzarla la Lombardia ha investito 11 miliardi in opere autostradali come la Brebemi e la Pedemontana.

PIEMONTE
Prima che scattassero i 15 giorni di divieto di diffusione dei sondaggi elettorali, il Piemonte, governato negli ultimi cinque anni dal centrosinistra e prima dal centrodestra, era considerato da molti sondaggisti in bilico. La presidente uscente Mercedes Bresso – ieri nel mirino di Berlusconi per la sua presunta scarsa avvenenza fisica – è sostenuta dal centrosinistra e dall’Udc. Contro di lei corre il capogruppo della Lega Nord alla Camera, Roberto Cota, candidato del centrodestra. Gli altri due candidati sono Renzo Rabellino di Alternativa per il Piemonte, una lista autonomista, e Davide Bono, del movimento di Beppe Grillo.
Nell’ultimo trimestre del 2009, dice l’Istat, il Piemonte, tradizionalmente “centro” della Fiat, era la regione col tasso di disoccupazione più elevato del Nord Italia: il 6,8%. La regione è anche alla prese con le vaste proteste per la realizzazione della nuova linea ferroviaria ad alta velocità.

VENETO
Dopo la “destituzione” di Giancarlo Galan (Pdl), il centrodestra candida il ministro leghista dell’e Politiche Agricole Luca Zaia, la cui vittoria potrebbe favorire anche il sorpasso della lega sul partito di Berlusconi. I suoi due principali sfidanti sono l’imprenditore Giuseppe Bortolussi pr il centrosinistra, il senatore dell’Udc Antonio De Poli. Il movimento di Beppe Grillo candida David Borrelli, mentre ci sono ben due candidati “indipendentisti”: Gianluca Panto, del Partito Nasional veneto, e Silvano Polo di Veneti Indipendensa. In lizza anche Forza Nuova, con Paolo Caratossidis.
Anche se il tasso di disoccupazione del quarto trimestre 2009 in Veneto non era tra i più elevati (4,8% contro il 5,4% della Lombardia, per esempio), la crisi sembra aver colpito duramente il tessuto diffuso di piccoli imprenditori, con una serie di suicidi che hanno fatto nascere addirittura un call center per aiutare liberi professionisti e “padroncini” disperati.

EMILIA-ROMAGNA
Il presidente uscente Vasco Errani, del Pd, si ricandida alla guida di una coalizione di centrosinistra. Contro di lui corrono la candidata del centrodestra Anna Maria Bernini, una deputata del Pdl; Gianluca Galletti, parlamentare dell’Udc, e il “grillino” Giovanni Favia, alla prima esperienza politica.
Sul centrosinistra potrebbe pesare in negativo la vicenda di Bologna, il cui sindaco Flavio Delbono si è dimesso nel gennaio scorso dopo essere stato indagato nell’ambito di un’inchiesta sull’uso improprio di fondi pubblici per viaggi all’estero con la sua ex compagna. La città oggi è retta da un commissario prefettizio. Secondo i sondaggi di inizio mese, però, la coalizione che fa capo al Pd vincerà senza problemi la competizione.

LIGURIA
Amministrata dal 2005 dal centrosinistra dopo la sconfitta del centrodestra, la Liguria (che ha comunque una storia di regione “rossa”) vede oggi scontrarsi di nuovo due protagonisti degli ultimi anni: il presidente uscente Claudio Burlando (Pd) e il suo precedecessore del Pdl, Sandro Biasotti. La novità, in questo caso, è il passaggio dell’Udc dal centrodestra al centrosinistra. Il terzo candidato è Silvio Viale, un medico impegnato a favore dell’uso della pillola RU486, che corre per i radicali.

TOSCANA
Governata da decenni dal centrosinistra, la Toscana sembra avviarsi al voto senza sorprese. Il centrosinistra candida Enrico Rossi, assessore regionale uscente alla Salute. Il centrodestra è rappresentato dalla deputata Pdl Monica Faenzi, L’Udc dal deputato Francesco Bosi. Dopo il ritiro del fotografo e pubblicitario Oliviero Toscani, la lista Bonino-Pannella presenta Alfonso De Virgiliis, presidente di Banca Interregionale (la cui candidatura però non è stata accettata per tutte le province, e su questo pende un ricorso al Consiglio di Stato). E’ presente nella competizione anche Forza Nuova, con Ilario Palmisani, un politico locale.

MARCHE
La regione è amministrata dal centrosinistra, che si riaffida al presidente uscente Gian Mario Spacca, sostenuto anche dall’Udc. Il centrodestra candida un politico locale, Erminio Marinelli, ex sindaco di Civitanova. Massimo Rossi è invece candidato di una coalizione tra Federazione della Sinistra e Sinistra e Libertà.

UMBRIA
Tradizionalmente al governo della regione, il centrosinistra ha vissuto negli ultimi mesi uno “psicodramma” interno per la scelta del candidato interno, dopo lo stop alla presidente uscente Maria Rita Lorenzetti per eccesso di mandati e il ritiro del senatore Pd Mauro Agostini. Dalle urne delle primarie è uscito il nome di un’altra donna, Catiuscia Marini, già sindaca di Todi e parlamentare europea. E a sfidarla sono altre due donne: l’ex parlamentare Pd “teodem” (oggi Udc) Paola Binetti, candidata dei centristi, e l’avvocata Fiammetta Modena per Pdl e Lega Nord.

LAZIO
Quello della Regione “capitale” è uno dei voti seguiti con più attenzione. Si arriva alle urne dopo lo scandalo che ha investito il presidente uscente Piero Marrazzo – che cinque anni fa aveva vinto contro il centrodestra di Francesco Storace – rimasto coinvolto in un giro di trans e vittima di un presunto ricatto per le sue frequentazioni. Nella circoscrizione elettorale di Roma non ci sarà la lista Pdl, esclusa per ben due volte dal Consiglio di Stato per ritardo di presentazione e difetto di documentazione nonostante un decreto ad hoc varato dal Consiglio dei ministri tra le proteste dell’opposizione.
La sfida è tutta al femminile, come in Umbria. Renata Polverini, capo del sindacato Ugl, considerata vicina a Gianfranco Fini, è candidata per il centrodestra (con l’Udc). I sondaggi inizialmente la davano in netto vantaggio, ma nel corso delle settimane avrebbe perduto terreno contro la radicale Emma Bonino, già ministra e commissaria europea e oggi vicepresidente del Senato, sostenuta dal centrosinistra. La terza in lizza è Marzia Marzoli, della Rete dei cittadini, organizzazione che si definisce “non di sinistra, non di destra, non di centro”.
Bonino non è ben vista dalle gerarchie cattoliche per le sue posizioni su interruzione di gravidanza e riconoscimento delle coppie omosessuali, e due giorni fa il capo dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco, pur senza nominarla, ha invitato a votare per partiti e candidati che difendono il “diritto alla vita” e la famiglia tradizionale.
Il Lazio aveva a fine 2009 un tasso di disoccupazione dell’8,5%. La sanità regionale è sotto commissariamento da parte del governo, anche se secondo una ricerca pubblicata il 21 marzo da “La Stampa” la regione avrebbe negli ultimi anni migliorato le sue perfomance, dopo il buco di bilancio attribuito alla precedente amministrazione di centrodestra.

CAMPANIA
Alcuni sondaggi indicavano a inizio marzo la Campania in bilico tra centrodestra e centrosinistra, altri sembravano propendere più decisamente per la vittoria del Pdl e dei suoi alleati. Dopo l’uscita di scena di Antonio Bassolino, sindaco di Napoli prima e presidente della Regione poi, il centrosinistra si è affidato a un suo storico avversario interno, il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca. Il centrodestra ha invece scelto il “nuovo socialista” Stefano Caldoro. La Federazione della sinistra vede in competizione Paolo Ferrero, ex ministro e segretario di Rifondazione comunista, mentre il quarto candidato è Roberto Fico, del movimento di Beppe Grillo.
Il centrodestra si è diviso internamente sulla scelta di alcuni candidati e sul ruolo di Nicola Cosentino, il sottosegretario all’Economia che è anche coordinatore regionale del Pdl, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
La regione è reduce dall’emergenza-rifiuti che ha provocato negli ultimi anni rivolte popolari e addirittura l’arrivo dell’esercito a presidiare le discariche, dopo il piano di intervento gestito dal capo della Protezione civile Guido Bertolaso. La sanità è commissariata dal governo. Il tasso di disoccupazione era, alla fine del 2009, del 12,9%.

BASILICATA
Le elezioni regionali in Basilicata hanno fatto finora notizia a livello nazionale probabilmente soprattutto per la candidatura, per l’Udc-Io Amo la Lucania, di Cristiano Magdi Allam, giornalista, e oggi parlamentare europeo, di origine egiziana e convertito al cristianesimo dall’Islam. Il centrosinistra ricandida invece il presidente uscente Vito De Filippo, mentre il centrodestra si affida a Nicola Pagliuca, capogruppo uscente di Forza Italia. Gli altri candidati sono Marco Toscano della lista Sui-generis e Florenzo Doino del Partito comunista dei lavoratori.
La Basilicata, dopo il Molise, è la più piccola regione del Sud. Anche se può contare su vasti giacimenti petroliferi, la nuova ricchezza locale, e su un’impostante industria alimentare, a fine 2009 il tasso di disoccupazione era dell’11,2%.

PUGLIA
La Puglia doveva essere un “laboratorio politico” per le prove di alleanza tra Pd e Udc, ma la strenua resistenza del presidente uscente Nichi Vendola – che ha vinto le primarie locali e è anche leader della nuova formazione rossoverde Sinistra e Libertà – e i dissidi interni ai democratici hanno fatto saltare gli accordi. Nonostante questo, Vendola potrebbe rivincere le elezioni proprio grazie alla posizione terzista dell’Udc, che candida alla presidenza la ex ministra ed ex sindaca di Lecce Adriana Poli Bortone. Il Pdl è rappresentato dal capogruppo Rocco Palese. Michele Rizzi è invece il candidato del partito di alternativa comunista.
In Puglia a fine 2009 il tasso di disoccupazione era del 12,6%, dice l’Istat. Nella ricerca pubblicata dalla “Stampa” sulle performance delle varie regioni, la Puglia è agli ultimi posti per i miglioramenti degli ultimi anni.
Sul fronte degli investimenti, la prossima amministrazione dovrebbe essere chiamata a occuparsi della realizzazione della nuova Statale Jonica, per cui il Cipe ha stanzato oltre 1 miliardo di euro.

CALABRIA
Agazio Loiero, il presidente uscente, ha vinto le primarie e sarà di nuovo il candidato del centrosinistra, anche se secondo molti sondaggi la Calabria andrà probabilmente al centrodestra di Giuseppe Scopelliti, sindaco di Reggio Calabria. Un’inedita coalizione tra radicali e Italia dei Valori candida invece l’imprenditore Filippo Callipo.
Prima della presidenza Loiero, la regione era amministrata dal centrodestra.
La Calabria ha un tasso di disoccupazione dell’11,3%. Nelle classifiche nazionali sul funzionamento del sistema sanitario è spesso agli ultimi posti, e negli ultimi anni ha registrato diversi casi di “malasanità” arrivati alle cronache nazionali e su cui ha indagato anche una commissione parlamentare.
In Calabria è presente quella che è considerata oggi dagli inquirenti la più potente organizzazione di tipo mafioso, la ‘ndrangheta, coinvolta nel recente attentato al tribunale di Reggio e anche nell’inchiesta sulle frodi telefoniche internazionali che hanno toccato Fastweb e Telecom Italia Sparkle.
Sel futuro della regione sembra pesare anche la prevista realizzazione del Ponte sullo Stretto, con 1,3 miliardi di euro già stanziati dal governo. Loiero è contrario, Scopelliti favorevole.

QUANDO E COME SI VOTA
Domenica 28 marzo dalle 8 alle 22 e lunedì 29 dalle 7 alle 15 si vota, oltre che per le 13 regioni anche per quattro province (tra cui l’Aquila, colpita quasi un anno fa dal terremoto) e in 453 Comuni, il più importante dei quali è Venezia, dove è candidato sindaco del centrodestra il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta.
Per le regionali si vota a turno unico, senza ballottaggio (come è invece nel caso di provinciali e comunali). Le modalità di voto cambiano però di regione in regione, secondo quanto previsto dalle rispettive leggi.
Nella maggior parte delle regioni (escluse Toscana, Marche, Campania, Puglia e Calabria) si può votare per una delle liste provinciali o per la lista regionale collegata (il cosiddetto listino), o si può anche disgiungere il voto, votando per due schieramenti diversi. Si può esprimere una sola preferenza per un candidato alla carica di consigliere regionale, scrivendone il nome nell’apposita riga vicino al contrassegno della lista provinciale.
Per votare serve, insieme a un documento di riconoscimento, la tessera elettorale. Chi l’avesse smarrita può rivolgersi al proprio Comune da oggi al 29 marzo.

di Luca Colombo

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Potrebbe essere una nuova sceneggiatura di Romero: morti e sepolti lontano dall’attenzione di cronisti e opinione pubblica, gli OGM hanno scoperchiato con rumore i sepolcri cui sembravano destinati e hanno ripreso il loro brancolante cammino sulle pagine dei giornali, nei Tg e nei contenitori televisivi e radiofonici ancora in condizione di informare. E l’appropriata colonna sonora è inevitabilmente “Thriller”, perché la trama è ancora appesa a un filo.

La prima urna a saltare si scoperchia sulle pagine della “Stampa” il 17 gennaio scorso, quando viene annunciato, come fosse un blitz in clandestinità, che Regioni e Stato centrale il 28 gennaio successivo si accingono ad approvare un accordo sulle cosiddette “linee guida sulla coesistenza”. Il titolo apriva la strada a un refrain di successo: “L’Italia sdogana gli OGM”, esattamente lo stesso verbo e concetto replicato a oltranza da agenzie e testate giornalistiche in occasione della ‘storica’ decisione sulla patata transgenica, questa volta in salsa europea.
In realtà, il processo italiano rappresentava semplicemente il compimento di un lungo iter negoziato tra le regioni, e poi tra queste e il ministero dell’Agricoltura, sotto il monitoraggio attivo di diverse controparti sociali, teso a imbrigliare dentro un quadro di regole tendenzialmente rigorose le coltivazioni transgeniche, altrimenti a rischio di essere liberate nella ‘terra di nessuno’.

Forse l’articolo della “Stampa” non aveva pretese di scoop, ma raggiunge l’obiettivo di far saltare il tavolo tra Stato e Regioni, accadimento di cui lo stesso giornale ci informa il 23 gennaio: le elezioni sono troppo vicine per ‘sdoganare’ gli OGM, e il ministro Zaia, doppiamente parte in causa come responsabile del dicastero dell’agricoltura e come candidato governatore, incontra gli stessi timori fra assessori e governatori regionali.

Nel frattempo qualcuno nascondeva le carte: infatti quattro giorni prima, il 19 gennaio, il Consiglio di Stato aveva emesso una sentenza in cui imponeva al Ministero dell’Agricoltura di completare entro 90 giorni gli atti relativi alla semina di varietà transgeniche. Avvocatura di Stato e qualche poco solerte dipendente del ministero dell’Agricoltura, le controparti legale e amministrativa dell’agricoltore friulano fan del seme manipolato, avranno pure recepito la sentenza, ma nulla è stato dato sapere, nulla ha raggiunto la superficie, come se quel movimento carsico degli zombi transgenici avesse ripreso il suo corso.
Se ne viene a conoscenza solo il 29 gennaio, quando ormai le regole di salvaguardia contenute nell’accordo sulla coesistenza sono state nuovamente seppellite.

Scoppia il panico e le rotative dei giornali prendono a macinare OGM a pieno regime. Tra il giubilo rumoroso dei patiti del transgenico e il disorientamento del vasto raggruppamento istituzionale e sociale che si oppone all’agricoltura geneticamente modificata è un turbinio di dichiarazioni, commenti, interviste, richieste di smentita. Qualcosa che tra movimenti scoordinati e scene di massa ricorda da vicino il video di Michael Jackson. Provvedimenti a tutela dell’agricoltura italiana libera da OGM vengono annunciati, ma restano ad oggi ancora spiriti impalpabili.

Si arriva così alla patata Amflora. Ed è il botto. Prime pagine di giornali, lunghi servizi dei Tg, interviste a prestigiosi luminari della scienza, le associazioni ecologiste ritrovano qualche faro puntato su di loro e sulle vicende ambientali ormai neglette, le associazioni agricole –mai coese nella storia patria- che si fronteggiano tra qualità e innovazione, tra libertà di semina e ricerca e libertà dalle contaminazioni genetiche. Addirittura si assiste a una querelle interna al Vaticano per interposta stampa, con la bolla papale vergata sulle pagine dello “Osservatore Romano” che ribadisce la non posizione in materia della Chiesa (pur facendo capire che se siamo arrivati a superare il miliardo di affamati a 15 anni dalle prime coltivazioni biotech, miracoli non sembrano farne).

Telegiornali, radio, siti o giornali, financo la free press, impediscono di ignorare che ‘gli OGM sono tornati’. Tornati sui media e nella discussione politica, ma ‘gli OGM non sono tra noi’, nonostante Monsanto, Basf o anche Romero e il re del pop. Sono al massimo nelle mangiatoie animali dove la soia transgenica prevale, ma non sugli scaffali, non sulle mense e non nei campi, soprattutto in quelli italiani, ma neanche in quelli europei, dove arretrano quasi come zombie trafitti dalla troppa luce. Perché anche gli horror possono avere un lieto fine.

di Redazione

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di Pete Harrison /

BRUXELLES. Il progetto europeo di guidare la corsa alla tecnologia verde presenta, per i prossimi 4 anni, un buco finanziario profondo, che avvantaggia i rivali Cina, Giappone e Stati Uniti. Ma anche dopo il 2014, quando il bilancio dell’Unione Europea dovrebbe essere stato risanato completamente, non è sicuro che le tecnologie verdi avranno la meglio nella battaglia per i finanziamenti contro la potente lobby dell’agricoltura.

Il Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso ha esposto in settimana la sua visione del prossimo decennio, sostenendo la “crescita verde” come mezzo per proteggere il clima e incrementare l’occupazione.

“Si prevede che il mercato della tecnologie verdi entro il 2030 sarà triplicato”, afferma una bozza trapelata della strategia di Barroso, vista dalla Reuters. “L’Unione Europea è stata la prima a muoversi nella direzione di soluzioni verdi, ma questo vantaggio viene messo in discussione dalla forte crescita degli altri mercati, in particolare della Cina e del Nord America”.

Gli esperti di settore affermano che l’Unione Europea al momento ha a disposizione circa 7,5 miliardi di euro (10,2 miliardi di dollari) per la ricerca sulle tecnologie verdi.
La cifra potrebbe sembrare elevata, ma è meno dell’1% del bilancio totale attuale dell’Unione Europea, che corrisponde a 862 miliardi.
La Commissione Europea stima che, nel prossimo decennio, si dovrà arrivare a 80 miliardi di euro, per essere in testa alla corsa alle tecnologie verdi.
Più facile a dirsi che a farsi.

Mentre il governo autoritario della Cina ha pochi problemi a mobilitare il finanziamento della ricerca, e gli Stati Uniti e il Giappone hanno una grande esperienza di finanziamenti, i 27 paesi dell’Unione Europea si trovano ad affrontare un processo di finanziamento tortuoso.

Il settore dice di non potere – e non volere – fare gli investimenti necessari da sola.
“Un’economia a bassa emissione di carbonio non costa poco” afferma Giles Dickson, esperto di affari dell’Unione europea per il gruppo industriale francese Alstom.
“Esiste un ampio rischio commerciale e tecnologico per le compagnie che investono denaro per sperimentare tecnologie che non sono ancora commercialmente praticabili”, aggiunge Dickson, “sarà l’industria a pagare la maggior parte di questo conto, ma non possiamo farcene carico da soli”.
“Inoltre, sarà necessaria un’iniezione straordinaria di 400 miliardi di euro per lanciare quelle tecnologie su scala pan europea”.

Molti politici speravano che l’Emissions Trading System (il sistema di scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra per i paesi dell’Unione Europea), che obbliga le compagnie ad acquistare i “permessi di inquinamento”, avrebbe reso i tradizionali combustibili fossili così costosi da indurre le aziende a passare stabilmente a fonti più verdi.

Con il prezzo dei permessi per emettere biossido di carbonio che si aggira intorno a degli irrisori 13 euro per tonnellata, questo cambiamento non sta avvenendo velocemente e molti decision-maker hanno accettato la necessità di accelerare questo passaggio sovvenzionando le tecnologie verdi.

Il finanziamento da parte delle casse degli stati non è considerato un’opzione realistica, visto che i 27 paesi dell’unione europea stanno uscendo dalla crisi peggiore dopo quella degli anni 30.
Inoltre, se ogni paese europeo dovesse finanziare i propri programmi di ricerca, si correrebbe il rischio di inutili duplicati.
La soluzione è finanziare a livello pan-europeo, che nel lungo termine significa rinforzare il bilancio europeo.

“La cosa migliore sarebbe trasferire alcuni dei finanziamenti riservati agli aiuti all’agricoltura”, ha detto Anders Wijkman, membro del parlamento europeo fino allo scorso anno.
L’agricoltura occupa il 40% del bilancio dell’Unione Europea, e gli agricoltori francesi dispongono di circa un quinto di questo. Ma con l’incombere del nuovo bilancio nel 2014, la Gran Bretagna, la Danimarca, la Svezia e i Paesi Bassi stanno facendo pressioni affinché ci sia un cambiamento.

Il Presidente francese Nicolas Sakozy ha fatto pressione sui suoi colleghi affinché intraprendano una “strategia offensiva” per controllare questa disputa e si aspetta il sostegno di Polonia, Italia, Spagna e Grecia.

A Bruxelles, il Commissario rumeno per l’Agricoltura Dacian Ciolos e il Commissario polacco per il Bilancio Janusz Lewandowski sono visti come possibili alleati.
In vista di questa lotta, il denaro è anche scarso.

Lo scorso ottobre, la Commissione europea ha lanciato il piano di finanziamento “Strategic Energy Technology”, il suo fiore all’occhiello, con una previsione di spesa di 8 miliardi di euro l’anno per la ricerca sulla tecnologie verdi, 5 miliardi in più del livello attuale.

“Ci sono strumenti che possono fornire circa 2,5 miliardi di euro l’anno, ma loro stanno cercando 5 miliardi l’anno per lo “Strategic Energy Technology”, perciò c’è ancora un gap da colmare”, afferma Jesse Scott del think tank sull’ambiente E3G (organizzazione indipendente non profit, fondata nel 2004 con lo scopo di accelerare la transizione verso uno sviluppo sostenibile).

Quando si tratta di passare dalle parole ai fatti, l’Europa fallisce miseramente.

[Quest'articolo è stato pubblicato originariamente in inglese l'o scorso 2 marzo. Ringraziamo l'agenzia di stampa Reuters per l'amichevole autorizzazione a pubblicarlo su Novamag. Traduzione di Maria Vittoria Ramogida]


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