di Redazione

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Abbiamo chiesto a Daniela Gambino, un’amica di Novamag, di scrivere sull’ammmore, e lei prontamente -il che non è esattamente usuale, nel suo caso – ci ha mandato questo testo.
Gambino, nota per libri come “Cosa ti piace di me?” o il più recente “Abbi cura di te”, ha pubblicato ultimamente “101 cose da fare almeno una volta in Sicilia” (Newton Compton) e “Le cattive abitudini” (Drago edizioni)

Credo sia stata Zadie Smith – una scrittrice che avrà meno della mia età ed è nota a livello platenario (vanno da sé confronti e invidie varie) – a formulare nel romanzo Denti bianchi una frase ostica come poche pronunciata da un suo personaggio, “non siamo amabili”, ecco, una cosa da mandare a mente, non siamo amabili.

Non solo non siamo famosi come Zadie, ma manco ci possiamo fidanzare con profitto, a quanto pare. Hai voglia a metterti le scarpe per andare a correre, non è una questione di forma fisica è, piuttosto, una forma d’accoglienza mentale, una predisposizione a fare posto, tanto posto, ad un altro essere umano.

Tu pensi “vorrei un uomo (o una donna ) vicino, perché ne ho bisogno, me lo merito, perché l’ultima volta è andata male, perché ho letto che il sesso fa bene, perché mi sento pronto ad una vita a due, perché ho appena finito di pagare il mutuo e posso pagare con nonchalance una bella cena”. Ma non funziona così, non è un atto meccanico. Ci svegliamo incazzati, abbiamo noie sul lavoro, dimentichiamo appuntamenti, chiavi (ombrelli, diceva la canzone e du du du, da da da, trottolino amoroso), guidiamo per le strade come se strisciassimo con il coltello fra i denti lungo una linea di trincea. Non siamo amabili. Abbiamo tutti un qualche trauma infantile che non ci permette di esprimere bene i nostri sentimenti, un’esperienza negativa a cui appellarci per giustificare la chiusura del rubinetto emotivo.

E poi, in coppia, c’è questa pretesa del dover pensare in due. Una chiara richiesta da parte sia nostra che dell’altro di chiaroveggenza. Chiaroveggenza che, anche tu lettore, richiedi e con energia, con frasi tipo: “certo, ormai dovresti saperlo che non mi piace il pesce”, oppure “che sono allergico/a alla cipolla”.

Non avrai pietà, perché tu devi sapere cosa vuole il tuo/tua partner e anche lei/lui deve fare altrettanto per il solo fatto che state insieme. Anzi, addirittura, dev’essere in grado di prevenirti, di prepararti una valigia, di capire cosa vuoi mangiare, ascoltare, vedere, in un determinato momento. Se no niente, non ti ama. Magari un giorno avrai una colf in grado di fare le stesse cose, ma quello non sarà amore. Sarà dedizione, saranno contributi da pagare.

L’amore è un sentimento spiato e cercato come pochi. Dell’affetto ce ne freghiamo, pensiamo sempre che gli amici capiranno, che il malinteso si chiarirà, ma guai a sbagliare con l’amore. Guai a saltare una ricorrenza, una anniversario, evitare un San Valentino, dimenticare la torta di compleanno. In amore siamo spietatamente attenti a ricevere, e per questo non siamo amabili.

Un paio di anni fa scrissi un lemma per il dizionario affettivo degli scrittori italiani. Scelsi il verbo amare, pensavo che saremmo stati una folla a farlo. Invece no. C’erano almeno tre definizioni (oltretutto simpaticissime) della parola “minchia”, ma a parlare d’amore ero solo io, che dicevo cose tipo “amare è una grandissima manifestazione di libertà. Forse l’ultima che c’è rimasta. amare non è appoggiarsi all’altro, ma un atto di orgogliosa rivoluzione” e giù di questo tono.

Feci appello all’alchimia, all’inspiegabile magia che porta due essere umani a decidere, liberamente, di condividere la vita. Mi misi in mente di spiegare l’inspiegabile. Forse perché, per sua concezione, l’amore non è mai conveniente. Non è mai quel sogno perfetto che ci chiedono di cercare, non è una risposta a un appello, quasi sempre, anzi, è una domanda posta male, biascicata fingendosi distratti e conserva sempre un margine di perfettibilità. E sta proprio lì, nascosto in quel margine di perfettibilità, nel cedimento di ogni abili, il desiderio di stare insieme.

di Isabella Tramontano

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Gli innamorati si amano, ma ’è difficile capire cos’è questo sentimento.
In un film del 2004 – “A+R” – una deliziosa Vanessa Incontrada recita: “l’amore non esiste, per questo lo facciamo”.
Diciamo, per amore di precisione e di empirismo, che gli innamorati sono quella categoria umana che fa all’amore.

Come si attua un amplesso è una nozione più o meno nota a tutti, è una questione di incastri e di posizioni, le quali nel numero sono inversamente proporzionali agli acciacchi dell’età. Questo per quel che riguarda lo “scopare” nel senso etimologico (scopeo = guardo).

Anche gli altri sensi sono coinvolti nella pratica amorosa: l’olfatto, pure se frasi “adoro l’odore della tua pelle” sono, per me, poco credibili: troppo new age e dovrebbe bastare un odore di pulito (e nemmeno sempre, volendo). Poi c’è il gusto, ma anche sul coinvolgimento di questo senso ho qualche perplessità. Poi abbiamo il tatto su cui c’è poco da dire, e l’udito.

Tutti, anche i sordomuti, emettono qualche rumore e percepiscono le vibrazioni di un’emissione vocale. Anche nella persona più silenziosa il respiro si fa più frequente quando sta per raggiungere il piacere. Tutto dipende dal sistema nervoso simpatico, che regola gli organi involontari, quelli della respirazione. Quando stiamo per provare un profondo piacere grazie al nostro amato, simpaticamente i nostri polmoni si contraggono e dilatano più velocemente, il battito cardiaco aumenta per l’iperossigenazione, il sangue irrora i corpi spugnosi, noi ci dimeniamo più che possiamo. Tutto questo ambaradan non può che farci affannare e come nessun corridore riesce a farlo silenziosamente, nemmeno gli amanti ne sono capaci.
Il gemere è la categoria non censurabile nella gamma di suoni dell’ammòre.

C’e’ poi la vocalizzazione, ossia l’emissione di suoni non articolati: gli “aaaahh, oooohh, uuuuhhh”, che forse sono involontari, ma che io sospetto propri di persone con poca fantasia.

La categoria più importante, diffusa (anche escludendo l’universo del sesso telefonico), divertente è quella della verbalizzazione, ossia la pronuncia di parole di senso compiuto, articolate a volte in frasi specifiche.
La verbalizzazione ha tre sottocategorie.

Parole sporche: parole che fuori contesto orizzontale possono non essere sconce (es. venire, ingoiare ecc); altre riferite a parti specifiche del corpo e ad azioni non lesive (o non troppo) dirette a quella parte, tipo mordere, aprire.
La lunghezza dei termini di questa classe che chiamiamo “sporca” varia a seconda della radice linguistica: nei paesi anglosassoni sono solitamente monosillabi (ass, piss, cunt ecc.), nei paesi in cui si studia il latino obbligatoriamente è facile trovarsi ad ascoltare frasi tipo “mi fai un cunnilingus?”. Anche dalle nostre parti si ama la sintesi, quando usiamo espressioni di implorazione che ricordano le giaculatorie: ripetiamo con fervore la preghiera breve “siiiì siiiì”. Può anche capitare di sentirsi dire ciò che sta accadendo, ossia di ascoltare l’altro rammentarci l’evidenza con un “sto venendo”, perché per alcuni il dire l’atto in atto è godimento.
In passato (passato passato) erano gli uomini a guidare la partita dello scarabeo zozzo, ora c’e’ una bella sfida tra i sessi. Oggi le donne per indicare il proprio organo usano meno tessere che se scrivessero “farfallina”, ma fanno più punti.

Il problema delle parole sconce non è la qualità, ma l’opportunità: bisogna sapere quando dirle, altrimenti si diventa volgari e si potrebbe avere l’effetto opposto a quello sulfureo. E’ stato rilevato che anche sottrarsi al linguaggio sporco può spegnere il fuoco, quindi non si può rispondere a un “cosa mi stai facendo?” con un “ti tocco il biscottino”, è quasi illegale.
Piace il turpiloquio secondo alcuni perché ricorda l’adolescenza, quando leggere – sui muri, sui giornaletti – portava all’eccitazione per un mondo sconosciuto. Per altri specialisti utilizzare parolacce durante il coito con la persona amata porta piacere semplicemente perché si trasgredisce dall’amore puro.

Parole d’amore: sono importanti, anche quando sono mixate con quelle scurrili. Soprattutto le donne provano piacere a sentirsi dire che sono belle, uniche e insostituibili in quel preciso momento. Queste manifestazioni di affetto sono richieste soprattutto nella fase intermedia del rapporto – il plaetau – quando ci si occupa di mantenere l’eccitazione, prima della risoluzione e dopo la stimolazione. Anche gli uomini hanno bisogno di coccole sonore: adorano sentire il proprio nome di battesimo durante l’orgasmo (quindi, donne, prima di fare l’amore, come un mantra silenzioso dite: “Antonio Antonio Antonio”) e gli piace proferire parole di sapore infantile tipo “bimba mia, piccola”, quasi a voler tornare a un’età senza ansie con la propria compagna.

Parole guida: secondo un luogo comune sono una prerogativa della donna che cerca di indirizzare l’uomo verso gli infiniti e reconditi punti sensibili del proprio corpo. Qui ci vuole una parentesi filmica: chi ricorda “tutti giù per terra”? C’ è uno spaesato Mastandrea che non solo desidera un nome più semplice per il clitoride, ma anche una mappa per trovarlo. Gli uomini non amano ascoltare queste donne TOM TOM – “gira a destra”, “altri dieci centimetri più su” -, ma vogliono dirle, soprattutto quando gli si pratica la fellatio, quasi a volersi tener stretto l’ultimo scampolo di controllo.

Esistono poi parole guida alle quali nessun genere sessuale deve rinunciare, quelle del disagio (quando sono cosi’ saggia mi odio). Se qualcosa ci imbarazza o ci fa male, bisogna parlare: il sesso si fa in due, ma se uno solo soffre non vale.

Aggiungiamo una categoria di parole suscettibili di fraintendimento, tipo “no” con la o allargata o “oddio”. Nel primo caso non si vuol fermare alcunché, ma trattenere una sensazione sublime che scivola via. Per quel che riguarda “oddio” e simili, non si sta bestemmiando piuttosto si sta manifestando un personale collegamento alla trascendenza dell’amore nell’accezione divina”. Si dice. Anche frasi tipo “mamma mia” non devono farci temere complessi di Edipo che si stanno risolvendo in quel momento.

Il respiro, la vocalizzazione, la verbalizzazione, anche se di matrice diversa, hanno l’effetto secondario (primo: eccitare) di“rassicurare”, il pensiero che ne scaturisce è: lui/lei c’ è e sta bene (per alcuni “evviva, questa respira”).
E se c’è silenzio? Se si vuole il silenzio? Potrebbe non esserci nulla di male, ma si potrebbe incorrere nel dubbio “sta pensando a un altro/a?”. Può accadere che venga chiesto a un partner di non parlare perché interferirebbe con il rapporto fantasioso e parallelo che si sta avendo nella propria mente con una persona diversa. Lo sostengono alcuni psicologi e molti fidanzati paranoici.

Tra i rumori che accompagno il fare all’amore si può contemplare la musica.
Alcuni studi affermano che la colonna sonora preferita sia la musica rock, per il ritmo incalzante, gli assoli di chitarra perforanti, i bassi cavalcanti. La chitarra può essere vista come un simbolo fallico per la tastiera o come una donna per la cassa armonica. Ciò che un batterista possa fare con “quelle bacchette”, la percussione in sé, possono essere erotizzanti. Oggi, credo, sia preferita la musica dubb. Una vecchia scuola sempre in voga preferisce il jazz, per la scivolosità dei fiati (per la metodologia del suonarli), per l’imprevedibilità dei pezzi. I tanghi, le milonghe, le bossanove stanno prendendo piede. Non immagino qualcosa di sensuale con una sonata di Mozart, ma vai a sapere.

La letteratura italiana non erotica o esplicitamente provocatoria (cfr Aldo Busi) si è mai occupata dei suoni dell’amore? Ebbene sì: penne quali quelle di Goffredo Parise ne “Il fidanzamento, di Domenico Rea in Ninfa plebea, di Cesare Pavese in Lotte di giovani e di Alberto Arbasino in Le piccole vacanze hanno descritto rantoli con estrema perizia.

La filmografia dopo gli anni ’60 si è sdoganata, anche in film di autore è possibile sentire (oltre che vedere, ovviamente) le parole del sesso: gli unici film che danno una pessima versione della musicalità erotica sono gli hard core, dove ci si accoppia davvero però si mistificano le “battute”.

Dopo tutto questo excursus sulle parole del fare all’amore, molte donne potranno fingere senza essere scoperte, molti uomini vivranno ogni rapporto con l’ansia che lei stia simulando, molti lui chiederanno a lui a chi sta pensando e lei a lei di risparmiare lettere allo scarabeo talamico.
(Ovviamente io sono illibata).

[un particolare ringraziamento a Luciano Spadanuda, autore del libro “L’urlo del piacere”, Coniglio editore]

di Corrado Morricone

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Tre anni fa, quando in pieno governo unionista furono presentati i DiCo, su Novamag descrivemmo i contenuti del provvedimento e lo etichettammo come frutto di un approccio realista e pragmatico alla questione e alla situazione politica esistente. Quel progetto di legge, in seguito, fece una brutta fine come tutta l’azione del governo Prodi, ridotto all’immobilismo ed alla continua mediazione da una risicata maggioranza parlamentare che, prima a sinistra e poi al centro, ha visto continue defezioni fino a ridursi a minoranza.

Il tramonto della proposta che in Italia abbia mai avuto le maggiori possibilità di essere approvata non ha significato, tuttavia, l’abbandono da parte di politici e parlamentari dell’idea di regolamentare le unioni di fatto, possibilmente introducendo nuovi e più o meno consistenti diritti ai conviventi e alle persone a loro vicine.

Per quel che riguarda l’attuale maggioranza, in particolare ha fatto un leggero rumore, nel settembre del 2008, l’annuncio da parte dei ministri Renato Brunetta e Gianfranco Rotondi della presentazione di un progetto sui cosiddetti DiDoRe, acronimo che sta per “Diritti e doveri di reciprocità”. Un mese dopo in parlamento è arrivata la proposta di legge da parte di numerosi parlamentari della maggioranza: come previsto dall’articolo 1, è un provvedimento che innanzitutto dovrebbe tutelare l’istituto della famiglia tradizionale intesa come unica forma di famiglia e, solo in secondo luogo, prendere atto di forme alternative di convivenza.
A differenza dei DiCo, però, i DiDoRe non offrono reversibilità della pensione, non pongono innovazioni sul piano testamentario, ma si limitano ad intervenire senza oneri statali sulla regolamentazione di alcuni casi, cioè l’assistenza in caso di malattia o ricovero (articoli 3 e 4, permettendo al convivente la visita nelle strutture ospedaliere e concedendo la responsabilità di decidere su donazione degli organi e su questioni in materia di salute e di fine vita, previa designazione scritta con testimoni), i diritti sull’abitazione (articoli 5 e 6, secondo i quali si ha diritto ad usufruire per sempre, salvo nuova relazione di fatto o matrimoniale, della casa di proprietà del convivente defunto, o a subentrargli in un contratto di locazione), gli obblighi alimentari (articolo 7).

Nonostante questo passo indietro, la proposta di legge ha subito molte critiche dalla stessa maggioranza che l’ha proposta (tra gli altri, il capogruppo dei senatori Pdl Maurizio Gasparri, il sottosegretario alla presidenza del consiglio Carlo Giovanardi), ed è ancora arenata all’esame in commissione, dopo quasi un anno e mezzo dalla sua ideazione.

Stessa ostilità (tanto da bloccarne anche la conferenza stampa di presentazione) hanno trovato le altre proposte di legge da parte del Pdl, di cui una costituzionale, da parte dei senatori Salvo Fleres, Bruno Alicata e Maria Ida Germontani. La modifica dell’art. 29 della carta da loro proposta lo scorso aprile va chiaramente in direzione della tutela (e, in un certo senso, di una più precisa definizione, della famiglia tradizionale): «La Repubblica riconosce e tutela i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e garantisce i diritti individuali scaturenti dai rapporti di coppia come stabiliti dalla legge».
Il solco, insomma, sembra essere quello dei DiDoRe; gli stessi senatori, però, in due differenti disegni di legge (del novembre 2008 e dell’aprile 2009) propongono la reversibilità della pensione in assenza di legittimati e la cosiddetta “separazione breve” in assenza di figli minori (altra innovazione del nostro diritto di famiglia da tempo discussa e mai approvata).
Sembra inutile sottolineare come, anche in questo caso, l’esame dei provvedimenti non sia ancora iniziato.

Fortuna migliore non stanno avendo le proposte di legge che vengono dall’opposizione, in particolare dal Partito democratico: ricordiamo quella firmata da Paola Concia, Livia Turco ed altri, che intende istituire e garantire l’assunzione di responsabilità genitoriale anche da parte del compagno di uno dei genitori biologici, che quindi si troverebbe non solo dei diritti, ma anche dei doveri di tipo materiale, economico e patrimoniale nei confronti del minore.
La stessa Concia, inoltre, ha presentato un pdl sulla disciplina dell’unione civile che non interviene né sull’istituto del matrimonio, né sulla disciplina dell’adozione né sulla condizione giuridica dei figli, ma solo sull’assetto giuridico e patrimoniale della coppia, e un altro pdl che ricalca quello sui Pacs presentato in passato da Franco Grillini e che tocca temi quali l’assistenza sanitaria, l’assistenza penitenziaria, la concessione della pensione di reversibilità in coppie sussistenti da più di due anni, i diritti successori e, ovviamente, lo scioglimento dello stesso patto di solidarietà.

Nel Pd, bisogna ricordarlo, era stato Ignazio Marino a inserire nel proprio programma di candidatura alle primarie la necessità di istituire le unioni civili (in questo caso, sul modello delle norme vigenti nel Regno Unito).

L’attuale maggioranza parlamentare, quindi, al di là di sporadiche e modeste iniziative, non sembra affatto orientata al riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto e alla loro eventuale regolamentazione: basta vedere come, nei giorni scorsi, la candidata Pdl nel Lazio Renata Polverini (che sul suo blog aveva scritto: «Sono favorevole a regolamentare le unioni di fatto, a patto di non produrre un matrimonio di serie B. Allo stesso tempo, sono convinta che diritti e doveri reciproci debbano essere riconosciuti alle coppie che vivono fuori del matrimonio») sia stata bloccata e rimbrottata da una serie di esponenti locali e nazionali del suo partito, nonché da alleati nella corsa alla guida della regione.

Se non può essere la «falange armata monoetica» (la citazione è di un deputato Pdl) a seguire questa strada, se l’opposizione è divisa ed equivoca in questa materia (e comunque, per il semplice fatto di essere minoranza, può difficilmente produrre una proposta che trovi l’appoggio della maggioranza), può forse intervenire la corte costituzionale ad innovare, fortemente, la situazione esistente: infatti il prossimo 23 marzo sarà chiamata a pronunciarsi sulla questione di legittimità costituzionale agli articoli 2, 3, 29, 117 della carta sollevata dal Tribunale di Venezia di fronte al caso di una coppia di uomini che aveva chiesto la pubblicazione del proprio matrimonio, e che di fronte al rifiuto dell’ufficiale di stato civile si è rivolta alla giustizia.

Tra le tante possibilità che possono scaturire da questa richiesta (secondo la quale «le opinioni contrarie al riconoscimento alla libertà matrimoniale tra persone dello stesso sesso, fatte proprie dall’Avvocatura dello Stato resistente, per giustificare la disparità di trattamento invocano ragioni etiche, legate alla tradizione o alla natura.
Si deve tuttavia obiettare che tali argomenti non sono idonei a soddisfare il rigore argomentativo richiesto dal giudizio di legittimità, non solo perché, come si è già messo in luce, i costumi familiari si sono radicalmente trasformati, ma soprattutto perché si tratta di tesi alquanto pericolose quando si discute di diritti fondamentali, posto che l’etica e la natura sono state troppo spesso utilizzate per difendere gravi discriminazioni poi riconosciute illegittime (si pensi alla disuguaglianza dei coniugi nel diritto matrimoniale italiano preriforma e al divieto delle donne di svolgere alcune professioni, entrambi fondati sulla convinzione che le donne fossero naturalmente più deboli»).

C’è anche la possibilità di un eventuale riconoscimento del matrimonio omosessuale tout court, come avvenuto in Massachussets, in Sud Africa e in Canada, o come potrebbe (di nuovo) avvenire in California, dove prossimamente, a San Francisco, partirà un processo per il riconoscimento dei matrimoni gay, che potrebbe anche arrivare in Corte Suprema e quindi essere vincolante per tutti gli Stati Uniti – e c’è da aggiungere che il giudice federale che emetterà la sentenza è, a sua volta, omosessuale.

Per restare all’Italia, una eventuale sentenza della Corte che recepisca le istanze della coppia veneziana avrebbe il paradossale, e per certi versi divertente, effetto di portare l’Italia ad avere un istituto matrimoniale che nessuna delle forze politiche presenti in parlamento si sogna minimamente di approvare, a dimostrazione che, come tante altre cose, se uno vuole il primato della politica (anche sull’etica) bisogna saperselo guadagnare. Per una legislazione più matura e più vicina alla realtà è quindi necessario attendere, salvo miracoli, la fine della legislatura.


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