di Alessandro Vicenzi

scritto in Arch, Consumi, Educazione, Figurative, Giochi, Media | permalink

Lego e Playmobil tendono ad andare sempre insieme. Andate in un negozio di giocattoli e li troverete vicini, in un tripudio di plastica dai colori saturi, linee semplificate e sorrisi innaturali.

Ma per quanto possano sembrare simili, i due sistemi di gioco hanno radici e origini radicalmente differenti.

I Lego sono danesi, nascono tra gli anni quaranta e cinquanta come semplici mattoncini da costruzione. E prima che il concetto di giocattoli in plastica invece che in legno prenda piede ci vuole un po’. Il boom arriva negli anni sessanta e a metà del decennio i mattoncini vanno pure all’assalto di uno dei capisaldi del mondo del modellismo: il treno. Alla fine del decennio nasce anche la versione per bambini pre-scolari, il Duplo, con i suoi pezzi più grandi e arrotondati. Mentre la serie Expert, dedicata ai ragazzi più grandi, evolverà poi nei Technic (e più recentemente nei set programmabili della serie Mindstorms, una sorta di entry level per chi si vuole interessare di robotica)

Gli omini entrano in scena solo alla fine degli anni settanta, nel 1978 per la precisione. Prima di loro, i mondi costruiti mattoncino su mattoncino erano disabitati. La colonizzazione degli umani partì dall’ambiente domestico, poi passò per il medioevo prima di spiccare il volo verso lo spazio. Da allora gli omini della Lego (minifigures) si sono moltiplicati a dismisura, evolvendo in una gamma quasi infinita di acconciature, teste, busti, gambe. E sono diventati un pezzo tutt’altro che secondario dell’immaginario pop.

I Playmobil, invece, nascono più tardi. E nascono in Germania. Il loro inventore, Hans Beck, scomparso all’inizio del 2009, stava cercando di creare dei giocattoli che potessero rimpiazzare i soldatini e che fossero allo stesso tempo semplici e piccoli abbastanza da essere maneggiati agevolmente dai bambini. Il risultato sono quegli omini in scala 1:24 dal caratteristico sorriso e dagli occhi enormi. I primi set sono un piccolo mix di quotidiano e immaginario tedesco: il cantiere, i cavalieri medievali e il Far West (al di là del cinema, come noi abbiamo avuto Salgari e i pirati della Malesia, i tedeschi hanno avuto Karl May e i suoi romanzi western).

A differenza dei Lego, il progetto dei Playmobil prende vita dagli omini e si concentra su questi. La scatola di Playmobil non dà il piacere della costruzione tipica del Lego, per il semplice fatto che non c’è da costruire, ma da assemblare grossi pezzi a incastro che, una volta completati degli adesivi, danno vita a un mondo che unisce un singolare realismo con un piacevole tratto di morbidezza e idealismo.

Nonostante i due sistemi di gioco vantino linee di prodotti con ambientazioni simili, non c’è però partita dal punto di vista della penetrazione nell’immaginario. Lego vince a piene mani, mentre Playmobil sconta un po’ il suo essere rimasto sempre un prodotto pensato prevalentemente per i bambini. Al contrario, i mattoncini danesi, grazie anche a una serie di licenze ben pensate (Star Wars su tutte, ma anche Indiana Jones, Spiderman, Batman o Harry Potter) sono non solo giocattoli ma anche oggetti da collezione, cool e ironici quanto basta, per persone di tutte le età. Per quanto molti puristi storcano il naso davanti alle linee più recenti che, in puro stile Playmobil, sono sempre meno da costruire e sempre più “da montare” (i Bionicle su tutti). La nuova linea Architecture, che permette di ricostruire opere dei più grandi architetti moderni, potrebbe essere un efficace e ben studiato ritorno alle origini.

Ma ovviamente, visto che stiamo parlando di giocattoli, gli utilizzi che poi le persone ne fanno sono molteplici.

In particolare, sono diffusissimi i fan-movie realizzati usando Lego e Playmobil. I primi in particolare possono vantare di essere stati usati anche da un professionista, e che professionista: Micheal Gondry ha girato il videoclip di Fell in love with a girl degli White Stripes usando i mattoncini Lego come pixel (pixel analogici e tridimensionali, per così dire; anche se poi Gondry ha ammesso di aver barato impiegando per un paio di secondi immagini generate al computer), ricreando pazientemente a passo uno le riprese del duo americano.

Mentre il fandom ha tendenzialmente preferito concentrarsi sull’animazione a passo uno degli omini: Thriller di Micheal Jackson è stato ricreato fedelmente nella sua interezza, mentre qualcuno si è premurato di creare un videoclip nuovo di zecca per Bohemian Rhapsody dei Queen (in cui appare una splendida Morte seguita da un codazzo di schifezze striscianti). Dai video correlati su Youtube di questi video si apre un universo in cui si trova più o meno di tutto.

I Playmobil non hanno avuto il loro Gondry. O forse sì, ma lo sanno in pochi. I Venus Hum, trio elettronico americano, ha infatti realizzato nel 2004 un videoclip, Fighting for love, usando proprio pupazzetti e ambientazioni Playmobil date un’occhiata anche su Novamag, nella sezione video). Cercando di fare qualcosa di diverso dalle consuete stop-motion, il regista Kip Kubin (che poi è uno dei membri del gruppo) si è imposto di non far muovere nulla che non fosse la macchina da presa, che si trova così ad aggirarsi in una serie di “tableaux (non)vivants“. Il risultato è un video molto riuscito, in cui tutta l’innocenza e la plasticosa serenità della Playmobil vengono trasfigurate da una trama spionistica vagamente ispirata ad Alias, la serie tv di J.J. Abrams.

Altrimenti, il fandom preferisce sfruttare il dettaglio degli omini Playmobil per ricreare film d’avventura pirateschi piuttosto che di ambientazione western, vichinga o medievale, con risultati ovviamente altalenanti. The Viking Five è uno degli esempi migliori di quello che si può fare in questo campo.

Ma il progetto migliore tra quelli che mostrano come la gente, in fondo, non stia facendo altro che continuare a giocare con i giocattoli di quando era piccola, solo usando la tecnologia per farlo meglio e farlo vedere agli altri, è quello di Brendan Powell Smith. Il suo Brick Testament, nato come set di immagini pubblicate su un sito e diventato con il tempo una serie di libri fotografici, è una Bibbia illustrata utilizzando esclusivamente il Lego. Smith usa una gamma impressionante di elementi, tra mattonicini, scenografie, oggetti, pettinature, teste e corpi per ricreare, non senza tocchi ironici ma con straordinaria fedeltà, episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento, dalla Genesi all’Apocalisse. La cosa più divertente di tutte, però, è che Smith, che si è ribattezzato “reverendo“, ha ricevuto talmente tante richieste da chiese sparse per il mondo che ha messo su una pagina di FAQ per chi fosse interessato a usare le sue immagini.