di Redazione

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Ad aprire la stagione è stato il “Festival de Sopes” di Barcellona, che si è svolto il 25 marzo. A Lille, città dove la manifestazione è stata inventata nel 2001, la data fatidica è quella del primo maggio. A Roma il festival, alla sua terza edizione, si tiene il 10 aprile, al Casale Garibaldi, mentre a Bologna arriva il 25 aprile, festa della Liberazione.

Ma a che serve questo strano evento? “Il Festival tenta di creare un momento di festa intorno ad un piatto ricco e popolare e conosciuto in tutto il mondo. I partecipanti si contendono l’ambito “mestolo d’oro”, rispondono gli organizzatori dell’evento romano (http://www.lacittadellutopia.it: qui trovate i link anche per le altre manifestazioni).

“Gli scopi che la Zuppa vuole esprimere attraverso l’iniziativa sono: l’aspetto culturale, sociale e umano del ritrovarsi a mangiare insieme, in strada; l’aspetto artistico degli zuppieri che si dedicano a miscelare, a creare e a donare; l”aspetto ludico, in cui si fondono le manifestazioni culturali e quotidiane di tutti i popoli”.

E poi: “La gratuità da parte di coloro che cucinano e gareggiano ludicamente… l’apertura e la partecipazione di chiunque, a partire dal quartiere ospitante”.

Zuppa in francese si dice Soupe. E non a caso Soupe è anche un sigla: Symbole d’Ouverture et d’Union des Peuples Européens (Simbolo d’apertura e d’unione dei paesi europei).

Ecco la divertente ricetta del festival, che a Lille si tiene al mercato di Wazemmes: “Fate marinare, il mattino del primo maggio, diverse centinaia di visitatori che provengono da ogni dove e di dimensione, nella cuvette del mercato di Wazemmes.

Verso mezzogiorno, quando la macerazione comincia a produrre degli effetti allettanti, battete con vigore il pavimento con l’aiuto di saltimbanchi roboanti e vivaci e inclinate leggermente la piazza del mercato verso l’nagolo nord-est, all’incrocio tra rue Jules Guesde e rue des Sarrazins, allo scopo di raccogliere il numero massimo di partecipanti in questo luogo preparato in anticipo…

Cominciate allora la cottura a fuoco vivo, alle 15. Assicuratevi della partecipazione massiccia di bettole, ristoranti e bottegucce per mettere insieme questa brodaglia popolare.

Occupatevi di di convocare un buon drappello di musicisti e intrattenitori locali e di altri luoghi che ruotino attorno al pentolone mentre si prepara la zuppa.

Non esitate a fare sorvegliare la zuppa da bambini golosi che restino nei pressi del paiolo a dorso di cammello o di elefante.

Il servizio non dovrà in alcun modo essere trascurato, affidate agli artisti plastici e ai maestri dell’illuminazione la sistemazione e la decorazione degli spazi di degustazione.

Gettate nel brodo un’infilata di buongustai di provata esperienza che terrete da parte per la fine della cottura.

Dopo cinque ore fate fondere undici once d’oro, con cui colorete un mestolo splendente. Alle 19, tirate fuori lo spiedino di buongustai e fategli assegnare il Mestolo d’Oro al miglior cuciniere”.

Insomma, buona zuppa.

di Luca Colombo

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Potrebbe essere una nuova sceneggiatura di Romero: morti e sepolti lontano dall’attenzione di cronisti e opinione pubblica, gli OGM hanno scoperchiato con rumore i sepolcri cui sembravano destinati e hanno ripreso il loro brancolante cammino sulle pagine dei giornali, nei Tg e nei contenitori televisivi e radiofonici ancora in condizione di informare. E l’appropriata colonna sonora è inevitabilmente “Thriller”, perché la trama è ancora appesa a un filo.

La prima urna a saltare si scoperchia sulle pagine della “Stampa” il 17 gennaio scorso, quando viene annunciato, come fosse un blitz in clandestinità, che Regioni e Stato centrale il 28 gennaio successivo si accingono ad approvare un accordo sulle cosiddette “linee guida sulla coesistenza”. Il titolo apriva la strada a un refrain di successo: “L’Italia sdogana gli OGM”, esattamente lo stesso verbo e concetto replicato a oltranza da agenzie e testate giornalistiche in occasione della ‘storica’ decisione sulla patata transgenica, questa volta in salsa europea.
In realtà, il processo italiano rappresentava semplicemente il compimento di un lungo iter negoziato tra le regioni, e poi tra queste e il ministero dell’Agricoltura, sotto il monitoraggio attivo di diverse controparti sociali, teso a imbrigliare dentro un quadro di regole tendenzialmente rigorose le coltivazioni transgeniche, altrimenti a rischio di essere liberate nella ‘terra di nessuno’.

Forse l’articolo della “Stampa” non aveva pretese di scoop, ma raggiunge l’obiettivo di far saltare il tavolo tra Stato e Regioni, accadimento di cui lo stesso giornale ci informa il 23 gennaio: le elezioni sono troppo vicine per ‘sdoganare’ gli OGM, e il ministro Zaia, doppiamente parte in causa come responsabile del dicastero dell’agricoltura e come candidato governatore, incontra gli stessi timori fra assessori e governatori regionali.

Nel frattempo qualcuno nascondeva le carte: infatti quattro giorni prima, il 19 gennaio, il Consiglio di Stato aveva emesso una sentenza in cui imponeva al Ministero dell’Agricoltura di completare entro 90 giorni gli atti relativi alla semina di varietà transgeniche. Avvocatura di Stato e qualche poco solerte dipendente del ministero dell’Agricoltura, le controparti legale e amministrativa dell’agricoltore friulano fan del seme manipolato, avranno pure recepito la sentenza, ma nulla è stato dato sapere, nulla ha raggiunto la superficie, come se quel movimento carsico degli zombi transgenici avesse ripreso il suo corso.
Se ne viene a conoscenza solo il 29 gennaio, quando ormai le regole di salvaguardia contenute nell’accordo sulla coesistenza sono state nuovamente seppellite.

Scoppia il panico e le rotative dei giornali prendono a macinare OGM a pieno regime. Tra il giubilo rumoroso dei patiti del transgenico e il disorientamento del vasto raggruppamento istituzionale e sociale che si oppone all’agricoltura geneticamente modificata è un turbinio di dichiarazioni, commenti, interviste, richieste di smentita. Qualcosa che tra movimenti scoordinati e scene di massa ricorda da vicino il video di Michael Jackson. Provvedimenti a tutela dell’agricoltura italiana libera da OGM vengono annunciati, ma restano ad oggi ancora spiriti impalpabili.

Si arriva così alla patata Amflora. Ed è il botto. Prime pagine di giornali, lunghi servizi dei Tg, interviste a prestigiosi luminari della scienza, le associazioni ecologiste ritrovano qualche faro puntato su di loro e sulle vicende ambientali ormai neglette, le associazioni agricole –mai coese nella storia patria- che si fronteggiano tra qualità e innovazione, tra libertà di semina e ricerca e libertà dalle contaminazioni genetiche. Addirittura si assiste a una querelle interna al Vaticano per interposta stampa, con la bolla papale vergata sulle pagine dello “Osservatore Romano” che ribadisce la non posizione in materia della Chiesa (pur facendo capire che se siamo arrivati a superare il miliardo di affamati a 15 anni dalle prime coltivazioni biotech, miracoli non sembrano farne).

Telegiornali, radio, siti o giornali, financo la free press, impediscono di ignorare che ‘gli OGM sono tornati’. Tornati sui media e nella discussione politica, ma ‘gli OGM non sono tra noi’, nonostante Monsanto, Basf o anche Romero e il re del pop. Sono al massimo nelle mangiatoie animali dove la soia transgenica prevale, ma non sugli scaffali, non sulle mense e non nei campi, soprattutto in quelli italiani, ma neanche in quelli europei, dove arretrano quasi come zombie trafitti dalla troppa luce. Perché anche gli horror possono avere un lieto fine.

di Redazione

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di Maria Giovanna Vagenas / Presentato verso la fine della manifestazione alla Mostra del cinema, Soul Kitchen del regista turco-tedesco Fatih Akin, è stato accolto da un lunghissimo applauso finale. Fatih Akin ha certamente creato una certa sorpresa proponendo al pubblico del festival un film vibrante, scanzonato e divertente, dall’ottimo ritmo, una commedia culinario-musicale ben scritta ed orchestrata con mano felice. La giuria ha apprezzato queste qualità attribuendo al regista il Leone d’argento-Gran premio della giuria.

Soul Kitchen è stato una sorpresa anche perché è la prima commedia di Fatih Akin, regista che deve la sua fama internazionale a dei grandi melodrammi come La sposa turca, Orso d’Oro a Berlino nel 2004 e Ai confini del paradiso, Palma d’oro per la migliore sceneggiatura a Cannes nel 2006.
Quella di Soul Kitchen é una ricetta rischiosa dall’alchimia riuscita: il ritmo molto sostenuto, la complessità dell’intreccio, la miriade di personaggi, il sound mixer eclettico e il ricorso a vari tipi di comicità avrebbero potuto, in teoria, sabotare l’equilibrio e la coerenza del film, ma Fatih Akin è riuscito a fondere tutti questi elementi in un insieme organico da cui si sprigiona un’incredibile energia e molta tenerezza.

Soul Kitchen è il nome del ristorante centro di tutta la storia, costruita come un vorticoso caleidoscopio, intorno al protagonista, il greco Zinos, padrone del luogo. Una moltitudine di personaggi compongono questo strabiliante puzzle umano: Nadine, la ragazza tedesca di Zinos, in partenza per Shanghai; l’eccentrico cuoco Shayn; Ilias, il fratello di Zinos, ex-detenuto in libertà vigilata; Lutz, un vecchio compagno di scuola imprenditore edilizio senza scrupoli; un’inflessibile ispettrice delle imposte; l’energica cameriera Lucia; la fisioterapista Anna e molti altri ancora. Questa vicenda corale, a tratti autobiografica, si avvale di un nucleo di persone care al regista: il suo migliore amico Adam Bousdoukos, protagonista e co-sceneggiatore, suo fratello Cem, che ha una piccola parte nel film, degli attori-feticcio, complici di lunga data, come Moritz Bleibtreu e Byrol Unüel.
Il segreto di fabbricazione di questo film risiede, a mio avviso, nella sua autenticità: Soul Kitchen riflette, più di ogni altro film del regista, l’universo personale di Fatih Akin, l’importanza dell’amicizia e della famiglia, la sua passione per la musica, per il cibo e l’amore per Amburgo, la sua città.
Soul Kitchen è, infine, una sorta d’addio affettuoso alla gioventù che si è appena lasciata, all’epoca più bella della vita forse; folle, scapestrata, piena di sogni e di entusiasmo.

Ho incontrato il regista sulla terrazza dell’Excelsior a Venezia sotto un sole battente ed un vento fortissimo. Il mio collega brasiliano ed io non ci scorderemo facilmente quest’intervista vivace e molto divertente. Fatih Akin – voce roca, occhiali neri- è simpaticissimo, va a mille all’ora e sa veramente il fatto suo!

Com’è nato il progetto di Soul Kitchen?
Nella primavera del 2003 avevo appena finito il montaggio de La sposa turca, non avevo più soldi e avevo disperatamente bisogno di trovare un nuovo progetto a breve termine. Ho scritto così una prima versione di Soul Kitchen perché pensavo che fosse un’opera molto facile e veloce da realizzare.
Per il soggetto mi ero ispirato ad un luogo che conoscevo molto bene: il ristorante del mio migliore amico Adam Bousdoukos, un posto che era un po’ come casa mia e dove facevamo spessissimo delle feste. Avrei potuto così effettuare le riprese ad Amburgo, che é la mia città, filmare in digitale e finire il tutto in quattro e quattr’otto.
La prima stesura del film, che ho buttato giù rapidamente, è piaciuta molto al mio socio, poi, durante l’inverno, siamo andati insieme su un’isola dove ho finito la seconda stesura.
Finalmente abbiamo ottenuto i soldi per girare il film. Nel febbraio del 2004 ho vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino per La sposa turca e tutto è cambiato d’un colpo. Ho pensato che un soggetto come Soul Kitchen non fosse abbastanza serio, che avrei dovuto trattare piuttosto un tema “politico” del genere de La sposa turca e continuare la trilogia che avevo inaugurato con quel film. Per queste ragioni non ho più realizzato Soul Kitchen all’epoca, ma non ho mai smesso di lavorarci su.
Nel corso degli anni ho cambiato la sceneggiatura più volte pensando che lo avrebbe girato un altro regista e che io lo avrei semplicemente prodotto. Nel frattempo ho fatto rapidamente Crossing the bridge-The sound of Istanbul: ho scritto un progetto di tre-quattro pagine, ho ottenuto il finanziamento- mezzo milione di euro – è l’ho girato subito. Ho scritto in seguito Ai confini del paradiso e mi sono lanciato nella sua realizzazione: purtroppo durante l’ultima settimana delle riprese del film il mio socio è morto. Il soggetto del film era proprio questo: la perdita di una persona cara.
Ai confini del paradiso
riprende delle situazioni della vita reale; parla di come si affronta la sofferenza di un lutto e di come s’impara, alla fine, ad accettare la morte ma anche il sorriso come facenti parte della vita stessa. Mi sembrava giusto, in seguito a tutto ciò, fare un film più allegro: così ho tirato fuori dal cassetto Soul Kitchen, l’ho riscritto insieme ad Adam Bousdoukos e finalmente l’abbiamo girato!

Soul Kitchen é la tua prima commedia….
Dopo tutti i film seri che avevo fatto – film ai quali devo peraltro la mia notorietà – mi sono detto che non avrei voluto essere associato a vita ad un solo genere cinematografico. Voglio evolvere, imparare cose nuove, sperimentare nuove forme anche se non dovessi riuscire così bene come in passato. Voglio cercare di tirare fuori il meglio del regista che c’è in me e non posso farlo se non prendo il rischio di cimentarmi in generi diversi.

Soul Kitchen è basato sulla vita di Adam Bousdoukos?
Certo! É la sua storia, sono le sue lotte! Adam è stato padrone di un ristorante per circa nove anni, io ed i miei amici lo frequentavamo assiduamente. Era un posto un po’ boheme con una clientela molto eterogenea: c’erano dei musicisti, dei freaks (fricchettoni), degli operai, degli artisti e degli studenti. Ci andavo spesso a mangiare anche con mia moglie e mio figlio; inutile dirti che dopo avere mangiato lì per un paio di ore non potevo mettermi al lavoro tanto il cibo era pesante… Non si andava al ristorante di Adam per la qualità del cibo ma per la sua atmosfera. Quando ho cominciato a cercare un soggetto per fare una commedia che avesse luogo nella mia città mi è sembrato evidente scegliere questo posto. Ero stanco di fare dei film di qua e di là, di vivere costantemente in albergo; volevo svegliarmi di mattina e potere andare sul set in bicicletta, tornare a casa di sera, giocare con mio figlio e dormire nel mio letto!

La sceneggiatura, così fluida e brillante, è in realtà molto complessa. Come hai lavorato con Adam alla scrittura di questa commedia ?
La sceneggiatura di Soul Kitchen, che pensavo di finire velocemente, si è rivelata come una delle più difficili della mia carriera. Durante la scrittura ho conosciuto dei momenti di vera disperazione. In quel periodo ho fumato un sacco di marijuana; avevo l’impressione che mi aiutasse ad aprire molte “porte” e “finestre” nuove nella mia immaginazione ma ogni “porta” che si apriva costituiva anche un nuovo problema da risolvere, il lavoro sembrava senza fine. Bada bene, non consiglio a nessuno di mettersi a fumare marijuana per scrivere meglio; semplicemente io all’epoca funzionavo così, adesso non lo faccio più! Non più così tanto perlomeno….(ride)
Adam ed io avevamo un sacco di idee, ci dicevamo: “ Abbiamo bisogno di mettere pure lui nel film e poi ci dovrebbe essere un cliente così e così e grazie a questo cliente potremmo raccontare quest’altra storia ancora, e se ci mettessimo anche quella ragazza, allora potremmo…” e via di seguito.
Tutti i personaggi e le situazioni del film erano già lì, facevano parte della nostra vita. La storia del fratello di Zinos, per esempio, è la vera storia di un nostro amico finito in prigione per traffico di marijuana che per avere il permesso di uscire durante il giorno doveva trovare un lavoro. Mi piaceva l’idea di includerlo in qualche modo nel nostro progetto e così ho messo la sua storia nella sceneggiatura. Il mio amico mi ha solo pregato di cambiarla un po’- nel film il fratello del protagonista è in prigione per debiti di gioco – in modo che sua madre potesse vedere il film senza rendersi conto che si parlava di lui! Quest’enorme massa di caratteri e di storie erano già tutti presenti alla prima stesura a volte solo attraverso un appunto, una frase o un semplice accenno. Ci siamo trovati di fronte ad un puzzle estremamente complesso: mettere in ordine tutto questo materiale è stato un lavoro di precisione architettonica.
La cosa peggiore sono state le reazioni di chi leggeva la sceneggiatura: “Siete sicuri che si tratti di una commedia? Ma non è per niente divertente! Somiglia piuttosto ad un dramma!”. Io, invece, ci ho sempre visto qualcosa di divertente.

A parte gli elementi autobiografici, hai avuto altre fonti di ispirazione?
C’è anche un libro che ha, in un certo senso, ispirato questo film, si tratta di un romanzo sulla trasformazione della Lower East Side a New York fra gli anni sessanta e gli anni ottanta. La Lower East Side, all’origine un quartiere poco frequentabile e socialmente promiscuo, è diventata in seguito alla speculazione edilizia, nel giro di pochi anni, un quartiere alla moda per pochi privilegiati. Avrei sempre voluto fare un adattamento cinematografico di questo libro, ma non sono mai riuscito ad ottenere i diritti d’autore. Ad Amburgo sta succedendo un po’ lo stesso in vari quartieri della città; il mio film parla anche di questo.

Hai spesso fatto dei film corali mettendo in scena famiglie intere; in questo senso Soul Kitchen ha molti punti in comune con Solino, uno dei tuoi primi film, dove raccontavi la storia di due fratelli italiani emigrati in Germania, padroni di una pizzeria.
E’ molto più facile fare un film con due soli personaggi principali, come era il caso di La sposa turca. C’è una grande forza in questo tipo di struttura. Cerco sempre la semplicità, ma nel caso di Soul Kitchen le cose sono andate diversamente. Un ristorante è per definizione un luogo con molti personaggi, quando poi abbiamo visto il luogo in cui avremmo effettuato le riprese ci è sembrato talmente grande da dover aggiungere ancora più personaggi per riempire lo spazio! (ride)
C’è in effetti un certo rapporto fra Solino e Soul Kitchen anche se a posteriori non sono contento del risultato di Solino perché ci sono delle cose nella sceneggiatura che non mi piacciono. C’è una scena in cui i due fratelli fanno un furto: uno scappa senza guardarsi indietro mentre l’altro viene catturato dalla polizia. Non mi sono mai sentito a mio agio con questa scena perché ho un fratello e nella vita non mi sarei mai comportato così con lui, né lui con me.
In Soul Kitchen ho avuto l’opportunità di riparare questa vecchia ingiustizia cinematografica; anche qui i due fratelli fanno un furto insieme, ma quando arriva la polizia nessuno dei due cerca di salvarsi la pelle per conto proprio e, ovviamente, finiscono per essere catturati entrambi!

Ci sono dei registi che ti hanno influenzato nel fare questa pellicola?
La commedia è un genere popolare; io volevo fare era una commedia che potesse interessare anche un pubblico di film d’art ed essai. Visto che si trattava della mia prima commedia dovevo in qualche modo scoprire il mio tipo di humour; ho fatto dunque una lista di film comici che mi piacciono e mi sono messo a studiarli. Fra i contemporanei citerei Woody Allen, i fratelli Cohen e Jim Jarmush, risalendo nel tempo Ernst Lubitsh e Billy Wilder e poi, ovviamente, Buster Keaton e Charlie Chaplin. Ho cercato di attingere a questi diversi tipi di comicità e di mescolarli tutti insieme pur sapendo che rischiavo di ritrovarmi alla fine con una specie di patchwork senza coesione.

Quali sono i registi che ti hanno influenzato in generale come regista?
Direi soprattutto i registi americani per la loro tradizione e la loro capacità narrativa: mi considero uno “storyteller”, un regista-scrittore, un autore ma non nel senso del cosiddetto cinema d’autore europeo. Sono un narratore classico.

Hai fatto delle ricerche specifiche durante la preparazione del film per quanto riguarda per esempio la gastronomia e il cibo?
Anche in questo caso ho fatto ricorso a film: Eat, drink, man, woman di Ang Lee è stato una referenza in questo senso, così come pure Big Night di Stanley Tucci, un film su due fratelli che hanno un ristorante, che è peraltro un’ottima commedia. Il modo in cui si fa la pasta nel film l’ho letteralmente rubato da Big Night! (ride) Diciamo piuttosto che ho voluto fare una specie di omaggio a Stanley Tucci!!!…..(ride) Anche l’uso della luce è molto particolare nelle scene in cui si vede del cibo. Pure questo è un particolare che abbiamo osservato durante le nostre ricerche: quando riprendi del cibo devi illuminarlo molto bene se no non ha un bell’aspetto. Avevamo già girato tutte le scene con il cibo quando ci siamo resi conto che erano troppo buie, così abbiamo dovuto girale tutte di nuovo …

Il cuoco Shahyn, interpretato da un tuo attore feticcio Birol Ünel, è un personaggio assai eccentrico. Volevi fare una satira dei vari cuochi che vediamo ogni giorno alla televisione?
In un certo senso sì. Nel periodo di scrittura guardavo spesso la tv e mi imbattevo di continuo in vari cuochi gentilissimi; così ho pensato di fare esattamente il contrario. Tutti i cuochi che conosco personalmente, e ne conosco parecchi, sono alcolizzati o si drogano in qualche modo. Ho letto anche un libro scritto da un grande chef francese che sicuramente mi ha influenzato nel creare il carattere di Shahyn. Shahyn è una specie di Don Chisciotte della cucina, é costantemente infuriato perché vorrebbe cambiare le abitudini culinarie della gente, convincerla a mangiare meglio, ma nessuno sembra prestargli attenzione, almeno in un primo tempo.

La musica è molto importante in Soul Kitchen. Nel film c’é molta musica soul ma anche rembetiko greco e canzoni popolari tedesche; una compilation eclettica che ben rispecchia la pluralità etnica dei personaggi e la tua nota passione per la musica. Come hai lavorato sul sound mixer?
Non volevo fare un film con la “musica favorita” del regista, questo tipo di film non mi piace perché non c’è un concetto organico dietro queste scelte. La mia idea era quella di creare, come avevo fatto in precedenza per Crossing the bridge, una colonna sonora che riflettesse la realtà musicale della città. Amburgo è una vera e propria “soul city” dove si trovano i migliori club di musica soul del mondo al di fuori degli Stati Uniti. Fino a qualche anno fa c’erano in città due discoteche mitiche: il Mojo Club e Soul Kitchen, appunto. Ogni fine settimana c’erano delle feste a base di musica soul. Ovviamente ad Amburgo c’é anche molta musica elettronica con vari Djs famosi che sono invitati a suonare negli Stati Uniti e molta musica rock. Avevo fatto una scaletta con tutti i brani da usare nel film già molto prima di iniziare a girare: per me avevano un senso e rispecchiavano un concetto ben preciso molto lontano da una banale compilation.

I personaggi dei tuoi film provengono molto spesso dal mondo dell’immigrazione. Cosa ha motivato questa tua scelta?
Non ho mai voluto essere una specie di Spike Lee tedesco; per me era semplicemente più facile creare dei personaggi tratti da un ambiente che conosco bene visto che sono figlio di emigranti. Questo non vuol dire che nei miei film non ci siano dei personaggi tedeschi, come per esempio quello rappresentato da Hanna Schygulla in Ai confini del paradiso.
D’altra parte ormai in Germania la presenza degli immigrati fa parte della quotidianità già da decenni ed è vissuta, per lo più, come qualcosa di naturale. Soul Kitchen riflette in un certo senso quest’evoluzione. Nei miei film precedenti i protagonisti, pur non avendo la nostalgia tipica degli immigrati della prima generazione che sognavano di ritornare in patria, soffrivano a causa di problemi d’identità e si domandavano quale fosse veramente il loro paese. I personaggi di Soul Kitchen invece sanno ormai che il loro paese non è più il luogo d’origine dei loro genitori, ma il posto dove sono nati e cresciuti e sono pronti a difendere questa “terra”, che considerano la loro, opponendosi ai progetti edilizi di un tedesco “biondo” che minacciano di distruggere la vita e il carattere di tutto un quartiere di Amburgo.

[Questa intervista è stata pubblicata originariamente l'11 gennaio dalla rivista di cinema online Schermaglie, che ringraziamo per l'amichevolo autorizzazione a ripubblicarla]

Presentato verso la fine della manifestazione alla Mostra del cinema, Soul Kitchen del regista turco-tedesco Fatih Akin, è stato accolto da un lunghissimo applauso finale. Fatih Akin ha certamente creato una certa sorpresa proponendo al pubblico del festival un film vibrante, scanzonato e divertente, dall’ottimo ritmo, una commedia culinario-musicale ben scritta ed orchestrata con mano felice. La giuria ha apprezzato queste qualità attribuendo al regista il Leone d’argento-Gran premio della giuria.
Soul Kitchen è stato una sorpresa anche perché è la prima commedia di Fatih Akin, regista che deve la sua fama internazionale a dei grandi melodrammi come La sposa turca, Orso d’Oro a Berlino nel 2004 e Ai confini del paradiso, Palma d’oro per la migliore sceneggiatura a Cannes nel 2006. Quella di Soul Kitchen é una ricetta rischiosa dall’alchimia riuscita: il ritmo molto sostenuto, la complessità dell’intreccio, la miriade di personaggi, il sound mixer eclettico e il ricorso a vari tipi di comicità avrebbero potuto, in teoria, sabotare l’equilibrio e la coerenza del film, ma Fatih Akin è riuscito a fondere tutti questi elementi in un insieme organico da cui si sprigiona un’incredibile energia e molta tenerezza.Soul Kitchen è il nome del ristorante centro di tutta la storia, costruita come un vorticoso caleidoscopio, intorno al protagonista, il greco Zinos, padrone del luogo. Una moltitudine di personaggi compongono questo strabiliante puzzle umano: Nadine, la ragazza tedesca di Zinos, in partenza per Shanghai; l’eccentrico cuoco Shayn; Ilias, il fratello di Zinos, ex-detenuto in libertà vigilata; Lutz, un vecchio  compagno di scuola imprenditore edilizio senza scrupoli; un’inflessibile ispettrice delle imposte; l’energica cameriera Lucia; la  fisioterapista Anna e molti altri ancora. Questa vicenda corale, a tratti autobiografica, si avvale di un nucleo di persone care al regista: il suo migliore amico Adam Bousdoukos, protagonista e co-sceneggiatore, suo fratello Cem, che ha una piccola parte nel film, degli attori-feticcio, complici di lunga data, come Moritz Bleibtreu e Byrol Unüel. Il segreto di fabbricazione di questo film risiede, a mio avviso, nella sua autenticità: Soul Kitchen riflette, più di ogni altro film del regista, l’universo personale di Fatih Akin, l’importanza dell’amicizia e della famiglia, la sua passione per la musica, per il cibo e l’amore per Amburgo, la sua città. Soul Kitchen è, infine, una sorta d’addio affettuoso alla gioventù che si è appena lasciata, all’epoca più bella della vita forse; folle, scapestrata, piena di sogni e di entusiasmo.

Ho incontrato il regista sulla terrazza dell’Exelsior a Venezia sotto un sole battente ed un vento fortissimo. Il mio collega brasiliano ed io non ci scorderemo facilmente quest’intervista vivace e molto divertente; Fatih Akin – voce roca, occhiali neri- è simpaticissimo, va a mille all’ora e sa veramente il fatto suo!

Com’è nato il progetto di Soul Kitchen?

Nella primavera del 2003 avevo appena finito il montaggio de La sposa turca, non avevo più soldi e avevo disperatamente bisogno di trovare un nuovo progetto a breve termine. Ho scritto così una prima versione di Soul Kitchen perché pensavo che fosse un’opera molto facile e veloce da realizzare. Per il soggetto mi ero ispirato ad un luogo che conoscevo molto bene: il ristorante del mio migliore amico Adam Bousdoukos, un posto che era un po’ come casa mia e dove facevamo spessissimo delle feste. Avrei potuto così effettuare le riprese ad Amburgo, che é la mia città, filmare in digitale e finire il tutto in quattro e quattr’otto. La prima stesura del film, che ho buttato giù rapidamente, è piaciuta molto al mio socio, poi, durante l’inverno, siamo andati insieme su un’isola dove ho finito la seconda stesura. Finalmente abbiamo ottenuto i soldi per girare il film. Nel febbraio del 2004 ho vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino per La sposa turca e tutto è cambiato d’un colpo. Ho pensato che un soggetto come Soul Kitchen non fosse abbastanza serio, che avrei dovuto trattare piuttosto un tema “politico” del genere de La sposa turca e continuare la trilogia che avevo inaugurato con quel film. Per queste ragioni non ho più realizzato Soul Kitchen all’epoc, ma non ho mai smesso di lavorarci su. Nel corso degli anni ho cambiato la sceneggiatura più volte pensando che lo avrebbe girato un altro regista e che io lo avrei semplicemente prodotto. Nel frattempo ho fatto rapidamente Crossing the bridge-The sound of Istanbul: ho scritto un progetto di tre-quattro pagine, ho ottenuto il finanziamento- mezzo milione di euro – è l’ho girato subito. Ho scritto in seguito Ai confini del paradiso e mi sono lanciato nella sua realizzazione: purtroppo durante l’ultima settimana delle riprese del film il mio socio è morto. Il soggetto del film era proprio questo: la perdita di una persona cara. Ai confini del paradiso riprende delle situazioni della vita reale; parla di come si affronta la sofferenza di un lutto e di come s’impara, alla fine, ad accettare la morte ma anche il sorriso come facenti parte della vita stessa. Mi sembrava giusto, in seguito a tutto ciò, fare un film più allegro: così ho tirato fuori dal cassetto Soul Kitchen, l’ho riscritto insieme ad Adam Bousdoukos e finalmente l’abbiamo girato!

Soul Kitchen é la tua prima commedia….

Dopo tutti i film seri che avevo fatto – film ai quali devo peraltro la mia notorietà- mi sono detto che non avrei voluto essere associato a vita ad un solo genere cinematografico. Voglio evolvere, imparare cose nuove, sperimentare nuove forme anche se non dovessi riuscire così bene come in passato. Voglio cercare di tirare fuori il meglio del regista che c’è in me e non posso farlo se non prendo il rischio di cimentarmi in generi diversi.

Soul Kitchen è basato sulla vita di Adam Bousdoukos?

Certo! É la sua storia, sono le sue lotte! Adam è stato padrone di un ristorante per circa nove anni, io ed i miei amici lo frequentavamo assiduamente. Era un posto un po’ boheme con una clientela molto eterogenea: c’erano dei musicisti, dei freaks (frichettoni), degli operai, degli artisti e degli studenti. Ci andavo spesso a mangiare anche con mia moglie e mio figlio; inutile dirti che dopo avere mangiato lì per un paio di ore non potevo mettermi al lavoro tanto il cibo era pesante… Non si andava al ristorante di Adam per la qualità del cibo ma per la sua atmosfera. Quando ho cominciato a cercare un soggetto per fare una commedia che avesse luogo nella mia città mi è sembrato evidente scegliere questo posto. Ero stanco di fare dei film di qua e di là, di vivere costantemente in albergo; volevo svegliarmi di mattina e potere andare sul set in bicicletta, tornare a casa di sera, giocare con mio figlio e dormire nel mio letto!

 La sceneggiatura, così fluida e brillante, è in realtà molto complessa. Come hai lavorato con Adam alla scrittura di questa commedia ?

La sceneggiatura di Soul Kitchen, che pensavo di finire velocemente, si è rivelata come una delle più difficili della mia carriera. Durante la scrittura ho conosciuto dei momenti di vera disperazione. In quel periodo ho fumato un sacco di marijuana; avevo l’impressione che mi aiutasse ad aprire molte “porte” e “finestre” nuove nella mia immaginazione ma ogni “porta” che si apriva costituiva anche un nuovo problema da risolvere, il lavoro sembrava senza fine. Bada bene, non consiglio a nessuno di mettersi a fumare marijuana per scrivere meglio; semplicemente io all’epoca funzionavo così, adesso non lo faccio più! Non più così tanto perlomeno….(ride) Adam ed io avevamo un sacco di idee, ci dicevamo: “ Abbiamo bisogno di mettere pure lui nel film e poi ci dovrebbe essere un cliente così e così e grazie a questo cliente potremmo raccontare quest’altra storia ancora, e se ci mettessimo anche quella ragazza, allora potremmo…” e via di seguito. Tutti i personaggi e le situazioni del film erano già lì, facevano parte della nostra vita. La storia del fratello di Zinos, per esempio, è la vera storia di un nostro amico finito in prigione per traffico di marijuana che per avere il permesso di uscire durante il giorno doveva trovare un lavoro. Mi piaceva l’idea di includerlo in qualche modo nel nostro progetto e così ho messo la sua storia nella sceneggiatura. Il mio amico mi ha solo pregato di cambiarla un po’- nel film il fratello del protagonista è in prigione per debiti di gioco – in modo che sua madre potesse vedere il film senza rendersi conto che si parlava di lui! Quest’enorme massa di caratteri e di storie erano già tutti presenti alla prima stesura a volte solo attraverso un appunto, una frase o un semplice accenno. Ci siamo trovati di fronte ad un puzzle estremamente complesso: mettere in ordine tutto questo materiale è stato un lavoro di precisione architettonica. La cosa peggiore sono state le reazioni di chi leggeva la sceneggiatura: “Siete sicuri che si tratti di una commedia? Ma non è per niente divertente! Somiglia piuttosto ad un dramma!”. Io, invece, ci ho sempre visto qualcosa di divertente.

A parte gli elementi autobiografici, hai avuto altre fonti di ispirazione?

C’è anche un libro che ha, in un certo senso, ispirato questo film, si tratta di un romanzo sulla trasformazione della Lower East Side a New York fra gli anni sessanta e gli anni ottanta. La Lower East Side, all’origine un quartiere poco frequentabile e socialmente promiscuo, è diventata in seguito alla speculazione edilizia, nel giro di pochi anni, un quartiere alla moda per pochi privilegiati. Avrei sempre voluto fare un adattamento cinematografico di questo libro, ma non sono mai riuscito ad ottenere i diritti d’autore. Ad Amburgo sta succedendo un po’ lo stesso in vari quartieri della città; il mio film parla anche di questo.

Hai spesso fatto dei film corali mettendo in scena famiglie intere; in questo senso Soul Kitchen ha molti punti in comune con Solino, uno dei tuoi primi film, dove raccontavi la storia di due fratelli italiani emigrati in Germania, padroni di una pizzeria.

E’ molto più facile fare un film con due soli personaggi principali, come era il caso di La sposa turca. C’è una grande forza in questo tipo di struttura. Cerco sempre la semplicità, ma nel caso di Soul Kitchen le cose sono andate diversamente. Un ristorante è per definizione un luogo con molti personaggi, quando poi abbiamo visto il luogo in cui avremmo effettuato le riprese ci è sembrato talmente grande da dover aggiungere ancora più personaggi per riempire lo spazio! (ride) C’è in effetti un certo rapporto fra Solino e Soul Kitchen anche se a posteriori non sono contento del risultato di Solino perché ci sono delle cose nella sceneggiatura che non mi piacciono. C’è una scena in cui i due fratelli fanno un furto: uno scappa senza guardarsi indietro mentre l’altro viene catturato dalla polizia. Non mi sono mai sentito a mio agio con questa scena perché ho un fratello e nella vita non mi sarei mai comportato così con lui, né lui con me. In Soul Kitchen ho avuto l’opportunità di riparare questa vecchia ingiustizia cinematografica; anche qui i due fratelli fanno un furto insieme, ma quando arriva la polizia nessuno dei due cerca di salvarsi la pelle per conto proprio e, ovviamente, finiscono per essere catturati entrambi!

Ci sono dei registi che ti hanno influenzato nel fare questa pellicola?

La commedia è un genere popolare; io volevo fare era una commedia che potesse interessare anche un pubblico di film d’art ed essai. Visto che si trattava della mia prima commedia dovevo in qualche modo scoprire il mio tipo di humour; ho fatto dunque una lista di film comici che mi piacciono e mi sono messo a studiarli. Fra i contemporanei citerei Woody Allen, i fratelli Cohen e Jim Jarmush, risalendo nel tempo Ernst Lubitsh e Billy Wilder e poi, ovviamente, Buster Keaton e Charlie Chaplin. Ho cercato di attingere a questi diversi tipi di comicità e di mescolarli tutti insieme pur sapendo che rischiavo di ritrovarmi alla fine con una specie di patchwork senza coesione.

Quali sono i registi che ti hanno influenzato in generale come regista?

Direi soprattutto i registi americani per la loro tradizione e la loro capacità narrativa: mi considero uno “storyteller”, un regista-scrittore, un autore ma non nel senso del cosiddetto cinema d’autore europeo. Sono un narratore classico.

Hai fatto delle ricerche specifiche durante la preparazione del film per quanto riguarda per esempio la gastronomia e il cibo?

Anche in questo caso ho fatto ricorso a film: Eat, drink, man, woman di Ang Lee è stato una referenza in questo senso, così come pure Big Night di Stanley Tucci, un film su due fratelli che hanno un ristorante, che è peraltro un’ottima commedia. Il modo in cui si fa la pasta nel film l’ho letteralmente rubato da Big Night! (ride) Diciamo piuttosto che ho voluto fare una specie di omaggio a Stanley Tucci!!!…..(ride) Anche l’uso della luce è molto particolare nelle scene in cui si vede del cibo. Pure questo è un particolare che abbiamo osservato durante le nostre ricerche: quando riprendi del cibo devi illuminarlo molto bene se no non ha un bell’aspetto. Avevamo già girato tutte le scene con il cibo quando ci siamo resi conto che erano troppo buie, così abbiamo dovuto girale tutte di nuovo …

Il cuoco Shahyn, interpretato da un tuo attore feticcio Birol Ünel, è un personaggio assai eccentrico. Volevi fare una satira dei vari cuochi che vediamo ogni giorno alla televisione?

In un certo senso sì. Nel periodo di scrittura guardavo spesso la tv e mi imbattevo di continuo in vari cuochi gentilissimi; così ho pensato di fare esattamente il contrario. Tutti i cuochi che conosco personalmente, e ne conosco parecchi, sono alcolizzati o si drogano in qualche modo. Ho letto anche un libro scritto da un grande chef francese che sicuramente mi ha influenzato nel creare il carattere di Shahyn. Shahyn è una specie di Don Chisciotte della cucina, é costantemente infuriato perché vorrebbe cambiare le abitudini culinarie della gente, convincerla a mangiare meglio, ma nessuno sembra prestargli attenzione, almeno in un primo tempo.

La musica è molto importante in Soul Kitchen. Nel film c’é molta musica soul ma anche rembetiko greco e canzoni popolari tedesche; una compilation eclettica che ben rispecchia la pluralità etnica dei personaggi e la tua nota passione per la musica. Come hai lavorato sul sound mixer?

Non volevo fare un film con la “musica favorita” del regista, questo tipo di film non mi piace perché non c’è un concetto organico dietro queste scelte. La mia idea era quella di creare, come avevo fatto in precedenza per Crossing the bridge, una colonna sonora che riflettesse la realtà musicale della città. Amburgo è una vera e propria “soul city” dove si trovano i migliori club di musica soul del mondo al di fuori degli Stati Uniti. Fino a qualche anno fa c’erano in città due discoteche mitiche: il Mojo Club e Soul Kitchen, appunto. Ogni fine settimana c’erano delle feste a base di musica soul. Ovviamente ad Amburgo c’é anche molta musica elettronica con vari Djs famosi che sono invitati a suonare negli Stati Uniti e molta musica rock. Avevo fatto una scaletta con tutti i  brani da usare nel film già molto prima di iniziare a girare: per me avevano un senso e rispecchiavano un concetto ben preciso molto lontano da una banale compilation.

I personaggi dei tuoi film provengono molto spesso dal mondo dell’immigrazione. Cosa ha motivato questa tua scelta?

Non ho mai voluto essere una specie di Spike Lee tedesco; per me era semplicemente più facile creare dei personaggi tratti da un ambiente che conosco bene visto che sono figlio di emigranti. Questo non vuol dire che nei miei film non ci siano dei personaggi tedeschi, come per esempio quello rappresentato da Hanna Schygulla in Ai confini del paradiso. D’altra parte ormai in Germania la presenza degli immigrati fa parte della quotidianità già da decenni ed è vissuta, per lo più, come qualcosa di naturale. Soul Kitchen riflette in un certo senso quest’evoluzione. Nei miei film precedenti i protagonisti, pur non avendo la nostalgia tipica degli immigrati della prima generazione che sognavano di ritornare in patria, soffrivano a causa di problemi d’identità e si domandavano quale fosse veramente il loro paese. I personaggi di Soul Kitchen invece sanno ormai che il loro paese non è più il luogo d’origine dei loro genitori, ma il posto dove sono nati e cresciuti e sono pronti a difendere questa “terra”, che considerano la loro, opponendosi ai progetti edilizi di un tedesco “biondo” che minacciano di distruggere la vita e il carattere di tutto un quartiere di Amburgo.


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