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	<title>Novamag 2.0 &#187; Bere</title>
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	<description>Rivista quotidiana online di informazione e cultura</description>
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		<title>Il festival delle zuppe</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 14:56:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ad aprire la stagione è stato il &#8220;Festival de Sopes&#8221; di Barcellona, che si è svolto il 25 marzo. A Lille, città dove la manifestazione è stata inventata nel 2001, la data fatidica è quella del primo maggio. A Roma il festival, alla sua terza edizione, si tiene il 10 aprile, al Casale Garibaldi, mentre a Bologna arriva il 25 aprile, festa della Liberazione.</p>
<p>Ma a che serve questo strano evento? &#8220;Il Festival tenta di creare un momento di festa intorno ad un piatto ricco e popolare e conosciuto in tutto il mondo. I partecipanti si contendono l’ambito “mestolo d’oro”, rispondono gli organizzatori dell&#8217;evento romano (<a href="http://www.lacittadellutopia.it" target="_blank">http://www.lacittadellutopia.it</a>:  qui trovate i link anche per le altre manifestazioni).</p>
<p>&#8220;Gli scopi che la Zuppa vuole esprimere attraverso l&#8217;iniziativa sono: l&#8217;aspetto culturale, sociale e umano del ritrovarsi a mangiare insieme, in strada; l&#8217;aspetto artistico degli zuppieri che si dedicano a miscelare, a creare e a donare; l&#8221;aspetto ludico, in cui si fondono le manifestazioni culturali e quotidiane di tutti i popoli&#8221;.</p>
<p>E poi: &#8220;La gratuità da parte di coloro che cucinano e gareggiano ludicamente&#8230; l&#8217;apertura e la partecipazione di chiunque, a partire dal quartiere ospitante&#8221;.</p>
<p>Zuppa in francese si dice <em>Soupe</em>. E non a caso Soupe è anche un sigla: <em>Symbole d’Ouverture et d’Union des Peuples Européens</em> (Simbolo d&#8217;apertura e d&#8217;unione dei paesi europei).</p>
<p>Ecco la divertente ricetta del festival, che a Lille si tiene al mercato di Wazemmes: &#8220;Fate marinare, il mattino del primo maggio, diverse centinaia di visitatori che provengono da ogni dove e di dimensione, nella cuvette del mercato di Wazemmes.</p>
<p>Verso mezzogiorno, quando la macerazione comincia a produrre degli effetti allettanti, battete con vigore il pavimento con l&#8217;aiuto di saltimbanchi roboanti e vivaci e inclinate leggermente la piazza del mercato verso l&#8217;nagolo nord-est, all&#8217;incrocio tra rue Jules Guesde e rue des Sarrazins, allo scopo di raccogliere il numero massimo di partecipanti in questo luogo preparato in anticipo&#8230;</p>
<p>Cominciate allora la cottura a fuoco vivo, alle 15. Assicuratevi della partecipazione massiccia di bettole, ristoranti e bottegucce  per mettere insieme questa brodaglia popolare.</p>
<p>Occupatevi di di convocare un buon drappello di musicisti e intrattenitori locali e di altri luoghi che ruotino attorno al pentolone mentre si prepara la zuppa.</p>
<p>Non esitate a fare sorvegliare la zuppa da bambini golosi che restino nei pressi del paiolo a dorso di cammello o di elefante.</p>
<p>Il servizio non dovrà in alcun modo essere trascurato, affidate agli artisti plastici e ai maestri dell&#8217;illuminazione la sistemazione e la decorazione degli spazi di degustazione.</p>
<p>Gettate nel brodo un&#8217;infilata di buongustai di provata esperienza che terrete da parte per la fine della cottura.</p>
<p>Dopo cinque ore fate fondere undici once d&#8217;oro, con cui colorete un mestolo splendente. Alle 19, tirate fuori lo spiedino di buongustai e fategli assegnare il Mestolo d&#8217;Oro al miglior cuciniere&#8221;.</p>
<p>Insomma, buona zuppa.</p>
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		<title>Il ritorno degli Ogm viventi</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 07:32:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Colombo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Potrebbe essere una nuova sceneggiatura di Romero: morti e sepolti lontano dall’attenzione di cronisti e opinione pubblica, gli OGM hanno scoperchiato con rumore i sepolcri cui sembravano destinati e hanno ripreso il loro brancolante cammino sulle pagine dei giornali, nei Tg e nei contenitori televisivi e radiofonici ancora in condizione di informare. E l’appropriata colonna [...]<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2010/03/06/il-ritorno-degli-ogm-viventi/">Il ritorno degli Ogm viventi</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Potrebbe essere una nuova sceneggiatura di Romero: morti e sepolti lontano dall’attenzione di cronisti e opinione pubblica, gli OGM hanno scoperchiato con rumore i sepolcri cui sembravano destinati e hanno ripreso il loro brancolante cammino sulle pagine dei giornali, nei Tg e nei contenitori televisivi e radiofonici ancora in condizione di informare. E l’appropriata colonna sonora è inevitabilmente &#8220;Thriller&#8221;, perché la trama è ancora appesa a un filo.</p>
<p>La prima urna a saltare si scoperchia sulle pagine della &#8220;Stampa&#8221; il 17 gennaio scorso, quando viene annunciato, come fosse un blitz in clandestinità, che Regioni e Stato centrale il 28 gennaio successivo si accingono ad approvare un accordo sulle cosiddette “linee guida sulla coesistenza”. Il titolo apriva la strada a un refrain di successo: “L’Italia sdogana gli OGM”, esattamente lo stesso verbo e concetto replicato a oltranza da agenzie e testate giornalistiche in occasione della ‘storica’ decisione sulla patata transgenica, questa volta in salsa europea.<br />
In realtà, il processo italiano rappresentava semplicemente il compimento di un lungo iter negoziato tra le regioni, e poi tra queste e il ministero dell’Agricoltura, sotto il monitoraggio attivo di diverse controparti sociali, teso a imbrigliare dentro un quadro di regole tendenzialmente rigorose le coltivazioni transgeniche, altrimenti a rischio di essere liberate nella ‘terra di nessuno’.</p>
<p>Forse l’articolo della &#8220;Stampa&#8221; non aveva pretese di scoop, ma raggiunge l’obiettivo di far saltare il tavolo tra Stato e Regioni, accadimento di cui lo stesso giornale ci informa il 23 gennaio: le elezioni sono troppo vicine per ‘sdoganare’ gli OGM, e il ministro Zaia, doppiamente parte in causa come responsabile del dicastero dell’agricoltura e come candidato governatore, incontra gli stessi timori fra assessori e governatori regionali.</p>
<p>Nel frattempo qualcuno nascondeva le carte: infatti quattro giorni prima, il 19 gennaio, il Consiglio di Stato aveva emesso una sentenza in cui imponeva al Ministero dell’Agricoltura di completare entro 90 giorni gli atti relativi alla semina di varietà transgeniche. Avvocatura di Stato e qualche poco solerte dipendente del ministero dell’Agricoltura, le controparti legale e amministrativa dell’agricoltore friulano fan del seme manipolato, avranno pure recepito la sentenza, ma nulla è stato dato sapere, nulla ha raggiunto la superficie, come se quel movimento carsico degli zombi transgenici avesse ripreso il suo corso.<br />
Se ne viene a conoscenza solo il 29 gennaio, quando ormai le regole di salvaguardia contenute nell’accordo sulla coesistenza sono state nuovamente seppellite.</p>
<p>Scoppia il panico e le rotative dei giornali prendono a macinare OGM a pieno regime.  Tra il giubilo rumoroso dei patiti del transgenico e il disorientamento del vasto raggruppamento istituzionale e sociale che si oppone all’agricoltura geneticamente modificata è un turbinio di dichiarazioni, commenti, interviste, richieste di smentita. Qualcosa che tra movimenti scoordinati e scene di massa ricorda da vicino il video di Michael Jackson. Provvedimenti a tutela dell’agricoltura italiana libera da OGM vengono annunciati, ma restano ad oggi ancora spiriti impalpabili.</p>
<p>Si arriva così alla patata Amflora. Ed è il botto. Prime pagine di giornali, lunghi servizi dei Tg, interviste a prestigiosi luminari della scienza, le associazioni ecologiste ritrovano qualche faro puntato su di loro e sulle vicende ambientali ormai neglette, le associazioni agricole –mai coese nella storia patria- che si fronteggiano tra qualità e innovazione, tra libertà di semina e ricerca e libertà dalle contaminazioni genetiche. Addirittura si assiste a una querelle interna al Vaticano per interposta stampa, con la bolla papale vergata sulle pagine dello &#8220;Osservatore Romano&#8221; che ribadisce la non posizione in materia della Chiesa (pur facendo capire che se siamo arrivati a superare il miliardo di affamati a 15 anni dalle prime coltivazioni biotech, miracoli non sembrano farne).</p>
<p>Telegiornali, radio, siti o giornali, financo la free press, impediscono di ignorare che ‘gli OGM sono tornati’. Tornati sui media e nella discussione politica, ma ‘gli OGM non sono tra noi’, nonostante Monsanto, Basf o anche Romero e il re del pop. Sono al massimo nelle mangiatoie animali dove la soia transgenica prevale, ma non sugli scaffali, non sulle mense e non nei campi, soprattutto in quelli italiani, ma neanche in quelli europei, dove arretrano quasi come zombie trafitti dalla troppa luce. Perché anche gli horror possono avere un lieto fine.</p>
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		<title>Soul Kitchen / Parla Fatih Akin</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 05:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Maria Giovanna Vagenas / Presentato verso la fine della manifestazione alla Mostra del cinema, Soul Kitchen del regista turco-tedesco Fatih Akin, è stato accolto da un lunghissimo applauso finale. Fatih Akin ha certamente creato una certa sorpresa proponendo al pubblico del festival un film vibrante, scanzonato e divertente, dall’ottimo ritmo, una commedia culinario-musicale ben [...]<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2010/01/14/soul-kitchen-parla-fatih-akin/">Soul Kitchen / Parla Fatih Akin</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maria Giovanna Vagenas</strong> / Presentato verso la fine della manifestazione alla Mostra del cinema, <a href="http://www.schermaglie.it/mondovisioni/1348/soul-kitchen" target="_blank">Soul Kitchen</a> del regista turco-tedesco Fatih Akin, è stato accolto da un lunghissimo applauso finale. Fatih Akin ha certamente creato una certa sorpresa proponendo al pubblico del festival un film vibrante, scanzonato e divertente, dall’ottimo ritmo, una commedia culinario-musicale ben scritta ed orchestrata con mano felice. La giuria ha apprezzato queste qualità attribuendo al regista il Leone d’argento-Gran premio della giuria.</p>
<p><em>Soul Kitchen</em> è stato una sorpresa anche perché è la prima commedia di Fatih Akin, regista che deve la sua fama internazionale a dei grandi melodrammi come <em>La sposa turca</em>, Orso d’Oro a Berlino nel 2004 e <em>Ai confini del paradiso</em>, Palma d’oro per la migliore sceneggiatura a Cannes nel 2006.<br />
Quella di <em>Soul Kitchen</em> é una ricetta rischiosa dall’alchimia riuscita: il ritmo molto sostenuto, la complessità dell’intreccio, la miriade di personaggi, il sound mixer eclettico e il ricorso a vari tipi di comicità avrebbero potuto, in teoria, sabotare l’equilibrio e la coerenza del film, ma Fatih Akin è riuscito a fondere tutti questi elementi in un insieme organico da cui si sprigiona un&#8217;incredibile energia e molta tenerezza.</p>
<p><em>Soul Kitchen</em> è il nome del ristorante centro di tutta la storia, costruita come un vorticoso caleidoscopio, intorno al protagonista, il greco Zinos, padrone del luogo. Una moltitudine di personaggi compongono questo strabiliante puzzle umano: Nadine, la ragazza tedesca di Zinos, in partenza per Shanghai; l’eccentrico cuoco Shayn; Ilias, il fratello di Zinos, ex-detenuto in libertà vigilata; Lutz, un vecchio  compagno di scuola imprenditore edilizio senza scrupoli; un’inflessibile ispettrice delle imposte; l’energica cameriera Lucia; la  fisioterapista Anna e molti altri ancora. Questa vicenda corale, a tratti autobiografica, si avvale di un nucleo di persone care al regista: il suo migliore amico Adam Bousdoukos, protagonista e co-sceneggiatore, suo fratello Cem, che ha una piccola parte nel film, degli attori-feticcio, complici di lunga data, come Moritz Bleibtreu e Byrol Unüel.<br />
Il segreto di fabbricazione di questo film risiede, a mio avviso, nella sua autenticità: <em>Soul Kitchen</em> riflette, più di ogni altro film del regista, l’universo personale di Fatih Akin, l’importanza dell’amicizia e della famiglia, la sua passione per la musica, per il cibo e l’amore per Amburgo, la sua città.<br />
<em>Soul Kitchen</em> è, infine, una sorta d’addio affettuoso alla gioventù che si è appena lasciata, all’epoca più bella della vita forse; folle, scapestrata, piena di sogni e di entusiasmo.</p>
<p>Ho incontrato il regista sulla terrazza dell’Excelsior a Venezia sotto un sole battente ed un vento fortissimo. Il mio collega brasiliano ed io non ci scorderemo facilmente quest’intervista vivace e molto divertente. Fatih Akin &#8211; voce roca, occhiali neri- è simpaticissimo, va a mille all’ora e sa veramente il fatto suo!</p>
<p><strong>Com&#8217;è nato il progetto di </strong>Soul Kitchen<strong>?</strong><br />
Nella primavera del 2003 avevo appena finito il montaggio de <em>La sposa turca</em>, non avevo più soldi e avevo disperatamente bisogno di trovare un nuovo progetto a breve termine. Ho scritto così una prima versione di <em>Soul Kitchen</em> perché pensavo che fosse un’opera molto facile e veloce da realizzare.<br />
Per il soggetto mi ero ispirato ad un luogo che conoscevo molto bene: il ristorante del mio migliore amico Adam Bousdoukos, un posto che era un po&#8217; come casa mia e dove facevamo spessissimo delle feste. Avrei potuto così effettuare le riprese ad Amburgo, che é la mia città, filmare in digitale e finire il tutto in quattro e quattr’otto.<br />
La prima stesura del film, che ho buttato giù rapidamente, è piaciuta molto al mio socio, poi, durante l’inverno, siamo andati insieme su un’isola dove ho finito la seconda stesura.<br />
Finalmente abbiamo ottenuto i soldi per girare il film. Nel febbraio del 2004 ho vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino per <em>La sposa turca</em> e tutto è cambiato d’un colpo. Ho pensato che un soggetto come <em>Soul Kitchen</em> non fosse abbastanza serio, che avrei dovuto trattare piuttosto un tema “politico” del genere de <em>La sposa turc</em>a e continuare la trilogia che avevo inaugurato con quel film. Per queste ragioni non ho più realizzato <em>Soul Kitchen</em> all’epoca, ma non ho mai smesso di lavorarci su.<br />
Nel corso degli anni ho cambiato la sceneggiatura più volte pensando che lo avrebbe girato un altro regista e che io lo avrei semplicemente prodotto. Nel frattempo ho fatto rapidamente <em>Crossing the bridge-The sound of Istanbul</em>: ho scritto un progetto di tre-quattro pagine, ho ottenuto il finanziamento- mezzo milione di euro &#8211; è l’ho girato subito. Ho scritto in seguito <em>Ai confini del paradiso</em> e mi sono lanciato nella sua realizzazione: purtroppo durante l’ultima settimana delle riprese del film il mio socio è morto. Il soggetto del film era proprio questo: la perdita di una persona cara. <em><br />
Ai confini del paradiso</em> riprende delle situazioni della vita reale; parla di come si affronta la sofferenza di un lutto e di come s’impara, alla fine, ad accettare la morte ma anche il sorriso come facenti parte della vita stessa. Mi sembrava giusto, in seguito a tutto ciò, fare un film più allegro: così ho tirato fuori dal cassetto <em>Soul Kitchen</em>, l’ho riscritto insieme ad Adam Bousdoukos e finalmente l’abbiamo girato!</p>
<p>Soul Kitchen<strong> é la tua prima commedia….</strong><br />
Dopo tutti i film seri che avevo fatto – film ai quali devo peraltro la mia notorietà &#8211; mi sono detto che non avrei voluto essere associato a vita ad un solo genere cinematografico. Voglio evolvere, imparare cose nuove, sperimentare nuove forme anche se non dovessi riuscire così bene come in passato. Voglio cercare di tirare fuori il meglio del regista che c’è in me e non posso farlo se non prendo il rischio di cimentarmi in generi diversi.</p>
<p>Soul Kitchen<strong> è basato sulla vita di Adam Bousdoukos?</strong><br />
Certo! É la sua storia, sono le sue lotte! Adam è stato padrone di un ristorante per circa nove anni, io ed i miei amici lo frequentavamo assiduamente. Era un posto un po’ boheme con una clientela molto eterogenea: c’erano dei musicisti, dei <em>freaks </em>(fricchettoni), degli operai, degli artisti e degli studenti. Ci andavo spesso a mangiare anche con mia moglie e mio figlio; inutile dirti che dopo avere mangiato lì per un paio di ore non potevo mettermi al lavoro tanto il cibo era pesante… Non si andava al ristorante di Adam per la qualità del cibo ma per la sua atmosfera. Quando ho cominciato a cercare un soggetto per fare una commedia che avesse luogo nella mia città mi è sembrato evidente scegliere questo posto. Ero stanco di fare dei film di qua e di là, di vivere costantemente in albergo; volevo svegliarmi di mattina e potere andare sul set in bicicletta, tornare a casa di sera, giocare con mio figlio e dormire nel mio letto!</p>
<p><strong>La sceneggiatura, così fluida e brillante, è in realtà molto complessa. Come hai lavorato con Adam alla scrittura di questa commedia ?</strong><br />
La sceneggiatura di <em>Soul Kitchen</em>, che pensavo di finire velocemente, si è rivelata come una delle più difficili della mia carriera. Durante la scrittura ho conosciuto dei momenti di vera disperazione. In quel periodo ho fumato un sacco di marijuana; avevo l’impressione che mi aiutasse ad aprire molte “porte” e “finestre” nuove nella mia immaginazione ma ogni “porta” che si apriva costituiva anche un nuovo problema da risolvere, il lavoro sembrava senza fine. Bada bene, non consiglio a nessuno di mettersi a fumare marijuana per scrivere meglio; semplicemente io all’epoca funzionavo così, adesso non lo faccio più! Non più così tanto perlomeno….(ride)<br />
Adam ed io avevamo un sacco di idee, ci dicevamo: “ Abbiamo bisogno di mettere pure lui nel film e poi ci dovrebbe essere un cliente così e così e grazie a questo cliente potremmo raccontare quest’altra storia ancora, e se ci mettessimo anche quella ragazza, allora potremmo…” e via di seguito.<br />
Tutti i personaggi e le situazioni del film erano già lì, facevano parte della nostra vita. La storia del fratello di Zinos, per esempio, è la vera storia di un nostro amico finito in prigione per traffico di marijuana che per avere il permesso di uscire durante il giorno doveva trovare un lavoro. Mi piaceva l’idea di includerlo in qualche modo nel nostro progetto e così ho messo la sua storia nella sceneggiatura. Il mio amico mi ha solo pregato di cambiarla un po’- nel film il fratello del protagonista è in prigione per debiti di gioco &#8211; in modo che sua madre potesse vedere il film senza rendersi conto che si parlava di lui! Quest’enorme massa di caratteri e di storie erano già tutti presenti alla prima stesura a volte solo attraverso un appunto, una frase o un semplice accenno. Ci siamo trovati di fronte ad un puzzle estremamente complesso: mettere in ordine tutto questo materiale è stato un lavoro di precisione architettonica.<br />
La cosa peggiore sono state le reazioni di chi leggeva la sceneggiatura: “Siete sicuri che si tratti di una commedia? Ma non è per niente divertente! Somiglia piuttosto ad un dramma!”. Io, invece, ci ho sempre visto qualcosa di divertente.</p>
<p><strong>A parte gli elementi autobiografici, hai avuto altre fonti di ispirazione?</strong><br />
C’è anche un libro che ha, in un certo senso, ispirato questo film, si tratta di un romanzo sulla trasformazione della Lower East Side a New York fra gli anni sessanta e gli anni ottanta. La Lower East Side, all’origine un quartiere poco frequentabile e socialmente promiscuo, è diventata in seguito alla speculazione edilizia, nel giro di pochi anni, un quartiere alla moda per pochi privilegiati. Avrei sempre voluto fare un adattamento cinematografico di questo libro, ma non sono mai riuscito ad ottenere i diritti d’autore. Ad Amburgo sta succedendo un po’ lo stesso in vari quartieri della città; il mio film parla anche di questo.</p>
<p><strong>Hai spesso fatto dei film corali mettendo in scena famiglie intere; in questo senso </strong>Soul Kitchen<strong> ha molti punti in comune con </strong>Solino<strong>, uno dei tuoi primi film, dove raccontavi la storia di due fratelli italiani emigrati in Germania, padroni di una pizzeria.</strong><br />
E&#8217; molto più facile fare un film con due soli personaggi principali, come era il caso di <em>La sposa turca</em>. C’è una grande forza in questo tipo di struttura. Cerco sempre la semplicità, ma nel caso di <em>Soul Kitchen</em> le cose sono andate diversamente. Un ristorante è per definizione un luogo con molti personaggi, quando poi abbiamo visto il luogo in cui avremmo effettuato le riprese ci è sembrato talmente grande da dover aggiungere ancora più personaggi per riempire lo spazio! (ride)<br />
C’è in effetti un certo rapporto fra <em>Solino </em>e <em>Soul Kitchen</em> anche se a posteriori non sono contento del risultato di <em>Solino </em>perché ci sono delle cose nella sceneggiatura che non mi piacciono. C’è una scena in cui i due fratelli fanno un furto: uno scappa senza guardarsi indietro mentre l’altro viene catturato dalla polizia. Non mi sono mai sentito a mio agio con questa scena perché ho un fratello e nella vita non mi sarei mai comportato così con lui, né lui con me.<br />
In <em>Soul Kitchen</em> ho avuto l’opportunità di riparare questa vecchia ingiustizia cinematografica; anche qui i due fratelli fanno un furto insieme, ma quando arriva la polizia nessuno dei due cerca di salvarsi la pelle per conto proprio e, ovviamente, finiscono per essere catturati entrambi!</p>
<p><strong>Ci sono dei registi che ti hanno influenzato nel fare questa pellicola?</strong><br />
La commedia è un genere popolare; io volevo fare era una commedia che potesse interessare anche un pubblico di film d’art ed essai. Visto che si trattava della mia prima commedia dovevo in qualche modo scoprire il mio tipo di humour; ho fatto dunque una lista di film comici che mi piacciono e mi sono messo a studiarli. Fra i contemporanei citerei Woody Allen, i fratelli Cohen e Jim Jarmush, risalendo nel tempo Ernst Lubitsh e Billy Wilder e poi, ovviamente, Buster Keaton e Charlie Chaplin. Ho cercato di attingere a questi diversi tipi di comicità e di mescolarli tutti insieme pur sapendo che rischiavo di ritrovarmi alla fine con una specie di patchwork senza coesione.</p>
<p><strong>Quali sono i registi che ti hanno influenzato in generale come regista?</strong><br />
Direi soprattutto i registi americani per la loro tradizione e la loro capacità narrativa: mi considero uno “storyteller”, un regista-scrittore, un autore ma non nel senso del cosiddetto cinema d’autore europeo. Sono un narratore classico.</p>
<p>Hai fatto delle ricerche specifiche durante la preparazione del film per quanto riguarda per esempio la gastronomia e il cibo?<br />
Anche in questo caso ho fatto ricorso a film: <em>Eat, drink, man, woman</em> di Ang Lee è stato una referenza in questo senso, così come pure <em>Big Night</em> di Stanley Tucci, un film su due fratelli che hanno un ristorante, che è peraltro un’ottima commedia. Il modo in cui si fa la pasta nel film l’ho letteralmente rubato da <em>Big Night</em>! (ride) Diciamo piuttosto che ho voluto fare una specie di omaggio a Stanley Tucci!!!…..(ride) Anche l’uso della luce è molto particolare nelle scene in cui si vede del cibo. Pure questo è un particolare che abbiamo osservato durante le nostre ricerche: quando riprendi del cibo devi illuminarlo molto bene se no non ha un bell’aspetto. Avevamo già girato tutte le scene con il cibo quando ci siamo resi conto che erano troppo buie, così abbiamo dovuto girale tutte di nuovo …</p>
<p><strong>Il cuoco Shahyn, interpretato da un tuo attore feticcio Birol Ünel, è un personaggio assai eccentrico. Volevi fare una satira dei vari cuochi che vediamo ogni giorno alla televisione?</strong><br />
In un certo senso sì. Nel periodo di scrittura guardavo spesso la tv e mi imbattevo di continuo in vari cuochi gentilissimi; così ho pensato di fare esattamente il contrario. Tutti i cuochi che conosco personalmente, e ne conosco parecchi, sono alcolizzati o si drogano in qualche modo. Ho letto anche un libro scritto da un grande chef francese che sicuramente mi ha influenzato nel creare il carattere di Shahyn. Shahyn è una specie di Don Chisciotte della cucina, é costantemente infuriato perché vorrebbe cambiare le abitudini culinarie della gente, convincerla a mangiare meglio, ma nessuno sembra prestargli attenzione, almeno in un primo tempo.</p>
<p><strong>La musica è molto importante in </strong>Soul Kitchen<strong>. Nel film c’é molta musica soul ma anche rembetiko greco e canzoni popolari tedesche; una compilation eclettica che ben rispecchia la pluralità etnica dei personaggi e la tua nota passione per la musica. Come hai lavorato sul sound mixer?</strong><br />
Non volevo fare un film con la “musica favorita” del regista, questo tipo di film non mi piace perché non c’è un concetto organico dietro queste scelte. La mia idea era quella di creare, come avevo fatto in precedenza per <em>Crossing the bridge</em>, una colonna sonora che riflettesse la realtà musicale della città. Amburgo è una vera e propria “soul city” dove si trovano i migliori club di musica soul del mondo al di fuori degli Stati Uniti. Fino a qualche anno fa c’erano in città due discoteche mitiche: il Mojo Club e Soul Kitchen, appunto. Ogni fine settimana c’erano delle feste a base di musica soul. Ovviamente ad Amburgo c’é anche molta musica elettronica con vari Djs famosi che sono invitati a suonare negli Stati Uniti e molta musica rock. Avevo fatto una scaletta con tutti i  brani da usare nel film già molto prima di iniziare a girare: per me avevano un senso e rispecchiavano un concetto ben preciso molto lontano da una banale compilation.</p>
<p><strong>I personaggi dei tuoi film provengono molto spesso dal mondo dell’immigrazione. Cosa ha motivato questa tua scelta?</strong><br />
Non ho mai voluto essere una specie di Spike Lee tedesco; per me era semplicemente più facile creare dei personaggi tratti da un ambiente che conosco bene visto che sono figlio di emigranti. Questo non vuol dire che nei miei film non ci siano dei personaggi tedeschi, come per esempio quello rappresentato da Hanna Schygulla in <em>Ai confini del paradiso</em>.<br />
D’altra parte ormai in Germania la presenza degli immigrati fa parte della quotidianità già da decenni ed è vissuta, per lo più, come qualcosa di naturale. <em>Soul Kitchen</em> riflette in un certo senso quest’evoluzione. Nei miei film precedenti i protagonisti, pur non avendo la nostalgia tipica degli immigrati della prima generazione che sognavano di ritornare in patria, soffrivano a causa di problemi d’identità e si domandavano quale fosse veramente il loro paese. I personaggi di <em>Soul Kitchen</em> invece sanno ormai che il loro paese non è più il luogo d’origine dei loro genitori, ma il posto dove sono nati e cresciuti e sono pronti a difendere questa “terra”, che considerano la loro, opponendosi ai progetti edilizi di un tedesco “biondo” che minacciano di distruggere la vita e il carattere di tutto un quartiere di Amburgo.</p>
<p>[<a href="http://www.schermaglie.it/primopiano/1347/soul-kitchen-cibo-per-lanima-intervista-a-fatih-akin" target="_blank">Questa intervista</a> è stata pubblicata originariamente l'11 gennaio dalla rivista di cinema online <a href="http://www.schermaglie.it">Schermaglie</a>, che ringraziamo per l'amichevolo autorizzazione a ripubblicarla]</p>
<div id="_mcePaste" style="overflow: hidden; position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px;">Presentato verso la fine della manifestazione alla Mostra del cinema, <em><a href="http://www.schermaglie.it/mondovisioni/1348/soul-kitchen">Soul Kitchen</a></em> del regista turco-tedesco Fatih Akin, è stato accolto da un lunghissimo applauso finale. Fatih Akin ha certamente creato una certa sorpresa proponendo al pubblico del festival un film vibrante, scanzonato e divertente, dall’ottimo ritmo, una commedia culinario-musicale ben scritta ed orchestrata con mano felice. La giuria ha apprezzato queste qualità attribuendo al regista il Leone d’argento-Gran premio della giuria.<br />
<em>Soul Kitchen </em>è stato una sorpresa anche perché è la prima commedia di Fatih Akin, regista che deve la sua fama internazionale a dei grandi melodrammi come <em>La sposa turca</em>, Orso d’Oro a Berlino nel 2004 e <a href="http://www.schermaglie.it/mondovisioni/190/cannes-a-roma-auf-der-anderen-seite-the-edge-of-heaven"><em>Ai confini del paradiso</em></a>, Palma d’oro per la migliore sceneggiatura a Cannes nel 2006. Quella di <em>Soul Kitchen </em>é una ricetta rischiosa dall’alchimia riuscita: il ritmo molto sostenuto, la complessità dell’intreccio, la miriade di personaggi, il sound mixer eclettico e il ricorso a vari tipi di comicità avrebbero potuto, in teoria, sabotare l’equilibrio e la coerenza del film, ma Fatih Akin è riuscito a fondere tutti questi elementi in un insieme organico da cui si sprigiona un&#8217;incredibile energia e molta tenerezza.<em>Soul Kitchen</em> è il nome del ristorante centro di tutta la storia, costruita come un vorticoso caleidoscopio, intorno al protagonista, il greco Zinos, padrone del luogo. Una moltitudine di personaggi compongono questo strabiliante puzzle umano: Nadine, la ragazza tedesca di Zinos, in partenza per Shanghai; l’eccentrico cuoco Shayn; Ilias, il fratello di Zinos, ex-detenuto in libertà vigilata; Lutz, un vecchio  compagno di scuola imprenditore edilizio senza scrupoli; un’inflessibile ispettrice delle imposte; l’energica cameriera Lucia; la  fisioterapista Anna e molti altri ancora. Questa vicenda corale, a tratti autobiografica, si avvale di un nucleo di persone care al regista: il suo migliore amico Adam Bousdoukos, protagonista e co-sceneggiatore, suo fratello Cem, che ha una piccola parte nel film, degli attori-feticcio, complici di lunga data, come Moritz Bleibtreu e Byrol Unüel. Il segreto di fabbricazione di questo film risiede, a mio avviso, nella sua autenticità: <em>Soul Kitchen</em> riflette, più di ogni altro film del regista, l’universo personale di Fatih Akin, l’importanza dell’amicizia e della famiglia, la sua passione per la musica, per il cibo e l’amore per Amburgo, la sua città. <em>Soul Kitchen </em>è, infine, una sorta d’addio affettuoso alla gioventù che si è appena lasciata, all’epoca più bella della vita forse; folle, scapestrata, piena di sogni e di entusiasmo.</p>
<p>Ho incontrato il regista sulla terrazza dell’Exelsior a Venezia sotto un sole battente ed un vento fortissimo. Il mio collega brasiliano ed io non ci scorderemo facilmente quest’intervista vivace e molto divertente; Fatih Akin &#8211; voce roca, occhiali neri- è simpaticissimo, va a mille all’ora e sa veramente il fatto suo!</p>
<p><strong>Com&#8217;è nato il progetto di Soul Kitchen?</strong></p>
<p>Nella primavera del 2003 avevo appena finito il montaggio de <em>La sposa turca</em>, non avevo più soldi e avevo disperatamente bisogno di trovare un nuovo progetto a breve termine. Ho scritto così una prima versione di <em>Soul Kitchen</em> perché pensavo che fosse un’opera molto facile e veloce da realizzare. Per il soggetto mi ero ispirato ad un luogo che conoscevo molto bene: il ristorante del mio migliore amico Adam Bousdoukos, un posto che era un po&#8217; come casa mia e dove facevamo spessissimo delle feste. Avrei potuto così effettuare le riprese ad Amburgo, che é la mia città, filmare in digitale e finire il tutto in quattro e quattr’otto. La prima stesura del film, che ho buttato giù rapidamente, è piaciuta molto al mio socio, poi, durante l’inverno, siamo andati insieme su un’isola dove ho finito la seconda stesura. Finalmente abbiamo ottenuto i soldi per girare il film. Nel febbraio del 2004 ho vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino per <em>La sposa turca</em> e tutto è cambiato d’un colpo. Ho pensato che un soggetto come <em>Soul Kitchen</em> non fosse abbastanza serio, che avrei dovuto trattare piuttosto un tema “politico” del genere de <em>La sposa turca </em>e continuare la trilogia che avevo inaugurato con quel film. Per queste ragioni non ho più realizzato <em>Soul Kitchen</em> all’epoc, ma non ho mai smesso di lavorarci su. Nel corso degli anni ho cambiato la sceneggiatura più volte pensando che lo avrebbe girato un altro regista e che io lo avrei semplicemente prodotto. Nel frattempo ho fatto rapidamente <em>Crossing the bridge-The sound of Istanbul</em>: ho scritto un progetto di tre-quattro pagine, ho ottenuto il finanziamento- mezzo milione di euro &#8211; è l’ho girato subito. Ho scritto in seguito <em>Ai confini del paradiso</em> e mi sono lanciato nella sua realizzazione: purtroppo durante l’ultima settimana delle riprese del film il mio socio è morto. Il soggetto del film era proprio questo: la perdita di una persona cara. <em>Ai confini del paradiso</em> riprende delle situazioni della vita reale; parla di come si affronta la sofferenza di un lutto e di come s’impara, alla fine, ad accettare la morte ma anche il sorriso come facenti parte della vita stessa. Mi sembrava giusto, in seguito a tutto ciò, fare un film più allegro: così ho tirato fuori dal cassetto <em>Soul Kitchen</em>, l’ho riscritto insieme ad Adam Bousdoukos e finalmente l’abbiamo girato!</p>
<p><strong>Soul Kitchen é la tua prima commedia….</strong></p>
<p>Dopo tutti i film seri che avevo fatto – film ai quali devo peraltro la mia notorietà- mi sono detto che non avrei voluto essere associato a vita ad un solo genere cinematografico. Voglio evolvere, imparare cose nuove, sperimentare nuove forme anche se non dovessi riuscire così bene come in passato. Voglio cercare di tirare fuori il meglio del regista che c’è in me e non posso farlo se non prendo il rischio di cimentarmi in generi diversi.</p>
<p><strong><em>Soul Kitchen </em>è basato sulla vita di Adam Bousdoukos?</strong></p>
<p>Certo! É la sua storia, sono le sue lotte! Adam è stato padrone di un ristorante per circa nove anni, io ed i miei amici lo frequentavamo assiduamente. Era un posto un po’ boheme con una clientela molto eterogenea: c’erano dei musicisti, dei freaks (frichettoni), degli operai, degli artisti e degli studenti. Ci andavo spesso a mangiare anche con mia moglie e mio figlio; inutile dirti che dopo avere mangiato lì per un paio di ore non potevo mettermi al lavoro tanto il cibo era pesante… Non si andava al ristorante di Adam per la qualità del cibo ma per la sua atmosfera. Quando ho cominciato a cercare un soggetto per fare una commedia che avesse luogo nella mia città mi è sembrato evidente scegliere questo posto. Ero stanco di fare dei film di qua e di là, di vivere costantemente in albergo; volevo svegliarmi di mattina e potere andare sul set in bicicletta, tornare a casa di sera, giocare con mio figlio e dormire nel mio letto!</p>
<p><img src="http://www.schermaglie.it/images/1734.jpg" alt=" " width="374" height="250" /><strong>La sceneggiatura, così fluida e brillante, è in realtà molto complessa. Come hai lavorato con Adam alla scrittura di questa commedia ?</strong></p>
<p>La sceneggiatura di Soul Kitchen, che pensavo di finire velocemente, si è rivelata come una delle più difficili della mia carriera. Durante la scrittura ho conosciuto dei momenti di vera disperazione. In quel periodo ho fumato un sacco di marijuana; avevo l’impressione che mi aiutasse ad aprire molte “porte” e “finestre” nuove nella mia immaginazione ma ogni “porta” che si apriva costituiva anche un nuovo problema da risolvere, il lavoro sembrava senza fine. Bada bene, non consiglio a nessuno di mettersi a fumare marijuana per scrivere meglio; semplicemente io all’epoca funzionavo così, adesso non lo faccio più! Non più così tanto perlomeno….(ride) Adam ed io avevamo un sacco di idee, ci dicevamo: “ Abbiamo bisogno di mettere pure lui nel film e poi ci dovrebbe essere un cliente così e così e grazie a questo cliente potremmo raccontare quest’altra storia ancora, e se ci mettessimo anche quella ragazza, allora potremmo…” e via di seguito. Tutti i personaggi e le situazioni del film erano già lì, facevano parte della nostra vita. La storia del fratello di Zinos, per esempio, è la vera storia di un nostro amico finito in prigione per traffico di marijuana che per avere il permesso di uscire durante il giorno doveva trovare un lavoro. Mi piaceva l’idea di includerlo in qualche modo nel nostro progetto e così ho messo la sua storia nella sceneggiatura. Il mio amico mi ha solo pregato di cambiarla un po’- nel film il fratello del protagonista è in prigione per debiti di gioco &#8211; in modo che sua madre potesse vedere il film senza rendersi conto che si parlava di lui! Quest’enorme massa di caratteri e di storie erano già tutti presenti alla prima stesura a volte solo attraverso un appunto, una frase o un semplice accenno. Ci siamo trovati di fronte ad un puzzle estremamente complesso: mettere in ordine tutto questo materiale è stato un lavoro di precisione architettonica. La cosa peggiore sono state le reazioni di chi leggeva la sceneggiatura: “Siete sicuri che si tratti di una commedia? Ma non è per niente divertente! Somiglia piuttosto ad un dramma!”. Io, invece, ci ho sempre visto qualcosa di divertente.</p>
<p><strong>A parte gli elementi autobiografici, hai avuto altre fonti di ispirazione?</strong></p>
<p>C’è anche un libro che ha, in un certo senso, ispirato questo film, si tratta di un romanzo sulla trasformazione della Lower East Side a New York fra gli anni sessanta e gli anni ottanta. La Lower East Side, all’origine un quartiere poco frequentabile e socialmente promiscuo, è diventata in seguito alla speculazione edilizia, nel giro di pochi anni, un quartiere alla moda per pochi privilegiati. Avrei sempre voluto fare un adattamento cinematografico di questo libro, ma non sono mai riuscito ad ottenere i diritti d’autore. Ad Amburgo sta succedendo un po’ lo stesso in vari quartieri della città; il mio film parla anche di questo.</p>
<p><strong>Hai spesso fatto dei film corali mettendo in scena famiglie intere; in questo senso <em>Soul Kitchen </em>ha molti punti in comune con <em>Solino</em>, uno dei tuoi primi film, dove raccontavi la storia di due fratelli italiani emigrati in Germania, padroni di una pizzeria.</strong></p>
<p>E&#8217; molto più facile fare un film con due soli personaggi principali, come era il caso di <em>La sposa turca</em>. C’è una grande forza in questo tipo di struttura. Cerco sempre la semplicità, ma nel caso di <em>Soul Kitchen</em> le cose sono andate diversamente. Un ristorante è per definizione un luogo con molti personaggi, quando poi abbiamo visto il luogo in cui avremmo effettuato le riprese ci è sembrato talmente grande da dover aggiungere ancora più personaggi per riempire lo spazio! (ride) C’è in effetti un certo rapporto fra <em>Solino </em>e <em>Soul Kitchen</em> anche se a posteriori non sono contento del risultato di <em>Solino </em>perché ci sono delle cose nella sceneggiatura che non mi piacciono. C’è una scena in cui i due fratelli fanno un furto: uno scappa senza guardarsi indietro mentre l’altro viene catturato dalla polizia. Non mi sono mai sentito a mio agio con questa scena perché ho un fratello e nella vita non mi sarei mai comportato così con lui, né lui con me. In <em>Soul Kitchen</em> ho avuto l’opportunità di riparare questa vecchia ingiustizia cinematografica; anche qui i due fratelli fanno un furto insieme, ma quando arriva la polizia nessuno dei due cerca di salvarsi la pelle per conto proprio e, ovviamente, finiscono per essere catturati entrambi!</p>
<p><strong>Ci sono dei registi che ti hanno influenzato nel fare questa pellicola?</strong></p>
<p>La commedia è un genere popolare; io volevo fare era una commedia che potesse interessare anche un pubblico di film d’art ed essai. Visto che si trattava della mia prima commedia dovevo in qualche modo scoprire il mio tipo di humour; ho fatto dunque una lista di film comici che mi piacciono e mi sono messo a studiarli. Fra i contemporanei citerei Woody Allen, i fratelli Cohen e Jim Jarmush, risalendo nel tempo Ernst Lubitsh e Billy Wilder e poi, ovviamente, Buster Keaton e Charlie Chaplin. Ho cercato di attingere a questi diversi tipi di comicità e di mescolarli tutti insieme pur sapendo che rischiavo di ritrovarmi alla fine con una specie di patchwork senza coesione.</p>
<p><strong>Quali sono i registi che ti hanno influenzato in generale come regista?</strong></p>
<p>Direi soprattutto i registi americani per la loro tradizione e la loro capacità narrativa: mi considero uno “storyteller”, un regista-scrittore, un autore ma non nel senso del cosiddetto cinema d’autore europeo. Sono un narratore classico.</p>
<p><strong>Hai fatto delle ricerche specifiche durante la preparazione del film per quanto riguarda per esempio la gastronomia e il cibo?</strong></p>
<p>Anche in questo caso ho fatto ricorso a film: <em>Eat, drink, man, woman </em>di Ang Lee è stato una referenza in questo senso, così come pure <em>Big Night </em>di Stanley Tucci, un film su due fratelli che hanno un ristorante, che è peraltro un’ottima commedia. Il modo in cui si fa la pasta nel film l’ho letteralmente rubato da <em>Big Night</em>! (ride) Diciamo piuttosto che ho voluto fare una specie di omaggio a Stanley Tucci!!!…..(ride) Anche l’uso della luce è molto particolare nelle scene in cui si vede del cibo. Pure questo è un particolare che abbiamo osservato durante le nostre ricerche: quando riprendi del cibo devi illuminarlo molto bene se no non ha un bell’aspetto. Avevamo già girato tutte le scene con il cibo quando ci siamo resi conto che erano troppo buie, così abbiamo dovuto girale tutte di nuovo …</p>
<p><strong>Il cuoco Shahyn, interpretato da un tuo attore feticcio Birol Ünel, è un personaggio assai eccentrico. Volevi fare una satira dei vari cuochi che vediamo ogni giorno alla televisione?</strong></p>
<p>In un certo senso sì. Nel periodo di scrittura guardavo spesso la tv e mi imbattevo di continuo in vari cuochi gentilissimi; così ho pensato di fare esattamente il contrario. Tutti i cuochi che conosco personalmente, e ne conosco parecchi, sono alcolizzati o si drogano in qualche modo. Ho letto anche un libro scritto da un grande chef francese che sicuramente mi ha influenzato nel creare il carattere di Shahyn. Shahyn è una specie di Don Chisciotte della cucina, é costantemente infuriato perché vorrebbe cambiare le abitudini culinarie della gente, convincerla a mangiare meglio, ma nessuno sembra prestargli attenzione, almeno in un primo tempo.</p>
<p><strong>La musica è molto importante in <em>Soul Kitchen</em>. Nel film c’é molta musica soul ma anche rembetiko greco e canzoni popolari tedesche; una compilation eclettica che ben rispecchia la pluralità etnica dei personaggi e la tua nota passione per la musica. Come hai lavorato sul sound mixer?</strong></p>
<p>Non volevo fare un film con la “musica favorita” del regista, questo tipo di film non mi piace perché non c’è un concetto organico dietro queste scelte. La mia idea era quella di creare, come avevo fatto in precedenza per <em>Crossing the bridge</em>, una colonna sonora che riflettesse la realtà musicale della città. Amburgo è una vera e propria “soul city” dove si trovano i migliori club di musica soul del mondo al di fuori degli Stati Uniti. Fino a qualche anno fa c’erano in città due discoteche mitiche: il Mojo Club e Soul Kitchen, appunto. Ogni fine settimana c’erano delle feste a base di musica soul. Ovviamente ad Amburgo c’é anche molta musica elettronica con vari Djs famosi che sono invitati a suonare negli Stati Uniti e molta musica rock. Avevo fatto una scaletta con tutti i  brani da usare nel film già molto prima di iniziare a girare: per me avevano un senso e rispecchiavano un concetto ben preciso molto lontano da una banale compilation.</p>
<p><strong>I personaggi dei tuoi film provengono molto spesso dal mondo dell’immigrazione. Cosa ha motivato questa tua scelta?</strong></p>
<p>Non ho mai voluto essere una specie di Spike Lee tedesco; per me era semplicemente più facile creare dei personaggi tratti da un ambiente che conosco bene visto che sono figlio di emigranti. Questo non vuol dire che nei miei film non ci siano dei personaggi tedeschi, come per esempio quello rappresentato da Hanna Schygulla in <em>Ai confini del paradiso</em>. D’altra parte ormai in Germania la presenza degli immigrati fa parte della quotidianità già da decenni ed è vissuta, per lo più, come qualcosa di naturale. <em>Soul Kitchen</em> riflette in un certo senso quest’evoluzione. Nei miei film precedenti i protagonisti, pur non avendo la nostalgia tipica degli immigrati della prima generazione che sognavano di ritornare in patria, soffrivano a causa di problemi d’identità e si domandavano quale fosse veramente il loro paese. I personaggi di <em>Soul Kitchen</em> invece sanno ormai che il loro paese non è più il luogo d’origine dei loro genitori, ma il posto dove sono nati e cresciuti e sono pronti a difendere questa “terra”, che considerano la loro, opponendosi ai progetti edilizi di un tedesco “biondo” che minacciano di distruggere la vita e il carattere di tutto un quartiere di Amburgo.</p>
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<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2010/01/14/soul-kitchen-parla-fatih-akin/">Soul Kitchen / Parla Fatih Akin</a></p>
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		<title>Sete di giustizia</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 04:58:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Francesca Caprini Raquel Gutierrez ed Oscar Olivera stavano seduti assieme, al tavolo dei relatori, in procinto di presentare l’ultimo libro di Raquel &#8211; Los ritmos del Pachakuti &#8211; e a tutti noi giunti a Cochabamba per assistere all’evento, la cosa faceva un certo effetto. Raquel ed Oscar sono un pezzo di storia della Bolivia, [...]<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/12/15/sete-di-giustizia/">Sete di giustizia</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Francesca Caprini</p>
<p>Raquel Gutierrez ed Oscar Olivera stavano seduti assieme, al tavolo dei relatori, in procinto di presentare l’ultimo libro di Raquel &#8211; <em>Los ritmos del Pachakuti</em> &#8211; e a tutti noi giunti a Cochabamba per assistere all’evento, la cosa faceva un certo effetto. Raquel ed Oscar sono un pezzo di storia della Bolivia, entrambi protagonisti di quell’evento scardinante che è stata la <em>Guerra dell’Acqua di Cochabamba</em>, nell’aprile del 2000, si ritrovavano dopo qualche tempo nella stessa città dove tutto era iniziato.</p>
<p>Quando Oscar Olivera, sindacalista metalmeccanico, si era messo a guidare le masse dei contadini boliviani disperati e inferociti perchè privati dell’accesso all’acqua &#8211; nel ’99 la multinazionale statunitense Bechtel si era impossessata dell’acqua di Cochabamba facendo aumentare i costi del 300% &#8211; Raquel Gutierrez era al suo fianco come voce di quel movimento che urlava giustizia. Era lei che scriveva i comunicati che facevano il giro del mondo &#8211; utilizzando per la prima volta la Rete ed accedendo così ai grandi media internazionali &#8211; con i quali teneva vividi gli occhi e i cuori su quello che in Bolivia stava accadendo: un popolo poverissimo e ridotto alla sete da un sistema economico senza pietà, stava dicendo basta.</p>
<p>Armata solo di coraggio e forse qualche pietra, la Bolivia scendeva nelle strade e nelle piazze contro l’esercito per riprendersi la sua dignità. Una rivoluzione che aveva trovato nella difesa dell’acqua il suo fulcro, e nella vittoria &#8211; la Bechtel fu cacciata da Cochabamba dopo mesi di guerriglia e resistenza &#8211; il suo orizzonte. E che cambiava, con il suo esempio, il mondo intero.</p>
<p>Oscar e Raquel alla presentazione del libro, l’estate del 2008, ad un certo punto avevano smesso di parlare. Si erano commossi. E senza vergognarsene, avevano condiviso quelle lacrime, quei ricordi ancora caldi con noi del pubblico che in quel momento non avevamo potuto che sentirci parte, assieme a loro, di un tutto ancora vivo, ancora forte, in costante evoluzione.</p>
<p>Matematica, sociologa, scrittrice, autrice di numerosi saggi, Raquel ha fondato il Centro di Studi Andini e Mesoamericani a Città del Messico, dove vive. Fin da giovanissima si è impegnata in un attivismo politico che a partire dal suo Messico, poi in San Salvador, la porta ad affrontare battaglie per i diritti civili che la portano all’esilio, ventenne, in Bolivia, e al carcere, nell’aprile del 1992: per cinque anni viene detenuta a La Paz, senza giudizio. Viene scarcerata il 25 aprile 1997 dopo un lungo sciopero della fame. Da allora è impegnata con un gruppo di donne ex detenute.</p>
<p><strong>Ad una persona che in prima linea ha partecipato ad un conflitto per il dirittoall’acqua, la domanda sorge spontanea: a dieci anni da quell’esperienza &#8211; che non si è fermata, ma ha continuato la sua elaborazione politica e sociale &#8211; arrivi in Italia, e l’acqua è stata appena privatizzata. Che cosa possiamo imparare noi, in Italia, dalla Guerra dell’Acqua di Cochabamba?</strong><br />
«Direi che le indicazioni sono principalmente due: noi, le persone, possiamo in maniera articolata conseguire obiettivi puntuali per porre limiti al saccheggio di ciò che può e deve essere comune; e questa possibilità passa, soprattutto, dalla creazione di un “noi” capace di intervenire collettivamente nelle decisioni delle questioni politiche.<br />
Parlare in Italia della Guerra dell’Acqua di Cochabamba dovrebbe incoraggiare molti: un’esperienza vittoriosa di lotta sociale può portare fino a voi la speranza che le cose si possono cambiare. Può contribuire, insomma, a sconfiggere la paura. Fu quello che accadde a noi, nel 2000».</p>
<p><strong> Due parole sul lavoro che stai portando avanti con le donne.</strong><br />
«Io lavoro con molte donne di età diversa &#8211; ma anche con molti uomini &#8211; per tenere aperto in Messico uno spazio che chiamiamo “spazio autonomo per la reciprocità”. Reciprocità è una nozione che appartiene al mondo indigeno, che ha a che vedere con il mutuo aiuto e con un muoversi collettivo. Lavoriamo assieme per produrre,per noi stesse e per gli altri, capacità di resistenza, di lotta, di intervento nel pubblico. Ci occupiamo di tutto quello che quotidianamente ci sembra urgente, la questione dell’acqua in primis, che anche qui in Messico evidenzia le sue terribili contraddizioni».</p>
<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/12/15/sete-di-giustizia/">Sete di giustizia</a></p>
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		<title>E&#8217; stato Internet a uccidere la rivista Gourmet?</title>
		<link>http://www.novamag.it/2009/11/03/e-stato-internet-a-uccidere-la-rivista-gourmet/</link>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 05:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Susan Currie Sivek / L’omicidio è stato commesso in cucina con un portatile. Questa probabile spiegazione della morte della rivista Gourmet sembra quasi la soluzione di un caso del gioco Cluedo. La sessantottenne rivista di cucina ha visto la sua fine questo mese, quando l’editore Condé Nast ha tagliato questa e altre due riviste. [...]<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/11/03/e-stato-internet-a-uccidere-la-rivista-gourmet/">E&#8217; stato Internet a uccidere la rivista Gourmet?</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Susan Currie Sivek </em>/<em><br />
</em></p>
<p>L’omicidio è stato commesso in cucina con un portatile.<br />
Questa probabile spiegazione della morte della rivista <em>Gourmet </em>sembra quasi la soluzione di un caso del gioco Cluedo. La sessantottenne rivista di cucina ha visto la sua fine questo mese, quando l’editore Condé Nast ha tagliato questa e altre due riviste. Alcuni hanno dato la colpa al trasferimento su internet di Gourmet e al conseguente furto di lettori ed è facile comprenderne il motivo.</p>
<p>Le migliaia di siti di cucina esercitano un’attrazione potente per gli appassionati. La maggior parte dei cuochi casalinghi oggi in cucina, al posto di una rivista di ricette, posiziona con cura il portatile, al riparo da briciole e schizzi. La perdita di Gourmet, che era considerato un titolo prestigioso, ha trasmesso un senso di grande insicurezza anche alle altre riviste di cucina.<br />
La minaccia per i titoli di cucina non deriva solo dalla mera esistenza di internet, ma anche dalle sfide che le riviste devono affrontare nel mutevole gioco dei marchi.</p>
<p><strong>PIACERE DI CONOSCERTI</strong><br />
Alcuni potrebbero essere tentati di accusare le migliaia di blog di cucina di distrarre il pubblico dalla carta stampata.<br />
Esiste un blog di cucina per ogni specialità etnica, alimentare o locale. I blogger offrono esperienze personali, voci uniche, e una passione per l’argomento dei loro blog che le riviste stampate non possono offrire. Aspettative limitate da parte dei lettori e degli inserzionisti possono limitare i contenuti delle riviste, mentre i blogger sono più liberi di approfondire gli argomenti con post frequenti.</p>
<p>“In effetti ho iniziato a girare tra i forum e i siti di cucina perché ero stufo di vedere gli stessi locali e gli stessi piatti nelle stesse riviste”, ha affermato Titus Ruscitti, il cui blog <a href="http://chibbqking.blogspot.com/" target="_blank">Smokin&#8217; Chokin&#8217; and Chowing with the King</a>, si occupa di barbecue. “Quando una rivista come <em>Gourmet </em>o <em>Bon Apetit</em> o un programma su Food Network realizza uno speciale su Chicago, propone sempre lo stesso cibo e gli stessi locali. Lo stesso vale per le ricette. Ho avuto la sensazione che fossero sempre le stesse”.</p>
<p>I servizi di cucina di <em>Gourmet </em>erano molto ambiziosi e ciò, a volte, li rendeva inaccessibili a molte persone. Potevano sembrare troppo lontani dai cambiamenti di gusto dei lettori dovuti all’attuale situazione economica: per la maggior parte delle persone è più facile identificarsi con un blogger che vive una vita più ordinaria.</p>
<p>“Credo che i blog di cucina siano diventati così popolari perché dietro ogni blog c’è una persona reale”, afferma Kath Younger, creatrice del blog <a href="http://www.katheats.com/" target="_blank">Kath Eats Real Food</a>. “Le ricette sono cucinate in una cucina reale. Le foto sono scattate mentre le ricette vengono realizzate. Credo che ai lettori piaccia leggere le storie che sono dietro il cibo tanto quanto le ricette”.</p>
<p><strong>OLTRE LA RIVISTA</strong><br />
Per competere con questi concorrenti digitali, gli editori di riviste stanno portando i loro marchi nel mondo dei media digitali.<br />
Jim Sexton, vice presidente senior e direttore editoriale di Time Inc. Lifestyle Digital, cura i vari siti della compagnia che collegati alle riviste, compresi quelli di <em>Real Simple</em>, <em>Southern Living</em>, <em>Cooking Light</em>, <em>Sunset</em> e<em> Coastal Living</em>. Oggi, afferma Sexton, questi nomi devono evocare non solo riviste stampate, ma anche una serie di alternative mediatiche.</p>
<p>“In questo modo i marchi verranno visti come tali e non come il titolo di una rivista”, continua Sexton. “E’ diverso pensare a Cooking Ligh come una rivista, un sito, dei libri, un nome che compare su Twitter, Facebook, e sui cellulari. È un marchio al quale il pubblico può rivolgersi ovunque esso sia”.</p>
<p>I siti delle riviste contengono anche materiale interattivo preso dai blog e da altri social media. Cooking Light ha sviluppato una serie video, un blog e una message board, e compare su social media quali Twitter e Facebook, anche se la rivista e il sito mettono in risalto soprattutto i contenuti sviluppati da esperti, come i blog curati da dietologi professionisti e da cuochi famosi.</p>
<p><strong>ESPERTI E UTENTI ONLINE</strong><br />
Tuttavia, Cooking Light e altri che utilizzano contenuti sviluppati da “esperti” hanno concorrenti che dispongono di contenuti a basso costo: siti di ricette con contenuti sviluppati dagli utenti stessi, come <em><span style="text-decoration: underline;">Allrecipes.com</span></em>.<br />
Allrecipes fa parte della divisione cucina e tempo libero del Reader’s Digest, insieme alle riviste <em>Taste of Home</em>, <em>Simple and Delicious</em>, <em>Healthy Cooking</em> e <em>Every Day with Rachael Ray</em>. Al momento rappresenta il top dei siti di cucina, ospitando dai 5 ai 10 milioni di visitatori al mese.</p>
<p>Sebbene a volte pubblichi ricette prese dalle sue riviste affiliate, Allrecipes principalmente si affida ai suoi lettori per i contenuti.<br />
“Tutte le nostre ricette sono create da cuochi casalinghi e abbiamo partnership con vari inserzionisti che integrano le ricette presenti nel sito” afferma Judith Dern, responsabile delle pubbliche relazioni per Allrecipes.<br />
Anche i contenuti di Allrecipes si basano sulla partecipazione attiva degli utenti che suggeriscono correzioni e variazioni che rendono le ricette più utili e attuali.<br />
D’altra parte, il sito di <em>Gourmet </em>pur contenendo alcuni link a social media, offriva poche possibilità di intervenire attivamente sui contenuti della rivista. Sebbene lo spazio dedicato alla “Gourmet Community” sul sito suggerisca di diventare “fan di Gourmet” su Facebook, di visitare lo spazio su YouTube, di scaricare i podcast da iTunes e di seguire i membri su Twitter, si tratta principalmente di attività passive che non portano alla costruzione di una comunità (community) sul sito stesso. (<em>Epicurious.com</em>, che ospita ricette di Gourmet e di altre riviste pubblicate da Condé Nast, presenta caratteristiche da social network, ma è segnalato appena sull’attuale sito di <em>Gourmet</em>).</p>
<p><strong>LE RIVISTE FANNO I CONTI CON I MOTORI DI RICERCA</strong><br />
La competizione tra affermati e “esperti” media di cucina, quali <em>Cooking Light</em> o <em>Gourmet</em>, e i blog e le community interattive e centrate sull’utente spiega il dilemma delle riviste quando si confrontano con il digitale: perché spendere soldi per produrre contenuti di alta qualità quando un singolo blog di cucina o Allrecipes possono attirare il pubblico con la stessa facilità.</p>
<p>Al fine di attirare utenti verso contenuti più elevati, i siti collegati a riviste stanno utilizzando tecniche di ottimizzazione per i motori di ricerca (SEO, <em>search engine optimization</em>), finalizzate ad aumentare il volume di traffico che i siti ricevono dai motori di ricerca. I direttori delle riviste ora studiano attentamente i contenuti pubblicati, in cerca di opportunità per portare il proprio marchio ai primi posti dei risultati di ricerca tramite Google.</p>
<p>La preoccupazione di Sexton è che chi digita “ricetta della zuppa di pollo” con Google, non è necessariamente interessato ai siti che trova, ma più semplicemente clicca sui primi risultati della ricerca.<br />
“Sempre di più le persone non sono interessate ai marchi,” afferma Sexton. “E questa è una sfida interessante per le compagnie che si basano sul proprio nome. I marchi hanno la stessa importanza online, dove le persone hanno a disposizione migliaia di scelte diverse per trovare una ricetta? Anche un nome venerando come Gourmet, a meno che non segua bene le regole del SEO, non farà alcuna differenza per il pubblico.</p>
<p>Capire che il “nome” non faccia la differenza, può essere uno shock per le riviste radicate nella mentalità della carta stampata. Avere una copertina che colpisse l’occhio, coerente, bella, e perfetta dal punto di vista tecnico, nel passato ha aiutato le riviste ad attirare l’attenzione dei lettori: con un rapido sguardo all’edicola, i lettori erano in grado di fare un rapido collegamento tra un titolo e il contenuto della rivista.</p>
<p>Nel regno del digitale, invece di individuare prima una faccia familiare nella folla e poi conversare, il lettore prima decide se la conversazione esistente è di suo interesse e poi si unisce a un nuovo amico. Spetta alle riviste assicurarsi che i contenuti continuino ad attrarre i lettori e li mettano in relazione con il marchio, sia esso online o offline.</p>
<p><em>Susan Currie Sivek, Ph.D., è assistente del Dipartimento di Giornalismo e Mezzi di Comunicazione di Massa della California State University di Fresno. Le sue ricerche riguardano l e riviste e le comunità multimediali. Cura anche il blog <a href="http://sivekmedia.com/" target="_blank">sivekmedia.com</a>, ed è corrispondente per MediaShift.</em></p>
<p><a href="http://www.pbs.org/mediashift/2009/10/did-the-web-kill-gourmet-magazine299.html" target="_blank">Questo articolo</a> è stato pubblicato lo scorso 26 ottobre.<em><br />
</em></p>
<p>[traduzione di Maria Vittoria Ramogida]<em><br />
</em></p>
<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/11/03/e-stato-internet-a-uccidere-la-rivista-gourmet/">E&#8217; stato Internet a uccidere la rivista Gourmet?</a></p>
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		<title>Diritti al cibo</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Sep 2009 04:59:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Colombo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[[Esce a ottobre, per Jaca Book, Diritti al cibo! Agricoltura Sapiens e governance alimentare, un volume scritto dal nostro Luca Colombo e da Antonio Onorati e dedicato alla crisi degli alimenti che nel 2008 ha colpito letteralmente mezzo mondo e, sopratutto, al concetto di sovranità alimentare. Anticipiamo qui alcuni passaggi della lunga introduzione] Un miliardo. [...]<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/09/29/diritti-al-cibo/">Diritti al cibo</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>[<strong>Esce a ottobre, per Jaca Book, </strong><em>Diritti al cibo! Agricoltura Sapiens e governance alimentare</em><strong>, un volume scritto dal nostro Luca Colombo e da Antonio Onorati e dedicato alla crisi degli alimenti che nel 2008 ha colpito letteralmente mezzo mondo e, sopratutto, al concetto di sovranità alimentare. Anticipiamo qui alcuni passaggi della lunga introduzione</strong>]</p>
<p>Un miliardo. Quando si parla di cibo un miliardo appare come un numero magico: un miliardo è il numero di persone che soffre di insicurezza alimentare e un miliardo sono gli individui affetti da obesità; un miliardo abbondante (1,4 per la precisione) sono i produttori di cibo sui campi, le praterie, i mari o le foreste; un miliardo abbondante (1,4 sempre per la precisione) sono gli ettari delle terre arabili, ossia quelle lavorate e seminate dagli agricoltori per produrre cereali, proteine vegetali, tuberi, ortaggi o fibre; un miliardo sono le tonnellate di cereali destinati all’alimentazione umana diretta e un altro miliardo sono quelle che vengono invece dirottate verso gli allevamenti o i serbatoi delle auto.</p>
<p><a href="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/09/Diritti-al-cibo-40926-23.jpg"><img class="size-large wp-image-3883 alignleft" style="border: 0pt none;" title="Diritti al cibo - copertina" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/09/Diritti-al-cibo-40926-23-197x302.jpg" alt="Diritti al cibo - copertina" width="197" height="302" /></a>Molti di questi valori, negli ultimi decenni, si mostrano ostinatamente costanti nel tempo. L’estensione delle terre coltivate, ad esempio, mantiene una impressionante stabilità a fronte dell’aumentata pressione demografica, in quanto l’avanzata dell’urbanizzazione e dell’infrastrutturazione degli spazi rurali, la desertificazione di ampie aree e i processi di perdita di fertilità dei suoli sono stati compensati dalla messa a coltura di nuovi terreni e dal graduale espandersi della frontiera agricola, non senza costi ambientali. Gli stessi contadini, condannati da tempo a estinguersi secondo le logiche di modernizzazione universale, sembrano caparbiamente ancorati ai cicli di produzione e riproduzione del cibo come delle proprie comunità, mantenendo un forte legame con la terra, vista come fonte di vita molto più che come capitale fondiario. La fame, a sua volta, sembra determinata a tenere avvolti a sé interi popoli e comunità: il timido impegno sottoscritto dai capi di stato e di governo nel 1996 di dimezzare in 20 anni il numero di persone esposte alla fame, a metà percorso non era riuscito ad abbassarne il numero sotto la soglia degli 800 milioni e con l’esplosione della crisi alimentare del 2007-2008 ha portato la loro entità a sfiorare i mille milioni.</p>
<p>Quello che questi numeri ci consegnano è che c’è poca terra disponibile per sfamare il mondo, circa un quinto di ettaro pro capite di terra arabile, e poca terra mediamente disponibile per la comunità agricola del pianeta, un ettaro per coltivatore. Poca terra da utilizzare al meglio, dunque, e poca terra da distribuire meglio anche perché la maggioranza del miliardo di affamati è composta da poveri rurali.</p>
<p>La sfida che ci attende impone così di massimizzare l’uso sociale del cibo, ossia quello volto a soddisfare il diritto all’alimentazione, e di riequilibrare l’accesso alle risorse produttive, di cui la terra rappresenta il bene (comune? collettivo?) più prezioso.</p>
<p>Secondo le proiezioni al 2010 della FAO, il 40% della popolazione attiva mondiale sarà impegnata in agricoltura, l’attività primaria utilizzerà il 38% della superficie terrestre del pianeta mentre, se si guarda all’economia, l’agricoltura contribuirà al PIL mondiale per un mero 3%, poco, ma non in caduta libera se si pensa che già nel periodo ’79-’81 era di solo un punto percentuale superiore. Con quali occhi guardare dunque all’attività primaria? Con quelli del diritto al cibo? con quelli del lavoro e dell’occupazione? con quelli dell’uso del territorio e delle risorse naturali? con quelli della generazione di beni e del loro commercio?</p>
<p>È bene richiamarlo subito questo diritto all’alimentazione, un diritto intrinseco di ogni donna, uomo e bambino su cui dovrebbero essere innestate le politiche agricole e alimentari e le logiche produttive e distributive. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 è stata la prima a riconoscere il diritto al cibo come un diritto umano fondamentale che è stato poi incorporato nel Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali adottato nel 1966 e ratificato da 156 stati che si sono vincolati alle sue disposizioni. La sua consacrazione è infine avvenuta con l’adozione delle Linee guida sul diritto all’alimentazione, adottate dai 191 paesi membri della FAO nel 2004, con cui si introducono raccomandazioni pratiche su quanto deve essere realizzato concretamente per garantire che il diritto al cibo diventi realtà; ad oggi almeno 20 stati riconoscono tale diritto nella propria costituzione, tra i quali Brasile, Sud Africa e India. Eppure questo diritto è rimasto negletto fra le priorità con cui si è guardato allo sviluppo economico lasciando inoltre indifferenti i governi alle scorribande delle attività finanziarie che sul cibo hanno speculato senza limiti. L’universalità del diritto all’alimentazione implica infatti che ogni individuo deve poter sempre accedere al cibo o ai mezzi per approvvigionarsene: una tale definizione si basa sul presupposto che fame e malnutrizione sono causate non dalla mera mancanza di cibo, ma dalla povertà, dalla disparità di reddito, dalla mancanza di accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione, al lavoro, all’acqua pulita.</p>
<p>[...]</p>
<p>Diritti al cibo, dunque, e a chi lo produce, perché il diritto all’alimentazione ha il suo complemento nella vitalità economica e sociale di un mondo contadino multiforme, ubiquitario, rispettato. Produrre cibo è infatti un’attività umana volta a soddisfare un bisogno primario e un diritto essenziale, ed essendo inoltre ancorata al contesto ecologico e alla sopravvivenza di ciascuno, va intesa come ispirata a rispondere all’interesse collettivo. In ogni paese il reddito dei produttori agricoli è significativamente inferiore rispetto a quello degli occupati in aree urbane, contribuendo a fare irragionevolmente del mondo rurale l’area di incubazione della fame (le campagne ospitano infatti l’80% degli affamati, secondo i dati FAO), «quindi, per la realizzazione del diritto al cibo, non ci sono alternative al rafforzamento del settore agricolo, con una enfasi da porre sui contadini di piccola scala», rimarca Olivier De Schutter, il Relatore Speciale dell’ONU per il diritto al cibo.</p>
<p>Mai, fino allo scoppio della crisi alimentare e della successiva crisi finanziaria, era divenuto palese come l’agricoltura contribuisca alla generazione di una ricchezza tangibile intimamente connessa a un diritto che si pretende inviolabile, qualcosa di profondamente antitetico all’impalpabilità ed elitarietà dell’economia di carta. Il cibo, diversamente dalla finanza, ha il tratto caratteristico della materialità, dell’indispensabilità per la nostra sopravvivenza fisica, dell’universalità: l’economia della pancia ha forte ancoraggio sul terreno e la gran parte del cibo coltivato risponde a culture e territori, così che l’alimentazione è ancora in quasi tutto il mondo, per quasi tutti gli uomini e le donne, espressione dell’ambiente ecologico e del vasto insieme di valori in cui prende forma e sostanza.</p>
<p>Con la destabilizzazione planetaria dei sistemi alimentari prodottasi nel biennio 2007-2008 si presenta così l’occasione di riconsiderare le gerarchie trasmesse dall’articolazione del PIL nei tre canonici settori economici: secondo il World Factbook della CIA, infatti, l’agricoltura contribuisce nel mondo al 4% della generazione di valore a fronte del 32% dell’industria e del 64% dei servizi, ma questo sguardo economico alle attività umane, in termini di mero valore monetario dei flussi di prodotti, va coscientemente rivalutato se si intendono incardinare i sistemi produttivi e sociali su un nuovo umanesimo, alla luce del default globale che ha concatenato una crisi dopo l’altra: ambientale, climatica, alimentare, finanziaria, economica. L’attività primaria va allora considerata come la Cenerentola economica o come la più estesa valorizzatrice dei suoli liberi dai ghiacci e la principale fonte di reddito per la parte prevalente dei lavoratori?</p>
<p>[...]</p>
<p>Con la rinnovata attenzione al settore primario si presenta però anche il rischio che all’agricoltura e agli agricoltori si chieda più di quanto possano o vogliano garantire: fornire alimenti, fibre, energia, paesaggio; mantenere biodiversità, risorse naturali, territorio, tradizioni. Quale agricoltura, allora, e per quali funzioni? Dire agricoltura (o pesca o allevamento) vuol dire essenzialmente cibo e quindi sopravvivenza individuale e collettiva così come cultura alimentare; per dirla con Feuerbach, l’uomo è ciò che mangia, ma forse anche ciò che fa degli alimenti.</p>
<p>Da qualche tempo la produzione agricola si dimostra territorio di conquista: nel campo reale dell’economia, con diversi settori industriali – anche non alimentari – a contendersi i raccolti, e nel campo immateriale dell’immaginario. Le «guerre del cibo» si combattono fra chi lo vuole apolide, senza origine e girovago, commodity prona alla speculazione finanziaria e alla trasformazione industriale, materia prima emblema di un’agricoltura mineraria proiettata su consumi di massa su scala planetaria, e fra chi lo pensa strutturalmente legato al territorio, ancorato a mercati di prossimità e alla sapienza dei produttori, volto a garantire il diritto all’alimentazione e soprattutto funzionalmente legato alla sopravvivenza sociale, economica e culturale di contadini, pastori e pescatori. Oltre che a fornire un cibo abbondante e di qualità ai consumatori.</p>
<p>In questo conflitto noi puntiamo sul rinnovato protagonismo dei soggetti sociali impegnati nella produzione e messa a disposizione degli alimenti: le organizzazioni dei contadini, dei pescatori, dei pastori, dei popoli indigeni, soggetti che la modernità vorrebbe consegnare al folklore strappando loro la dignità di esseri contemporanei, stanno riappropriandosi di un ruolo profondamente innovativo. Pongono la questione fondiaria (la «vecchia» riforma agraria), delle sementi, dei mercati, dei rapporti di filiera, delle regole commerciali, dentro il quadro della sovranità alimentare, un assunto che trova eco anche nell’agenda politica ufficiale. «La sovranità appartiene al popolo», recita l’articolo 1 della Costituzione italiana figlia della resistenza antifascista: la sovranità alimentare appartiene dunque a produttori e consumatori, al mondo rurale e a quello urbano. Al Nord come al Sud del mondo. Evocare la sovranità alimentare significa esigere la politica, parteciparla, rivendicarne l’autonomia attraverso il primato dei diritti e dei bisogni rispetto al mercato.</p>
<p>[...]</p>
<p>La caccia alla terra ha determinato quasi ovunque un aumento dei valori fondiari rendendo non solo più agguerrita la corsa straniera, ma anche più difficile l’accesso alla terra da parte delle popolazioni contadine locali. Lo stesso modello di produzione agricola dominante, quello industriale, opera continui restringimenti del potenziale agrario attraverso una crescente concentrazione della proprietà fondiaria, fenomeno questo che si presenta in modo quasi identico nei paesi cosiddetti sviluppati e in quelli in via di sviluppo. Si persegue così un’agricoltura senza agricoltori, una sorta di deserto sociale e fisico dove il diritto a produrre sarà sempre più lontano dalle mani dei contadini e delle popolazioni rurali, detenuto da fondi d’investimento, governi stranieri e latifondisti transnazionali.</p>
<p>E le terre coltivate si riducono a livello planetario a un ritmo sostenuto: se è vero che non tutte le terre arabili sono pienamente sfruttate, quello che resta da mettere a coltura è prevalentemente costituito da terreni poveri, spesso aridi o semi aridi dove è preferibile lasciare pascolare gli armenti. Le popolazioni locali manifestano preoccupazioni crescenti per l’esproprio di terre solitamente coltivate o su cui proiettano le proprie future garanzie economiche e alimentari, ma non altrettanto si può dire dei governi che si dimostrano più interessati a capitali freschi, a investimenti produttivi o infrastrutturali, allo sviluppo o consolidamento di distretti produttivi, industriali e portuali. In alcuni casi i governi destinatari hanno anche subito la moral suasion delle istituzioni finanziarie internazionali (non ultima quella della «nostra» Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo) al fine di cambiare le leggi sulla proprietà fondiaria. A fronte di questa spinta, il Brasile (che è uno dei paesi nel mirino dei cercatori di terre) sta riformando la normativa sulla proprietà fondiaria irrigidendo la norma sul divieto di acquisto da parte di stranieri (se non in accordo con partner nazionali) rafforzando le leggi sulla trasparenza delle quote societarie in mani estere.</p>
<p>Il passaggio concettuale essenziale da compiere è ora quello che riconduce nella stessa logica di stampo neocoloniale l’accaparramento di terre oltreconfine e la spinta a coltivare commodity volte all’esportazione generata dai paesi industrializzati o emergenti sui paesi in via di sviluppo che sacrificano così la propria sicurezza e sovranità alimentare: la lotta per la terra e sul suo uso agricolo e alimentare rispondono dunque allo stesso criterio e alla convergente esigenza di assumersi responsabilità per il futuro. Puntando diritti al cibo!</p>
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		<title>Il giro del mondo con la Coca Cola</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2009 04:59:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Camilla Lai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Inventata nel 1886, nel 1908 la Coca Cola si beve in 8 Paesi al mondo. Il boom arriva tra la prima e seconda guerra mondiale: tra il 1919 e il 1940 la bibita più famosa al mondo raggiunge 53 Paesi. Nel 1981 si beve Coca Cola in 163 Paesi. Oggi la bibita più famosa del [...]<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/05/26/il-giro-del-mondo-con-la-coca-cola/">Il giro del mondo con la Coca Cola</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: left;">Inventata nel 1886, nel 1908 la Coca Cola si beve in 8 Paesi al mondo. Il boom arriva tra la prima e seconda guerra mondiale: tra il 1919 e il 1940 la bibita più famosa al mondo raggiunge 53 Paesi. Nel 1981 si beve Coca Cola in 163 Paesi. Oggi la bibita più famosa del mondo raggiunge gli angoli più recondinti del pianeta, forte di un marketing furbo e subliminale, che sa colpire le diverse culture dritte al cuore parlando la loro lingua e  i loro proverbi, cantando le loro canzoni e vestendosi dei loro colori. Si vela in Medio Oriente, balla reggae nei Caraibi, rinfresca in Nicaragua, fa ombra in Africa. Anche nei posti immuni alla cultura statunitense, giovani e vecchi bevono Coca Cola.</div>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: left;"><a href="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/coca-cola2-tt1.jpg"></a><a href="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/coca-cola2-tt1.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-2524" style="border: 0pt none;" title="Trinidad e Tobago" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/coca-cola2-tt1-304x302.jpg" alt="Trinidad e Tobago" width="304" height="302" /></a></div>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: left;">Pubblicità della Coca Cola su un palazzo in una via di locali a Port of Spain, capitale di Trinidad e Tobago, ultima isola dei Caraibi. <em>L&#8217;ottimismo è contagioso</em>, recita la multinazionale delle bollicine, e deve essere vero, visto il sorriso del passante. Oltre l&#8217;ottimismo, per le strade di Trinidad campeggia <em>Good Vibes Liquid Style</em>, ovvero: Vibrazioni positive in stile liquido.</div>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: left;">
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</div>
<p><a href="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/botswana-imitation.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-2526" style="border: 0pt none;" title="Imitazione" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/botswana-imitation-425x302.jpg" alt="Imitazione" width="425" height="302" /></a></p>
<p>E dove non arrivano i tentacoli della multinazionale, arriva il potere della suggestione. Questo negozietto si erge nell&#8217;ultimo avanposto prima del grande mare di steppa che è il deserto del Kalahari, tra il Botswana e la Namibia. La Coca Cola, qui, non e&#8217; arrivata. Poco male: l&#8217;ingegnosità africana si è adoperata e pubblicizza comunque le bollicine del desiderio che attirano clienti anche alla telefonia.</p>
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<p style="text-align: left;"><a href="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/coca-cola-veiled-copy.jpg"><img class="size-large wp-image-2529 alignnone" style="border: 0pt none;" title="Coca Cola velata" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/coca-cola-veiled-copy-309x302.jpg" alt="Coca Cola velata" width="309" height="302" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Una coppia di donne passeggia davanti a un negozietto a Shubra, un quartiere popolare del Cairo, che reca insegne di Coca Cola anche se dentro vende di tutto, dalle sigarette a generi alimentari basilari, detersivi, giornali, e qualsiasi altra cosa il proprietario riesca a farci entrare.</p>
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<p style="text-align: left;"><a href="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/coca-egitto.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-2530" style="border: 0pt none;" title="Coca Cola sensuale egiziana" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/coca-egitto-383x302.jpg" alt="Coca Cola sensuale egiziana" width="383" height="302" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Camion delle consegne della Coca Cola nella periferia del Cairo. La donna sul retro è un&#8217;araba sensuale che sfida qualsiasi velo e qualsiasi dettame islamico. Anche in questo caso la Coca Cola dimostra di sapere colpire i clienti con precisione nei loro punti deboli.</p>
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<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: left;"><a href="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/cocacola-vilakazi-st-copy.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-2531" style="border: 0pt none;" title="Soweto, Mandela e Tutu" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/cocacola-vilakazi-st-copy-171x302.jpg" alt="Soweto, Mandela e Tutu" width="171" height="302" /></a></div>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: left;">Via Vilakazi, nel centro di Soweto, a Johannesburg, è l&#8217;unica strada al mondo che può vantarsi di aver avuto come residenti due premi Nobel. Qui sono infatti cresciuti Nelson Mandela e Desmond Tutu. Mentre la casa di Mandela, rimasta intatta come negli anni &#8217;60, è ora un museo, quella di Tutu è ancora abitata dalla sua famiglia. A darci il benvenuto, all&#8217;inizio della via, l&#8217;onnipresente pubblicità della Coca Cola.</div>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: left;"><a href="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/kazunkula-copy.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-2532" style="border: 0pt none;" title="Zimbabwe" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/kazunkula-copy-288x302.jpg" alt="Zimbabwe" width="288" height="302" /></a></div>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: left;">Kazungula, al confine tra Botswana, Zambia e Zimbabwe, a inizio gennaio, in piena epidemia di profughi che fuggivano come potevano dal colera e dall&#8217;inflazione alle stelle, da un Paese, lo Zimbabwe, allo sfascio. Alle cascate di Victoria, quelle dove il più grande esploratore di tutti i tempi venne a sua volta trovato da Stanley, giornalista britannico, si erge oggi sovrana l&#8217;immancabile bottiglietta di vetro.</div>
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<p style="text-align: left;"><a href="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/guatemala.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-2533" style="border: 0pt none;" title="Guatemala: Calcio e Coca Cola" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/guatemala-217x302.jpg" alt="Guatemala: Calcio e Coca Cola" width="217" height="302" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Non c&#8217;è modo migliore di arrivare al cuore dei Guatemaltechi come fare goal con un pallone da calcio, cosa che, <em>ça va sans dire</em>, non è sfuggita al geniale marketing delle bollicine.</p>
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<p style="text-align: left;"><a href="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/pepsi-cola-guate.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-2536" style="border: 0pt none;" title="Guatemala: Coca contro Pepsi" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/pepsi-cola-guate-452x247.jpg" alt="Guatemala: Coca contro Pepsi" width="452" height="247" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Stazione dell&#8217;autobus ad Antigua, Guatemala. Coca Cola e Pepsi imperano.</p>
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<p style="text-align: left;"><a href="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/nica-coke-copy.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-2537" style="border: 0pt none;" title="Coca Cola Nicaragua" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/nica-coke-copy-350x302.jpg" alt="Coca Cola Nicaragua" width="350" height="302" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Anche nel Paese dei sandinisti, in Nicaragua, le locande della periferia più estrema della campagna che affaccia sull&#8217;oceano Pacifico accolgono i turisti con la Coca Cola.</p>
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<p style="text-align: left;"><a href="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/nica-cola-rinfrescante-copy.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-2538" title="Rinfrescante" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/nica-cola-rinfrescante-copy-452x202.jpg" alt="Rinfrescante" width="452" height="202" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Managua, in Nicaragua: la Coca Cola sandinista è rinfrescante.</p>
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<p style="text-align: left;"><a href="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/coca-cola-coca-cola-copy.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-2539" style="border: 0pt none;" title="All'ombra" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/coca-cola-coca-cola-copy-343x302.jpg" alt="All'ombra" width="343" height="302" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Al mercato di Gaborone, in Botswana, ci si riposa all&#8217;ombra di teloni sponsorizzati dalla Coca Cola.</p>
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<p style="text-align: left;"><a href="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/coca-nyc.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-2540" style="border: 0pt none;" title="Madre Patria" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/05/coca-nyc-197x302.jpg" alt="Madre Patria" width="197" height="302" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Nella madre patria, la Coca Cola spiega la formula vincente: ingredienti segreti, questo è il segreto, che apre le porte della felicità. Gli avversari dicono che ci sia zucchero, colorante al caramello, caffeina, acido fosforico, foglie di coca ed estratto di noce di kola, estratto di limone verde, vaniglia e glicerina. C&#8217;è chi ci aggiunge la cannella. La Coca Cola stessa ammette che la formula è cambiata da quando è stata inventata, l&#8217;8 maggio del 1886 da un farmacista di Atlanta in Georgia, John Stith Pemberton. Fatto sta che: la ricetta rimane segreta. Probabilmente per le foglie di coca?</p>
<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/05/26/il-giro-del-mondo-con-la-coca-cola/">Il giro del mondo con la Coca Cola</a></p>
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		<title>G8 agricolo, i ministri sfilano i temi cruciali dall&#8217;agenda</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 04:58:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca Colombo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La settimana scorsa si è tenuto il primo G8 agricolo, sotto la presidenza italiana. Luca Colombo, che prima di essere un collaboratore di Novamag è un esperto e un attivista sui temi della sicurezzae della sovranità alimentare, ha partecipato al “controvertice” trevigiano, e qui traccia un’analisi delle conclusioni del summit dei cosiddeti “Grandi Otto”. Per [...]<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/04/21/g8-agricolo-i-ministri-sfilano-i-temi-cruciali-dallagenda/">G8 agricolo, i ministri sfilano i temi cruciali dall&#8217;agenda</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La settimana scorsa si è tenuto il primo G8 agricolo, sotto la presidenza italiana. Luca Colombo, che prima di essere un collaboratore di Novamag è un esperto e un attivista sui temi della sicurezzae della sovranità alimentare, ha partecipato al “controvertice” trevigiano, e qui traccia un’analisi delle conclusioni del summit dei cosiddeti “Grandi Otto”.</strong></p>
<p>Per la prima volta i ‘grandi della terra’ si sono riuniti per discutere di agricoltura e sicurezza alimentare. Fra i ‘grandi’, per l’Italia paese ospite, il Ministro dell’agricoltura Luca Zaia, fino a pochi anni fa governatore della provincia trevigiana, che, a Cison di Valmarino, ha ospitato il vertice.</p>
<p>Il G8 non aveva mai tenuto una sessione ministeriale appositamente dedicata all’agricoltura. Tuttavia il G8 precedente, presieduto nel 2008 dal Giappone, si era tenuto all’apice della crisi alimentare che aveva caratterizzato il biennio 2007-2008, riportando così nelle sue conclusioni particolare attenzione alla fragilità del complesso agroalimentare.</p>
<p>Alla chiusura di quel Vertice, l’Italia, che ne assumeva la presidenza, aveva subito annunciato una particolare attenzione al settore primario e ai problemi della sicurezza alimentare fra le sue priorità.</p>
<p>Nel frattempo è scoppiata la crisi finanziaria e la conseguente crisi economica che, complice l’abbassamento dei prezzi delle derrate agricole, ha mutato profondamente il quadro delle priorità e dell’agenda internazionale. Nonostante la FAO continui a denunciare che il problema della fame non è affatto tramontato e che ancora nel 2009 si contano 32 paesi in grave crisi alimentare e bisognosi di assistenza internazionale, mentre un miliardo circa di esseri umani sono afflitti da insicurezza alimentare cronica.</p>
<p>Le condizioni per un dibattito serio e responsabile del cosiddetto G8 agricolo sono dunque rimaste in piedi e la decisione di aprire alcune sessioni della tre giorni ad alcuni paesi cruciali in termini di produzione agricola e di numero di affamati (India, Cina, Brasile, Egitto…) o alle istituzioni agricole del sistema della Nazioni Unite, lasciava presagire alla vigilia un dibattito che poteva lasciare traccia.</p>
<p>Non necessariamente qualcosa di auspicabile, essendo il G8 una sede non legittimata a prendere decisioni erga omnes, non rappresentativa degli interessi della gran parte della popolazione del pianeta, non sensibile alle istanze sociali, ecologiche e democratiche che rappresentano una emergenza nelle emergenze attuali. Eppure una sede influente, o desiderosa di esserlo, anche se scavalcata dalle dinamiche più ambiziose del G20 con cui sembra ora competere.</p>
<p>Una sede, quindi, da monitorare da vicino. Proprio per questo un osservatorio di prossimità è stato istituito dal Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare, una coalizione che raggruppa 270 organizzazioni sociali, che già dall’inizio dell’anno si è posto il problema di analizzare la piattaforma presentata alla discussione del vertice e di interloquire con la sua presidenza italiana, scontrandosi però con due ordini di problemi.</p>
<p>Da una parte la base negoziale su cui gli <em style="mso-bidi-font-style: normal;">sherpa</em> dovevano preparare i lavori di Cison di Valmarino è rimasta ben custodita in qualche cassetto, se mai è stata preparata con il dovuto anticipo. Dall’altra l’incontro richiesto al ministro Zaia per poter consegnare le riflessioni contenute nel documento “Il cibo al centro, l’agricoltura ovunque”, che il comitato ha condiviso con la Global Coalition Against Poverty (GCAP), non è mai avvenuto per indisponibilità dell’agenda del ministro che ha anche smentito che gli sia mai stato richiesto.</p>
<p>Alla vigilia dell’incontro risultavano quindi disponibili solo annunci stampa del Ministro Zaia sui temi che sarebbero stati discussi, senza indicazioni su quale direzione avrebbe assunto il negoziato, e un rumore di fondo su temi palesemente inimmaginabili nell’agenda di un G8 chiamata a procedere per consenso, come gli OGM. Speculazione finanziaria, scorte per gestire emergenze, governance agricola mondiale: questi erano i temi su cui si promettevano risposte e impegni da parte dei ministri agricoli.</p>
<p>Di quali ministri era poi un altro enigma. Del solo G8? Del G8 e del G5 aggregato (Cina, India, Brasile, Messico, Sud Africa)? Del G8 + G5 + G3 (Australia, Egitto, Argentina, invitati successivamente)?</p>
<p>Con le rituali soddisfazioni corali è stato infine partorito un documento siglato dai soli ministri del G8. Un documento contraddittorio e privo di riflessi concreti sulle politiche agricole e sul diritto al cibo nel pianeta, come era da attendersi e &#8211; in qualche modo &#8211; da auspicare. Un documento che però va apprezzato almeno per un punto già sintetizzato nel suo titolo: “l’agricoltura e la sicurezza alimentare al centro dell’agenda internazionale”. Una centralità richiamata anche nel ruolo strategico che si intende assegnare ai produttori agricoli e all&#8217;imprescindibile necessità di coinvolgere le loro rappresentanze nella definizione delle politiche agroalimentari. Una centralità che è bene che non evapori con la chiusura di questo vertice.</p>
<p>La dichiarazione finale resta però totalmente indeterminata sugli impegni economici e finanziari; il richiamo nel preambolo al diritto al cibo (che non appare fra i 13 punti di accordo) viene sostanzialmente contraddetto dall&#8217;auspicio di una conclusione &#8220;ambiziosa&#8221; del Doha Round di quel WTO, impantanatosi proprio sui temi agricoli per l&#8217;impossibilità di governare i sistemi alimentari attraverso le regole del commercio globale.</p>
<p>L’insistenza sulla Global Partnership (tirata fuori dal cilindro al vertice del G8 giapponese) appare in evidente contraddizione con la centralità riconosciuta alla FAO; lo stesso punto sugli agrocarburanti sembra non riflettere sufficientemente sulla miopia delle politiche dirigiste adottate proprio dai paesi del G8 e sui loro riflessi sulla sicurezza alimentare.</p>
<p>A fronte delle contraddizioni e delle omissioni, il Ministro Zaia non sembra inoltre essere riuscito a introdurre nel documento i temi su cui alla vigilia proiettava il Vertice ministeriale: sulla speculazione finanziaria, che tanta parte ha avuto nella fiammata dei prezzi che ha caratterizzato la crisi alimentare, appare solo un evasivo e inconsistente richiamo; sul ruolo delle scorte, che rivestono una importanza cruciale se controllate dalle istituzioni pubbliche in funzione di sicurezza alimentare, si rimanda a successive analisi e deliberazioni, senza vincolarle a chiari obiettivi.</p>
<p>Questa settimana si tiene alla FAO il Comitato sull’Agricoltura, l’organo che fa il punto della situazione del sistema agroalimentare planetario, ne disegna le traiettorie di sviluppo e ne individua i problemi. A ottobre il Comitato FAO per la Sicurezza Alimentare discuterà poi dei non-progressi della lotta all’insicurezza alimentare e dibatterà del suo ruolo nel guidare il sistema internazionale in questa battaglia. A novembre si potrebbe infine tenere un nuovo Vertice Mondiale sull’Alimentazione, su cui il Direttore Generale della FAO ha ottenuto il consenso di molti capi di stato, ma che sembra scontrarsi con la contrarietà dei paesi OCSE, proprio quei paesi in cui si riuniscono i membri del G8.</p>
<p>Sarebbe probabilmente utile affidare all’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata su agricoltura e cibo, a cui partecipano l’insieme dei paesi membri dell’ONU, la governance delle politiche agricole e le decisioni sul destino alimentare del pianeta, senza provare a produrre inutili doppioni, siano essi incontri autoreferenziali di un ristretto manipolo di paesi, o strutture parallele ibride come quelle avanzate nel quadro di partenariati globali nei quali al sistema Nazioni Unite si affiancano le istituzioni figlie (Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale) o nipoti (WTO) degli accordi di Bretton Woods.<br />
Per la prima volta i ‘grandi della terra&#8217; si sono riuniti per discutere di agricoltura e sicurezza alimentare. Fra i ‘grandi&#8217;, per l&#8217;Italia paese ospite, il Ministro dell&#8217;agricoltura Luca Zaia, fino a pochi anni fa governatore della provincia trevigiana, che, a Cison di Valmarino, ha ospitato il vertice.</p>
<p>Il G8 non aveva mai tenuto una sessione ministeriale appositamente dedicata all&#8217;agricoltura. Tuttavia il G8 precedente, presieduto nel 2008 dal Giappone, si era tenuto all&#8217;apice della crisi alimentare che aveva caratterizzato il biennio 2007-2008, riportando così nelle sue conclusioni particolare attenzione alla fragilità del complesso agroalimentare.</p>
<p>Alla chiusura di quel Vertice, l&#8217;Italia, che ne assumeva la presidenza, aveva subito annunciato una particolare attenzione al settore primario e ai problemi della sicurezza alimentare fra le sue priorità.</p>
<p>Nel frattempo è scoppiata la crisi finanziaria e la conseguente crisi economica che, complice l&#8217;abbassamento dei prezzi delle derrate agricole, ha mutato profondamente il quadro delle priorità e dell&#8217;agenda internazionale. Nonostante la FAO continui a denunciare che il problema della fame non è affatto tramontato e che ancora nel 2009 si contano 32 paesi in grave crisi alimentare e bisognosi di assistenza internazionale, mentre un miliardo circa di esseri umani sono afflitti da insicurezza alimentare cronica.</p>
<p>Le condizioni per un dibattito serio e responsabile del cosiddetto G8 agricolo sono dunque rimaste in piedi e la decisione di aprire alcune sessioni della tre giorni ad alcuni paesi cruciali in termini di produzione agricola e di numero di affamati (India, Cina, Brasile, Egitto&#8230;) o alle istituzioni agricole del sistema della Nazioni Unite, lasciava presagire alla vigilia un dibattito che poteva lasciare traccia.<br />
Non necessariamente qualcosa di auspicabile, essendo il G8 una sede non legittimata a prendere decisioni erga omnes, non rappresentativa degli interessi della gran parte della popolazione del pianeta, non sensibile alle istanze sociali, ecologiche e democratiche che rappresentano una emergenza nelle emergenze attuali. Eppure una sede influente, o desiderosa di esserlo, anche se scavalcata dalle dinamiche più ambiziose del G20 con cui sembra ora competere.</p>
<p>Una sede, quindi, da monitorare da vicino. Proprio per questo un osservatorio di prossimità è stato istituito dal Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare, una coalizione che raggruppa 270 organizzazioni sociali, che già dall&#8217;inizio dell&#8217;anno si è posto il problema di analizzare la piattaforma presentata alla discussione del vertice e di interloquire con la sua presidenza italiana, scontrandosi però con due ordini di problemi.</p>
<p>Da una parte la base negoziale su cui gli sherpa dovevano preparare i lavori di Cison di Valmarino è rimasta ben custodita in qualche cassetto, se mai è stata preparata con il dovuto anticipo. Dall&#8217;altra l&#8217;incontro richiesto al ministro Zaia per poter consegnare le riflessioni contenute nel documento &#8220;Il cibo al centro, l&#8217;agricoltura ovunque&#8221;, che il comitato ha condiviso con la Global Coalition Against Poverty (GCAP), non è mai avvenuto per indisponibilità dell&#8217;agenda del ministro che ha anche smentito che gli sia mai stato richiesto.</p>
<p>Alla vigilia dell&#8217;incontro risultavano quindi disponibili solo annunci stampa del Ministro Zaia sui temi che sarebbero stati discussi, senza indicazioni su quale direzione avrebbe assunto il negoziato, e un rumore di fondo su temi palesemente inimmaginabili nell&#8217;agenda di un G8 chiamata a procedere per consenso, come gli OGM. Speculazione finanziaria, scorte per gestire emergenze, governance agricola mondiale: questi erano i temi su cui si promettevano risposte e impegni da parte dei ministri agricoli.<br />
Di quali ministri era poi un altro enigma. Del solo G8? Del G8 e del G5 aggregato (Cina, India, Brasile, Messico, Sud Africa)? Del G8 + G5 + G3 (Australia, Egitto, Argentina, invitati successivamente)?</p>
<p>Con le rituali soddisfazioni corali è stato infine partorito un documento siglato dai soli ministri del G8. Un documento contraddittorio e privo di riflessi concreti sulle politiche agricole e sul diritto al cibo nel pianeta, come era da attendersi e &#8211; in qualche modo &#8211; da auspicare. Un documento che però va apprezzato almeno per un punto già sintetizzato nel suo titolo: &#8220;l&#8217;agricoltura e la sicurezza alimentare al centro dell&#8217;agenda internazionale&#8221;. Una centralità richiamata anche nel ruolo strategico che si intende assegnare ai produttori agricoli e all&#8217;imprescindibile necessità di coinvolgere le loro rappresentanze nella definizione delle politiche agroalimentari. Una centralità che è bene che non evapori con la chiusura di questo vertice.</p>
<p>La dichiarazione finale resta però totalmente indeterminata sugli impegni economici e finanziari; il richiamo nel preambolo al diritto al cibo (che non appare fra i 13 punti di accordo) viene sostanzialmente contraddetto dall&#8217;auspicio di una conclusione &#8220;ambiziosa&#8221; del Doha Round di quel WTO, impantanatosi proprio sui temi agricoli per l&#8217;impossibilità di governare i sistemi alimentari attraverso le regole del commercio globale.<br />
L&#8217;insistenza sulla Global Partnership (tirata fuori dal cilindro al vertice del G8 giapponese) appare in evidente contraddizione con la centralità riconosciuta alla FAO; lo stesso punto sugli agrocarburanti sembra non riflettere sufficientemente sulla miopia delle politiche dirigiste adottate proprio dai paesi del G8 e sui loro riflessi sulla sicurezza alimentare.</p>
<p>A fronte delle contraddizioni e delle omissioni, il Ministro Zaia non sembra inoltre essere riuscito a introdurre nel documento i temi su cui alla vigilia proiettava il Vertice ministeriale: sulla speculazione finanziaria, che tanta parte ha avuto nella fiammata dei prezzi che ha caratterizzato la crisi alimentare, appare solo un evasivo e inconsistente richiamo; sul ruolo delle scorte, che rivestono una importanza cruciale se controllate dalle istituzioni pubbliche in funzione di sicurezza alimentare, si rimanda a successive analisi e deliberazioni, senza vincolarle a chiari obiettivi.</p>
<p>Questa settimana si tiene alla FAO il Comitato sull&#8217;Agricoltura, l&#8217;organo che fa il punto della situazione del sistema agroalimentare planetario, ne disegna le traiettorie di sviluppo e ne individua i problemi. A ottobre il Comitato FAO per la Sicurezza Alimentare discuterà poi dei non-progressi della lotta all&#8217;insicurezza alimentare e dibatterà del suo ruolo nel guidare il sistema internazionale in questa battaglia. A novembre si potrebbe infine tenere un nuovo Vertice Mondiale sull&#8217;Alimentazione, su cui il Direttore Generale della FAO ha ottenuto il consenso di molti capi di stato, ma che sembra scontrarsi con la contrarietà dei paesi OCSE, proprio quei paesi in cui si riuniscono i membri del G8.</p>
<p>Sarebbe probabilmente utile affidare all&#8217;Agenzia delle Nazioni Unite specializzata su agricoltura e cibo, a cui partecipano l&#8217;insieme dei paesi membri dell&#8217;ONU, la governance delle politiche agricole e le decisioni sul destino alimentare del pianeta, senza provare a produrre inutili doppioni, siano essi incontri autoreferenziali di un ristretto manipolo di paesi, o strutture parallele ibride come quelle avanzate nel quadro di partenariati globali nei quali al sistema Nazioni Unite si affiancano le istituzioni figlie (Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale) o nipoti (WTO) degli accordi di Bretton Woods.</p>
<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/04/21/g8-agricolo-i-ministri-sfilano-i-temi-cruciali-dallagenda/">G8 agricolo, i ministri sfilano i temi cruciali dall&#8217;agenda</a></p>
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