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di Francesca Caprini
Raquel Gutierrez ed Oscar Olivera stavano seduti assieme, al tavolo dei relatori, in procinto di presentare l’ultimo libro di Raquel – Los ritmos del Pachakuti – e a tutti noi giunti a Cochabamba per assistere all’evento, la cosa faceva un certo effetto. Raquel ed Oscar sono un pezzo di storia della Bolivia, entrambi protagonisti di quell’evento scardinante che è stata la Guerra dell’Acqua di Cochabamba, nell’aprile del 2000, si ritrovavano dopo qualche tempo nella stessa città dove tutto era iniziato.
Quando Oscar Olivera, sindacalista metalmeccanico, si era messo a guidare le masse dei contadini boliviani disperati e inferociti perchè privati dell’accesso all’acqua – nel ’99 la multinazionale statunitense Bechtel si era impossessata dell’acqua di Cochabamba facendo aumentare i costi del 300% – Raquel Gutierrez era al suo fianco come voce di quel movimento che urlava giustizia. Era lei che scriveva i comunicati che facevano il giro del mondo – utilizzando per la prima volta la Rete ed accedendo così ai grandi media internazionali – con i quali teneva vividi gli occhi e i cuori su quello che in Bolivia stava accadendo: un popolo poverissimo e ridotto alla sete da un sistema economico senza pietà, stava dicendo basta.
Armata solo di coraggio e forse qualche pietra, la Bolivia scendeva nelle strade e nelle piazze contro l’esercito per riprendersi la sua dignità. Una rivoluzione che aveva trovato nella difesa dell’acqua il suo fulcro, e nella vittoria – la Bechtel fu cacciata da Cochabamba dopo mesi di guerriglia e resistenza – il suo orizzonte. E che cambiava, con il suo esempio, il mondo intero.
Oscar e Raquel alla presentazione del libro, l’estate del 2008, ad un certo punto avevano smesso di parlare. Si erano commossi. E senza vergognarsene, avevano condiviso quelle lacrime, quei ricordi ancora caldi con noi del pubblico che in quel momento non avevamo potuto che sentirci parte, assieme a loro, di un tutto ancora vivo, ancora forte, in costante evoluzione.
Matematica, sociologa, scrittrice, autrice di numerosi saggi, Raquel ha fondato il Centro di Studi Andini e Mesoamericani a Città del Messico, dove vive. Fin da giovanissima si è impegnata in un attivismo politico che a partire dal suo Messico, poi in San Salvador, la porta ad affrontare battaglie per i diritti civili che la portano all’esilio, ventenne, in Bolivia, e al carcere, nell’aprile del 1992: per cinque anni viene detenuta a La Paz, senza giudizio. Viene scarcerata il 25 aprile 1997 dopo un lungo sciopero della fame. Da allora è impegnata con un gruppo di donne ex detenute.
Ad una persona che in prima linea ha partecipato ad un conflitto per il dirittoall’acqua, la domanda sorge spontanea: a dieci anni da quell’esperienza – che non si è fermata, ma ha continuato la sua elaborazione politica e sociale – arrivi in Italia, e l’acqua è stata appena privatizzata. Che cosa possiamo imparare noi, in Italia, dalla Guerra dell’Acqua di Cochabamba?
«Direi che le indicazioni sono principalmente due: noi, le persone, possiamo in maniera articolata conseguire obiettivi puntuali per porre limiti al saccheggio di ciò che può e deve essere comune; e questa possibilità passa, soprattutto, dalla creazione di un “noi” capace di intervenire collettivamente nelle decisioni delle questioni politiche.
Parlare in Italia della Guerra dell’Acqua di Cochabamba dovrebbe incoraggiare molti: un’esperienza vittoriosa di lotta sociale può portare fino a voi la speranza che le cose si possono cambiare. Può contribuire, insomma, a sconfiggere la paura. Fu quello che accadde a noi, nel 2000».
Due parole sul lavoro che stai portando avanti con le donne.
«Io lavoro con molte donne di età diversa – ma anche con molti uomini – per tenere aperto in Messico uno spazio che chiamiamo “spazio autonomo per la reciprocità”. Reciprocità è una nozione che appartiene al mondo indigeno, che ha a che vedere con il mutuo aiuto e con un muoversi collettivo. Lavoriamo assieme per produrre,per noi stesse e per gli altri, capacità di resistenza, di lotta, di intervento nel pubblico. Ci occupiamo di tutto quello che quotidianamente ci sembra urgente, la questione dell’acqua in primis, che anche qui in Messico evidenzia le sue terribili contraddizioni».
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di Susan Currie Sivek /
L’omicidio è stato commesso in cucina con un portatile.
Questa probabile spiegazione della morte della rivista Gourmet sembra quasi la soluzione di un caso del gioco Cluedo. La sessantottenne rivista di cucina ha visto la sua fine questo mese, quando l’editore Condé Nast ha tagliato questa e altre due riviste. Alcuni hanno dato la colpa al trasferimento su internet di Gourmet e al conseguente furto di lettori ed è facile comprenderne il motivo.
Le migliaia di siti di cucina esercitano un’attrazione potente per gli appassionati. La maggior parte dei cuochi casalinghi oggi in cucina, al posto di una rivista di ricette, posiziona con cura il portatile, al riparo da briciole e schizzi. La perdita di Gourmet, che era considerato un titolo prestigioso, ha trasmesso un senso di grande insicurezza anche alle altre riviste di cucina.
La minaccia per i titoli di cucina non deriva solo dalla mera esistenza di internet, ma anche dalle sfide che le riviste devono affrontare nel mutevole gioco dei marchi.
PIACERE DI CONOSCERTI
Alcuni potrebbero essere tentati di accusare le migliaia di blog di cucina di distrarre il pubblico dalla carta stampata.
Esiste un blog di cucina per ogni specialità etnica, alimentare o locale. I blogger offrono esperienze personali, voci uniche, e una passione per l’argomento dei loro blog che le riviste stampate non possono offrire. Aspettative limitate da parte dei lettori e degli inserzionisti possono limitare i contenuti delle riviste, mentre i blogger sono più liberi di approfondire gli argomenti con post frequenti.
“In effetti ho iniziato a girare tra i forum e i siti di cucina perché ero stufo di vedere gli stessi locali e gli stessi piatti nelle stesse riviste”, ha affermato Titus Ruscitti, il cui blog Smokin’ Chokin’ and Chowing with the King, si occupa di barbecue. “Quando una rivista come Gourmet o Bon Apetit o un programma su Food Network realizza uno speciale su Chicago, propone sempre lo stesso cibo e gli stessi locali. Lo stesso vale per le ricette. Ho avuto la sensazione che fossero sempre le stesse”.
I servizi di cucina di Gourmet erano molto ambiziosi e ciò, a volte, li rendeva inaccessibili a molte persone. Potevano sembrare troppo lontani dai cambiamenti di gusto dei lettori dovuti all’attuale situazione economica: per la maggior parte delle persone è più facile identificarsi con un blogger che vive una vita più ordinaria.
“Credo che i blog di cucina siano diventati così popolari perché dietro ogni blog c’è una persona reale”, afferma Kath Younger, creatrice del blog Kath Eats Real Food. “Le ricette sono cucinate in una cucina reale. Le foto sono scattate mentre le ricette vengono realizzate. Credo che ai lettori piaccia leggere le storie che sono dietro il cibo tanto quanto le ricette”.
OLTRE LA RIVISTA
Per competere con questi concorrenti digitali, gli editori di riviste stanno portando i loro marchi nel mondo dei media digitali.
Jim Sexton, vice presidente senior e direttore editoriale di Time Inc. Lifestyle Digital, cura i vari siti della compagnia che collegati alle riviste, compresi quelli di Real Simple, Southern Living, Cooking Light, Sunset e Coastal Living. Oggi, afferma Sexton, questi nomi devono evocare non solo riviste stampate, ma anche una serie di alternative mediatiche.
“In questo modo i marchi verranno visti come tali e non come il titolo di una rivista”, continua Sexton. “E’ diverso pensare a Cooking Ligh come una rivista, un sito, dei libri, un nome che compare su Twitter, Facebook, e sui cellulari. È un marchio al quale il pubblico può rivolgersi ovunque esso sia”.
I siti delle riviste contengono anche materiale interattivo preso dai blog e da altri social media. Cooking Light ha sviluppato una serie video, un blog e una message board, e compare su social media quali Twitter e Facebook, anche se la rivista e il sito mettono in risalto soprattutto i contenuti sviluppati da esperti, come i blog curati da dietologi professionisti e da cuochi famosi.
ESPERTI E UTENTI ONLINE
Tuttavia, Cooking Light e altri che utilizzano contenuti sviluppati da “esperti” hanno concorrenti che dispongono di contenuti a basso costo: siti di ricette con contenuti sviluppati dagli utenti stessi, come Allrecipes.com.
Allrecipes fa parte della divisione cucina e tempo libero del Reader’s Digest, insieme alle riviste Taste of Home, Simple and Delicious, Healthy Cooking e Every Day with Rachael Ray. Al momento rappresenta il top dei siti di cucina, ospitando dai 5 ai 10 milioni di visitatori al mese.
Sebbene a volte pubblichi ricette prese dalle sue riviste affiliate, Allrecipes principalmente si affida ai suoi lettori per i contenuti.
“Tutte le nostre ricette sono create da cuochi casalinghi e abbiamo partnership con vari inserzionisti che integrano le ricette presenti nel sito” afferma Judith Dern, responsabile delle pubbliche relazioni per Allrecipes.
Anche i contenuti di Allrecipes si basano sulla partecipazione attiva degli utenti che suggeriscono correzioni e variazioni che rendono le ricette più utili e attuali.
D’altra parte, il sito di Gourmet pur contenendo alcuni link a social media, offriva poche possibilità di intervenire attivamente sui contenuti della rivista. Sebbene lo spazio dedicato alla “Gourmet Community” sul sito suggerisca di diventare “fan di Gourmet” su Facebook, di visitare lo spazio su YouTube, di scaricare i podcast da iTunes e di seguire i membri su Twitter, si tratta principalmente di attività passive che non portano alla costruzione di una comunità (community) sul sito stesso. (Epicurious.com, che ospita ricette di Gourmet e di altre riviste pubblicate da Condé Nast, presenta caratteristiche da social network, ma è segnalato appena sull’attuale sito di Gourmet).
LE RIVISTE FANNO I CONTI CON I MOTORI DI RICERCA
La competizione tra affermati e “esperti” media di cucina, quali Cooking Light o Gourmet, e i blog e le community interattive e centrate sull’utente spiega il dilemma delle riviste quando si confrontano con il digitale: perché spendere soldi per produrre contenuti di alta qualità quando un singolo blog di cucina o Allrecipes possono attirare il pubblico con la stessa facilità.
Al fine di attirare utenti verso contenuti più elevati, i siti collegati a riviste stanno utilizzando tecniche di ottimizzazione per i motori di ricerca (SEO, search engine optimization), finalizzate ad aumentare il volume di traffico che i siti ricevono dai motori di ricerca. I direttori delle riviste ora studiano attentamente i contenuti pubblicati, in cerca di opportunità per portare il proprio marchio ai primi posti dei risultati di ricerca tramite Google.
La preoccupazione di Sexton è che chi digita “ricetta della zuppa di pollo” con Google, non è necessariamente interessato ai siti che trova, ma più semplicemente clicca sui primi risultati della ricerca.
“Sempre di più le persone non sono interessate ai marchi,” afferma Sexton. “E questa è una sfida interessante per le compagnie che si basano sul proprio nome. I marchi hanno la stessa importanza online, dove le persone hanno a disposizione migliaia di scelte diverse per trovare una ricetta? Anche un nome venerando come Gourmet, a meno che non segua bene le regole del SEO, non farà alcuna differenza per il pubblico.
Capire che il “nome” non faccia la differenza, può essere uno shock per le riviste radicate nella mentalità della carta stampata. Avere una copertina che colpisse l’occhio, coerente, bella, e perfetta dal punto di vista tecnico, nel passato ha aiutato le riviste ad attirare l’attenzione dei lettori: con un rapido sguardo all’edicola, i lettori erano in grado di fare un rapido collegamento tra un titolo e il contenuto della rivista.
Nel regno del digitale, invece di individuare prima una faccia familiare nella folla e poi conversare, il lettore prima decide se la conversazione esistente è di suo interesse e poi si unisce a un nuovo amico. Spetta alle riviste assicurarsi che i contenuti continuino ad attrarre i lettori e li mettano in relazione con il marchio, sia esso online o offline.
Susan Currie Sivek, Ph.D., è assistente del Dipartimento di Giornalismo e Mezzi di Comunicazione di Massa della California State University di Fresno. Le sue ricerche riguardano l e riviste e le comunità multimediali. Cura anche il blog sivekmedia.com, ed è corrispondente per MediaShift.
Questo articolo è stato pubblicato lo scorso 26 ottobre.
[traduzione di Maria Vittoria Ramogida]
di Luca Colombo
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[Esce a ottobre, per Jaca Book, Diritti al cibo! Agricoltura Sapiens e governance alimentare, un volume scritto dal nostro Luca Colombo e da Antonio Onorati e dedicato alla crisi degli alimenti che nel 2008 ha colpito letteralmente mezzo mondo e, sopratutto, al concetto di sovranità alimentare. Anticipiamo qui alcuni passaggi della lunga introduzione]
Un miliardo. Quando si parla di cibo un miliardo appare come un numero magico: un miliardo è il numero di persone che soffre di insicurezza alimentare e un miliardo sono gli individui affetti da obesità; un miliardo abbondante (1,4 per la precisione) sono i produttori di cibo sui campi, le praterie, i mari o le foreste; un miliardo abbondante (1,4 sempre per la precisione) sono gli ettari delle terre arabili, ossia quelle lavorate e seminate dagli agricoltori per produrre cereali, proteine vegetali, tuberi, ortaggi o fibre; un miliardo sono le tonnellate di cereali destinati all’alimentazione umana diretta e un altro miliardo sono quelle che vengono invece dirottate verso gli allevamenti o i serbatoi delle auto.
Molti di questi valori, negli ultimi decenni, si mostrano ostinatamente costanti nel tempo. L’estensione delle terre coltivate, ad esempio, mantiene una impressionante stabilità a fronte dell’aumentata pressione demografica, in quanto l’avanzata dell’urbanizzazione e dell’infrastrutturazione degli spazi rurali, la desertificazione di ampie aree e i processi di perdita di fertilità dei suoli sono stati compensati dalla messa a coltura di nuovi terreni e dal graduale espandersi della frontiera agricola, non senza costi ambientali. Gli stessi contadini, condannati da tempo a estinguersi secondo le logiche di modernizzazione universale, sembrano caparbiamente ancorati ai cicli di produzione e riproduzione del cibo come delle proprie comunità, mantenendo un forte legame con la terra, vista come fonte di vita molto più che come capitale fondiario. La fame, a sua volta, sembra determinata a tenere avvolti a sé interi popoli e comunità: il timido impegno sottoscritto dai capi di stato e di governo nel 1996 di dimezzare in 20 anni il numero di persone esposte alla fame, a metà percorso non era riuscito ad abbassarne il numero sotto la soglia degli 800 milioni e con l’esplosione della crisi alimentare del 2007-2008 ha portato la loro entità a sfiorare i mille milioni.
Quello che questi numeri ci consegnano è che c’è poca terra disponibile per sfamare il mondo, circa un quinto di ettaro pro capite di terra arabile, e poca terra mediamente disponibile per la comunità agricola del pianeta, un ettaro per coltivatore. Poca terra da utilizzare al meglio, dunque, e poca terra da distribuire meglio anche perché la maggioranza del miliardo di affamati è composta da poveri rurali.
La sfida che ci attende impone così di massimizzare l’uso sociale del cibo, ossia quello volto a soddisfare il diritto all’alimentazione, e di riequilibrare l’accesso alle risorse produttive, di cui la terra rappresenta il bene (comune? collettivo?) più prezioso.
Secondo le proiezioni al 2010 della FAO, il 40% della popolazione attiva mondiale sarà impegnata in agricoltura, l’attività primaria utilizzerà il 38% della superficie terrestre del pianeta mentre, se si guarda all’economia, l’agricoltura contribuirà al PIL mondiale per un mero 3%, poco, ma non in caduta libera se si pensa che già nel periodo ’79-’81 era di solo un punto percentuale superiore. Con quali occhi guardare dunque all’attività primaria? Con quelli del diritto al cibo? con quelli del lavoro e dell’occupazione? con quelli dell’uso del territorio e delle risorse naturali? con quelli della generazione di beni e del loro commercio?
È bene richiamarlo subito questo diritto all’alimentazione, un diritto intrinseco di ogni donna, uomo e bambino su cui dovrebbero essere innestate le politiche agricole e alimentari e le logiche produttive e distributive. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 è stata la prima a riconoscere il diritto al cibo come un diritto umano fondamentale che è stato poi incorporato nel Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali adottato nel 1966 e ratificato da 156 stati che si sono vincolati alle sue disposizioni. La sua consacrazione è infine avvenuta con l’adozione delle Linee guida sul diritto all’alimentazione, adottate dai 191 paesi membri della FAO nel 2004, con cui si introducono raccomandazioni pratiche su quanto deve essere realizzato concretamente per garantire che il diritto al cibo diventi realtà; ad oggi almeno 20 stati riconoscono tale diritto nella propria costituzione, tra i quali Brasile, Sud Africa e India. Eppure questo diritto è rimasto negletto fra le priorità con cui si è guardato allo sviluppo economico lasciando inoltre indifferenti i governi alle scorribande delle attività finanziarie che sul cibo hanno speculato senza limiti. L’universalità del diritto all’alimentazione implica infatti che ogni individuo deve poter sempre accedere al cibo o ai mezzi per approvvigionarsene: una tale definizione si basa sul presupposto che fame e malnutrizione sono causate non dalla mera mancanza di cibo, ma dalla povertà, dalla disparità di reddito, dalla mancanza di accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione, al lavoro, all’acqua pulita.
[...]
Diritti al cibo, dunque, e a chi lo produce, perché il diritto all’alimentazione ha il suo complemento nella vitalità economica e sociale di un mondo contadino multiforme, ubiquitario, rispettato. Produrre cibo è infatti un’attività umana volta a soddisfare un bisogno primario e un diritto essenziale, ed essendo inoltre ancorata al contesto ecologico e alla sopravvivenza di ciascuno, va intesa come ispirata a rispondere all’interesse collettivo. In ogni paese il reddito dei produttori agricoli è significativamente inferiore rispetto a quello degli occupati in aree urbane, contribuendo a fare irragionevolmente del mondo rurale l’area di incubazione della fame (le campagne ospitano infatti l’80% degli affamati, secondo i dati FAO), «quindi, per la realizzazione del diritto al cibo, non ci sono alternative al rafforzamento del settore agricolo, con una enfasi da porre sui contadini di piccola scala», rimarca Olivier De Schutter, il Relatore Speciale dell’ONU per il diritto al cibo.
Mai, fino allo scoppio della crisi alimentare e della successiva crisi finanziaria, era divenuto palese come l’agricoltura contribuisca alla generazione di una ricchezza tangibile intimamente connessa a un diritto che si pretende inviolabile, qualcosa di profondamente antitetico all’impalpabilità ed elitarietà dell’economia di carta. Il cibo, diversamente dalla finanza, ha il tratto caratteristico della materialità, dell’indispensabilità per la nostra sopravvivenza fisica, dell’universalità: l’economia della pancia ha forte ancoraggio sul terreno e la gran parte del cibo coltivato risponde a culture e territori, così che l’alimentazione è ancora in quasi tutto il mondo, per quasi tutti gli uomini e le donne, espressione dell’ambiente ecologico e del vasto insieme di valori in cui prende forma e sostanza.
Con la destabilizzazione planetaria dei sistemi alimentari prodottasi nel biennio 2007-2008 si presenta così l’occasione di riconsiderare le gerarchie trasmesse dall’articolazione del PIL nei tre canonici settori economici: secondo il World Factbook della CIA, infatti, l’agricoltura contribuisce nel mondo al 4% della generazione di valore a fronte del 32% dell’industria e del 64% dei servizi, ma questo sguardo economico alle attività umane, in termini di mero valore monetario dei flussi di prodotti, va coscientemente rivalutato se si intendono incardinare i sistemi produttivi e sociali su un nuovo umanesimo, alla luce del default globale che ha concatenato una crisi dopo l’altra: ambientale, climatica, alimentare, finanziaria, economica. L’attività primaria va allora considerata come la Cenerentola economica o come la più estesa valorizzatrice dei suoli liberi dai ghiacci e la principale fonte di reddito per la parte prevalente dei lavoratori?
[...]
Con la rinnovata attenzione al settore primario si presenta però anche il rischio che all’agricoltura e agli agricoltori si chieda più di quanto possano o vogliano garantire: fornire alimenti, fibre, energia, paesaggio; mantenere biodiversità, risorse naturali, territorio, tradizioni. Quale agricoltura, allora, e per quali funzioni? Dire agricoltura (o pesca o allevamento) vuol dire essenzialmente cibo e quindi sopravvivenza individuale e collettiva così come cultura alimentare; per dirla con Feuerbach, l’uomo è ciò che mangia, ma forse anche ciò che fa degli alimenti.
Da qualche tempo la produzione agricola si dimostra territorio di conquista: nel campo reale dell’economia, con diversi settori industriali – anche non alimentari – a contendersi i raccolti, e nel campo immateriale dell’immaginario. Le «guerre del cibo» si combattono fra chi lo vuole apolide, senza origine e girovago, commodity prona alla speculazione finanziaria e alla trasformazione industriale, materia prima emblema di un’agricoltura mineraria proiettata su consumi di massa su scala planetaria, e fra chi lo pensa strutturalmente legato al territorio, ancorato a mercati di prossimità e alla sapienza dei produttori, volto a garantire il diritto all’alimentazione e soprattutto funzionalmente legato alla sopravvivenza sociale, economica e culturale di contadini, pastori e pescatori. Oltre che a fornire un cibo abbondante e di qualità ai consumatori.
In questo conflitto noi puntiamo sul rinnovato protagonismo dei soggetti sociali impegnati nella produzione e messa a disposizione degli alimenti: le organizzazioni dei contadini, dei pescatori, dei pastori, dei popoli indigeni, soggetti che la modernità vorrebbe consegnare al folklore strappando loro la dignità di esseri contemporanei, stanno riappropriandosi di un ruolo profondamente innovativo. Pongono la questione fondiaria (la «vecchia» riforma agraria), delle sementi, dei mercati, dei rapporti di filiera, delle regole commerciali, dentro il quadro della sovranità alimentare, un assunto che trova eco anche nell’agenda politica ufficiale. «La sovranità appartiene al popolo», recita l’articolo 1 della Costituzione italiana figlia della resistenza antifascista: la sovranità alimentare appartiene dunque a produttori e consumatori, al mondo rurale e a quello urbano. Al Nord come al Sud del mondo. Evocare la sovranità alimentare significa esigere la politica, parteciparla, rivendicarne l’autonomia attraverso il primato dei diritti e dei bisogni rispetto al mercato.
[...]
La caccia alla terra ha determinato quasi ovunque un aumento dei valori fondiari rendendo non solo più agguerrita la corsa straniera, ma anche più difficile l’accesso alla terra da parte delle popolazioni contadine locali. Lo stesso modello di produzione agricola dominante, quello industriale, opera continui restringimenti del potenziale agrario attraverso una crescente concentrazione della proprietà fondiaria, fenomeno questo che si presenta in modo quasi identico nei paesi cosiddetti sviluppati e in quelli in via di sviluppo. Si persegue così un’agricoltura senza agricoltori, una sorta di deserto sociale e fisico dove il diritto a produrre sarà sempre più lontano dalle mani dei contadini e delle popolazioni rurali, detenuto da fondi d’investimento, governi stranieri e latifondisti transnazionali.
E le terre coltivate si riducono a livello planetario a un ritmo sostenuto: se è vero che non tutte le terre arabili sono pienamente sfruttate, quello che resta da mettere a coltura è prevalentemente costituito da terreni poveri, spesso aridi o semi aridi dove è preferibile lasciare pascolare gli armenti. Le popolazioni locali manifestano preoccupazioni crescenti per l’esproprio di terre solitamente coltivate o su cui proiettano le proprie future garanzie economiche e alimentari, ma non altrettanto si può dire dei governi che si dimostrano più interessati a capitali freschi, a investimenti produttivi o infrastrutturali, allo sviluppo o consolidamento di distretti produttivi, industriali e portuali. In alcuni casi i governi destinatari hanno anche subito la moral suasion delle istituzioni finanziarie internazionali (non ultima quella della «nostra» Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo) al fine di cambiare le leggi sulla proprietà fondiaria. A fronte di questa spinta, il Brasile (che è uno dei paesi nel mirino dei cercatori di terre) sta riformando la normativa sulla proprietà fondiaria irrigidendo la norma sul divieto di acquisto da parte di stranieri (se non in accordo con partner nazionali) rafforzando le leggi sulla trasparenza delle quote societarie in mani estere.
Il passaggio concettuale essenziale da compiere è ora quello che riconduce nella stessa logica di stampo neocoloniale l’accaparramento di terre oltreconfine e la spinta a coltivare commodity volte all’esportazione generata dai paesi industrializzati o emergenti sui paesi in via di sviluppo che sacrificano così la propria sicurezza e sovranità alimentare: la lotta per la terra e sul suo uso agricolo e alimentare rispondono dunque allo stesso criterio e alla convergente esigenza di assumersi responsabilità per il futuro. Puntando diritti al cibo!