di Massimiliano Di Giorgio

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Il decennale della morte di Bettino Craxi – in latitanza o in esilio che sia, comunque avvenuta in Kenya nel 2000 – è stato l’epicentro di un dibattito sulla necessità di riabilitazione (o meno) del leader socialista, che in realtà è cominciato ancora prima della sua scomparsa. E che probabilmente continuerà anche nel 2020.

Le ragioni di questo dibattito sono diverse. Variano dalla posizione degli interlocutori. Forse c’entrano qualcosa con i guai giudiziari dell’attuale premier Silvio Berlusconi, che si considera perseguitato dai magistrati italiani. Forse sono un tentativo di “riappacificazione ” a sinistra tra ex comunisti ed ex socialisti. Forse un tentativo di sottrarre gli eventi alla mera cronaca nera per consegnarli alla riflessione storica. Chissà.

Novamag però non ha pretese così elevate, e invece di tentare di contribuire al dibattito politico e storico torna su Craxi chiacchierando al telefono con uno dei suoi “persecutori” più efferati, Stefano Disegni, che insieme a Massimo Caviglia ha a suo tempo disegnato centinaia di vignette sul premier socialista, la famosa banda di “nani e ballerine” e tutti i protagonisti vicini e lontani del circo mediatico dell’epoca (compresi Achille Occhetto, Walter Veltroni e Massimo D’Alema).

Se nel vostro immaginario Craxi ha una corona in testa e una specie di vestaglia col collo d’ermellino, il pancione e un carattere arrogante, la colpa, insomma, è di quelli come Disegni. O di “Cuore”, il settimanale di “resistenza umana” che titolava “Pensiero stupendo” una pagina sul (ventilato) arresto di Craxi (e “pensierino stupendino” sul figlio Bobo). O se ne usciva con battute tipo: “è tornata l’ora legale, panico tra i socialisti”.

Stefano Disegni, diciamo la verità. Tu e Caviglia dovete molto del vostro successo a Craxi. E anche ‘Cuore’: quando uscì la notizia del primo avviso di garanzia a Craxi, vendette un botto di copie.
“E’ ovvio. Il fumetto ragiona per maschere, anche. In tutte le storie c’è il prepotentone, quello tronfio, quello grosso che tutti adorano, allineati e coperti. Quindi per noi era più facile. Quando c’è un personaggio così, una maschera così forte, ci vai a nozze”.

Quante vignette disegnaste, tu e Caviglia, su Craxi?
“Non me lo ricordo. Una quantità infinita. Posso dirti che anticipammo l’avviso di garanzia a Craxi. Mi ricordo ancora: disegnammo una scala degli avvisi di garanzia in cui mano a mano si passava da un personaggio all’altro, e all’ultimo gradino c’era Craxi. Dieci giorni dopo gli arrivò l’avviso di garanzia. Ci chiamò Andrea Aloi, il vicedirettore di ‘Cuore’, dicendoci: ’siete stati profeti’… In realtà non siamo stati profeti noi, è che ormai l’aria era quella”.

Lo raffiguravate come un Bokassa…
“Quello che dicevo. Il personaggio tronfio, pieno di sé, adorato da uno stuolo di servitori sciocchi, un po’ barbaro, un po’ animalone, con la panza, l’ermellino. Sì, era Bokassa”.

Forattini invece lo disegnava come il Duce socialista.
“Non sta a me dirlo, ma Craxi non poteva essere ritratto come un duce, Craxi non era fascista. Attenzione si fa presto a dire: Duce. No, non lo era. Era una degenerazione di una cattiva coscienza della sinistra, che improvvisamente scopriva in quegli anni lì che non cera soltanto la Casa del Popolo ma si poteva persino andare a ballare ed essere considerati di sinistra lo stesso. Però Craxi era di sinistra, questo sarebbe disonesto non dirlo”.

Oggi scriveresti e disegneresti le stesse cose di allora?
“Assolutamente sì. Al di là di quella che è stata la statura politica del personaggio, ma questa è materia per gli storici: per noi satirici quello che era macroscopico era questo vai e vieni di borsoni e tangenti… Adirittura ancora adesso, la signora Enza, la segretaria di Craxi, ha parlato di questa gente che andava e veniva con borse e borsoni. Per noi satirici, che abbiamo bisogno di colore, quello era…”.

Ma il premier Silvio Berlusconi non è un soggetto piùinteressante di Craxi, per la satira?
“Berlusconi è Craxi alla n + 1 potenza, con la differenza che non ha bisogno di soldi perché è lui che li dà agli altri. E soprattutto che non viene da una coscienza di sinistra. Ma Berlusconi è il diretto figlio e discendente di una concezione della cosa pubblica come potentato”.

Hai mai avuto a che fare con Craxi per le vostre vignette? Lo hai mai incontrato?
“Incrociai personalmente Craxi e Claudio Martelli mentre salivo in ascensore alla redazione del Manifesto e loro andavano alla sede del Psi o di Mondoperaio, non so cosa c’era (in effetti a via Tomacelli, nello stesso stabile del Manifesto, c’era la sede di Mondoperaio, rivista socialista), e io avevo in mano le strisce che stavano facendo su Craxi”.

Ti riconobbero?
“N. Non mi conoscevano, ovviamente. Io conoscevo loro. Ci furono tre piani di silenzio. Quell’imbarazzo in cui ci si guarda un po’ le scarpe… In quel momento pensai: adesso gli faccio vedere la striscia. ‘Vede, questo è lei’. Poi pensai: sono in due contro uno e Craxi è grosso. Abbandonai l’idea”.

Cosa hai pensato in questi giorni, con tutte le commemorazioni pubbliche e private o a mezzo tv, di Craxi?
“Ho pensato al ridicolo di questo paese. Io non so se Craxi fosse colpevole o innocente. O meglio, sospetto che fosse colpevole. Lo sospetto fortemente da quello che emerso. Ma quello che me lo fa sospettare fortemente è stato proprio il fatto che Craxi se se ne sia andato e guardato bene dal tornare. Si può dire tutto quello che vuoi, ma se scappi, c’è poco da fare, è un indizio enorme di colpevolezza. E non mi vengano a parlare di esuli e di queste cazzate. Se scappa uno che ha rubato ed è uno stronzo qualsiasi non sarà mai un esule, ma un latitante. Se scappa un signore, come era lui, che aveva una storia politica eccetera eccetera, diventa un esule. No, non ci sto. Non credo proprio che possa essere così.
Sono un radicale, credo che la presunzione di innocenza valga per tutti, e dunque non so se Craxi fosse colpevole. Ma non lo so perché non si è lasciato processare”.

[Qui la vignetta di Stefano Disegni uscita qualche giorno fa su Craxi]

di Massimiliano Di Giorgio

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Pippi Calzelunghe, la bimba svedese dolce e ribelle dalle inconfondibili trecce rosse, compie 40 anni in tv, almeno per noi italiani.

Creata una settantina di anni fa dalla scrittrice svedese Astrid Lindgren, Pippi deve il suo enorme successo al piccolo schermo, dove comparve per la prima volta, in Svezia, nel 1969 in 13 episodi diretti da Olle Hellbom.

In Italia, il personaggio interpretato da Inger Nilsson – che nel ‘69 aveva 10 anni – arrivò nel settembre 1970, sul Primo canale, ed ottenne subito un grande e imprevisto successo.

“Non ci aspettavamo un successo del genere, no – racconta Sergio Poliandri, storico adattatore, che curò i dialoghi italiani di Pippi – Per quei tempi era un telefilm molto originale, non c’erano serie di questo tipo, e per la tv italiana era una vera novità. Pippi era un personaggio molto divertente, spiritoso e soprattutto moderno”.

Pippi vive in una tranquilla cittadina svedese in un’epoca non ben precisata, che potrebbe andare dagli anni Trenta, a giudicare da certi costumi e dalle automobili, ai Sessanta. La sua casa è Villa Colle, dove abita insieme a una scimmietta, il Signor Nilsson, e al cavallo, chiamato Zietto. La mamma è “in cielo”, il papà è un capitano che naviga nei mari del Sud, ma ogni tanto torna a trovare la figlia, con tutto il suo equipaggio.

Pippi non va a scuola, perché è autodidatta e poi, soprattutto, si annoia. Veste in un modo originalissimo, colorato, pare quasi il prototipo di una femminista hippy in miniatura. Ha una forza incredibile – in uno degli episodi fa fuggire i pirati che hanno preso prigioniero il padre – è incredibilmente generosa, anche con i ladri, ed è una bravissima cuoca. I suoi compagni di avventure sono Annika e il fratello Tommy.

A dare voce in Italia a Pippi-Nilsson, la coetanea Emanuela Rossi, una delle più famose doppiatrici italiane, che viene da una famiglia di artisti.

“Avevo iniziato a lavorare nel doppiaggio già un paio d’anni prima – racconta Rossi, che ha doppiato tra le altre Michelle Pfeiffer, Nicole Kidman, Uma Thurman ed Emma Thompson – e fui scelta dopo una serie di provini. Non potevo immaginare che sarebbe stato un successo di genere, e anche che avrebbe segnato così tanto la mia carriera”.

“In 40 anni ho fatto tantissime altre cose, ma Pippi mi è rimasta nel cuore. I telefilm sono belli, mi fermo ancora a guardarli. Hanno una dimensione fanciullesca, poetica, originale… e poi c’è ancora chi mi chiede di fargli ‘la voce di Pippi”.

Emanuela Rossi ha forse solo due rimpianti. Il primo è quello di non aver cantato lei la canzone di Pippi – che invece fu intrerpretata dall’attrice Isa Di Marzio, che all’epoca aveva già 41 anni ed era stata anche lei doppiatrice fin dalla tenera età. Il secondo, quello di non aver mai incontrato Inger Nilsson, che pure negli anni passati è stata ospite almeno in due occasioni della tv italiana in show dedicati a Pippi.

Nilsson, che per anni ha lasciato lo spettacolo lavorando come segretaria, è poi tornata recentemente in tv sia in Svezia che in Germania.

Il mito tv di Pippi intanto, nel corso degli anni, ha continuato ad alimentarsi. Tornato sugli schermi grazie ai canali satellitari, il telefilm è anche in dvd. A fine anni 90 è stata lanciata anche una serie animata, che solo in parte ricalca quella tv.

Sul canale di condivisione video YouTube si possono rintracciare quasi 3.000 video dedicati a Pippi, in parte frammenti della serie tv, in parte omaggi di fan piccoli e grandi. E negli ultimi anni, a Carnevale, il costume di Pippi Calzelunghe ha cominciato ad affiancare nelle piazze le maschere più classiche e gli altri personaggi della tv.

di Redazione

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di Josh Wigler

Il regista Zack Snyder ha sempre affermato che non avrebbe diretto un sequel di 300 fino al completamento di un nuovo graphic novel da parte di Frank Miller (the completion of a new graphic novel from Frank Miller), ma, sulla base delle ultime affermazioni dello stesso Miller, Snyder potrebbe essere in procinto di indossare la sua armatura Spartana.

In un’intervista ad Hero Complex, Miller ha rivelato che non solo sta lavorando ad un sequel di 300, ma che ha già pronto il titolo di “Serse”, chiaramente preso dal nome del tiranno interpretato nel primo film dall’attore di “Lost” Rodrigo Santoro.

“E’ la battaglia di Maratona vista attraverso le mie lenti”, ha detto Miller a proposito del soggetto del romanzo a fumetti. “Ho finito la scrittura della storia e mi sto preparando per le illustrazioni”.

Se 300 è centrato sulla sconfitta di Leonida e dei suoi guerrieri Spartani, Serse e la battaglia di Maratona rappresenteranno la decimazione brutale delle forze Persiane per mano di quelli che sarebbero dovuti diventare i Greci sottomessi. Poiché, a quel tempo, il padre di Serse governava i Persiani, probabilmente la nuova storia sarà del tipo di formazione per l’antagonista finale di 300.

A dispetto della storia vera, lo stato di prequel di Serse si scontra con le dichiarazioni precedenti che il sequel di 300 non sarebbe stato altro che questo, un sequel.

“Nel periodo storico tra la morte di Leonida alle Termopili e la battaglia di Platea ci sono altri avvenimenti” ha dichiarato Zack Snyder a MTV News all’inizio di quest’anno riguardo alla possibile trama del sequel (the possible sequel’s plot). “E’ un anno tralasciato nel primo film, durante il quale molto è successo”.

Malgrado il cambiamento di soggetto, i fan di 300 possono tenere spade e scudi incrociati e sperare che il romanzo a fumetti sia pronto presto, con un adattamento cinematografico a seguire subito dopo.

[Questo post è stato originariamente pubblicato sul blog Splashpage.mtv.com il 15 dicembre scorso. Traduzione di Maria Vittoria Ramogida]


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