di Redazione

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Ad aprire la stagione è stato il “Festival de Sopes” di Barcellona, che si è svolto il 25 marzo. A Lille, città dove la manifestazione è stata inventata nel 2001, la data fatidica è quella del primo maggio. A Roma il festival, alla sua terza edizione, si tiene il 10 aprile, al Casale Garibaldi, mentre a Bologna arriva il 25 aprile, festa della Liberazione.

Ma a che serve questo strano evento? “Il Festival tenta di creare un momento di festa intorno ad un piatto ricco e popolare e conosciuto in tutto il mondo. I partecipanti si contendono l’ambito “mestolo d’oro”, rispondono gli organizzatori dell’evento romano (http://www.lacittadellutopia.it: qui trovate i link anche per le altre manifestazioni).

“Gli scopi che la Zuppa vuole esprimere attraverso l’iniziativa sono: l’aspetto culturale, sociale e umano del ritrovarsi a mangiare insieme, in strada; l’aspetto artistico degli zuppieri che si dedicano a miscelare, a creare e a donare; l”aspetto ludico, in cui si fondono le manifestazioni culturali e quotidiane di tutti i popoli”.

E poi: “La gratuità da parte di coloro che cucinano e gareggiano ludicamente… l’apertura e la partecipazione di chiunque, a partire dal quartiere ospitante”.

Zuppa in francese si dice Soupe. E non a caso Soupe è anche un sigla: Symbole d’Ouverture et d’Union des Peuples Européens (Simbolo d’apertura e d’unione dei paesi europei).

Ecco la divertente ricetta del festival, che a Lille si tiene al mercato di Wazemmes: “Fate marinare, il mattino del primo maggio, diverse centinaia di visitatori che provengono da ogni dove e di dimensione, nella cuvette del mercato di Wazemmes.

Verso mezzogiorno, quando la macerazione comincia a produrre degli effetti allettanti, battete con vigore il pavimento con l’aiuto di saltimbanchi roboanti e vivaci e inclinate leggermente la piazza del mercato verso l’nagolo nord-est, all’incrocio tra rue Jules Guesde e rue des Sarrazins, allo scopo di raccogliere il numero massimo di partecipanti in questo luogo preparato in anticipo…

Cominciate allora la cottura a fuoco vivo, alle 15. Assicuratevi della partecipazione massiccia di bettole, ristoranti e bottegucce per mettere insieme questa brodaglia popolare.

Occupatevi di di convocare un buon drappello di musicisti e intrattenitori locali e di altri luoghi che ruotino attorno al pentolone mentre si prepara la zuppa.

Non esitate a fare sorvegliare la zuppa da bambini golosi che restino nei pressi del paiolo a dorso di cammello o di elefante.

Il servizio non dovrà in alcun modo essere trascurato, affidate agli artisti plastici e ai maestri dell’illuminazione la sistemazione e la decorazione degli spazi di degustazione.

Gettate nel brodo un’infilata di buongustai di provata esperienza che terrete da parte per la fine della cottura.

Dopo cinque ore fate fondere undici once d’oro, con cui colorete un mestolo splendente. Alle 19, tirate fuori lo spiedino di buongustai e fategli assegnare il Mestolo d’Oro al miglior cuciniere”.

Insomma, buona zuppa.

di Luca Colombo

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Potrebbe essere una nuova sceneggiatura di Romero: morti e sepolti lontano dall’attenzione di cronisti e opinione pubblica, gli OGM hanno scoperchiato con rumore i sepolcri cui sembravano destinati e hanno ripreso il loro brancolante cammino sulle pagine dei giornali, nei Tg e nei contenitori televisivi e radiofonici ancora in condizione di informare. E l’appropriata colonna sonora è inevitabilmente “Thriller”, perché la trama è ancora appesa a un filo.

La prima urna a saltare si scoperchia sulle pagine della “Stampa” il 17 gennaio scorso, quando viene annunciato, come fosse un blitz in clandestinità, che Regioni e Stato centrale il 28 gennaio successivo si accingono ad approvare un accordo sulle cosiddette “linee guida sulla coesistenza”. Il titolo apriva la strada a un refrain di successo: “L’Italia sdogana gli OGM”, esattamente lo stesso verbo e concetto replicato a oltranza da agenzie e testate giornalistiche in occasione della ‘storica’ decisione sulla patata transgenica, questa volta in salsa europea.
In realtà, il processo italiano rappresentava semplicemente il compimento di un lungo iter negoziato tra le regioni, e poi tra queste e il ministero dell’Agricoltura, sotto il monitoraggio attivo di diverse controparti sociali, teso a imbrigliare dentro un quadro di regole tendenzialmente rigorose le coltivazioni transgeniche, altrimenti a rischio di essere liberate nella ‘terra di nessuno’.

Forse l’articolo della “Stampa” non aveva pretese di scoop, ma raggiunge l’obiettivo di far saltare il tavolo tra Stato e Regioni, accadimento di cui lo stesso giornale ci informa il 23 gennaio: le elezioni sono troppo vicine per ‘sdoganare’ gli OGM, e il ministro Zaia, doppiamente parte in causa come responsabile del dicastero dell’agricoltura e come candidato governatore, incontra gli stessi timori fra assessori e governatori regionali.

Nel frattempo qualcuno nascondeva le carte: infatti quattro giorni prima, il 19 gennaio, il Consiglio di Stato aveva emesso una sentenza in cui imponeva al Ministero dell’Agricoltura di completare entro 90 giorni gli atti relativi alla semina di varietà transgeniche. Avvocatura di Stato e qualche poco solerte dipendente del ministero dell’Agricoltura, le controparti legale e amministrativa dell’agricoltore friulano fan del seme manipolato, avranno pure recepito la sentenza, ma nulla è stato dato sapere, nulla ha raggiunto la superficie, come se quel movimento carsico degli zombi transgenici avesse ripreso il suo corso.
Se ne viene a conoscenza solo il 29 gennaio, quando ormai le regole di salvaguardia contenute nell’accordo sulla coesistenza sono state nuovamente seppellite.

Scoppia il panico e le rotative dei giornali prendono a macinare OGM a pieno regime. Tra il giubilo rumoroso dei patiti del transgenico e il disorientamento del vasto raggruppamento istituzionale e sociale che si oppone all’agricoltura geneticamente modificata è un turbinio di dichiarazioni, commenti, interviste, richieste di smentita. Qualcosa che tra movimenti scoordinati e scene di massa ricorda da vicino il video di Michael Jackson. Provvedimenti a tutela dell’agricoltura italiana libera da OGM vengono annunciati, ma restano ad oggi ancora spiriti impalpabili.

Si arriva così alla patata Amflora. Ed è il botto. Prime pagine di giornali, lunghi servizi dei Tg, interviste a prestigiosi luminari della scienza, le associazioni ecologiste ritrovano qualche faro puntato su di loro e sulle vicende ambientali ormai neglette, le associazioni agricole –mai coese nella storia patria- che si fronteggiano tra qualità e innovazione, tra libertà di semina e ricerca e libertà dalle contaminazioni genetiche. Addirittura si assiste a una querelle interna al Vaticano per interposta stampa, con la bolla papale vergata sulle pagine dello “Osservatore Romano” che ribadisce la non posizione in materia della Chiesa (pur facendo capire che se siamo arrivati a superare il miliardo di affamati a 15 anni dalle prime coltivazioni biotech, miracoli non sembrano farne).

Telegiornali, radio, siti o giornali, financo la free press, impediscono di ignorare che ‘gli OGM sono tornati’. Tornati sui media e nella discussione politica, ma ‘gli OGM non sono tra noi’, nonostante Monsanto, Basf o anche Romero e il re del pop. Sono al massimo nelle mangiatoie animali dove la soia transgenica prevale, ma non sugli scaffali, non sulle mense e non nei campi, soprattutto in quelli italiani, ma neanche in quelli europei, dove arretrano quasi come zombie trafitti dalla troppa luce. Perché anche gli horror possono avere un lieto fine.

di Redazione

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Abbiamo chiesto a Daniela Gambino, un’amica di Novamag, di scrivere sull’ammmore, e lei prontamente -il che non è esattamente usuale, nel suo caso – ci ha mandato questo testo.
Gambino, nota per libri come “Cosa ti piace di me?” o il più recente “Abbi cura di te”, ha pubblicato ultimamente “101 cose da fare almeno una volta in Sicilia” (Newton Compton) e “Le cattive abitudini” (Drago edizioni)

Credo sia stata Zadie Smith – una scrittrice che avrà meno della mia età ed è nota a livello platenario (vanno da sé confronti e invidie varie) – a formulare nel romanzo Denti bianchi una frase ostica come poche pronunciata da un suo personaggio, “non siamo amabili”, ecco, una cosa da mandare a mente, non siamo amabili.

Non solo non siamo famosi come Zadie, ma manco ci possiamo fidanzare con profitto, a quanto pare. Hai voglia a metterti le scarpe per andare a correre, non è una questione di forma fisica è, piuttosto, una forma d’accoglienza mentale, una predisposizione a fare posto, tanto posto, ad un altro essere umano.

Tu pensi “vorrei un uomo (o una donna ) vicino, perché ne ho bisogno, me lo merito, perché l’ultima volta è andata male, perché ho letto che il sesso fa bene, perché mi sento pronto ad una vita a due, perché ho appena finito di pagare il mutuo e posso pagare con nonchalance una bella cena”. Ma non funziona così, non è un atto meccanico. Ci svegliamo incazzati, abbiamo noie sul lavoro, dimentichiamo appuntamenti, chiavi (ombrelli, diceva la canzone e du du du, da da da, trottolino amoroso), guidiamo per le strade come se strisciassimo con il coltello fra i denti lungo una linea di trincea. Non siamo amabili. Abbiamo tutti un qualche trauma infantile che non ci permette di esprimere bene i nostri sentimenti, un’esperienza negativa a cui appellarci per giustificare la chiusura del rubinetto emotivo.

E poi, in coppia, c’è questa pretesa del dover pensare in due. Una chiara richiesta da parte sia nostra che dell’altro di chiaroveggenza. Chiaroveggenza che, anche tu lettore, richiedi e con energia, con frasi tipo: “certo, ormai dovresti saperlo che non mi piace il pesce”, oppure “che sono allergico/a alla cipolla”.

Non avrai pietà, perché tu devi sapere cosa vuole il tuo/tua partner e anche lei/lui deve fare altrettanto per il solo fatto che state insieme. Anzi, addirittura, dev’essere in grado di prevenirti, di prepararti una valigia, di capire cosa vuoi mangiare, ascoltare, vedere, in un determinato momento. Se no niente, non ti ama. Magari un giorno avrai una colf in grado di fare le stesse cose, ma quello non sarà amore. Sarà dedizione, saranno contributi da pagare.

L’amore è un sentimento spiato e cercato come pochi. Dell’affetto ce ne freghiamo, pensiamo sempre che gli amici capiranno, che il malinteso si chiarirà, ma guai a sbagliare con l’amore. Guai a saltare una ricorrenza, una anniversario, evitare un San Valentino, dimenticare la torta di compleanno. In amore siamo spietatamente attenti a ricevere, e per questo non siamo amabili.

Un paio di anni fa scrissi un lemma per il dizionario affettivo degli scrittori italiani. Scelsi il verbo amare, pensavo che saremmo stati una folla a farlo. Invece no. C’erano almeno tre definizioni (oltretutto simpaticissime) della parola “minchia”, ma a parlare d’amore ero solo io, che dicevo cose tipo “amare è una grandissima manifestazione di libertà. Forse l’ultima che c’è rimasta. amare non è appoggiarsi all’altro, ma un atto di orgogliosa rivoluzione” e giù di questo tono.

Feci appello all’alchimia, all’inspiegabile magia che porta due essere umani a decidere, liberamente, di condividere la vita. Mi misi in mente di spiegare l’inspiegabile. Forse perché, per sua concezione, l’amore non è mai conveniente. Non è mai quel sogno perfetto che ci chiedono di cercare, non è una risposta a un appello, quasi sempre, anzi, è una domanda posta male, biascicata fingendosi distratti e conserva sempre un margine di perfettibilità. E sta proprio lì, nascosto in quel margine di perfettibilità, nel cedimento di ogni abili, il desiderio di stare insieme.


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