di Maurizio Belfiore
scritto in
Consumi,
Denaro,
Donne & Uomini,
Filosofie,
Giochi,
Libri |
permalink
“Il poker non è un gioco di potere. Il poker è la quintessenza del potere, nudo e crudo: la somma di psicologia, intelligenza, menzogna, freddezza, calcolo azzardo”. Il poker è questo, ma è anche qualcos’altro: è anche un pretesto per incrociare storie personali, vuoti interiori, ambizioni spezzate, dolori non sopiti, personaggi irrisolti. Il tutto a La ricerca della costante, che poi è anche il titolo dell’ultimo romanzo di Mario Adinolfi (edito da Aliberti Castelvecchi).
Una “recherche” alla “vaccinara”, ambientata nella Roma di Testaccio tra sale da poker, chat room e poco altro.
Già, perché i personaggi che si muovono in questo mondo notturno ruotano intorno ad un’unica “costante”: il tavolo verde e quelle (migliaia) di combinazioni di 7 carte che costituiscono l’essenza del poker nella variante texana. E in gran parte dimenticano la ricerca della “vera costante”, quella che non nasce da un calcolo matematico per prevedere le odds (le probabilità di riuscire a chiudere il proprio punto e vincere la mano), ma che è il dare un senso alla propria vita.
Sostiene Adinolfi: ciascuno ha la sua costante, la sua inclinazione, “un solo palo da ficcare per terra e intorno al quale ruotare senza allontanarsene mai, pena l’inferno”. Saperla riconoscere ed esserle fedeli è la scommessa di ogni storia personale.
Una notte romana. Nove posti intorno a una tavolo finale di un torneo che assegnerà a cinque giocatori un biglietto per Las Vegas per partecipare alle World Series of Poker, il sogno di tutti i giocatori di Texas Hold’em.
C’è la giovane e insicura studentessa universitaria. C’è il suo fidanzato, arrivato giornalista Rai, incapace di investire fino in fondo sull’amore della bella ragazza conosciuta un anno prima a un torneo a Sanremo. C’è il quarantenne che beve per annegare il doloroso ricordo spezzato dalla Strage di Bologna. C’è il diciottenne cresciuto a poker e pc, irruento ed estroso. C’è la giovane e abile giocatrice, sempre innamorata dell’uomo sbagliato e di botte massicce di cocaina. C’è il quarantenne, bravo ragazzo cattolico di centrosinistra convinto sostenitore della democrazia diretta (una sorta di alter ego di Adinolfi, che è egli stesso giocatore di poker). C’è la ragazza sexy e un po’ maschiaccio. C’è l’uomo introverso, appassionato del pensiero sociale di Aldo Moro. C’è la madre di famiglia che ama il poker online, la bottiglia e il suo onorevole amante. E c’è l’Onorevole, superficiale e cinico, che recita bene la sua parte anche se non sa bene quale sia.
Nove storie personali zoppicanti che credono, nel fondo di una notte romana, di trovare la propria costante nel poker. Nove personaggi di cui Adinolfi mette sul tavolo le carte della loro vita. Riusciranno a trovare la propria “costante”?
Di certo, l’unico ad averla già trovata è il decimo personaggio: l’organizzatore del torneo. Quello che vince sempre, pur non giocando. Quello che nel poker ha davvero la sua costante. Quello che queste vite conosce per averle scrutate e violate in modo disinvolto e baro.
di Redazione
scritto in
Bere,
Consumi,
Corpo,
Donne & Uomini,
Filosofie,
Mangiare,
Media,
Movimenti |
permalink
Ad aprire la stagione è stato il “Festival de Sopes” di Barcellona, che si è svolto il 25 marzo. A Lille, città dove la manifestazione è stata inventata nel 2001, la data fatidica è quella del primo maggio. A Roma il festival, alla sua terza edizione, si tiene il 10 aprile, al Casale Garibaldi, mentre a Bologna arriva il 25 aprile, festa della Liberazione.
Ma a che serve questo strano evento? “Il Festival tenta di creare un momento di festa intorno ad un piatto ricco e popolare e conosciuto in tutto il mondo. I partecipanti si contendono l’ambito “mestolo d’oro”, rispondono gli organizzatori dell’evento romano (http://www.lacittadellutopia.it: qui trovate i link anche per le altre manifestazioni).
“Gli scopi che la Zuppa vuole esprimere attraverso l’iniziativa sono: l’aspetto culturale, sociale e umano del ritrovarsi a mangiare insieme, in strada; l’aspetto artistico degli zuppieri che si dedicano a miscelare, a creare e a donare; l”aspetto ludico, in cui si fondono le manifestazioni culturali e quotidiane di tutti i popoli”.
E poi: “La gratuità da parte di coloro che cucinano e gareggiano ludicamente… l’apertura e la partecipazione di chiunque, a partire dal quartiere ospitante”.
Zuppa in francese si dice Soupe. E non a caso Soupe è anche un sigla: Symbole d’Ouverture et d’Union des Peuples Européens (Simbolo d’apertura e d’unione dei paesi europei).
Ecco la divertente ricetta del festival, che a Lille si tiene al mercato di Wazemmes: “Fate marinare, il mattino del primo maggio, diverse centinaia di visitatori che provengono da ogni dove e di dimensione, nella cuvette del mercato di Wazemmes.
Verso mezzogiorno, quando la macerazione comincia a produrre degli effetti allettanti, battete con vigore il pavimento con l’aiuto di saltimbanchi roboanti e vivaci e inclinate leggermente la piazza del mercato verso l’nagolo nord-est, all’incrocio tra rue Jules Guesde e rue des Sarrazins, allo scopo di raccogliere il numero massimo di partecipanti in questo luogo preparato in anticipo…
Cominciate allora la cottura a fuoco vivo, alle 15. Assicuratevi della partecipazione massiccia di bettole, ristoranti e bottegucce per mettere insieme questa brodaglia popolare.
Occupatevi di di convocare un buon drappello di musicisti e intrattenitori locali e di altri luoghi che ruotino attorno al pentolone mentre si prepara la zuppa.
Non esitate a fare sorvegliare la zuppa da bambini golosi che restino nei pressi del paiolo a dorso di cammello o di elefante.
Il servizio non dovrà in alcun modo essere trascurato, affidate agli artisti plastici e ai maestri dell’illuminazione la sistemazione e la decorazione degli spazi di degustazione.
Gettate nel brodo un’infilata di buongustai di provata esperienza che terrete da parte per la fine della cottura.
Dopo cinque ore fate fondere undici once d’oro, con cui colorete un mestolo splendente. Alle 19, tirate fuori lo spiedino di buongustai e fategli assegnare il Mestolo d’Oro al miglior cuciniere”.
Insomma, buona zuppa.
di Alberto Piccioni
scritto in
Donne & Uomini,
Educazione,
Filosofie,
Libri,
Religioni |
permalink
«Dio è un ente per i peccatori», diceva Meister Eckhart, perché l’uomo non riesce, dopo il peccato di Adamo, a liberarsi dalle rappresentazioni, dalle immagini di un dio a suo uso e consumo. La mistica è in grado, invece, attraverso un percorso verso l’essenzialità, di mettere in relazione umano e divino.
È uno dei «paradossi» di cui Marco Vannini, studioso di mistica speculativa, usa parlando del suo ultimo libro «Prego Dio che mi liberi da Dio. La religione come verità e come menzogna» (Bompiani). Vannini ribadisce anche i limiti della teologia, in quanto disciplina che vorrebbe «catalogare» Dio. A suo avviso la religione, soprattutto quella cattolica, punta troppo spesso sul discorso «morale». Gli abbiamo domandato perché ciò è avvenuto.
«È una tendenza che nasce dal versante “negativo” della religione, che diventa precettistica perché dogmatica. Sotto il profilo mistico, anche se questa parola va utilizzata con molta cautela perché può essere male interpretata, “ubi Spiritus Domini ibi libertas” diceva San Paolo (II Cor. 3.17), c’è una libertà spirituale che non significa «licenza» o eresia. È la libertà del cristiano che Sant’Agostino sintetizzava nella sua massima: “Ama Dio e fa ciò che vuoi”. La moralizzazione della religione storicamente è un prodotto della grande sconfitta che la mistica ha subito alla fine del 1600, quando vennero condannati in blocco tutti i mistici francesi. Il 1700 vide la nascita, non a caso, della grande precettistica morale con Sant’Alfonso dei Liguori, il quale era un avvocato, prima che un grande santo! Si deve anche a lui la riduzione del cristianesimo a regola morale».
Tendenza che troviamo rinnovata.
«Oggi in particolare si punta sulla morale della vita fisica. Il 90% degli interventi del magistero della Chiesa cattolica riguarda questioni sui profilattici, l’omosessualità, la fecondazione assistita. È un impoverimento della religione».
La posizione del magistero è giustificabile da una preoccupazione pastorale: i fedeli non sono «pronti» per un certo tipo di libertà?
«Per Jean Gerson, cancelliere all’Università di Parigi nel 1400, la mistica è la teologia più facile, perché accessibile a tutti, uomini e donne. Dio parla direttamente al cuore di ognuno, nella semplicità. Non si deve aver paura dell’ignoranza del popolo, anche se capisco una certa cautela di tipo pastorale. Ma non si possono celare i tesori più profondi che il mondo cristiano possiede».
Qual è il futuro della religione?
«Deve riprendere la sua grande tradizione spirituale: le chiese cristiane non hanno voluto fare i conti con la voce religiosa più importante e forte del secolo appena trascorso: Simone Weil. È lei che ha posto in evidenza l’opposizione tra “gravità” e “grazia”, pesantezza della corporeità e leggerezza dello spirito. I nostri teologi contemporanei, appiattiti sull’Antico Testamento, la parola “grazia” la pronunciano pochissimo».
Il teologo Vito Mancuso dopo aver letto il suo libro l’ha accusata di antigiudaismo.
«Accusa che respingo in toto: in Israele ci sono cinque alberi piantati in mio onore dall’Amicizia ebraico- cristiana di Roma. Solo che ribadisco: chi mette in sequenza ebraismo e cristianesimo non comprende nulla né dell’uno né dell’altro. Sin dall’inizio il cristianesimo è nato autonomo dall’ebraismo. Sostenere la distanza o anche l’opposizione tra le due religioni non vuol dire essere antisemiti».
Ci sono «tracce di speranza» nel mondo cattolico?
«Non sono per nulla pessimista. Anche se il panorama sembrerebbe chiuso, ci sono esempi belli d’impegno e spiritualità».