Chi non è di sinistra da giovane è senza cuore, ma chi non è di destra da vecchio è senza cervello (frase attribuita a Winston Churchill)
Probabilmente nessuno è sorpreso dallo scoprirsi imborghesito e sempre più reazionario col passare del tempo. Ma se la maturazione di posizioni conservatrici abbia a che fare la ragionevolezza e l’intelletto – come suggerisce la massima del primo ministro di Sua Maestà – o se piuttosto la si debba attribuire al disincanto, alla stanchezza, e alle delusioni che generalmente si accompagnano mano nella mano con l’età, non è dato sapere.
Esistono però casi, forse isolati ma certamente emblematici, di persone che, come il vino, invecchiano bene. Che magari fanno cose aberranti in gioventù, per poi costruire nel corso degli anni un nuovo sé, passo dopo passo, tassello dopo tassello.
Tutti noi abbiamo in mente, ad esempio, il caso del pistolero senza nome. Quello che non avrebbe esitato a sparare a vista per qualche dollaro in più o per un malinteso senso di pulizia; disposto a fidarsi solo del proprio fucile o della propria 44 Magnum, con una legge morale tutt’al più bidimensionale, capace di svilupparsi solo lungo gli assi dell’istinto primordiale e del disprezzo più assoluto del genere umano; atto a guardare alla figura femminile con lo stesso senso di trasporto, rispetto e coinvolgimento concesso a un paracarro; in grado di apprezzare fino in fondo la dote migliore di una persona di colore o di un immigrato: l’invisibilità. In poche parole, con una concezione politica talmente alta, che sopra di essa c’è solo la merda di piccione.
Una personcina talmente a modo e che di certo chiunque avrebbe fatto a botte per sederglisi accanto alla cena di gala di una premiazione. Eppure, a un certo punto, anche nelle vite di persone così può succedere qualcosa di talmente pregnante da indurli ad aprire la mente, ad ascoltare sempre di più le ragioni degli altri, a emendare le proprie posizioni, fino quasi a compiere un détour completo nella propria esistenza.
Queste traiettorie umane così peculiari inducono tutti noi a riflettere. E tra noi chiamano in causa soprattutto coloro che progressisti e liberali si sono sempre creduti e che sono spiazzati da questa sfida continua di quella che doveva essere una controparte dialettica e che invece si permette di invadere il nostro campo con la sicumera di un capofila e il piglio di un leader.
Sopraffatti, smarriti, ci guardiamo con sospetto, leggendoci reciprocamente negli occhi l’inquietante domanda: «Ma perché i fascisti sembriamo noi?». Affranti davanti all’incapacità di prevedere la prossima mossa del compagno Gianfranco Fini.
[questo articolo è stato originariamente pubblicato lo scorso 8 marzo sul blog collettivo Wirwer)
Gli innamorati si amano, ma ’è difficile capire cos’è questo sentimento.
In un film del 2004 – “A+R” – una deliziosa Vanessa Incontrada recita: “l’amore non esiste, per questo lo facciamo”.
Diciamo, per amore di precisione e di empirismo, che gli innamorati sono quella categoria umana che fa all’amore.
Come si attua un amplesso è una nozione più o meno nota a tutti, è una questione di incastri e di posizioni, le quali nel numero sono inversamente proporzionali agli acciacchi dell’età. Questo per quel che riguarda lo “scopare” nel senso etimologico (scopeo = guardo).
Anche gli altri sensi sono coinvolti nella pratica amorosa: l’olfatto, pure se frasi “adoro l’odore della tua pelle” sono, per me, poco credibili: troppo new age e dovrebbe bastare un odore di pulito (e nemmeno sempre, volendo). Poi c’è il gusto, ma anche sul coinvolgimento di questo senso ho qualche perplessità. Poi abbiamo il tatto su cui c’è poco da dire, e l’udito.
Tutti, anche i sordomuti, emettono qualche rumore e percepiscono le vibrazioni di un’emissione vocale. Anche nella persona più silenziosa il respiro si fa più frequente quando sta per raggiungere il piacere. Tutto dipende dal sistema nervoso simpatico, che regola gli organi involontari, quelli della respirazione. Quando stiamo per provare un profondo piacere grazie al nostro amato, simpaticamente i nostri polmoni si contraggono e dilatano più velocemente, il battito cardiaco aumenta per l’iperossigenazione, il sangue irrora i corpi spugnosi, noi ci dimeniamo più che possiamo. Tutto questo ambaradan non può che farci affannare e come nessun corridore riesce a farlo silenziosamente, nemmeno gli amanti ne sono capaci.
Il gemere è la categoria non censurabile nella gamma di suoni dell’ammòre.
C’e’ poi la vocalizzazione, ossia l’emissione di suoni non articolati: gli “aaaahh, oooohh, uuuuhhh”, che forse sono involontari, ma che io sospetto propri di persone con poca fantasia.
La categoria più importante, diffusa (anche escludendo l’universo del sesso telefonico), divertente è quella della verbalizzazione, ossia la pronuncia di parole di senso compiuto, articolate a volte in frasi specifiche.
La verbalizzazione ha tre sottocategorie.
Parole sporche: parole che fuori contesto orizzontale possono non essere sconce (es. venire, ingoiare ecc); altre riferite a parti specifiche del corpo e ad azioni non lesive (o non troppo) dirette a quella parte, tipo mordere, aprire.
La lunghezza dei termini di questa classe che chiamiamo “sporca” varia a seconda della radice linguistica: nei paesi anglosassoni sono solitamente monosillabi (ass, piss, cunt ecc.), nei paesi in cui si studia il latino obbligatoriamente è facile trovarsi ad ascoltare frasi tipo “mi fai un cunnilingus?”. Anche dalle nostre parti si ama la sintesi, quando usiamo espressioni di implorazione che ricordano le giaculatorie: ripetiamo con fervore la preghiera breve “siiiì siiiì”. Può anche capitare di sentirsi dire ciò che sta accadendo, ossia di ascoltare l’altro rammentarci l’evidenza con un “sto venendo”, perché per alcuni il dire l’atto in atto è godimento.
In passato (passato passato) erano gli uomini a guidare la partita dello scarabeo zozzo, ora c’e’ una bella sfida tra i sessi. Oggi le donne per indicare il proprio organo usano meno tessere che se scrivessero “farfallina”, ma fanno più punti.
Il problema delle parole sconce non è la qualità, ma l’opportunità: bisogna sapere quando dirle, altrimenti si diventa volgari e si potrebbe avere l’effetto opposto a quello sulfureo. E’ stato rilevato che anche sottrarsi al linguaggio sporco può spegnere il fuoco, quindi non si può rispondere a un “cosa mi stai facendo?” con un “ti tocco il biscottino”, è quasi illegale.
Piace il turpiloquio secondo alcuni perché ricorda l’adolescenza, quando leggere – sui muri, sui giornaletti – portava all’eccitazione per un mondo sconosciuto. Per altri specialisti utilizzare parolacce durante il coito con la persona amata porta piacere semplicemente perché si trasgredisce dall’amore puro.
Parole d’amore: sono importanti, anche quando sono mixate con quelle scurrili. Soprattutto le donne provano piacere a sentirsi dire che sono belle, uniche e insostituibili in quel preciso momento. Queste manifestazioni di affetto sono richieste soprattutto nella fase intermedia del rapporto – il plaetau – quando ci si occupa di mantenere l’eccitazione, prima della risoluzione e dopo la stimolazione. Anche gli uomini hanno bisogno di coccole sonore: adorano sentire il proprio nome di battesimo durante l’orgasmo (quindi, donne, prima di fare l’amore, come un mantra silenzioso dite: “Antonio Antonio Antonio”) e gli piace proferire parole di sapore infantile tipo “bimba mia, piccola”, quasi a voler tornare a un’età senza ansie con la propria compagna.
Parole guida: secondo un luogo comune sono una prerogativa della donna che cerca di indirizzare l’uomo verso gli infiniti e reconditi punti sensibili del proprio corpo. Qui ci vuole una parentesi filmica: chi ricorda “tutti giù per terra”? C’ è uno spaesato Mastandrea che non solo desidera un nome più semplice per il clitoride, ma anche una mappa per trovarlo. Gli uomini non amano ascoltare queste donne TOM TOM – “gira a destra”, “altri dieci centimetri più su” -, ma vogliono dirle, soprattutto quando gli si pratica la fellatio, quasi a volersi tener stretto l’ultimo scampolo di controllo.
Esistono poi parole guida alle quali nessun genere sessuale deve rinunciare, quelle del disagio (quando sono cosi’ saggia mi odio). Se qualcosa ci imbarazza o ci fa male, bisogna parlare: il sesso si fa in due, ma se uno solo soffre non vale.
Aggiungiamo una categoria di parole suscettibili di fraintendimento, tipo “no” con la o allargata o “oddio”. Nel primo caso non si vuol fermare alcunché, ma trattenere una sensazione sublime che scivola via. Per quel che riguarda “oddio” e simili, non si sta bestemmiando piuttosto si sta manifestando un personale collegamento alla trascendenza dell’amore nell’accezione divina”. Si dice. Anche frasi tipo “mamma mia” non devono farci temere complessi di Edipo che si stanno risolvendo in quel momento.
Il respiro, la vocalizzazione, la verbalizzazione, anche se di matrice diversa, hanno l’effetto secondario (primo: eccitare) di“rassicurare”, il pensiero che ne scaturisce è: lui/lei c’ è e sta bene (per alcuni “evviva, questa respira”).
E se c’è silenzio? Se si vuole il silenzio? Potrebbe non esserci nulla di male, ma si potrebbe incorrere nel dubbio “sta pensando a un altro/a?”. Può accadere che venga chiesto a un partner di non parlare perché interferirebbe con il rapporto fantasioso e parallelo che si sta avendo nella propria mente con una persona diversa. Lo sostengono alcuni psicologi e molti fidanzati paranoici.
Tra i rumori che accompagno il fare all’amore si può contemplare la musica.
Alcuni studi affermano che la colonna sonora preferita sia la musica rock, per il ritmo incalzante, gli assoli di chitarra perforanti, i bassi cavalcanti. La chitarra può essere vista come un simbolo fallico per la tastiera o come una donna per la cassa armonica. Ciò che un batterista possa fare con “quelle bacchette”, la percussione in sé, possono essere erotizzanti. Oggi, credo, sia preferita la musica dubb. Una vecchia scuola sempre in voga preferisce il jazz, per la scivolosità dei fiati (per la metodologia del suonarli), per l’imprevedibilità dei pezzi. I tanghi, le milonghe, le bossanove stanno prendendo piede. Non immagino qualcosa di sensuale con una sonata di Mozart, ma vai a sapere.
La letteratura italiana non erotica o esplicitamente provocatoria (cfr Aldo Busi) si è mai occupata dei suoni dell’amore? Ebbene sì: penne quali quelle di Goffredo Parise ne “Il fidanzamento, di Domenico Rea in Ninfa plebea, di Cesare Pavese in Lotte di giovani e di Alberto Arbasino in Le piccole vacanze hanno descritto rantoli con estrema perizia.
La filmografia dopo gli anni ’60 si è sdoganata, anche in film di autore è possibile sentire (oltre che vedere, ovviamente) le parole del sesso: gli unici film che danno una pessima versione della musicalità erotica sono gli hard core, dove ci si accoppia davvero però si mistificano le “battute”.
Dopo tutto questo excursus sulle parole del fare all’amore, molte donne potranno fingere senza essere scoperte, molti uomini vivranno ogni rapporto con l’ansia che lei stia simulando, molti lui chiederanno a lui a chi sta pensando e lei a lei di risparmiare lettere allo scarabeo talamico.
(Ovviamente io sono illibata).
[un particolare ringraziamento a Luciano Spadanuda, autore del libro “L’urlo del piacere”, Coniglio editore]
Proseguendo la serie sui 20 anni dal movimento della Pantera, Novamag pubblica oggi una galleria delle foto che ci ha inviato Walter Balducci, un operatore video e documentarista romano che vive da alcuni anni in Umbria.
Walter ha scattato queste foto nel 1990 alla Sapienza di Roma, dove studiava Sociologia. Gli originali, in bianco e nero, sono stati presi con una macchina analogica e stampati poi su carta.
Cliccate sulle immagini in miniatura per vedere le foto nelle loro dimensioni reali.
Vi riconoscete? Riconoscete qualcuno nelle foto (un aiutino: quello nella seconda foto dall’alto a sinistra è Checchino Antonini, autore, tra l’altro, del primo articolo sulla Pantera per Novamag…)? Fatecelo sapere, lasciando commenti oppure scrivendo a redazione@novamag.it.
Qui, invece un video con una carrellata delle stesse foto: