di Alberto Piccioni
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«Dio è un ente per i peccatori», diceva Meister Eckhart, perché l’uomo non riesce, dopo il peccato di Adamo, a liberarsi dalle rappresentazioni, dalle immagini di un dio a suo uso e consumo. La mistica è in grado, invece, attraverso un percorso verso l’essenzialità, di mettere in relazione umano e divino.
È uno dei «paradossi» di cui Marco Vannini, studioso di mistica speculativa, usa parlando del suo ultimo libro «Prego Dio che mi liberi da Dio. La religione come verità e come menzogna» (Bompiani). Vannini ribadisce anche i limiti della teologia, in quanto disciplina che vorrebbe «catalogare» Dio. A suo avviso la religione, soprattutto quella cattolica, punta troppo spesso sul discorso «morale». Gli abbiamo domandato perché ciò è avvenuto.
«È una tendenza che nasce dal versante “negativo” della religione, che diventa precettistica perché dogmatica. Sotto il profilo mistico, anche se questa parola va utilizzata con molta cautela perché può essere male interpretata, “ubi Spiritus Domini ibi libertas” diceva San Paolo (II Cor. 3.17), c’è una libertà spirituale che non significa «licenza» o eresia. È la libertà del cristiano che Sant’Agostino sintetizzava nella sua massima: “Ama Dio e fa ciò che vuoi”. La moralizzazione della religione storicamente è un prodotto della grande sconfitta che la mistica ha subito alla fine del 1600, quando vennero condannati in blocco tutti i mistici francesi. Il 1700 vide la nascita, non a caso, della grande precettistica morale con Sant’Alfonso dei Liguori, il quale era un avvocato, prima che un grande santo! Si deve anche a lui la riduzione del cristianesimo a regola morale».
Tendenza che troviamo rinnovata.
«Oggi in particolare si punta sulla morale della vita fisica. Il 90% degli interventi del magistero della Chiesa cattolica riguarda questioni sui profilattici, l’omosessualità, la fecondazione assistita. È un impoverimento della religione».
La posizione del magistero è giustificabile da una preoccupazione pastorale: i fedeli non sono «pronti» per un certo tipo di libertà?
«Per Jean Gerson, cancelliere all’Università di Parigi nel 1400, la mistica è la teologia più facile, perché accessibile a tutti, uomini e donne. Dio parla direttamente al cuore di ognuno, nella semplicità. Non si deve aver paura dell’ignoranza del popolo, anche se capisco una certa cautela di tipo pastorale. Ma non si possono celare i tesori più profondi che il mondo cristiano possiede».
Qual è il futuro della religione?
«Deve riprendere la sua grande tradizione spirituale: le chiese cristiane non hanno voluto fare i conti con la voce religiosa più importante e forte del secolo appena trascorso: Simone Weil. È lei che ha posto in evidenza l’opposizione tra “gravità” e “grazia”, pesantezza della corporeità e leggerezza dello spirito. I nostri teologi contemporanei, appiattiti sull’Antico Testamento, la parola “grazia” la pronunciano pochissimo».
Il teologo Vito Mancuso dopo aver letto il suo libro l’ha accusata di antigiudaismo.
«Accusa che respingo in toto: in Israele ci sono cinque alberi piantati in mio onore dall’Amicizia ebraico- cristiana di Roma. Solo che ribadisco: chi mette in sequenza ebraismo e cristianesimo non comprende nulla né dell’uno né dell’altro. Sin dall’inizio il cristianesimo è nato autonomo dall’ebraismo. Sostenere la distanza o anche l’opposizione tra le due religioni non vuol dire essere antisemiti».
Ci sono «tracce di speranza» nel mondo cattolico?
«Non sono per nulla pessimista. Anche se il panorama sembrerebbe chiuso, ci sono esempi belli d’impegno e spiritualità».
di Redazione
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di Dan Cohen
Google fa bene alla storia? Certo che si. Noi storici siamo dei ricercatori, degli esploratori di documenti, e Google è forse lo strumento più potente che sia mai stato inventato, nella storia dell’umanità, per fare proprio questo. Google ha inventato un metodo, solo apparentemente semplicissimo, per scansionare istantaneamente milioni di documenti e ha speso di tasca propria centinaia di milioni di dollari per permettere a noi di leggere milioni di libri comodamente in pigiama. Buono? Che ne dite di fantastico?
Ma ovviamente noi storici, come altri umanisti, siamo dei critici nati e riusciamo a trovare difetti praticamente in qualunque cosa. E questa nostra predisposizione, strano ma vero, tende ad inasprirsi se un’enorme azienda, piena di laureati meglio pagati di noi che vengono dall’altra parte del campus, si intromette nel nostro territorio. Se Google avesse speso centinaia di milioni di dollari per costruire la Biblioteca Widener ad Harvard, di sicuro noi ci lamenteremmo di tutti quei gradini per arrivare all’ingresso.
Un po’ per paura e un po’ per invidia, è facile sparare su Google. Mentre ogni settimana viene pubblicato un nuovo libro contro Google, dove sono i volumi di critica su ProQuest, Elsevier o sulle altre grandi aziende di informazione che servono il mercato accademico in modo spesso discutibile? Queste aziende, che forniscono anche servizi di ricerca e scansioni digitali, richiedono alle università cifre esorbitanti per il privilegio di un abbonamento, spremendo ogni anno dai budget delle nostre biblioteche denaro che potrebbe essere utilizzato per cose più utili.
Dall’altro lato invece, Google ci ha dato Google Scholar, Google Libri, archivi interi di giornali, e molto di più, con un’offerta spesso migliore dei servizi a pagamento, e tutto questo gratis. Guardando le cose da questo punto di vista, tenendosi lontani dall’ossessione miope contro l’Azienda-Tecnologica-Più-Grande-Del-Momento (ricordate simili diatribe contro IBM e Microsoft?), Google è stato molto utile alla storia e agli storici, e si dovrebbe soltanto sperare che continui ad esercitare pressione su coloro che forniscono alternative costose.
Naturalmente, come molti altri che sentono un legame speciale con i libri e col patrimonio culturale, avrei voluto che un progetto come Google Libri non fosse in mano ad un’impresa privata. Per anni ho auspicato che un progetto pubblico, o almeno un consorzio di università, avviasse una scansione di libri delle dimensioni di quella che Google sta tentando. Mi suscita invidia che la Francia abbia recentemente stanziato un miliardo di dollari per le scansioni pubbliche.
Inoltre, il Centro per la Storia e i Nuovi Media [Center for history and New Media, di cui Cohen è il direttore, presso la George Mason University, ndt] lavora a stretto contatto con l’Internet Archive per l’inserimento dei contenuti in un ambiente non-profit. Questo consentirà di massimizzare la sua utilità e distribuzione e renderà i contenuti realmente liberi, nel vero senso della parola. Sarei molto più felice di trovare i libri di Google nell’Internet Archive o presso la Libreria del Congresso. Si può sperare che Hathi Trust possa diventare una vera alternativa a Google, ma loro stessi si basano ancora moltissimo sulle scansioni di Google. La probabilità di un progetto di scansioni pubbliche finanziato da fondi pubblici, in questa era di reazionari del Tea Party, mi pare piuttosto scarsa.
* * *
Chi segue il mio blog sa bene che quando si tratta di Google, di certo non risparmio colpi. Il record di letture del mio blog è tuttora quello raggiunto quando, agli albori del progetto di scansione di libri di Google, avevo per caso pubblicato la scansione di una mano umana trovata mentre leggevo un’edizione di Platone. Il mio post è finito su Digg e da allora è diventato uno dei tanti esempi usati dai detrattori di Google per dimostrare la scarsa qualità nel loro progetto di biblioteca online.
E allora voglio soffermarmi per un momento sul problema della qualità, visto che è una delle ossessioni del mondo della ricerca, ossessione che io trovo un tantino fuori posto. Certo, su Google ci sono delle cattive scansioni – come dice il proverbio, la fretta è cattiva consigliera – ma sarei curioso di vedere uno studio scientifico sulla percentuale di pagine illeggibili o mancanti (nella mia esperienza con un gran numero di libri di epoca vittoriana, si tratta di una frazione minima). Per quanto riguarda gli errori con i metadati, come ha notato Jon Orwant di Google Books, quando si lavora con trilioni di metadati ci si deve aspettare di avere perlomeno milioni di errori da correggere. Non cerchiamo di illuderci che il mondo della bibliografia al di là di Google sia perfetto: molti dei problemi di metadati su Google Books derivano da problemi nelle biblioteche utilizzate e sono esterni a Google.
Per giunta, Google riuscirà molto probabilmente a rimediare a molte di queste inadeguatezze: Google migliora continuamente il proprio OCR [optical character recognition, ndt] e le possibilità di correzione dei metadati, e lo fa spesso in modo intelligente. Per esempio, Google ha recentemente acquisito da Carnegie Mellon il sistema reCAPTCHA, che utilizza gi inconsapevoli utenti di servizi online per trascrivere passi particolarmente difficili o illeggibili da libri antichi. Ha aggiunto un sistema di commenti tramite il quale gli utenti possono segnalare le cattive scansioni. Libri di qualità particolarmente bassa possono essere scansionati nuovamente o sostituiti da versioni di altre biblioteche. Tutte queste lamentele sui problemi di Google Libri che hanno soluzioni ingegneristiche non mi fanno nessun effetto, perché è proprio questo che Google fa: risolve problemi ingegneristici, e li risolve bene.
Al contrario, credo che dovremmo tutti riconoscere (anche se non senza critiche, come dirò tra breve) che Google Libri – come molte altre cose in casa Google – non è altro che il risultato di una sfida ingegneristica e una serie di problemi matematici.
La sfida era: come scansionare decine di milioni di libri in un decennio? Ora, è facile dire che si poteva fare un lavoro migliore e perfezionare tutti i dettagli, ma se si ragiona sulla base di queste variabili fondamentali, come immagino abbiano fatto Brandon e i suoi colleghi, si capisce facilmente che elaborare un progetto perfetto di biblioteca elettronica richiederebbe cento anni e non dieci (il che per qualcuno potrebbe essere un perfetto rapporto costi-benefici, ma questa è un’altra questione, o perlomeno un altro progetto). Come per l’OCR, per passare da un’accuratezza del 99% a una del 99.9% servirebbe una quantità di tempo e denaro esponenzialmente maggiore. Questo è il rapporto costi-benefici che Google ha deciso di accettare. Trattandosi di un’azienda che si interessa di ricerca, dove il 100% di accuratezza non è quasi mai necessario, e considerando i margini di miglioramento possibili a partire da una imperfetta prima versione, immagino che sia stata una scelta piuttosto facile da fare.
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Pur con tutti i difetti, Google Libri è incredibilmente utile. Anche se ho studiato in istituti che avevano biblioteche grandi quanto quella di Google Libri, mi trovo adesso a lavorare in uno che è molto più simile alla media delle università: circa un milione di volumi e qualche testo raro. In un posto come Mason, Google Libri è una vera salvezza e permette di fare ricerche che un tempo si potevano fare soltanto se si studiava nei posti giusti. Mi capita tutti i giorni che i miei studenti trovino nuovi argomenti da studiare e su cui scrivere tramite ricerche fatte su Google Libri. Provate soltanto ad immaginare cosa questo comporti per i ricercatori in storia e gli studenti di istituzioni meno privilegiate. Pur con tutti i difetti, nei prossimi decenni Google Libri è destinato a diventare la fonte di tantissima ricerca storica in tutto il mondo. È un incredibile strumento per equilibrare le possibilità di accesso alle fonti storiche.
Google fa bene alla storia anche perché mette in discussione alcuni dei principi, vecchi come il mondo, dei nostri metodi storiografici.
Prima dell’arrivo dei progetti di digitalizzazione di massa e dei loro altrettanto importanti indici, eravamo costretti a scegliere i documenti in un mare magnum di fonti analogiche. Tutto quel cercare, tutto quel setacciare documenti, per poi dedicarsi a documenti e testimonianze la cui scelta…beh, ammettiamolo, lasciava spazio a molti errori. “Leggilo per intero,” ci dicevano al liceo. Ma chi mai lo fa? Noi selezioniamo i nostri documenti in archivi giganteschi basandoci sull’intuito; a volte troviamo testimonianze fondamentali per puro caso. A volte facciamo di una mosca un elefante, perché…il tempo che abbiamo basta appena per le mosche, e non basterebbe mai per gli elefanti. Qualunque sia la nostra tecnica, qualcosa rimane sempre fuori: nel mondo analogico, raramente si raggiunge la completezza.
Il problema diffuso della “storia aneddotica”, come l’ho definito io, è destinato a peggiorare. Ora che sempre più documenti saranno scansionati e disponibili online, molta ricerca storica fatta finora si dimostrerà debole e non rigorosa. L’esistenza di tecnologie di ricerca moderne dovrebbe spingerci a migliorare la ricerca storica. Dovrebbe dimostrarci che i nostri metodi analogici, necessariamente incompleti, ci hanno impedito di avere una prospettiva più ampia, che ora invece si apre a noi grazie a strumenti di ricerca meno capricciosi e, checché ne dicano i loro detrattori, spesso più obiettivi di un qualunque ricercatore che sfogli rapidamente un faldone di carte in una giornata di ricerche d’archivio.
Non solo: fidarsi di Google potrebbe aprire nuovi sentieri per esplorare il passato. Nel mio libro Equations from God, scrissi che la matematica era generalmente considerata un linguaggio divino nel 1800 e fu “secolarizzata” nel diciannovesimo secolo. La mia dimostrazione era basata anche sul fatto che i trattati di matematica, che spesso contenevano un linguaggio religioso all’inizio del XIX secolo, lo persero completamente entro la fine del secolo.
Avendo condotto le mie ricerche per questo libro nell’era pre-Google, i documenti a mia disposizione erano limitati: potevo leggere soltanto un certo numero di libri e ho scelto di concentrarmi (sono sicuro che questo suonerà familiare a molti) sugli scritti dei matematici più importanti. La vastità di Google Libri, per la prima volta, mi da la possibilità di fare una scansione molto più completa dei trattati matematici vittoriani per cercarvi riferimenti religiosi , e questo è valido per molti altri progetti di ricerca storica.
Insomma, Google non è soltanto una miniera di ricerca gratuita, ma anche un nuovo metodo di ricerca che prima non avevamo e per cui dovremmo essere grati. Google fa bene alla storia? Certamente sì.
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Questo significa che non possiamo criticare costruttivamente Google per renderlo migliore, specialmente per gli storici? Certamente no. E mi piacerebbe discutere qui un problema serio di molte delle componenti di Google Books.
Per un’azienda che si è fatta campionessa di apertura al pubblico, Google è stranamente riservata per quel che riguarda Google Libri, che sembra funzionare diversamente da altre proprietà di Google, sempre completamente a disposizione di tutti.
Ad esempio, non capisco perché Google non renda più facile per gli storici come me, che hanno bisogno di fare analisi tecniche sui libri storici, scaricarli in blocco. Se volessero, quelli di Google potrebbero fare un portale per il download gratuito dei testi domani. Le scuse che accampano le ho sentite tutte: “Abbiamo speso milioni per scansionarli, non possiamo darli via così facilmente!”. Beh, dico io, Google ha speso milioni anche per software come Android, Wave, Chrome OS e il browser Chrome, e tutti questi li sta “dando via”. In realtà, l’esitazione di Google nel settore dei libri dimostra che la famosa apertura di Google arriva solo fino ad un certo punto. E ovviamente possiamo capirli: Google è un’azienda, non una biblioteca pubblica. Ma questa non è l’aura filantropica che hanno cercato di creare intorno a Google Libri, al momento del lancio ma anche ora, nei loro appassionati editoriali sui benefici sociali di Google Libri.
Per farla breve, lamentarci della qualità delle scansioni di Google in realtà ci distrae da un problema molto più grave di Google Libri. Il vero problema, soprattutto per quelli che studiano sui testi, ma sempre di più anche per tutti gli altri, è che Google Libri è open soltanto per chi vuole “leggere un libro comodamente a casa in pigiama”. È semplice scaricare i pdf di molti dei libri non coperti da diritti d’autore, ma per questi stessi libri è molto più difficile scaricare i testi in OCR, cioè quelli che servono per più sofisticate ricerche storiche. E se si va oltre i testi liberi da diritti, Google ha optato per un sistema restrittivo e problematico per milioni di cosiddetti libri “orfani”.
Quello che vorrei vedere nel futuro invece, è un accordo legale che offra un accesso più ampio, non più ristretto, a quei libri, e una maggiore disponibilità di quello che Cliff Lynch ha chiamato “accesso informatico” a Google Libri, un livello superiore di accesso che non si limita alla lettura dell’immagine di una pagina sul proprio computer, ma può utilizzare strumenti informatici su molte pagine, o molti testi contemporaneamente, per capirli e studiarli.
Ciò farebbe parte, parzialmente, dello statuto legale di Google Libri, tramite la ricerca col text mining, ma questi centri saranno sicuramente accessibili a pochi, protetti in una torre d’avorio, e dubito che gli storici saranno veramente in grado di servirsene.
Google ha delle APIs, o application programming interface, estremamente elaborate per la gran parte dei propri servizi, ma consente solo un accesso superficiale a Google Libri.
Per un’azienda che ha fatto un enorme successo proprio grazie alla sua apertura e al potere dato agli utenti e ai progettisti di software, Google Libri lascia quantomeno perplessi. Google ha da poco lanciato in pompa magna – e chiaramente in seguito ad agitazioni interne – il cosiddetto “Data Liberation Front”, col compito di garantire la portabilità dei dati e l’apertura di Google stesso. Su dataliberation.org, il sito del Fronte, i Googlers fanno un elenco di 25 progetti Google e cercano sistemi per renderli più portabili e più aperti. Ci sono praticamente tutti i servizi principali di Google, ma purtroppo di Google Libri non c’è nemmeno l’ombra, nonostante siano inclusi dati creati dagli utenti, come My Library, per non parlare di tutti i dati – e cioè i libri – per i quali tutti noi paghiamo tramite le tasse governative o le nostre tasse di iscrizione.
Insomma, mentre i Che Guevara agitano i loro pugni rivoluzionari da un capo del Googleplex, i loro colleghi dal capo opposto stanno lavorando con un gruppo ristretto di autori ed editori per applicare restrizioni complicate a fette grandissime del patrimonio culturale, tramite un accordo legale che pochi tra gli accademici sostengono.
Jon Orwant, Dan Clancy e Brandon Badger hanno fatto un lavoro straordinario di spiegazione dei meccanismi interni di Google Libri, ma nonostante questo Google Libri sembra ancora lontano ed estraneo, al contrario di altri progetti di Google. Ciò è in parte dovuto al fatto che ci sono talmente tanti avvocati di mezzo che è difficile per Google rispondere ad alcune delle domande degli esperti e mettere in piedi sistemi e applicazioni più aperti. La stessa audacia che ha portato l’azienda a digitalizzare intere biblioteche l’ha anche portata a spingersi troppo oltre con i libri coperti da diritti, e ha portato alla rottura con autori ed editori e al fallace schema legale con cui facciamo i conti oggi.
Dovremmo ricordarci che il motivo per cui siamo ora a questo accordo è il fatto che Google non è stato abbastanza ardito da prendere la strada più difficile – sfidare davanti ad una corte, quella dell’opinione pubblica, o del Congresso – il regime di proprietà intellettuale che governa molti libri e impedisce che siano messi online, nonostante i loro autori ed editori originari siano scomparsi da tempo. Google, che usa regolarmente il suo potere per trasformare radicalmente i mercati, è stato stranamente sottomesso nell’attaccare a testa bassa la torre d’avorio della proprietà intellettuale e i suoi potenti difensori aziendali. Se avesse assunto una posizione più coraggiosa, noi storici lo avremmo probabilmente sostenuto con forza, dato che anche noi siamo vittima dei problemi che queste leggi ingiuste sui diritti d’autore pongono sul nostro utilizzo di testi, immagini, documenti audio e video per l’insegnamento e la ricerca.
Io sarei molto più felice se gli storici e Google collaborassero. Se Google ha uno strumento di ricerca che sfida i nostri metodici storici tradizionali, noi storici potremmo avere la capacità di sfidare e migliorare ciò che Google fa. In fondo ai problemi ingegneristici che Google affronta ci sono spesso problemi storici e umanistici, come ad esempio – ma non solo – le traduzioni automatiche, e Google avrebbe da guadagnare dalla nostra esperienza di ricercatori. Gli algoritmi di Google sono stati ottimizzati, nell’ultimo decennio, per la ricerca attraverso documenti linkati su internet. Ma questi stessi algoritmi zoppicano di fronte alle strane sfide dei cambiamenti storici, alla estraneità del passato e di fronte a quei vecchi testi e documenti che gli storici hanno tra le mani ogni giorno.
E dal momento che Google Libri è un prodotto creato da ingegneri con un talento impressionante coi computer, ma un po’ meno senso della storia del libro, o il concetto del libro come oggetto piuttosto che come insieme di bits, fa acqua da molte parti. Per quanto riguarda i testi umanistici, Google non ha ancora elaborato un metodo decente per classificare i risultati: Bibliometrics e il text mining funzionano molto male con questo tipo di fonti – a differenza che con gli articoli scientifici altamente strutturati che sono la specialità di Google Scholar. Studiare il modo in cui gli storici di professione classificano e sistematizzano le loro fonti primarie e secondarie potrebbe insegnare a Google molte cose che poi Google potrebbe a sua volta utilizzare per aiutare i ricercatori.
Insomma, alla fine la domanda più interessante forse non è “Google fa bene alla storia?”, ma piuttosto “la storia fa bene a Google?”. In entrambi i casi, la risposta è sì.
[Questo è il testo del discorso preparato da Dan Cohen per l'incontro annuale dell'Associazione Americana per gli Studi Storici, il 7 gennaio 2010 a San Diego. La tavola rotonda era intitolata “Google fa bene alla storia?” e aveva tra gli oratori Paul Duguid dell'Università di Berkeley, California e Brandon Badger di Google Books. Il testo è tratto dal blog di Dan Cohen]
[Traduzione di Tiziana Zoccheddu e Claudia Montanari]
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di Mariangela Vaglio /
Il guaio delle tesi preconcette è che, se non stai attento, ti scoppiano in mano, come una miccetta bagnata che fa puff. È questa la sensazione che si ha a leggere l’articolo di Annalena Benini su il Foglio dedicato ai Piccoli mostri, cioè ai nuovi bambini cresciuti dalle famiglie “politicamente corrette” (leggi: di sinistra) e alle loro genitrici con la fissa dell’ecocompatibile.
E’ dai tempi della discesa in campo antiabortista del loro Direttore che i foglianti si interrogano su cosa rovini l’Italia: e la risposta è che si fan pochi figlioli. Già, ma perché? Come per tutto, ciò deve essere imputato in qualche modo agli avvelenati frutti del ‘68: bisogna capirli, i foglianti: non si sanno rassegnare all’idea che l’unico danno serio che ancora ci trasciniamo dietro dal ‘68 possa essere stato l’arrivo sulla scena del loro Direttore. Così non gli par vero di trovare oltralpe un’autrice che individua il motivo della scarsa propensione delle donne moderne a far figli nella mentalità stupida della Sinistra “bene”. Perché non si scodellano più bimbi come una volta? È semplice, spiega la filosofa francese Elisabeth Badinter: perché le madri sono così ossessionate dal dare ai loro pargoli una educazione politicamente corretta secondo i dettami delle nuove tendenze che tirarne su uno, uno solo, diventa una fatica improba. Nasce un pupo e la mamma deve allattarlo al seno, cantargli ninne nanne alternative africane per abituarlo fin dalla culla al multiculturalismo, controllare con attenti sopralluoghi che la baby sitter lo intrattenga con giochi creativi in legno riciclato, che l’asilo abbia i tavolini della mensa orientati secondo le tendenze del Feng Shui; e poi via, a lavare pannolini in cotone naturale con detersivi senza additivi, perché quelli usa e getta inquinano il mondo di domani, a cercare il latte biologico di mucche certificate, l’ovetto con pedigree tirato su dalla mano amica del contadino, la bambola cucita a mano e riempita di paglia secca dalla nonnina dell’Alvernia, che la confeziona nella stalla, a lume di candela. Figli così assorbono tutto il tempo e tutta l’energia delle madri, nonché drenano le risorse economiche della famiglia come pompe idrovore in servizio permanente. Quindi la Banditer dice stop e ordina alle madri francesi di fregarsene: basta con il politicamente corretto, con l’ecocompatibile! Sbatti il pupo in un bell’asilo pubblico, con addosso un grembiulino di nailon, a mangiare pasti precotti e frutta transigenica. Imparerà il multiculturalismo facendo a botte con i bimbi africani, si strafogherà di patatine fritte, ma sarà più felice e costerà molto meno, quindi tu avrai il tempo di metterne al mondo altri due o tre.
Al Foglio una tesi così sembra perfetta per regalare un orgasmo. Eccola lì, messa nera su bianco, manco l’avessero creata a posta. Risponde perfettamente a tutti i desiderata del Direttore. Se in Italia le famiglie boccheggiano, le giovani coppie non mettono in cantiere un bimbo prima dei quarant’anni, e anche dopo con molta moderazione, la colpa è là: è della mentalità di queste madri sciamannate e sinistrorse, con la fissa dei documentari di Michael Moore e Gore Vidal! ‘Ste cretine che perdono tempo a cercare asili alternativi, yogurt e latti biologicamente puri, scuole steineriane e giocattoli ecologici! Seguissero i dettami della Banditer, le mamme sinistrorse italiane, potrebbero tornare finalmente a sfornare quella decina di pargoletti che un tempo era il numero minimo di figli nella famiglia tipo del Belpaese.
Certo, per aiutare le madri sinistrorse decise ad uscire dal tunnel e ricominciare a produrre bimbi con ritmi industriali, il Foglio dovrebbe però fornire un servizio in più. Per esempio spiegare dove, in Italia, una madre può trovare un posto in un asilo nido pubblico dove sbattere il pupo, senza incorrere in liste di attesa di anni o dover chiedere pietosamente l’aiuto di nonne, zie, cugine e parenti fino al quinto grado se vuol tornare a lavorare; dovrebbe spiegare dove si possono trovare a prezzi decenti non i pannolini ecologici da lavare a mano, ma quelli normali, normalissimi, perché già a prenderli al discount costano come fasce ricamate d’oro; dovrebbe spiegare perché, in Italia, il latte in polvere industriale ha un prezzo così alto che le famiglie si svenano per comprare quello, non il latte biologico del contadino. Ecco, se il Foglio gentilmente fornisse queste dritte, alle sue lettrici, sono convinta che molte donne e molte coppie abbandonerebbero questa fisima comunista di un figlio solo, al massimo due. Ma forse qualcuno dovrebbe informare il Direttore del Foglio e i suoi esimi redattori che in Italia il problema di trovare una scuola steineriana politicamente corretta per i propri figli è sentito come centrale solo dalla signora Veronica Berlusconi. Le altre donne e famiglie si accontenterebbero di tirarli su anche in modo molto meno politicamente ed ecologicamente corretto, i pupi. Ma nemmeno così se li possono permettere.
[Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 29 marzo sul blog 'Il nuovo mondo di Galatea']