di Gianfranco De Simone
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Chi non è di sinistra da giovane è senza cuore, ma chi non è di destra da vecchio è senza cervello (frase attribuita a Winston Churchill)
Probabilmente nessuno è sorpreso dallo scoprirsi imborghesito e sempre più reazionario col passare del tempo. Ma se la maturazione di posizioni conservatrici abbia a che fare la ragionevolezza e l’intelletto – come suggerisce la massima del primo ministro di Sua Maestà – o se piuttosto la si debba attribuire al disincanto, alla stanchezza, e alle delusioni che generalmente si accompagnano mano nella mano con l’età, non è dato sapere.
Esistono però casi, forse isolati ma certamente emblematici, di persone che, come il vino, invecchiano bene. Che magari fanno cose aberranti in gioventù, per poi costruire nel corso degli anni un nuovo sé, passo dopo passo, tassello dopo tassello.
Tutti noi abbiamo in mente, ad esempio, il caso del pistolero senza nome. Quello che non avrebbe esitato a sparare a vista per qualche dollaro in più o per un malinteso senso di pulizia; disposto a fidarsi solo del proprio fucile o della propria 44 Magnum, con una legge morale tutt’al più bidimensionale, capace di svilupparsi solo lungo gli assi dell’istinto primordiale e del disprezzo più assoluto del genere umano; atto a guardare alla figura femminile con lo stesso senso di trasporto, rispetto e coinvolgimento concesso a un paracarro; in grado di apprezzare fino in fondo la dote migliore di una persona di colore o di un immigrato: l’invisibilità. In poche parole, con una concezione politica talmente alta, che sopra di essa c’è solo la merda di piccione.
Una personcina talmente a modo e che di certo chiunque avrebbe fatto a botte per sederglisi accanto alla cena di gala di una premiazione. Eppure, a un certo punto, anche nelle vite di persone così può succedere qualcosa di talmente pregnante da indurli ad aprire la mente, ad ascoltare sempre di più le ragioni degli altri, a emendare le proprie posizioni, fino quasi a compiere un détour completo nella propria esistenza.
E dunque gli invisibili diventano istantaneamente visibili e si comincia a tener in conto anche gli ultimi. Si sente finalmente come proprio un senso della giustizia che sia tale a qualsiasi latitudine, addirittura oltre il giardino di casa propria. Si scopre come una donna possa essere anche amata e rispettata oltre che posseduta; come esista un sentimento chiamato “compassione” che può indurre a sopprimere una vita per liberarla; come la grettezza umana possa essere una trappola e mai una bussola; come esista dignità anche nella sconfitta; come gli ideali che parlano alla pancia siano nella migliore delle ipotesi propaganda e menzogna; come la xenofobia sia la più deprimente forma di paura.
Queste traiettorie umane così peculiari inducono tutti noi a riflettere. E tra noi chiamano in causa soprattutto coloro che progressisti e liberali si sono sempre creduti e che sono spiazzati da questa sfida continua di quella che doveva essere una controparte dialettica e che invece si permette di invadere il nostro campo con la sicumera di un capofila e il piglio di un leader.
Sopraffatti, smarriti, ci guardiamo con sospetto, leggendoci reciprocamente negli occhi l’inquietante domanda: «Ma perché i fascisti sembriamo noi?». Affranti davanti all’incapacità di prevedere la prossima mossa del compagno Gianfranco Fini.
[questo articolo è stato originariamente pubblicato lo scorso 8 marzo sul blog collettivo Wirwer)
di Redazione
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Il 1990 fu l’anno della Pantera, forse l’ultimo grande movimento studentesco (di rivolta studentesca?) in Italia, sicuramente uno dei più originali, anche per il suo rifarsi a un simbolo, quello del leggendario felino segnalato quell’anno nelle campagne romane, piuttosto anomalo.
Qui di seguito Checchino Antonini, giornalista di “Liberazione” – e un sacco di altre cose – racconta la sua occupazione del ‘90.
Scrivete (all’indirizzo redazione@novamag.it o alla pagina “scrivi”) della vostra Pantera, o anche di cosa facevate in quell’anno, senza parteciparvi.
di Checchino Antonini / Confesso che non l’avevo capito al volo quello che stava per accadere. Sì, avevamo avuto notizia di quello che stava succedendo a Palermo da prima di Natale. Quei ragazzi che rioccupavano una facoltà tredici anni dopo il ’77. Ma Palermo era lontana.
Era lontano tutto. Sembravano vicine solo Timisoara e Berlino Est, le cui immagini le televisioni rimandavano in loop sospendendo di continuo la normale programmazione. Così ricordo, almeno. Un’aria mefitica da “fine della storia”. Ma questo l’avrebbe detto qualcun altro, un paio d’anni dopo. E’ vero pure che ero attivo nel collettivo di sociologia ma erano cinque anni che non si registravano turbolenze. L’ultima era stata battezzata dai giornali: I ragazzi dell’85 e aveva agitato più i licei che le facoltà, e durò poco. I collettivi “trattavano” coi professori per adoperare le fotocopiatrici, provavano a denunciare il malaffare di Comunione e Liberazione e dei socialisti. Ogni tanto si discuteva di politica. Ma fuori dall’università c’era la medesima aria stagnante che regnava negli atenei. Per noi si preparava la riforma Ruberti, i privati a gestire direttamente un’università piuttosto costosa, ma solo per gli studenti. Per i lavoratori era quasi pronta la legge antisciopero. Per tutti stava per arrivare la legge Craxi-Iervolino sulle droghe e nessuno avrebbe scommesso sulla sorte della scala mobile.
Io, fuorisede e fuoricorso, per giunta di lungo corso dacché avevo deciso di partire militare prima di cominciare l’università. Quel fine settimana, appunto, avevamo organizzato un raduno di reduci del mio corso allievi ufficiali. Alcune compagne del collettivo erano state coinvolte per il servizio di “bebisitteraggio”. Tra compagni era uso scambiarsi le occasioni di (sotto)lavoro. Quando noi ex ufficiali tornammo dalla cena, c’erano alcuni compagni che ci aspettavano – me e le bambinaie – sotto un albergo di piazza Vittorio. Era pronto il volantino per l’assemblea dell’indomani. Qualcuno era già euforico – «Domani occupiamo pure noi!» – io, dall’alto dei miei 27 anni frenavo: «Guardate che, tutt’al più, finirà che qualcuno di noi si incatenerà al portone di Magistero in segno di vibrante protesta». Andai a dormire con più nostalgia dei miei vent’anni in grigioverde che frenesia per gli eventi futuri.
Invece, il pomeriggio appresso, l’aula 1, la più grande, era strapiena. Alla Città universitaria (noi di Magistero stavamo a Piazza Esedra, ovvero piazza della Repubblica) la protesta era divampata già in mattinata a Lettere e a Scienze politiche. E il venerdì, tre giorni prima, aveva occupato Psicologia, a S. Lorenzo (ma allora pure S. Lorenzo poteva essere più vicina a Palermo che al resto di Roma). Il contagio fu rapidissimo e a nulla valsero i tentativi di pompieraggio dello sparuto gruppo di figgicciotti, rampolli di un Pci che di comunista avevano solo il nome e gli faceva così schifo che già da un paio d’anni si ripromettevano di cambiare. Loro vedevano le occupazioni come una persona normale desidera una colonscopia perché la riforma era pure roba loro. A quei tempi si chiamava consociativismo.
Così alla fine toccò anche a me di prendere la parola. Fui rapidissimo per via del panico di parlare in pubblico: chiesi una votazione e l’occupazione vinse con percentuali bulgare. Andammo di corsa a comprare un lenzuolo in una merceria miracolosamente ancora aperta e ci scrivemmo che la facoltà era occupata. Penzolò fino a Pasqua dal portone. Era la sera del 15 gennaio. Eravamo allegri, infreddoliti, preoccupati da un blitz della polizia. Ma, soprattutto, allegri. Battemmo i denti, la prima notte, a dormire sui banchi coperti solo dai giacconi.
Ci facemmo chiamare la Pantera come la belva che, nelle stesse ore, veniva avvistata nelle campagne. Volevamo avere la sua inafferrabilità. I giorni passarono, l’autogestione scandì le nostre vite. La sera, quando sbarravamo il portone, ci sembrava che ci fotografassero dalle finestre più basse del vicino Grand Hotel. Credevo che, da un momento all’altro, la polizia avrebbe fatto irruzione nella facoltà e ci si sarebbe bevuti tutti. La notte eravamo un centinaio.
Schema di una giornata tipo. La mattina rassegna stampa e pulizie. Ognuno s’era ricavata la mansione che più gli si addiceva. Pranzo a mensa a mille lire (vi ricordate il welfare?) da dove riportavamo una gran quantità di cibarie per chi era restato di guardia. Ogni tanto scattava l’allarme e ci mettevamo a pedinare qualcuno che era entrato in facoltà con un fare troppo guardingo o coi capelli troppo rasati. Allora non si usava. A portarli a zero erano solo i nazi o i parà. Stesse merde, l’unica differenza le stellette. Il pomeriggio era il momento dei corsi autogestiti, prima, e della plenaria sul tardi. Dopo la plenaria c’era l’assemblea organizzativa, mi sembra si chiamasse commissione logistica che decideva come dare seguito alle decisioni politiche e, in genere, di tutte le altre faccende pratiche, le sottoscrizioni, l’organizzazione delle feste, i turni di vigilanza e pulizia. I corsi, invece, servivano ad approfondire lo studio della riforma, a delineare l’università che volevamo, ad affrontare i nodi teorici, storici e politici scelti in assemblea. Con noi alcuni ricercatori e professori di buona volontà seguiti da alcuni di noi più sensibili ai temi della didattica. Molti di loro erano dilaniati tra la voglia di occupare e quella di guadagnare punti per diventare a loro volta docenti.
La novità tecnologica rispetto agli altri movimenti fu il fax. Lo usavamo per spedirci cartoline di saluto da una cittadella all’altra e i testi delle mozioni. Quando scovammo il nostro, dopo un paio di giorni, lo portammo in processione per tutti i piani. A pensarci ora ci mancò una radio e un leader. Le radio che esistevano non erano attrattive e la storica Radio Città Futura, che allora trasmetteva solo un nastro per mantenere la frequenza, non ci volle aprire i microfoni. Di leader nessuno avrebbe sentito la mancanza. A dire il vero uno di noi si sentiva tale e si atteggiava da conducator-ideologo ma restò solo con uno sparuto circolo di adepti che si riunivano segretamente per cercare di orientare le assemblee. Aveva le phisique du role: alto, biondo, sportivo, voce tonante, le maniche della camicia sempre arrotolate, costringeva sua madre ad ascoltare le prove dei suoi sermoni. E iniziava immancabilmente così: «Posso parlare anche senza microfono…». Ci restò male quando scegliemmo un’altra compagna per andare a Samarcanda di Michele Santoro dedicata alla Pantera.
Toccò a me, per caso, completare la conquista del territorio. Il preside, o chi per lui, aveva fatto in tempo a svignarsela chiudendo la sua porta blindata. Io, che la mattina lavoravo in una libreria russa proprio di fronte alla facoltà, m’ero cercato uno spazio per dormire qualche ora in pace. Ed era di fronte alla presidenza. Una mattina, mentre andavo a sciacquarmi il viso, in mutande, intravidi la segretaria del preside intrufolarsi nel suo ufficio. Feci istintivamente per nascondermi ma poi presi coraggio e mi mostrai così, seminudo “armato” di uno spazzolino da denti col dentifricio già spalmato: «Lo sa che la presidenza è occupata?», chiesi alla signora che non credeva alle sue orecchie, tanto meno ai suoi occhi. «Ah sì, e da quando?». «Da ora», intimai e sfilai il suo mazzo di chiavi dalla toppa e lo infilai nell’elastico degli slip. Quando ho raccontato quest’episodio a Bepi Vigna, l’autore del bonelliano Nathan Never, lo ha voluto inserire in un suo romanzo.
Le facoltà, la nostra in particolare, erano posti ospitali. C’era sempre qualcosa da fare, e assemblee e discussioni. Battaglia politica. Qualcuno sembrava fregarsene, veniva in assemblea solo quando c’era da votare sulla prosecuzione dell’occupazione. E votavano l’autogestione a oltranza per difendere uno spazio di libertà inaspettato. Poi, avrebbero proseguito a svegliarsi tardi, suonare la chitarra, guardare film in cassetta, colorare le scale e i muri. Se uscivano era per comprare cornetti di notte o per girare altre cittadelle universitarie occupate, viaggiando in treno con biglietti falsificati da un’anarchica sapiente che oggi vive in uno squat di Berlino. Ma in un certo senso erano loro a tenere in piedi l’occupazione: cucinavano, organizzavano le feste, i corsi di mimo, pittura, ceramica e quant’altro, rendevano ospitali biblioteche e studi di baroni pieni di risorse (poltrone, videoregistratori, libri) negate agli studenti. Erano loro a far funzionare le fotocopiatrici, a scovare le risme dei fogli, a far accendere i computer dell’epoca adoperando rudimenti di basic che parevano aramaico ai più profani.
I politici, spesso, li guardavano con sospetto, così allergici a lasciarsi catechizzare. Preferivano dormire a casa e, appena potevano, andavano ad altre riunioni nelle sedi ammuffite dei gruppi. Erano i due gruppi più grandi a non vedere l’ora che le occupazioni finissero per poter tornare al tran-tran della politica normale: i “moderati del grande partito” avrebbero voluto che in parlamento arrivassero le parole degli studenti per emendare una riforma a sentir loro inevitabile, i “duri-puri” volevano portare carne fresca nei centri sociali che, allora, godevano a rappresentarsi come fortini assediati da difendere ad ogni costo.
Passavano le settimane e sembrava che saremmo potuti andare avanti così per sempre. La paura dello sgombero m’era passata. La sera era il momento più bello. Una volta, per finire un cruciverba particolarmente difficile, abbiamo scorazzato in lungo e in largo per trovare enciclopedie e mappe dove attingere le risposte. Google era lontano anni luce. Nelle stanze in cui facemmo irruzione c’era chi decorava i muri, chi suonava, chi faceva l’amore.
Ma non poteva durare anche se nessuno ci veniva a cacciare. Le discussioni si annodavano monotone con la figgiccì che premeva per farci ingoiare il rospo della riforma e gli autonomi che volevano tornare a casa pure loro. Eravamo isolati. Il mondo non si accorgeva di noi. I lavoratori ci ignoravano. Io ero in Democrazia proletaria ed escogitammo uno stratagemma per consegnare la discussione sull’università al resto della società: un referendum sull’articolo che rendeva possibile l’attuazione della riforma. Ma l’idea non fece strada e così, poco a poco, le facoltà si disimpegnarono e anche noi tornammo a casa. Il 9 maggio sulle scale della Minerva, la celere ci diede una bella ripassata e fu la fine. Così ricordo, almeno. Ma il movimento ci aveva segnato in maniera indelebile con la sua socialità autogestita, i suoi spazi non mercificati, l’idea che si poteva decidere tutti insieme un altro destino. Erano finiti gli anni Ottanta.
Non ci siamo più persi di vista. Abbiamo frequentato i centri sociali e ne abbiamo occupato di nuovi che somigliavano sempre più alle nostre facoltà occupate, abbiamo fondato e chiuso giornali, abbiamo innervato l’esperienza della rifondazione comunista, girato il mondo appresso al movimento no global. Alcuni di noi sono riusciti a fare i professori e non ricordano volentieri quella stagione. Una delle occupanti di allora, una delle più arrabbiate, oggi è responsabile nazionale Università del Pd o qualcosa del genere. Continuiamo a incontrarci ai cortei. Qualcuno scrive, qualcuno fa ricerca, c’è chi lavora nella cooperazione sociale, un paio sono stati sindaci in Barbagia e nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Una pantera è diventata Jena (nel senso di Italia 1), nacquero gruppi che fecero parlare di sé (Assalti frontali, solo per citare la scena romana). Uno di noi è stato su tutti i giornali perché è quel docente che stacca il crocefisso dal chiodo non appena entra in aula. Un’altra ha fondato un centro femminista e, con le sue compagne, ogni tanto si camuffa e va a liberare qualche donna segregata e picchiata dal marito.
Nel giorno del decennale ero tra quelli che provavano a raggiungere il lager per migranti che l’allora ministro Napolitano aveva fatto spuntare a Ponte Galeria. Riconobbi uno dei miei compagni dell’occupazione. Ci facemmo gli auguri poco prima che il commissario ordinasse la carica. Restò ferito un ingegnere in pensione, il più mite che si possa immaginare. Il commissario era lo stesso che, da capitano, un quarto di secolo prima, denunciò i metodi illegittimi della celere padovana. Ma si sa i tempi cambiano.
La Pantera non fu mai trovata. Forse s’è persa. Anche lei.
di Redazione
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“Come funziona il giornalismo oggi. 17 affermazioni” è il sottotitolo di questo Internet-Manifest comparso in rete nel settembre scorso a opera di un gruppo di noti blogger tedeschi. E non è un caso che si parli di giornalismo, perché qui il web interessa soprattutto per la sua funzione di media informativo e insieme democratico (vedi il punto 5, Internet è la vittoria dell’informazione).
Le 17 affermazioni che seguono possono essere discutibili – e vanno certamente discusse – ma non possono essere ignorate, perché non sono materia solo, appunto, per i giornalisti. Soprattutto in paesi in cui, come l’Italia – dove Internet sembra spesso essere omonimo di Facebook – c’è la tendenza a considerare il web un passatempo, un intrattenimento. O un lugo dove si commettono reati.
1. Internet è diverso
Internet crea diverse sfere pubbliche, diversi rapporti di scambio e diverse tecniche culturali. I media devono adattare il proprio metodo di lavoro alla realtà tecnologica anziché ignorarla o combatterla. Hanno l’obbligo di sviluppare il miglior giornalismo possibile sulla base della tecnologia a disposizione, inclusi nuovi prodotti e metodi giornalistici.
2. Internet è un impero mediatico tascabile
Il web riorganizza il presente sistema dei media: supera i limiti e gli oligopoli finora esistenti. Pubblicazione e diffusione di contenuti mediali non sono più legate ad ingenti investimenti. Il giornalismo viene derubato – per fortuna – di quella funzione accentratrice che esso stesso si autoattribuisce. Resta solo la qualità giornalistica, la quale distingue il giornalismo dalla semplice pubblicazione.
3. Internet è la società, la società è internet
Offerte come i social networks, wikipedia o youtube fanno parte della quotidianità per la maggioranza delle persone nel mondo occidentale. Sono ovvi come il telefono o la televisione. Se le società di comunicazione multimediale vogliono continuare ad esistere, devono capire il mondo in cui vivono gli utenti ed adattarsi alle loro forme di comunicazione. Ne fanno parte le forme basilari della comunicazione sociale: ascoltare e reagire, conosciute anche come dialogo.
4. La libertà di internet è inviolabile
L’architettura aperta di internet costituisce la legge IT fondamentale (information technology law) di una società che comunica in modo digitale e, conseguentemente, del giornalismo. Non deve essere utilizzata per la protezione di interessi particolari, economici o politici, i quali si nascondono spesso dietro presunti interessi generali. Impedire l’accesso a internet, in qualunque forma, mette in pericolo il libero scambio di informazioni e viola il diritto fondamentale all’autodeterminazione del proprio livello di informazione.
5. Internet è la vittoria dell’informazione
Fino ad oggi, a causa di una tecnologia inadeguata, erano le organizzazioni come le società di comunicazione multimediale, i centri di ricerca o le istituzioni pubbliche a gestire le informazioni a livello mondiale.
Adesso ogni cittadino stabilisce individualmente i filtri da applicare alle notizie, mentre i motori di ricerca procurano informazioni in quantità prima inimmaginabili. La singola persona può informarsi coma mai prima d’ora.
6. Internet cambia – migliora – il giornalismo
Attraverso internet il giornalismo può percepire i propri compiti socio-formativi in maniera nuova. Ciò include la rappresentazione dell’informazione come processo in continua evoluzione; la perdita dell’immutabilità della stampa è un guadagno. Chi vuole far parte di questo nuovo mondo dell’informazione necessita di nuovo idealismo, di nuove idee giornalistiche e della gioia di sfruttare le nuove possibilità.
7. La rete richiede collegamenti
I links sono collegamenti. Ci conosciamo attraverso i links. Chi non li utilizza, si esclude dal discorso sociale. Questo vale anche per la comparsa online di società di comunicazione multimediale classiche.
8. I links valgono, le citazioni decorano
Motori di ricerca e aggregatori favoriscono il giornalismo di qualità: aumentano la reperibilità di contenuti validi nel lungo periodo e sono parte integrante di quella nuova dimensione pubblica che è la rete. Referenze attraverso links e citazioni – anche e soprattutto senza accordo o perfino retribuzione dell’autore – rendono insomma solo adesso possibile la cultura del discorso sociale in rete e sono assolutamente meritevoli di tutela.
9. Internet è la nuova sede del discorso politico
La democrazia vive di partecipazione e libertà di informazione. Il trasferimento della discussione politica dai media tradizionali a internet e l’ampliamento di questa discussione per favorire la partecipazione attiva del pubblico è un nuovo compito del giornalismo.
10. La nuova libertà di stampa significa libertà di opinione
L’articolo 5 della Costituzione tedesca non costituisce una tutela di categorie professionali o di modelli negoziali tramandati tecnicamente. Internet elimina le barriere tecnologiche tra amatori e professionisti. Per questo il privilegio della libertà di stampa deve valere per tutti coloro i quali possono contribuire all’adempimento dei compiti del giornalismo. Dal punto di vista qualitativo la differenza non è tra giornalismo retribuito e non retribuito ma tra buon e cattivo giornalismo.
11. Più è più: non esiste la troppa informazione
Un tempo erano le istituzioni come la Chiesa ad attribuire al potere il primato sulla scelta individuale del modo di informarsi e, con l’invenzione della stampa, a mettere in guardia da un diluvio di informazioni incontrollate. Dall’altra parte stavano pamphlettisti, enciclopedisti, giornalisti, a testimoniare che più informazioni portano a più libertà, così per il singolo come per la società. A tal proposito nulla è cambiato fino ad oggi.
12. La tradizione non è un modello negoziale
Grazie ai contenuti giornalistici su internet si guadagnano soldi. Di ciò esistono già numerosi esempi. Ma internet, nel suo essere intensamente competitivo, esige l’adattamento dei modelli negoziali alle strutture della rete. Nessuno dovrebbe tentare di sottrarsi a questo adattamento necessario attraverso una politica della tutela dello status quo. Il giornalismo necessita di una competizione aperta per trovare le migliori soluzioni di rifinanziamento nella rete e il coraggio di investire nelle sue molteplici trasformazioni.
13. Su internet il diritto d’autore diventa un dovere civico
Il diritto d’autore è una pietra centrale* angolare della disciplina dell’informazione su internet. Il diritto dell’autore di decidere il modo e l’ampiezza della diffusione dei contenuti vale anche in rete. Ma non bisogna abusare del diritto d’autore per assicurarsi meccanismi di distribuzione ormai superati e precludersi nuovi modelli di distribuzione e licenza. La proprietà crea obblighi.
[*) Allarme “espressioni involontariamente comiche” disinserito]
14. Internet conosce molte valute
Le offerte giornalistiche online finanziate grazie alla pubblicità scambiano contenuti contro attenzione per i messaggi pubblicitari. Il tempo di un lettore, di uno spettatore o di un ascoltatore ha un valore. Questo legame fa parte da sempre dei principi base del finanziamento del giornalismo. Ulteriori forme sostenibili di rifinanziamento aspettano di essere inventate e sperimentate.
15. Quello che sta in rete, resta in rete
Internet innalza il giornalismo su di un nuovo piano qualitativo. Testi, suoni e immagini online non devono più essere transitori. Essi rimangono disponibili e diventeranno un archivio di storia contemporanea. Il giornalismo deve tenere in conto lo sviluppo dell’informazione, la sua interpretazione e l’errore. Deve quindi ammettere gli sbagli e correggerli in modo trasparente.
16. La qualità rimane la più importante delle qualità
Internet smaschera l’uniformità dei prodotti. Solo chi si distingue, chi è credibile e speciale conquista un pubblico nel lungo periodo. Le aspettative dell’utente sono aumentate. Il giornalismo deve soddisfarle e rimanere fedele ai propri principi, spesso formulati.
17. Tutti per tutti
Il web rappresenta una infrastruttura di scambio sociale superiore rispetto ai mass media del 20° secolo: in caso di dubbio, la “generazione wikipedia” sa valutare l’attendibilità di una fonte, sa identificare e ricercare, controllare e ponderare l’origine di una notizia, singolarmente o come parte di un gruppo. I giornalisti con un orgoglio di casta e privi della volontà di rispettare tali capacità non verranno presi sul serio da questi utenti. A ragione. Internet rende possibile comunicare direttamente con le persone che un tempo venivano chiamate lettore, spettatore o ascoltatore, e di sfruttare le loro conoscenze. Non è il giornalista saccente ad essere richiesto ma quello che comunica e pone delle domande.
Internet, 7 settembre 2009
[Traduzione dal tedesco di Stefania Gialdroni]