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di Mariangela Vaglio /
Il guaio delle tesi preconcette è che, se non stai attento, ti scoppiano in mano, come una miccetta bagnata che fa puff. È questa la sensazione che si ha a leggere l’articolo di Annalena Benini su il Foglio dedicato ai Piccoli mostri, cioè ai nuovi bambini cresciuti dalle famiglie “politicamente corrette” (leggi: di sinistra) e alle loro genitrici con la fissa dell’ecocompatibile.
E’ dai tempi della discesa in campo antiabortista del loro Direttore che i foglianti si interrogano su cosa rovini l’Italia: e la risposta è che si fan pochi figlioli. Già, ma perché? Come per tutto, ciò deve essere imputato in qualche modo agli avvelenati frutti del ‘68: bisogna capirli, i foglianti: non si sanno rassegnare all’idea che l’unico danno serio che ancora ci trasciniamo dietro dal ‘68 possa essere stato l’arrivo sulla scena del loro Direttore. Così non gli par vero di trovare oltralpe un’autrice che individua il motivo della scarsa propensione delle donne moderne a far figli nella mentalità stupida della Sinistra “bene”. Perché non si scodellano più bimbi come una volta? È semplice, spiega la filosofa francese Elisabeth Badinter: perché le madri sono così ossessionate dal dare ai loro pargoli una educazione politicamente corretta secondo i dettami delle nuove tendenze che tirarne su uno, uno solo, diventa una fatica improba. Nasce un pupo e la mamma deve allattarlo al seno, cantargli ninne nanne alternative africane per abituarlo fin dalla culla al multiculturalismo, controllare con attenti sopralluoghi che la baby sitter lo intrattenga con giochi creativi in legno riciclato, che l’asilo abbia i tavolini della mensa orientati secondo le tendenze del Feng Shui; e poi via, a lavare pannolini in cotone naturale con detersivi senza additivi, perché quelli usa e getta inquinano il mondo di domani, a cercare il latte biologico di mucche certificate, l’ovetto con pedigree tirato su dalla mano amica del contadino, la bambola cucita a mano e riempita di paglia secca dalla nonnina dell’Alvernia, che la confeziona nella stalla, a lume di candela. Figli così assorbono tutto il tempo e tutta l’energia delle madri, nonché drenano le risorse economiche della famiglia come pompe idrovore in servizio permanente. Quindi la Banditer dice stop e ordina alle madri francesi di fregarsene: basta con il politicamente corretto, con l’ecocompatibile! Sbatti il pupo in un bell’asilo pubblico, con addosso un grembiulino di nailon, a mangiare pasti precotti e frutta transigenica. Imparerà il multiculturalismo facendo a botte con i bimbi africani, si strafogherà di patatine fritte, ma sarà più felice e costerà molto meno, quindi tu avrai il tempo di metterne al mondo altri due o tre.
Al Foglio una tesi così sembra perfetta per regalare un orgasmo. Eccola lì, messa nera su bianco, manco l’avessero creata a posta. Risponde perfettamente a tutti i desiderata del Direttore. Se in Italia le famiglie boccheggiano, le giovani coppie non mettono in cantiere un bimbo prima dei quarant’anni, e anche dopo con molta moderazione, la colpa è là: è della mentalità di queste madri sciamannate e sinistrorse, con la fissa dei documentari di Michael Moore e Gore Vidal! ‘Ste cretine che perdono tempo a cercare asili alternativi, yogurt e latti biologicamente puri, scuole steineriane e giocattoli ecologici! Seguissero i dettami della Banditer, le mamme sinistrorse italiane, potrebbero tornare finalmente a sfornare quella decina di pargoletti che un tempo era il numero minimo di figli nella famiglia tipo del Belpaese.
Certo, per aiutare le madri sinistrorse decise ad uscire dal tunnel e ricominciare a produrre bimbi con ritmi industriali, il Foglio dovrebbe però fornire un servizio in più. Per esempio spiegare dove, in Italia, una madre può trovare un posto in un asilo nido pubblico dove sbattere il pupo, senza incorrere in liste di attesa di anni o dover chiedere pietosamente l’aiuto di nonne, zie, cugine e parenti fino al quinto grado se vuol tornare a lavorare; dovrebbe spiegare dove si possono trovare a prezzi decenti non i pannolini ecologici da lavare a mano, ma quelli normali, normalissimi, perché già a prenderli al discount costano come fasce ricamate d’oro; dovrebbe spiegare perché, in Italia, il latte in polvere industriale ha un prezzo così alto che le famiglie si svenano per comprare quello, non il latte biologico del contadino. Ecco, se il Foglio gentilmente fornisse queste dritte, alle sue lettrici, sono convinta che molte donne e molte coppie abbandonerebbero questa fisima comunista di un figlio solo, al massimo due. Ma forse qualcuno dovrebbe informare il Direttore del Foglio e i suoi esimi redattori che in Italia il problema di trovare una scuola steineriana politicamente corretta per i propri figli è sentito come centrale solo dalla signora Veronica Berlusconi. Le altre donne e famiglie si accontenterebbero di tirarli su anche in modo molto meno politicamente ed ecologicamente corretto, i pupi. Ma nemmeno così se li possono permettere.
[Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 29 marzo sul blog 'Il nuovo mondo di Galatea']
di Massimiliano Di Giorgio
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Anche se negli ultimi giorni l’attivismo mediatico di Silvio Berlusconi sembra voler dare alle elezioni regionali di domenica e lunedì quasi il senso di un referendum sulla sua guida, il voto degli oltre 40 milioni di elettori chiamati alle urne riguarderà anche sfide locali e temi importanti come quello della sanità o dell’agricoltura, la cui competenza principale spetta proprio alle regioni.
Ma anche il lavoro, che per la maggioranza degli italiani (79%), dice un sondaggio Ipsos, è la prima preoccupazione in agenda.
Delle 13 regioni da rinnovare, 11 sono governate oggi dal centrosinistra, due dal centrodestra. Poi però il panorama locale è piuttosto diversificato.
Votano regioni del Nord tradizionalmente in testa alle classifiche per reddito pro capite e per i servizi resi ai cittadini e con maggioranze politiche storiche (la Lombardia per il centrodestra, l’Emilia-Romagna per il centrosinistra) e regioni del Sud fanalino di coda delle stesse graduatorie e con maggioranze che cambiano più spesso segno (come la Calabria) .
Due regioni, Lazio e Campania, arrivano alle elezioni con la sanità commissariata dal governo.
Per la prima volta in due regioni del Nord, Veneto e Piemonte, ci sono due candidati presidenti della Lega, e qui il partito di Umberto Bossi potrebbe anche superare per consensi il Pdl. In alcune regioni l’Udc di Pierferdinando Casini è alleato del Pdl (come nel Lazio) o del Pd (come in Piemonte), ma mai della Lega Nord.
A unire quasi tutti i candidati, il no al nucleare. Di solito sono contrari in generale i rappresentanti del centrosinistra, mentre quelli di centrodestra in alcuni casi distinguono, appoggiando il piano del governo per la costruzione di nuove centrali nucleari ma affermando che nella loro regione non ve n’è bisogno.
LOMBARDIA
Dopo che il Tar della Lombardia ha riammesso alle elezioni il listino del governatore uscente Roberto Formigoni, nessuno sembra dubitare della riconferma del centrodestra alla guida del Pirellone. Potrebbe essere significativo invece il risultato della Lega Nord nella regione “cuore” del Pdl, ma anche quello dell’Udc, già alleato dei berlusconiani. I concorrenti di Formigoni sono numerosi. Il principale è l’ex presidente della provincia di Milano Filippo Penati, molto vicino al leader del Pd Pierluigi Bersani, candidato del centrosinistra. Per i centristi corre invece l’ex capo della Cisl Savino Pezzotta. La Federazione della Sinistra (Rifondazione più Pdci) candida l’ex parlamentare europeo ed esperto di Aids Vittorio Agnoletto, mentre il movimento di Beppe Grillo presenta Vito Claudio Crimi. C’è anche un candidato di estrema destra: Gianmario Invernizzi, di Forza Nuova.
Chi vincerà le elezioni amministerà la regione quando, nel 2015, si svolgerà l’Expo mondiale di Milano. Per conttribuire a realizzarla la Lombardia ha investito 11 miliardi in opere autostradali come la Brebemi e la Pedemontana.
PIEMONTE
Prima che scattassero i 15 giorni di divieto di diffusione dei sondaggi elettorali, il Piemonte, governato negli ultimi cinque anni dal centrosinistra e prima dal centrodestra, era considerato da molti sondaggisti in bilico. La presidente uscente Mercedes Bresso – ieri nel mirino di Berlusconi per la sua presunta scarsa avvenenza fisica – è sostenuta dal centrosinistra e dall’Udc. Contro di lei corre il capogruppo della Lega Nord alla Camera, Roberto Cota, candidato del centrodestra. Gli altri due candidati sono Renzo Rabellino di Alternativa per il Piemonte, una lista autonomista, e Davide Bono, del movimento di Beppe Grillo.
Nell’ultimo trimestre del 2009, dice l’Istat, il Piemonte, tradizionalmente “centro” della Fiat, era la regione col tasso di disoccupazione più elevato del Nord Italia: il 6,8%. La regione è anche alla prese con le vaste proteste per la realizzazione della nuova linea ferroviaria ad alta velocità.
VENETO
Dopo la “destituzione” di Giancarlo Galan (Pdl), il centrodestra candida il ministro leghista dell’e Politiche Agricole Luca Zaia, la cui vittoria potrebbe favorire anche il sorpasso della lega sul partito di Berlusconi. I suoi due principali sfidanti sono l’imprenditore Giuseppe Bortolussi pr il centrosinistra, il senatore dell’Udc Antonio De Poli. Il movimento di Beppe Grillo candida David Borrelli, mentre ci sono ben due candidati “indipendentisti”: Gianluca Panto, del Partito Nasional veneto, e Silvano Polo di Veneti Indipendensa. In lizza anche Forza Nuova, con Paolo Caratossidis.
Anche se il tasso di disoccupazione del quarto trimestre 2009 in Veneto non era tra i più elevati (4,8% contro il 5,4% della Lombardia, per esempio), la crisi sembra aver colpito duramente il tessuto diffuso di piccoli imprenditori, con una serie di suicidi che hanno fatto nascere addirittura un call center per aiutare liberi professionisti e “padroncini” disperati.
EMILIA-ROMAGNA
Il presidente uscente Vasco Errani, del Pd, si ricandida alla guida di una coalizione di centrosinistra. Contro di lui corrono la candidata del centrodestra Anna Maria Bernini, una deputata del Pdl; Gianluca Galletti, parlamentare dell’Udc, e il “grillino” Giovanni Favia, alla prima esperienza politica.
Sul centrosinistra potrebbe pesare in negativo la vicenda di Bologna, il cui sindaco Flavio Delbono si è dimesso nel gennaio scorso dopo essere stato indagato nell’ambito di un’inchiesta sull’uso improprio di fondi pubblici per viaggi all’estero con la sua ex compagna. La città oggi è retta da un commissario prefettizio. Secondo i sondaggi di inizio mese, però, la coalizione che fa capo al Pd vincerà senza problemi la competizione.
LIGURIA
Amministrata dal 2005 dal centrosinistra dopo la sconfitta del centrodestra, la Liguria (che ha comunque una storia di regione “rossa”) vede oggi scontrarsi di nuovo due protagonisti degli ultimi anni: il presidente uscente Claudio Burlando (Pd) e il suo precedecessore del Pdl, Sandro Biasotti. La novità, in questo caso, è il passaggio dell’Udc dal centrodestra al centrosinistra. Il terzo candidato è Silvio Viale, un medico impegnato a favore dell’uso della pillola RU486, che corre per i radicali.
TOSCANA
Governata da decenni dal centrosinistra, la Toscana sembra avviarsi al voto senza sorprese. Il centrosinistra candida Enrico Rossi, assessore regionale uscente alla Salute. Il centrodestra è rappresentato dalla deputata Pdl Monica Faenzi, L’Udc dal deputato Francesco Bosi. Dopo il ritiro del fotografo e pubblicitario Oliviero Toscani, la lista Bonino-Pannella presenta Alfonso De Virgiliis, presidente di Banca Interregionale (la cui candidatura però non è stata accettata per tutte le province, e su questo pende un ricorso al Consiglio di Stato). E’ presente nella competizione anche Forza Nuova, con Ilario Palmisani, un politico locale.
MARCHE
La regione è amministrata dal centrosinistra, che si riaffida al presidente uscente Gian Mario Spacca, sostenuto anche dall’Udc. Il centrodestra candida un politico locale, Erminio Marinelli, ex sindaco di Civitanova. Massimo Rossi è invece candidato di una coalizione tra Federazione della Sinistra e Sinistra e Libertà.
UMBRIA
Tradizionalmente al governo della regione, il centrosinistra ha vissuto negli ultimi mesi uno “psicodramma” interno per la scelta del candidato interno, dopo lo stop alla presidente uscente Maria Rita Lorenzetti per eccesso di mandati e il ritiro del senatore Pd Mauro Agostini. Dalle urne delle primarie è uscito il nome di un’altra donna, Catiuscia Marini, già sindaca di Todi e parlamentare europea. E a sfidarla sono altre due donne: l’ex parlamentare Pd “teodem” (oggi Udc) Paola Binetti, candidata dei centristi, e l’avvocata Fiammetta Modena per Pdl e Lega Nord.
LAZIO
Quello della Regione “capitale” è uno dei voti seguiti con più attenzione. Si arriva alle urne dopo lo scandalo che ha investito il presidente uscente Piero Marrazzo – che cinque anni fa aveva vinto contro il centrodestra di Francesco Storace – rimasto coinvolto in un giro di trans e vittima di un presunto ricatto per le sue frequentazioni. Nella circoscrizione elettorale di Roma non ci sarà la lista Pdl, esclusa per ben due volte dal Consiglio di Stato per ritardo di presentazione e difetto di documentazione nonostante un decreto ad hoc varato dal Consiglio dei ministri tra le proteste dell’opposizione.
La sfida è tutta al femminile, come in Umbria. Renata Polverini, capo del sindacato Ugl, considerata vicina a Gianfranco Fini, è candidata per il centrodestra (con l’Udc). I sondaggi inizialmente la davano in netto vantaggio, ma nel corso delle settimane avrebbe perduto terreno contro la radicale Emma Bonino, già ministra e commissaria europea e oggi vicepresidente del Senato, sostenuta dal centrosinistra. La terza in lizza è Marzia Marzoli, della Rete dei cittadini, organizzazione che si definisce “non di sinistra, non di destra, non di centro”.
Bonino non è ben vista dalle gerarchie cattoliche per le sue posizioni su interruzione di gravidanza e riconoscimento delle coppie omosessuali, e due giorni fa il capo dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco, pur senza nominarla, ha invitato a votare per partiti e candidati che difendono il “diritto alla vita” e la famiglia tradizionale.
Il Lazio aveva a fine 2009 un tasso di disoccupazione dell’8,5%. La sanità regionale è sotto commissariamento da parte del governo, anche se secondo una ricerca pubblicata il 21 marzo da “La Stampa” la regione avrebbe negli ultimi anni migliorato le sue perfomance, dopo il buco di bilancio attribuito alla precedente amministrazione di centrodestra.
CAMPANIA
Alcuni sondaggi indicavano a inizio marzo la Campania in bilico tra centrodestra e centrosinistra, altri sembravano propendere più decisamente per la vittoria del Pdl e dei suoi alleati. Dopo l’uscita di scena di Antonio Bassolino, sindaco di Napoli prima e presidente della Regione poi, il centrosinistra si è affidato a un suo storico avversario interno, il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca. Il centrodestra ha invece scelto il “nuovo socialista” Stefano Caldoro. La Federazione della sinistra vede in competizione Paolo Ferrero, ex ministro e segretario di Rifondazione comunista, mentre il quarto candidato è Roberto Fico, del movimento di Beppe Grillo.
Il centrodestra si è diviso internamente sulla scelta di alcuni candidati e sul ruolo di Nicola Cosentino, il sottosegretario all’Economia che è anche coordinatore regionale del Pdl, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
La regione è reduce dall’emergenza-rifiuti che ha provocato negli ultimi anni rivolte popolari e addirittura l’arrivo dell’esercito a presidiare le discariche, dopo il piano di intervento gestito dal capo della Protezione civile Guido Bertolaso. La sanità è commissariata dal governo. Il tasso di disoccupazione era, alla fine del 2009, del 12,9%.
BASILICATA
Le elezioni regionali in Basilicata hanno fatto finora notizia a livello nazionale probabilmente soprattutto per la candidatura, per l’Udc-Io Amo la Lucania, di Cristiano Magdi Allam, giornalista, e oggi parlamentare europeo, di origine egiziana e convertito al cristianesimo dall’Islam. Il centrosinistra ricandida invece il presidente uscente Vito De Filippo, mentre il centrodestra si affida a Nicola Pagliuca, capogruppo uscente di Forza Italia. Gli altri candidati sono Marco Toscano della lista Sui-generis e Florenzo Doino del Partito comunista dei lavoratori.
La Basilicata, dopo il Molise, è la più piccola regione del Sud. Anche se può contare su vasti giacimenti petroliferi, la nuova ricchezza locale, e su un’impostante industria alimentare, a fine 2009 il tasso di disoccupazione era dell’11,2%.
PUGLIA
La Puglia doveva essere un “laboratorio politico” per le prove di alleanza tra Pd e Udc, ma la strenua resistenza del presidente uscente Nichi Vendola – che ha vinto le primarie locali e è anche leader della nuova formazione rossoverde Sinistra e Libertà – e i dissidi interni ai democratici hanno fatto saltare gli accordi. Nonostante questo, Vendola potrebbe rivincere le elezioni proprio grazie alla posizione terzista dell’Udc, che candida alla presidenza la ex ministra ed ex sindaca di Lecce Adriana Poli Bortone. Il Pdl è rappresentato dal capogruppo Rocco Palese. Michele Rizzi è invece il candidato del partito di alternativa comunista.
In Puglia a fine 2009 il tasso di disoccupazione era del 12,6%, dice l’Istat. Nella ricerca pubblicata dalla “Stampa” sulle performance delle varie regioni, la Puglia è agli ultimi posti per i miglioramenti degli ultimi anni.
Sul fronte degli investimenti, la prossima amministrazione dovrebbe essere chiamata a occuparsi della realizzazione della nuova Statale Jonica, per cui il Cipe ha stanzato oltre 1 miliardo di euro.
CALABRIA
Agazio Loiero, il presidente uscente, ha vinto le primarie e sarà di nuovo il candidato del centrosinistra, anche se secondo molti sondaggi la Calabria andrà probabilmente al centrodestra di Giuseppe Scopelliti, sindaco di Reggio Calabria. Un’inedita coalizione tra radicali e Italia dei Valori candida invece l’imprenditore Filippo Callipo.
Prima della presidenza Loiero, la regione era amministrata dal centrodestra.
La Calabria ha un tasso di disoccupazione dell’11,3%. Nelle classifiche nazionali sul funzionamento del sistema sanitario è spesso agli ultimi posti, e negli ultimi anni ha registrato diversi casi di “malasanità” arrivati alle cronache nazionali e su cui ha indagato anche una commissione parlamentare.
In Calabria è presente quella che è considerata oggi dagli inquirenti la più potente organizzazione di tipo mafioso, la ‘ndrangheta, coinvolta nel recente attentato al tribunale di Reggio e anche nell’inchiesta sulle frodi telefoniche internazionali che hanno toccato Fastweb e Telecom Italia Sparkle.
Sel futuro della regione sembra pesare anche la prevista realizzazione del Ponte sullo Stretto, con 1,3 miliardi di euro già stanziati dal governo. Loiero è contrario, Scopelliti favorevole.
QUANDO E COME SI VOTA
Domenica 28 marzo dalle 8 alle 22 e lunedì 29 dalle 7 alle 15 si vota, oltre che per le 13 regioni anche per quattro province (tra cui l’Aquila, colpita quasi un anno fa dal terremoto) e in 453 Comuni, il più importante dei quali è Venezia, dove è candidato sindaco del centrodestra il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta.
Per le regionali si vota a turno unico, senza ballottaggio (come è invece nel caso di provinciali e comunali). Le modalità di voto cambiano però di regione in regione, secondo quanto previsto dalle rispettive leggi.
Nella maggior parte delle regioni (escluse Toscana, Marche, Campania, Puglia e Calabria) si può votare per una delle liste provinciali o per la lista regionale collegata (il cosiddetto listino), o si può anche disgiungere il voto, votando per due schieramenti diversi. Si può esprimere una sola preferenza per un candidato alla carica di consigliere regionale, scrivendone il nome nell’apposita riga vicino al contrassegno della lista provinciale.
Per votare serve, insieme a un documento di riconoscimento, la tessera elettorale. Chi l’avesse smarrita può rivolgersi al proprio Comune da oggi al 29 marzo.
di Alberto Piccioni
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In El Salvador è «San Romero», e i contadini-catechisti che presero forza dalle sue parole tengono vivo il suo pensiero per combattere le lotte contro i soprusi e le ingiustizie attuali.
Oggi ricorrono i trenta anni da quel giorno in cui monsignor Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, venne trucidato mentre stava celebrando la messa. La «condanna a morte», decretata dai suoi carnefici, fu una lettera spedita da Romero al presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan: chiedeva agli Usa di smettere di finanziare la dittatura militare di El Salvador che con i soldi comprava armi per soffocare ogni forma di rivolta.
«Ho conosciuto Romero – ci ha raccontato il salvadoregno, José Mercedes Guillén che assieme al connazionale Carlos Enrique Escobar in questi giorni è in Alto Adige per una serie di incontri, sulla questione della privatizzazione dell’acqua in America Latina – quando venne per la prima volta nel mio paese, in visita pastorale, in quelle occasioni incontrava non solo le persone della parrocchia, ma anche i laici. Lo conobbi meglio quando intervenne a favore di un parroco molto attivo per difendere i poveri del paese, allontanato con la violenza dai militari. Allora comincia a conoscerlo meglio ed avere fiducia in lui».
Avete mai collaborato con lui?
«Direttamente con Monsenor no: tramite i suoi collaboratori però c’era un contatto continuo. Ero un catechista a quei tempi, nella comunità di base, e Romero ci confermava che era molto importante il lavoro che facevamo con i contadini per aiutarli a non cedere alla violenza e ai soprusi».
Perché dava così fastidio Romero fino a meritarsi una «esecuzione» così barbara?
«Dava fastidio ai gruppi di potere perché denunciava lo sfruttamento dei contadini e degli operai, così come le violenze contro i più deboli con cui i militari governavano il paese. La cosa che non gli perdonarono fu la lettera che Romero scrisse Reagan, dove domandava di non inviare più aiuti al Salvador perché la giunta militare li utilizzava per reprimere il popolo».
La sua arma erano le parole.
«Era un grande comunicatore. Aveva una sua radio, da cui trasmetteva le sue denunce contro la dittatura. Ogni volta che pronunciava una sua omelia era come se mettesse la mano ferita dei potenti nell’acqua salata».
Ma di fronte alle violenze continue, alla tortura di donne e bambini Romero cosa diceva alla povera gente?
«Ci spingeva a chiedere giustizia, ma ci incoraggiava anche ad “alzarsi in piedi”, a non stare a guardare, a vedere morire e soffrire i nostri cari.
In qualche modo giustificava l’uso delle armi, della guerriglia, per difenderci (la giunta militare salvadoregna in quegli anni fu particolarmente feroce nella repressione, macchiandosi di massacri, torture, mutilazioni e violenze inenarrabili, ndr).
Anche voi siete stati perseguitati?
«Mi hanno ucciso due fratelli e due cugini. Quando vidi il mio secondo fratello morto decisi di entrare nella resistenza armata, nella guerriglia».
Come è la situazione nel vostro Paese?
«L’esercito non uccide più – risponde Carlos Escobar – però continua la repressione dei leader delle forze popolari che lottano contro la costruzione di dighe e lo sfruttamento delle risorse naturali».
Qual è l’eredità di Romero per voi oggi?
«Oggi in Salvador continuiamo una lotta pacifica contro il modello neoliberale che promuove la privatizzazione dei servizi pubblici. Il nostro movimento ha come ispiratore Romero».
È ancora viva la teologia della liberazione in Salvador?
«Viviamo la realtà delle comunità di base, e anche se Romero non si pronunciò mai apertamente per la teologia della liberazione, per non contraddire la linea del Vaticano, però ha sempre appoggiato il lavoro
dei parroci per le comunità di base. Per noi Romero è stato già dichiarato “santo” (il Vaticano invece non si è ancora pronunciato, ndr)».
Il vostro rapporto con gli Usa?
«Con Obama non è cambiato granché: non c’è più occupazione militare, ma ci sono altre forme di controllo del territorio e dell’economia».