di Redazione

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[Questo articolo, scritto da Beatrice Montini, è stato pubblicato il 20 gennaio dal sito di Giornalisti contro il razzismo, un gruppo di operatori dell'informazione che puntano a combattere intolleranza, deformazioni e disinformazione tra i media. La prima campagna del gruppo è stata quella contro l'uso del termine "clandestino" sulla stampa.
Il testo integrale della ricerca di cui si parla è
a questo indirizzo]

Criminale, maschio, spesso “clandestino”: e questo l’identikit degli stranieri che emerge da stampa e tv in Italia secondo la “Ricerca nazionale su immigrazione e asilo nei media italiani” condotto dall’Università La Sapienza di Roma nei primi sei mesi del 2008, che ha analizzato le edizioni serali dei sette Tg nazionali (Rai, Mediaset e La7) e un campione di sei quotidiani (Corriere della Sera, La Repubblica, l’Unità, Il Giornale, Avvenire e il free press Metro).

I ricercatori parlano di una “gigantografia in nero”: un’immagine statica e deformata che mette in evidenza solo gli aspetti piu’ “neri”, cupi e violenti dell’immigrazione.

I dati parlano da soli. Uno su tutti: Su 5.684 servizi di telegiornale andati in onda nel periodo di rilevazione, solo 26 affrontano l’immigrazione senza legarla a un fatto di cronaca o al tema della sicurezza.

Ma c’è di più. Se per oltre i tre quarti delle volte (76,2%) gli immigrati sono presenti nei telegiornali come autori o vittime di reati, lo stesso trattamento non è riservato agli italiani. Secondo il rapporto gli stranieri compaiono in giornali e tg come protagonisti di fatti criminali, più facilmente degli italiani: 59,7% contro il 46,3% nei tg, 42,9% vs. 35,7% nella stampa.

Ma quello che i ricercatori chiamano “doppio binario” non si ferma qui. “Per la prima volta – ci spiega Marco Binotto, coordinatore della ricerca – abbiamo fatto l’enorme sforzo di analizzare non solo articoli e servizi che parlavano di immigrati ma anche quelli che trattavano di italiani e così abbiamo potuto compararli e abbiamo verificato un effettivo differente trattamento. Ad esempio gli stranieri sono protagonisti sovraesposti nel momento dell’atto criminale ma tendono a sparire nel momento processuale cioè quando ne possono essere evidenziate le effettive responsabilità penali e ne possono emergere le caratteristiche umane, la voce”.

Altra questione trattata nella ricerca è la dominanza (anzi l’ossessione) della provenienza geografica o in alcuni casi dell’ “etnia” del protagonista (che nell’80% dei casi è maschio) e che sostanzialmente è l’unico elemento che descrive l’immigrato all’interno del servizio o dell’articolo. Ad esempio se nel 46% dei casi in cui si parla di un italiano se ne cita la professione, nel caso di uno straniero questo avviene solo nel 26% delle volte. Su tutto, poi, domina l’etichetta della “clandestinità” che, prima di ogni altro termine, definisce l’immigrazione in quanto tale.

“Da un lato l’immagine che i media danno degli immigrati – ci spiega ancora Marco Binotto – è un’immagine statica: nel senso che, mentre la società cambia l’informazione continua a raccontare lo “straniero” nello stesso modo da 20 anni con un accentuarsi dell’attenzione alla cronaca nera come non si era mai visto. Ma dall’altro abbiamo evidenziato un netto deterioramento della deontologia professionale dei giornalisti. Per cui, ad esempio, quasi il 40% dei servizi televisivi analizzati che trattavano fatti di cronaca con protagonisti migranti contenevano informazioni che potevano portare all’identificazione di persone colpevoli di atti di violenza. Un dato di dieci punti superiore rispetto ai servizi di cronaca che non riguardano solo migranti”.

Infine una considerazione. Dato che l’indagine è stata intesa come ricerca-pilota del nascente Osservatorio sulla “Carta di Roma” (la carta deontologica dei giornalisti in merito al linguaggio da usare quando si parla o si scrive di immigrazione) la speranza è che anche l’Ordine dei giornalisti e la Fnsi si rendano conto dell’urgenza del problema media- immigrazione.

di Alberto Piccioni

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Emigrare significa, anche al tempo di Internet e delle comunicazioni veloci, nostalgia delle proprie radici, delle persone care. Una voce al telefono o le parole inviate in tempo reale non possono sostituire la presenza fisica, il contatto reale. Le possibilità di comunicazione non rendono, da sole, «cittadini del mondo», «con un piede qui e uno laggiù», i migranti che, per necessità, lasciano figli, compagni e amici nel paese di origine.
È uno dei risultati di uno studio pubblicato in questi giorni dal titolo: «Tracce transnazionali. Vite in Italia e proiezioni verso casa tra i migranti ecuadoriani» (Franco Angeli), realizzato da Paolo Boccagni, giovane assegnista post-doc al Dipartimento di Scienze umane e sociali dell’Università di Trento.

A Boccagni abbiamo chiesto cosa si intende per «indagine transazionale». «Vuol dire indagare direttamente le esperienze dei migranti per capire se le teorie sociali sull’emigrazione ci aiutano a comprendere questo fenomeno. Le tesi “accademiche” attuali sostengono che i migranti, grazie ai mezzi di comunicazione, riescono a tenersi in contatto con la madrepatria molto di più che in passato. Si pensa che possano vivere quasi una doppia vita, con un piede in Italia e uno nel paese d’origine».

E invece, come spesso accade, le teorie accademiche non collimano con la realtà…
«Più che studiare il fenomeno migratorio con statistiche e generalizzazioni bisogna entrare a contatto con le persone, i migranti, capire da vicino cosa vivono e quali sono le loro concrete esperienze».

E lei ha messo in pratica questo proposito: con chi?
«Con un gruppo di migranti ecuadoregni in Trentino, che ringrazio per la disponibilità e gentilezza. La loro è stata una migrazione sulla lunga distanza, con poche possibilità di ritornare frequentemente in patria: troppo alti i costi del viaggio. Tra di loro c’è un forte uso dei mezzi di comunicazione: telefono, Internet. Ma è poco, non sufficiente per mantenere quel contatto che si vorrebbe. Ho incontrato genitori che per necessità lavorative hanno lasciato in Ecuador i propri figli. Li sentono al telefono molto spesso anche per mantenere un “controllo” sulla loro vita. Ma questo tipo di comunicazione viene chiaramente percepita come povera. Resta la nostalgia del contatto reale con la persona».

Perché ha scelto proprio degli ecuadoregni?
«Nel caso di migranti dell’Est, rumeni o polacchi, la possibilità di tornare a casa è meno remota. Gli ecuadoregni vivono maggiormente la necessita di comunicare con la patria».

Restare legati alla madrepatria facilita o impedisce l’integrazione dei migranti?
«La risposta più facile, di senso comune, vorrebbe che più sono stretti i legami con la patria meno l’immigrato si impegna ad integrarsi. Penso invece che avvenga il contrario: maggiore è l’integrazione che avviene in Italia, in termini di occupazione, di relazioni, maggiore è il contatto con la patria. In pratica più un migrante si trova bene, migliori e proficui sono gli scambi con la terra d’origine».

di Redazione

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di Loredana Di Domenico / Da qualche anno a questa parte, nelle vacanze di Natale sono spesso di pessimo umore. Forse perché sono stata cattolica praticante per molti anni e ancora non sono una vera agnostica. Forse perché ho visto troppe commedie sentimentali americane di ambientazione natalizia e non mi capacito del perché finora nessuno abbia percorso a piedi al freddo tutta la città nella notte di Capodanno per dichiararmi il suo amore.
È per questo che cerco sempre un modo per scappare almeno qualche giorno.

Il 2010 è cominciato in Libia, dove i miei genitori sono nati, quando la nazione era italiana e i nonni siciliani avevano sperato in una terra più ricca di prospettive per i loro figli.
I miei sono andati via spontaneamente dalla Libia nel 1966, con una bimba di un anno (mia sorella maggiore), quando si era capito che da quella terra presto qualcuno li avrebbe obbligati a scappare.
Ai cosiddetti “profughi” della Libia, anche se ora è legalmente permesso, è comunque sconsigliato tornare da turisti.

E così, oltre che per curiosità di vedere le radici di famiglia, ho deciso che era il momento di andare anche in “missione” per conto dei miei. Ad avere occhi per vedere. E mi sono prenotata last minute in un tour di Avventure nel Mondo. Il mio primo viaggio in un gruppo di sconosciuti.
Ma per paura di sentire il bisogno di isolarmi, ho rimediato last second anche un iPod malandato.
E l’avventura nel mondo è cominciata.

FIUMICINO, AEROPORTO – LE VALIGIE DEL GRUPPO
Ci sono solo due zaini da backpackers: il mio fresco di Decathlon, comprato in piena crisi di inadeguatezza qualche giorno prima della partenza; quello del coordinatore del viaggio, chiaramente vissuto, forse perfino eredità del periodo da militare.
Ci sono due borsoni da spalla – uno ha anche le rotelle.
C’è qualche trolley morbido, uno mi sembra piccolissimo e mi chiedo sempre con invidia come fanno le persone a partire con bagagli in cui a me entrerebbero solo le medicine e le mutande.
Gli altri sono TUTTI trolley rigidi. Quattro sono perfino sapientemente incellofanati anti-furto.
E io che pensavo che presentarsi all’imbarco con un trolley rigido equivalesse a portare una cappelliera.
Il gruppo la sa più lunga di me.

FIUMICINO, AEROPORTO – UNGHIE LACCATE ROSSO MATTONE
Una mia compagna di viaggio, che parte con il marito, ha lo smalto perfetto sulle unghie. Io le ho tagliate prima di partire anche più corte di come le porto negli ultimi tempi.
A guardarla, pensereste come me che è lei a non aver capito dove si sta andando… e invece scoprireste poi che è una che porta moto di grossa cilindrata e ha visto mezzo mondo (su due ruote, a piedi nudi, in barca, in aereo…).
Anche lei la sa più lunga di me.

TRIPOLI, AEROPORTO – FOTO DI GRUPPO CON SIGARETTA
In Libia si fuma ancora nei posti pubblici. Nel mio gruppo di viaggio qualcuno saluta questa scoperta con l’affermazione “Finalmente un paese civile!”. Nel mio gruppo di viaggio ci sono molti fumatori accaniti. Io che sono una fumatrice sociale da dopocena – e a scrocco – mi scopro a fine vacanza a cercare una sigaretta prima di pranzo. Decido che mi devo dare una regolata.

TRIPOLI, PIAZZA VERDE
Da qualunque angolazione si guardi la piazza, che è affollata di automobili ma non particolarmente rumorosa, c’è un’immagine di LUI: Gheddafi. Sui manifesti simil-pubblicitari. Sotto il grande orologio, su un poster ancora più grande. Su uno striscione enorme affisso sul castello. Con occhiali da sole. Le mani congiunte e le braccia sollevate, in segno di vittoria. A fianco al numero 40, a celebrare la durevolezza del suo potere (il quarantennale è ricorso nel 2009). Ringiovanito. Invecchiato. Ridicolo. Mellifluo. Di plastica.

Mi sembra tremendo. Una compagna di viaggio dirà al nostro secondo passaggio in piazza: “Mi disgusta”. La capisco. Scopriremo comunque che le immagini di Gheddafi appestano tutto il paese.

POSTI ANTERIORI DI UN PULMINO – L’AUTISTA E IL POLIZIOTTO
In Libia non si può girare da soli. Ad ogni gruppo è assegnato un poliziotto di Stato. Nel mio immaginario pre-partenza era un preoccupante uomo baffuto armato di pistola. Il nostro poliziotto invece è un ragazzino. Sembra poco più grande di mio nipote diciassettenne. Non è apparentemente armato. Parla solo arabo. Anche a 30 gradi, indossa uno scuro cappotto di lana che sarebbe più adatto al protagonista di un noir francese ambientato a Marsiglia. Fuma come un turco.
L’autista sì è baffuto ma ha un’aria affidabile. A metà viaggio scopriremo che sua moglie è in ospedale e sta per partorire. Abbiamo festeggiato la sua paternità.
Sono entrambi molto gentili e verso la fine della nostra permanenza sono estremamente sorridenti. Non più cortesi, contenti.

SABRATHA – IL TEATRO SUL MARE
Tra le imponenti colonne si vede un mare azzurrissimo. Vivendo in Italia, dovrei essere abituata alle rovine archeologiche dell’Impero Romano ma Sabratha mi fa un grande effetto. C’è una piccolissima nota stonata – si vede che una parte è stata “ricostruita” con mattoni diversi. Ma complessivamente è un bellissimo sito da visitare. Mi faccio scattare una foto tra due colonne e mi sento bassa bassa.

TAJURA – LA MOSCHEA
Tajura è la città dove è nata mia madre, ma non se la ricorda: da piccolissima la famiglia si spostò a Tripoli. Ma c’eravamo tutti appisolati sul pulmino nel tragitto per arrivare e non mi sono fatta un’idea del luogo lungo la via. Visitiamo solo la moschea e do un’occhiata alle strade limitrofe. Mi sembra tutto anonimo. E anche la moschea è piuttosto brutta. Le colonne dell’interno sembrano rivestite di plastica bianca. Un mio compagno di viaggio dice che bisogna considerarla come le parrocchie di quartiere da noi. Contestualizzarne il valore funzionale. Mi convince.

INTERNO DEL PULMINO – LIBRI DI VIAGGIO
Il terzo giorno cominciamo il nostro viaggio sull’autostrada del deserto che ci condurrà a Ghadames.
Io soffro di mal d’auto da sempre e non posso leggere neanche un sms sul cellulare quando sono in movimento senza che mi venga la nausea. Quindi conto di ascoltare un po’ di musica nei lunghi tragitti. Gli altri sono molto attrezzati per la lettura. Distinguo: La cattedrale sul mare; Bambino 44; un libro sulla storia dell’Iran; l’ultimo di Richard Bach; un libro di Patterson; L’eleganza del riccio; Guida galattica per autostoppisti; un Feltrinelli e un Fazi di cui non vedo il titolo; molte Lonely Planet sulla Libia.
Una compagna di viaggio, medico di base e dirigente sanitario di un carcere, seduta accanto al marito dentista, sui 50 entrambi, legge più di tutti. Quando fa buio non desiste e indossa una lampadina da lettura in testa che la fa sembrare una bella minatrice.
In una pausa-pipì mi dirà che è una divoratrice di gialli e di Fox Crime.

Nel frattempo, io faccio una riflessione socio-economica sul fatto che due dei partecipanti al viaggio sono dentisti (il secondo è il marito della donna con le unghie laccate). La scorsa estate in Turchia avevo conosciuto un dentista di Milano. Un dentista da cui andavo anni fa mi raccontava spesso le sue lunghe e avventurose vacanze. I dentisti viaggiano, non c’è dubbio. Il mio, grazie anche ai miei soldi.

DAL FINESTRINO – CASE SVENTRATE
È un peccato che nessuno di noi sappia perché – forse per chilometri – vediamo una sequenza di case completamente sventrate. Arriviamo alla conclusione che stiano facendo spazio alla strada in costruzione. È uno scenario molto desolante. Mi ricorda un po’ qualche immagine della Calabria, ma lì le case spesso restano incompiute. Queste sembrano bombardate.

QASR AL HAJ, GRANAIO
Alcuni compagni di viaggio si arrampicano. Altri percorrono la circonferenza. Qualcuno entra e esce dalle fessure. Io mi metto al centro.
L’architettura dei granai berberi è geniale.
Di un altro che visiteremo, un compagno di viaggio, sorprendendomi, dirà: “Gaudi non ha inventato niente”. Ha ragione, sembra Gaudi.

DAL FINESTRINO – UOMO CON VANGA E CELLULARE
Su un tratto di terra brullo, un uomo dalla pelle molto scura cammina tenendo un attrezzo agricolo appoggiato su una spalla e smanettando un cellulare. È un contrasto interessante. Non c’è NIENTE intorno. Mi sembra che mi faccia un cenno di saluto mentre lo guardo ma forse me lo sono immaginato. Avrei voluto scattare davvero una foto ma non avevo la macchinetta pronta.

DAL FINESTRINO – LIBIA VERSO IL FUTURO
Il nostro percorso in pulmino è stato sostanzialmente rettilineo e pianeggiante, non ho mai avuto bisogno dell’odiata Xamamina. Nell’unico tratto di salita e curve del nostro viaggio, vediamo campeggiare sulla “facciata” di una montagna, come la scritta Hollywood a Los Angeles, una breve frase in arabo. Chiediamo all’autista e dice che significa “Libia verso il futuro” e tutta la strada poi è costellata di scritte propagandistiche di Gheddafi. Un altro che pensa di essere immortale.

GHADAMES – IO CHE CAMMINO SUI TETTI
Una mia compagna di viaggio dice che Ghadames valeva da sola la visita in Libia. L’Unesco ha dichiarato la città vecchia Patrimonio dell’Umanità. È una definizione che mi è sempre piaciuta ma che mi fa anche un po’ sorridere per altisonanza. Sembra che la città vecchia sia stata fondata 800 anni fa, e abitata fino agli anni ’80. È un capolavoro ingegneristico e labirintico circondato dalle palme. È accecantemente bianca. Sembra bassa e invece nasconde sapientemente i suoi molti livelli. Anche i tetti sono calpestabili e di notte ci si andava a dormire quando faceva troppo caldo.
Con un vago tremore alle gambe riesco ad attraversare anche un punto del tetto che richiede buon equilibrio e agilità, elementi di cui non sono mai stata molto attrezzata. La vista dall’alto mi sembra stupenda.

GHADAMES – LO SPECCHIO DELLE DONNE
Siamo su una delle terrazze di un “appartamento” della città vecchia. Sul varco che consente di rientrare in casa notiamo un piccolo specchio. La guida ci dice che di giorno i tetti erano riservati alle donne. E che se una di loro veniva richiamata in casa dal marito, controllava allo specchio di essere “a posto” prima di entrare. Si faceva bella, insomma. Com’è difficile essere donne. Penso a questo, ma anche, non so perché, al Cantico dei Cantici biblico, ricordando qualcosa sulla bellezza della sposa.

Al museo di Tripoli, giorni dopo, vedremo un’altra ricostruzione di interno di una casa tipica. Anche qui, nel salotto c’è uno specchietto di fronte al divano in cui sedeva il marito, il proprietario della casa. Lo specchietto è visibile dalla porta di ingresso della stanza. E infatti ci spiegano che il marito attraverso lo specchio indicava alla moglie quanti tè doveva servire per gli ospiti, senza che lei si mostrasse a chi era in visita. Com’è difficile essere donne, altro che Cantico dei Cantici.

GHADAMES – THELMA, LOUISE E THELMA
A Ghadames scatto davvero una foto a tre delle compagne di viaggio che più mi hanno colpito.
Forse perché anche io ho fatto qualche viaggio bellissimo con due amiche. Loro sono tra i 48 e i 60 anni e sono più in forma di me. Una è trapiantata a Roma da Pavia, lavora alla Sanità ma ha una lunga esperienza nella cooperazione internazionale e racconta sempre cose che mi interessano. Le altre sono di Napoli e hanno anche loro più cose da dire di quello che sembra. Nel fare la foto scherziamo sul fatto che è uno scatto per Vogue. Ridiamo molto.

GHADAMES – UNA CODA DI TOPO TRA I PENTOLINI DEL TÈ
A Ghadames avrei dato il mio regno per un tè. Ma nel piccolo punto di ristoro in cui lo ordiniamo, un topino razzola tra le noccioline, la menta e gli utensili sul tappeto in cui il tè è in preparazione. I miei compagni di viaggio non si scoraggiano e bevono il tè – senza noccioline e menta – sostenendo che l’acqua bollita ammazza tutto. Io non ce la faccio e cedo il mio alla coraggiosissima lettrice di gialli. Nessuno è stato male, comunque.

DAL FINESTRINO – QUASI UN MIRAGGIO
Il mio iPod suona “Amore cannibale” di Gianna Nannini, che sto rivalutando. E vedo una piccola carovana di cammelli. Mi sembra che vadano al ritmo appropriato, come fossero nel video della canzone.
Mi emoziono.
In pulmino ho ascoltato molto De Andrè. Non mi vergogno di ammettere che lo conosco ancora poco e che avevo un pregiudizio. Credo lo assocerò sempre a questo viaggio in Libia.
Quello che non ho è un orologio avanti per correre più in fretta e avervi più distanti.
Si sa che la gente da’ buoni consigli se non può dare cattivo esempio.
C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo.
L’amore che strappa i capelli.
Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare.

DESERTO, INTERNO JEEP – L’AUTISTA, VISTO DAL SEDILE DI DIETRO
Per andare nel deserto prendiamo 4 jeep con autista. Viene anche il poliziotto ma non è nella mia macchina. L’autista della mia macchina sembra un rapper americano. Ma ha scelto una musica stupenda, anche per me che di solito mi annoio con i ritmi “etnici”. Chiediamo di che si tratta, ci dice che la traduzione inglese è Fly White Fly ma non capisco se è il nome dell’artista o della canzone che ascoltiamo.

DESERTO – IL BAGNO NEL LAGO
La nostra gita nel deserto prevede una tappa alle sponde di due piccoli laghi miracolosamente fioriti all’interno. Non sono i laghi più fotografati dalle guide, che sono ben più grandi e distanti da dove siamo, ma sono molto belli. Chiedo una sigaretta a un compagno di viaggio. La fumiamo contemplando quello che abbiamo intorno. A rendere ancora più memorabile il momento, un gruppo di turisti russi festeggia rumorosamente il coraggio di un paio di loro di fare il bagno nel lago. Uno è già fuori, ad asciugarsi. L’altro fa un po’ lo sborone in acqua.

DESERTO – TRE DUNE DI SABBIA
Scioccamente, nel mio immaginario il deserto era fatto solo di sabbia, come in Lawrence d’Arabia. Mio padre, che ci ha anche lavorato per un periodo, dice sempre “Il deserto è come il mare”. Il deserto libico che ho attraversato è sostanzialmente di roccia, invece. Neanche sempre totalmente arida. Insomma, un altro affare. Ma poi siamo arrivati alle dune di sabbia e ho pensato che devo fare un altro viaggio in cui trascorrere più tempo in questo mare.

Le dune sono tre. Ci incamminiamo verso le cime, qualcuno si spinge fino alla terza, dicendo “vedo la fine di questa storia”. Io invece mi trattengo con altri sulla seconda, per stanchezza e perché anche emotivamente mi sembra di non riuscire a fare un altro sforzo fisico.

Fa anche freddino e chiedo in prestito un maglione a un compagno di viaggio (ho tenuto sempre una felpa a portata di mano anche a 30 gradi per tutta la vacanza e pensato bene di salire sulle dune in magliettina come se fossi al mare ai Cancelli di Ostia).

Ci dispiace perché il cielo si copre e temiamo di non vedere il tramonto. E invece il sole ci grazia e lo spettacolo è memorabile.
Ma sulle dune c’è anche qualche imbecille in jeep che pensa di stare sulla Parigi-Dakar e fa un gran casino con la macchina.

DESERTO – IL POLIZIOTTO IN PICCHIATA DALLA DUNA
Il nostro poliziotto impazzisce per le dune. Toglie perfino il cappotto. Si fa una grande arrampicata e poi scende in picchiata giù con grandi salti. Nei giorni successivi ho avuto l’impressione che fosse diventato più felice anche per via di questa gita nel deserto. L’ultimo giorno della vacanza è perfino andato in giro solo con una felpa. Sembra più libero.

TARMEISA – CANYONLANDS
A Tarmeisa succede una cosa incredibile. C’è un affaccio che mi ricorda una delle viste più emozionanti della mia vita: Canyonlands, nello Utah, nell’agosto 2007.
Vorrei che anche le mie compagne di viaggio di allora potessero vederlo.
Tarmeisa è una delle tappe sull’interminabile strada del ritorno da Ghadames.
Dobbiamo arrivare ad Al Khomos, da cui partiremo poi alla volta di Leptis Magna.
È buffo: quando una compagna di viaggio, alla fine della vacanza, dice che non ricorda bene l’albergo in cui ha dormito ad Al Khomos, mi accorgo che anche io farei fatica a descriverlo. Ed è un posto in cui sono stata solo pochi giorni prima. Si vede che stare su un pulmino per oltre 14 ore appanna la vista.

GHARYAN – UN CESSO ATTAPPATO
A Gharyan siamo stanchissimi ma visitiamo contenti una casa berbera dove ci offrono tè e datteri squisiti.
Io ne approfitto per andare al bagno e mi ritrovo a osservare preoccupatissima l’ascesa dell’acqua di scarico nella tazza, dopo aver tirato lo sciacquone. Per fortuna, il cesso si rivela insufficientemente attappato per allagare tutto e io esco indenne ma lo stesso un po’ provata dall’evento.
Questa è l’ultima tappa prevista del viaggio verso Al Khomos, a cui noi ne aggiungiamo un’altra per mangiare una simil-Speedy Pizza che io digerisco come per miracolo.
Si vede che stare su un pulmino per oltre 14 ore elimina gli usuali disturbi psico-somatici.

LEPTIS MAGNA – TUTTO
Leptis Magna è un posto meraviglioso. Non saprei quale immagine privilegiare del sito archeologico: se l’arco di accesso, l’imponentissimo foro, il mercato che sembra un quadro di De Chirico, le pecore che fanno ingresso nell’ippodromo…

Su suggerimento di uno dei compagni di viaggio, nel teatro antico facciamo l’esperimento raccomandato dalla Lonely Planet: salire la scalinata senza mai voltarsi per farsi travolgere solo alla sommità dalla vista del mare lasciata alle spalle.
Che bellezza.

LEPTIS MAGNA – I MIEI PIEDI NELL’ACQUA
A Leptis Magna, cercando i resti archeologici del porto, troviamo il mare.
Il coordinatore e un compagno di viaggio avevano scommesso che si sarebbero fatti il bagno. E anche se l’acqua è molto fredda, la temperatura esterna è alta e anche altri si buttano in acqua in biancheria intima.
Io mi bagno i piedi. Sento caldo da ore, non mi sembra vero.
Cazzo, devo assolutamente tornare in piscina e imparare a nuotare meglio.
La sabbia poi è finissima ed è molto facile sgrullarsela per re-infilare le scarpe.
Tra romani parliamo male della sabbia di Ostia.

TRIPOLI – ITALIANI A TAVOLA
Torniamo a Tripoli per gli ultimi due giorni di vacanza. Abbiamo mangiato complessivamente male nei pasti precedenti e si decide di tornare in una specie di pescheria-autogrill di cui si rimpiangono le grigliate della prima sera. Ma l’investimento emotivo sulla cena è enorme e viene ordinata una quantità di pesce assolutamente sproporzionata. Usciamo tutti vagamente disgustati e regaliamo teglie di avanzi di frittura di pesce all’autista, che sembra apprezzare.

Ogni viaggio di Avventure nel mondo prevede la nomina di un “cassiere” di gruppo, che qui rimane esterrefatto di fronte alla cifra del conto e chiarisce che sono stati ordinati inappropriatamente circa 15 kg di pesce (siamo 15 in tutto!).

Qualcuno dichiara che non vuole più mangiare fritto di pesce finché campa.

TRIPOLI, ESTERNO NOTTE – UN PROPRIETARIO DI ALBERGO
Io e due compagni di viaggio scambiamo qualche parola in inglese con il proprietario dell’albergo. È una specie di boss mafioso locale che possiede molti hotel. Ci parla dei suoi affari a Tripoli e fuori. Lo trovo un uomo orrendo.
Ci spiega che chiedendo alle persone giuste anche in Libia si trovano alcolici. Io penso alla compagna di viaggio che ad ogni cena sogna la birra ghiacciata.
Ci spiega che ogni tanto la polizia gli fa chiudere gli alberghi ma pagando tangenti riesce sempre a riaprirli. Adesso ha oscurato i vetri delle porte di ingresso del nostro e finge che non ci siano clienti.

Io e due compagni di viaggio vorremmo fare qualche passo a piedi intorno all’albergo prima di andare a dormire. Ma non ci sentiamo sicuri per le strade, ci sembra che le poche macchine in circolazione rallentino per osservarci. Torniamo indietro dopo pochi minuti, ripiegando su una sigaretta all’interno dell’albergo.

Il giorno dopo accade una cosa assurda: scendendo nella hall per raggiungere fuori i compagni di viaggio, trovo luci bassissime e porte di ingresso sbarrate. In inglese stentato, i ragazzi della reception mi dicono di aspettare ad uscire perché c’è la polizia e non possono far vedere che hanno le stanze occupate. Mentre mi immagino coinvolta in una retata e rivedo mia madre raccomandarmi di “non allontanarmi mai dal gruppo”, l’emergenza finisce e mi fanno uscire.
Pazzesco.

TRIPOLI, SULLE ORME DEI MIEI GENITORI
Carinamente, gran parte del gruppo accoglie la mia proposta di visitare l’ex cattedrale in cui si sono sposati i miei genitori che adesso è una moschea. L’interno è totalmente stravolto. Il campanile è diventato un minareto. Ma cerco di immaginare l’emozione di mia mamma che arriva all’altare vestita da sposa. Mi faccio anche scattare una foto sulla scalinata di accesso, che è l’elemento architettonico di cui lei mi ha maggiormente parlato.
Nell’ultima giornata di vacanza, camminiamo moltissimo, con il poliziotto in felpa al fianco.
Ci sono molti bambini per strada, anche in gruppetti senza adulti.
Ci sono pochissime donne. Anzi, in piazza Verde a colpo d’occhio non ne scorgo neanche una.

Non direi che Tripoli sia una città bella, se non per qualche scorcio: l’arco di Marco Aurelio; alcuni tratti del mercato (che si alternano a desolanti discariche cittadine); il lungomare, dove però è difficilissimo attraversare senza essere investiti da una macchina – non ci sono semafori pedonali, per lo meno di fronte al castello.

Mi chiedo se la nostalgia dei miei, soprattutto di mio padre, sia della luce che c’è in Libia nelle giornate assolate. Di un’aria che mi sembra più pulita. Ma forse è solo una nostalgia sentimentale. Di quella “leggendaria” stretta di mano con cui mia madre si scoprì innamorata di lui. Della Lambretta con cui la seguiva fino a casa, all’uscita del lavoro. Nostalgia della giovinezza.

TRIPOLI, UN TAVOLINO ALL’APERTO
Nella Medina, la città vecchia, c’è un locale simil-Starbucks in cui turisti e turiste si sentono a proprio agio a prendere un caffè. Anche noi ci abbiamo fatto diverse tappe. Nell’ultima sera, incrociamo un altro viaggiatore italiano che avevamo conosciuto nel deserto. È un tipo piuttosto presuntuoso a cui non è chiaro che non tutti hanno il privilegio di viaggiare. Mentre siamo lì, risuona il richiamo del Muezzin, ALLāhUU AkbAAAr, in tutta la sua potenza.

FIUMICINO, AEROPORTO – IL RULLO DEI BAGAGLI
Siamo allegri aspettando le valigie. Ci prendiamo un po’ in giro, ripetiamo qualche tormentone della vacanza. Un avvocato che si commuove facilmente al cinema, due coppie che hanno ripiegato sulla Libia dopo l’annullamento del viaggio alle Maldive, tre amiche dinamiche, un ristoratore alla ricerca di un cambiamento, altre due coppie di viaggiatori esperti, due donne con una separazione molto dolorosa alle spalle… magari non hanno niente in comune ma possono essere dei buoni compagni di viaggio.

Penso a questo sul divano di casa, al ritorno, e al fatto che il ricordo più vivo è la splendida luce del sole, anche se tutti mi hanno preso in giro perché ho passato tre quarti di vacanza protetta/nascosta da cappello e Ray Ban.

Poi squilla il cellulare e si riaffaccia dopo mesi una persona che ha occupato molti pensieri dell’estate passata. Siamo alle solite: tra il non-sense puro e il puro Antonioni, continuiamo a chiederci come sia stato possibile non essere riusciti ad amarci follemente. Magari è perché anche persone che hanno tutto in comune non sono capaci di essere buoni compagni di viaggio.

E adesso mi sembra di vedere anche lui come in una fotografia: appoggiato a un muro, gli occhi inafferrabili, le mani in tasca. Paralizzato non si sa bene da che.

E mi sembra di aver passato gli ultimi mesi (anni?) a cercare delle scarpe comode per prendere una nuova direzione. E di averle trovate. E aver ripreso a camminare.

Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare.


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