di Corrado Morricone

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Nasce dal web uno dei libri (uno dei pochi, a dir la verità) che più negli ultimi tempi si sia impegnato ad impallinare le affermazioni, la filosofia e le politiche del ministro dell’economia Giulio Tremonti. Sarà che per il “silete, economisti!” se la saranno probabilmente presa male, sarà che, come sostengono, hanno a cuore i numeri e i dati empirici, fatto sta che gli autori del libro (tutti economisti emigrati in America o dal passato accademico a stelle e strisce) mettono nero su bianco un pamphlet costruito su misura attorno alla figura del superministro del governo berlusconiano.
Tremonti, istruzioni per il disuso, tra l’altro, ha le sue radici già nell’opera del sito Noisefromamerika.org, che da tempo anima il dibattito politico, sociale ed economico sul web e che ha tra i propri bersagli preferiti proprio Tremonti – o, come viene ribattezzato nel libro, Voltremont, riprendendo il nome di uno dei cattivi della saga di Harry Potter.

Non aspettatevi, però, un libro di qualche comunista sinistrorso o di qualche aspirante quadro del Pd che intende mettere alla berlina la crisi sociale al tempo del berlusconismo.
In realtà, l’impronta del libro è tipicamente di destra o, come si suole dire in Italia, liberista. Oltre alle prese in giro nei confronti di Voltremont (sulle sue incomprensibili metafore, sulla banale struttura paratattica dei suoi libri, sull’enumerazione di numeri e verità apodittiche che messe insieme non vogliono dire nulla agli occhi non solo dello scienziato sociale, ma anche del semplice buon senso), il libro intende essere una critica tanto sarcastica quanto puntuale nei confronti delle ultime due fatiche letterarie tremontiane (Rischi fatali e La paura e la speranza), delle sue dichiarazioni pubbliche e delle interviste date alla stampa, così come del giornalismo italiano che poco o nulla lo critica o ridicolizza.

E’ così, quindi, che dall’analisi degli autori non solo emerge un Tremonti statalista e interventista come già conosciamo, ma anche – a loro dire – razzista e e xenofobo, insensibile alla scalata sociale delle popolazioni dei paesi emergenti che altrimenti resterebbero condannati alla miseria e alla fame.
E’ un Tremonti che, in questa descrizione, poco o nulla sa di economia, di dati empirici, di analisi della realtà su basi scientifiche, che preferisce proiettare su un nemico esterno l’immagine del pericolo nei confronti della nostra ricchezza piuttosto che cimentarsi in una seria riflessione sui mali ultraventennali della nostra economia.

Perché, però – si chiedono gli autori, che si identificano come Collettivo noiseFromAmerika – in Italia questo “Oscuro signore” non viene sbugiardato? Semplice: per un motivo o per un altro, la quasi totalità della stampa italiana (direttori e grandi editorialisti in testa) preferisce elogiare fin nei minimi dettagli il suo pensiero e la sua opera, oppure, ancor più pericolosamente, identificarlo in maniera tanto superficiale quanto indiscutibile come illustre pensatore, senza spiegare perché. Ed è così che tra gli adulatori, i critici autoreferenziali e la “cacofonia dadaista” che circonda il tremontismo, pochi si salvano (secondo gli autori, Francesco Giavazzi del Corriere della Sera, Alberto Mingardi del Riformista, Carlo Stagnaro del Foglio, un paio di altri e nulla più).

Il lato meno pericoloso di Voltremont rischia di rivelarsi, alla fine, quello ministeriale: già ferocissimi negli anni passati nei confronti di Romano Prodi, Vincenzo Visco e Tommaso Padoa-Schioppa, gli autori non lesinano critiche alle politiche economiche del ministro, dai condoni (senza moralismi) alla nuova Cassa depositi e prestiti già partorita durante il Berlusconi bis, dalla Robin Hood Tax fino al rapporto tremontiano col credito, quella operata dal “Collettivo” è una continua bocciatura, e sono solo i vincoli europei e il cordone della borsa tenuto tirato rispetto alle richieste dei colleghi di governo che rendono il Tremonti ministro meno pericoloso (ma non per questo perdonabile) rispetto al suo gemello ideologo.

Di entrambe le versioni di Voltremont, però, le soluzioni proposte al declino italiano sembrano tanto facili quanto, purtroppo, pericolose più che inutili.

di Redazione

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Antonio Tombolini, un amico di Novamag, è uno dei pionieri dell’e-commerce in Italia – con invenzioni come il sito Esperya – e un sacco di altre cose, come il capo di Simplicissimus, la società che distribuisce praticamente tutti gli eReader venduti in Italia, tranne i Kindle (e gli iPad, che, come abbiamo scritto già, non sono veri e propri lettori di libri digitali, però).

In questo post scritto il 6 febbraio, Tombolini dà la sua interpretazione della “guerra dei prezzi” sugli eBook che negli Usa ha recentemente visto Amazon piegarsi alle richieste della grande casa editrice MacMillan

Il Povero Editore, MacMillan, nei panni di Davide, riesce ad imporre ad Amazon, nei panni di Golia – dopo due anni di oppressione – la sua vittoria, nell’interesse dei buoni, di quelli cioè che non vogliono uccidere i libri, e che vogliono fare solo – oh, sì! – l’interesse degli autori e delle belle arti. A dare a Davide-MacMillan la forza per imporsi è Apple, nei panni del Buon Samaritano.

Qual era l’oppressione che Golia-Amazon imponeva a Davide-MacMillan? Approfittando del suo strapotere Golia-Amazon imponeva agli ebook del povero editore in vendita nel Kindle Store i prezzi che voleva lui, togliendo così al povero editore il controllo del prezzo del suo prodotto, e mettendo così a rischio anche – indirittamente – la remunerazione degli autori. E’ il modello wholesale, vendita all’ingrosso, in cui il dettagliante (Amazon in questo caso) chiede al fornitore (MacMillan, l’editore) il prezzo netto di acquisto a lui riservato, e poi è il dettagliato a decidere il prezzo di vendita al cliente finale.

Dopo due anni di codesta oppressione, arriva il BuonSamaritano-Apple, a proporre col suo iBooks agli editori un modello diverso, il modello agenzia: il dettagliante (iBooks di Apple, in questo caso) non compra una merce, ma funge da agente di vendita per conto del fornitore (MacMillan, l’editore), e viene da questi ripagato con una commissione, o provvigione. Qui è il fornitore-editore a decidere il prezzo al cliente finale, e l’agente-iBooks si limita a richiedere la sua provvigione.

In cosa consiste dunque la vittoria odierna di Davide-MacMillan? Costui – grazie all’appoggio del BuonSamaritano-Apple che gli dice oh, ma no, il prezzo dei tuoi ebook con me, nel nostro iBooks, lo deciderai tu! – si ribella a Golia-Amazon e riesce ad averla vinta: d’ora in poi il Povero Editore venderà i suoi ebook al prezzo che decide lui, anche nel Kindle Store di Golia-Amazon, costretto a cedere.

Ma qual è la realtà?

Chi è davvero MacMillan? Certo non un Povero Editore: è uno dei big six publishers, dei maggiori sei editori di lingua inglese, e dunque del mondo.

Grazie alla vittoria di MacMillan, i loro ebook saranno venduti nel Kindle Store a 14,99$ invece che a 9,99$: una strana forma di healthy competition, quella auspicata dal CEO di MacMillan, questa che fa lievitare del 50% i prezzi per il consumatore!

In tutta questa storia è ben strano che il mondo dei buoni (MacMillan-Apple) dimentichi del tutto che c’è un attore del mercato che forse è il caso di tenere in considerazione: il consumatore, il cliente finale, quello che alla fine mette le mani in tasca e sborsa i soldi che tengono in piedi le aziende.
E’ ben strano che MacMillan, gli editori, non capiscano che quello che detta legge, alla fine, è colui che misura il valore aggiunto, e che dunque, alla fine, sarà proprio il consumatore ad imporre il suo prezzo agli ebook: e tutti sanno – se non si vuole fingere – che perfino la soglia dei 9,99$ è già ora fin troppo alta per chi compra ebook, e viene accettata solo ora, in una fase embrionale del mercato.
Ma che a regime, diciamo entro tre anni da ora, un ebook non potrà costare più di 5$ (o 5€): se ci si possa guadagnare o no (e ci si può guadagnare sì, altroché se ci si può guadagnare!) è un problema che autori, editori e librai dovranno risolversi da loro.

A cosa condurrebbe una scelta analoga a quella di MacMillan (aumentare i prezzi degli ebook fino ai 12-15$) da parte di tutti gli editori dominanti? Ad accelerare la loro estinzione: gli autori si accorgeranno che così facendo guadagneranno di meno, semplicemente perché si venderanno meno ebook (legali). E aderiranno sempre di più alle proposte (prima tra tutte, guarda un po’, quella di Amazon) di auto-pubblicarsi, accettando di vendere a prezzi bassi i loro ebook, in cambio del 70% dei ricavi. Un signore di nome Paulo Coelho l’ha già fatto, per dire.

E allora, che resta da fare agli editori?

Un sacco di cose: anticipare quel che il mercato chiede e si aspetta, ovvero ebook a prezzi inferioni ai 5$/€, proponendoli subito, senza attendere di esservi costretti, mettendo mano subito alla ristrutturazione dei loro costi di produzione.

Ben sapendo che nel mondo degli ebook (come le major discografiche stanno dimostrando nella musica) la riduzione dei costi di produzione è più che proporzionale alla riduzione dei ricavi che comunque ci sarà. Che tradotto poi vuol dire che nel mondo degli ebook l’editore (e con lui l’autore) potrà guadagnare più di quel che guadagna ora: purché si concentri da subito sul suo mestiere di editore nel nuovo mondo, sul valore aggiunto che può rappresentare rispetto alla scelta di auto-pubblicazione.

di Redazione

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Continuiamo, o meglio continuate, a raccontare la Pantera, il movimento degli studenti – soprattutto universitari – del 1990. Oggi tocca a Massimiliano Cacciotti.

C’era la facoltà di Lettere, Università La Sapienza di Roma e io, svogliato studente fuori corso, con velleità artitico-intellettuali, a ciondolare per quelle aule.

C’erano gli studi di VideoUno, tv romana d’antan, a Monteverde, nei cui corridoi girava ancora il buon Maurizio Mannoni e noi, ragazzi di belle speranze, a sfornare trasmissioni underground, guidati da un allora ignoto Enrico Lucci, già leader grazie alla sua aria da imbecille, capace di spiazzarti e stenderti mentre eri ancora lì a chiederti se ci fa o c’è. Zero in condotta, s’intitolava la nostra rubrica, andava in onda ogni settimana per parlare di “noiggiovani”.

C’era la voglia di partire per Berlino, che in quel momento pareva ombellico del mondo: un muro da sgretolare a poco a poco e tante certezze che andavano in fumo, come presto avrebbero fatto i vecchi atlanti De Agostini con due Germanie e una sola URSS.

C’era la Storia, quella con la maiuscola, che ci passava vicino e io, per la prima volta, che me ne rendevo conto.

Però per me c’era soprattutto Lei (d’altronde il riflusso dava già da un decennio la priorità al privato).

Lei era il volto meraviglioso di Betta, Lei era il suo perfetto corpo unoeottanta, Lei era quella sua aria post-freak da “Age of Aquarius”, che l’epoca aveva costretto a riciclarsi in modella edonista, in essere insostenibilmente leggero, che utilizzavo per le mie paturnie artistiche da fotografo semi-professionista.
Lei era la promessa di felicità. Lei era tutto questo e molto altro ancora, anche se qualcosa, ormai, aveva smesso di funzionare. La magia sbiadita, il rapporto stanco, sembravano annunciare l’imminente arrivo della nostra Bolognina: un cambio di rotta, una separazione annunciata eppure traumatica, malinconica, col contorno di qualche lacrima.

Intanto, nell’overdose di eventi epocali a cui giornali e tv ci stavano sottoponendo da mesi, come una boccata d’aria, quasi fosse un pezzo di poesia fra tante pagine di prosa, era apparsa quell’incongrua pantera avvistata dalle parti del Raccordo Anulare, presenza inquietante e terribile, nata come trafiletto in cronaca, presto promossa in prima, con tanto di foto e firme di spicco, affascinante e un po’ ridicola, com’è sempre ogni leggenda metropolitana.
“Pare sia passata anche dalle parti di casa tua”, dissi. “Ma tu ci credi davvero a ‘sta pantera?”, mi fece Betta un po’ scettica. “Forse no, ma sarebbe bello crederci”.
Non sapevo ancora che in quella risposta, buttata lì alla svelta, tanto per chiudere l’argomento, ci fosse dentro una filosofia di vita, il racconto sintetico di una generazione.

C’era fermento, a Lettere. Anche se frequentavo poco, non potevo non accorgermene. E poi in redazione, a VideoUno, stavamo decidendo il da farsi, il chicomequando dovesse seguire l’argomento.
Enrico giocava un doppio ruolo: lui era in ogni assemblea, occupante occupatissimo, ma anche in tutti i servizi della nostra trasmissione, indubbiamente il più talentuoso, pure se ci guardavamo bene dall’ammetterlo. Io, invece, mi sentivo anche allora, come sempre, troppo artista e troppo filosofo per sporcarmi le mani, fino in fondo, con la politica o con la tv. Per quell’occupazione, certo, simpatizzavo, ma da osservatore esterno, che continuava ad occuparsi solo di mostre e di spettacoli.
“Le vere rivoluzioni si fanno con la cultura”, ho sempre detto per giustificarmi e, in fondo, non avevo neanche tutti i torti.
Certo, però, la verità vera è che sapevo di poter perdere Betta e ogni minuto in più con lei era per me prezioso. Se quindi l’alternativa era fra un aperitivo a due e un’assemblea ala Sapienza, il dubbio neanche si poneva. E mentre, via fax, il tam tam rimbalzava da una facoltà all’altra, in ogni angolo d’Italia, mentre il nome “Pantera” era ormai apparso anche in tv, non solo a indicare quel felino misterioso avvistato a Roma, ma anche i tanti inafferrabili ragazzi che soggiornavano stabilmente nelle Università, è vero sì che io non mi perdevo un laboratorio di pittura o di scrittura creativa, di quelli autogestiti organizzati in facoltà, che ammiravo estasiato i murales un po’ ingenui dipinti sui muri di Lettere e Filosofia, che ballavo i ritmi etnici e ska delle feste serali organizzate dagli studenti.
Ma alle assemblee e ai dibattiti mai, per nessuna ragione al mondo.

Fu così che invitai anche Betta quella sera, alla festa afro, tra i fiumi di birra e la puzza di fumo che accompagnava sempre ogni occupazione. Lei era bellissima: più unoeottanta ed “Age of Aquarius” di quanto l’avessi mai immaginata. E, nel corpo pulsante di quella “Pantera”, il nostro fu un bacio indimenticabile e dolcissimo, interminabile. Era anche il nostro canto del cigno, ma ancora non lo sapevamo, perché quella sera Lei per me era l’eterna felicità, che mi pareva aprirsi all’orizzonte. Era l’inversione di rotta. Era il rendersi concreto di una promessa sempre rimandata al futuro. Era la fine delle ideologie e l’inizio del paradiso in terra. Era la fantasia al potere. Era la “Pantera”.

Poi, il fuoco di paglia cominciò rapidamente a spegnersi. Le occupazioni finirono, sgombrate insieme alle feste afro. Anche VideoUno, di lì a poco, avrebbe perso appeal e cambiato nome, come il suo partito di riferimento. La nostra rubrica chiuse. Di Betta per un po’ non seppi nulla, tranne che (a suo dire) aveva trovato un altro, come scrisse in quel suo fax.

Nell’estate del ’90, mentre Schillaci infiammava lo stivale, io barcollavo triste, conscio della fine di un epoca, cui la testa di Caniggia e i rigori ancora una volta sbagliati, negarono anche un possibile contentino.

La rividi solo diversi anni dopo. Mannoni era da tempo a RaiTre. Lucci irrorava ironia e cazzate da bravo giornalista post-moderno. Lei, invece, era sempre quella “Age of Aquarius” di una volta, appena un po’ invecchiata, ma ancora bellissima. “Ma come si fa a votare uno come Berlusconi?”, mi chiese, fra tanti discorsi, quella sera. Facemmo di nuovo l’amore, prima di perderci ancora al sorgere del sole.

Passarono altri anni di silenzio. Un pomeriggio del nuovo millennio, a Piazza del Popolo, il suo ampio vestito a fiori fu l’unico segnale che mi ricordò la sua bellezza di un tempo: “Vivo in campagna come avevo sognato e, ti assicuro, è un’enorme rottura di palle”.
Il suo sguardo era triste, perso, un’immagine fuori tempo e fuori luogo, una “Baby Jane” sfiorita, soffocata da troppa infelicità. Sparì di nuovo alla mia vista, imboccando il corridoio del metrò. Non ne seppi più nulla.

Betta resta per me un’immagine irreale e lontana, una promessa incompiuta, un sol dell’avvenire dietro le spalle, proprio come quell’epoca di sogni e delusioni, come quella pantera, promessa e minaccia mai concreta e mai svanita, apparsa e poi scomparsa tra le campagne romane, quasi fosse una figura mitologica, che ha smesso da tempo di essere cronaca, che non è mai riuscita a diventare storia, ma che forse per questo è già letteratura.
Proprio come tutto quello che vi ho detto, così terribilmente vero, fin nei dettagli, così autentico, inutile, banalmente mio, eppure al tempo stesso irreale, leggendario, utopico. Perché così sono i sogni. Così sono le Pantere. Ti azzannano, ti baciano, spariscono, sfioriscono e non saprai mai perché.

Massimiliano Cacciotti


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