di Simona Palenga
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Queste foto sono state scattate dalla nostra Simona Palenga a metà febbraio ad Haiti, dove coordina un accampamento per i senza casa del terremoto del gennaio scorso.
Il 18 febbraio nel campo abitavano circa 1.800 famiglie, su una superficie usata per anni come discarica nel cuore di Port-au-Prince, ai margini dell’arteria che collega la collina di Petionville verso la costa: Delmas.
“La maggior parte delle famiglie ha perso la casa che, comunque, aveva solo in affitto. Non hanno molto interesse nel tornare a pagare l’affitto. Sono in balia di Gesù Cristo e del Governo haitiano”, scrive Simona. “Ed entrambi non sembrano avere materiali per la costruzione in quattro e quattr’otto di alloggi temporanei o semi permanenti”.
“E nemmeno attrezzatura per ripulire le macerie: secondo alcuni basterebbe per riempire una fila di camion da qui a Mosca e ritorno. Senza contare i calcinacci delle case che sono ancora in piedi, ma che dovranno essere abbattute”.
di Luca Colombo
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Potrebbe essere una nuova sceneggiatura di Romero: morti e sepolti lontano dall’attenzione di cronisti e opinione pubblica, gli OGM hanno scoperchiato con rumore i sepolcri cui sembravano destinati e hanno ripreso il loro brancolante cammino sulle pagine dei giornali, nei Tg e nei contenitori televisivi e radiofonici ancora in condizione di informare. E l’appropriata colonna sonora è inevitabilmente “Thriller”, perché la trama è ancora appesa a un filo.
La prima urna a saltare si scoperchia sulle pagine della “Stampa” il 17 gennaio scorso, quando viene annunciato, come fosse un blitz in clandestinità, che Regioni e Stato centrale il 28 gennaio successivo si accingono ad approvare un accordo sulle cosiddette “linee guida sulla coesistenza”. Il titolo apriva la strada a un refrain di successo: “L’Italia sdogana gli OGM”, esattamente lo stesso verbo e concetto replicato a oltranza da agenzie e testate giornalistiche in occasione della ‘storica’ decisione sulla patata transgenica, questa volta in salsa europea.
In realtà, il processo italiano rappresentava semplicemente il compimento di un lungo iter negoziato tra le regioni, e poi tra queste e il ministero dell’Agricoltura, sotto il monitoraggio attivo di diverse controparti sociali, teso a imbrigliare dentro un quadro di regole tendenzialmente rigorose le coltivazioni transgeniche, altrimenti a rischio di essere liberate nella ‘terra di nessuno’.
Forse l’articolo della “Stampa” non aveva pretese di scoop, ma raggiunge l’obiettivo di far saltare il tavolo tra Stato e Regioni, accadimento di cui lo stesso giornale ci informa il 23 gennaio: le elezioni sono troppo vicine per ‘sdoganare’ gli OGM, e il ministro Zaia, doppiamente parte in causa come responsabile del dicastero dell’agricoltura e come candidato governatore, incontra gli stessi timori fra assessori e governatori regionali.
Nel frattempo qualcuno nascondeva le carte: infatti quattro giorni prima, il 19 gennaio, il Consiglio di Stato aveva emesso una sentenza in cui imponeva al Ministero dell’Agricoltura di completare entro 90 giorni gli atti relativi alla semina di varietà transgeniche. Avvocatura di Stato e qualche poco solerte dipendente del ministero dell’Agricoltura, le controparti legale e amministrativa dell’agricoltore friulano fan del seme manipolato, avranno pure recepito la sentenza, ma nulla è stato dato sapere, nulla ha raggiunto la superficie, come se quel movimento carsico degli zombi transgenici avesse ripreso il suo corso.
Se ne viene a conoscenza solo il 29 gennaio, quando ormai le regole di salvaguardia contenute nell’accordo sulla coesistenza sono state nuovamente seppellite.
Scoppia il panico e le rotative dei giornali prendono a macinare OGM a pieno regime. Tra il giubilo rumoroso dei patiti del transgenico e il disorientamento del vasto raggruppamento istituzionale e sociale che si oppone all’agricoltura geneticamente modificata è un turbinio di dichiarazioni, commenti, interviste, richieste di smentita. Qualcosa che tra movimenti scoordinati e scene di massa ricorda da vicino il video di Michael Jackson. Provvedimenti a tutela dell’agricoltura italiana libera da OGM vengono annunciati, ma restano ad oggi ancora spiriti impalpabili.
Si arriva così alla patata Amflora. Ed è il botto. Prime pagine di giornali, lunghi servizi dei Tg, interviste a prestigiosi luminari della scienza, le associazioni ecologiste ritrovano qualche faro puntato su di loro e sulle vicende ambientali ormai neglette, le associazioni agricole –mai coese nella storia patria- che si fronteggiano tra qualità e innovazione, tra libertà di semina e ricerca e libertà dalle contaminazioni genetiche. Addirittura si assiste a una querelle interna al Vaticano per interposta stampa, con la bolla papale vergata sulle pagine dello “Osservatore Romano” che ribadisce la non posizione in materia della Chiesa (pur facendo capire che se siamo arrivati a superare il miliardo di affamati a 15 anni dalle prime coltivazioni biotech, miracoli non sembrano farne).
Telegiornali, radio, siti o giornali, financo la free press, impediscono di ignorare che ‘gli OGM sono tornati’. Tornati sui media e nella discussione politica, ma ‘gli OGM non sono tra noi’, nonostante Monsanto, Basf o anche Romero e il re del pop. Sono al massimo nelle mangiatoie animali dove la soia transgenica prevale, ma non sugli scaffali, non sulle mense e non nei campi, soprattutto in quelli italiani, ma neanche in quelli europei, dove arretrano quasi come zombie trafitti dalla troppa luce. Perché anche gli horror possono avere un lieto fine.
di Luca Colombo
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Quando si parla di Italia e di OGM sembra si evochi la battaglia di Fort Alamo: il lungo assedio, la difesa eroica e la inevitabile capitolazione. Un Paese accerchiato da piante transgeniche, ormai allo stremo e dalle difese indebolite dall’assenza di un progetto forte sul suo modello di sviluppo agroalimentare e addirittura minato all’interno da un Vaticano miracolosamente tecnofilo.
Così è parso quando è sembrato prossimo il varo di norme di coesistenza che ammetterebbero la coltivazione di OGM nel nostro Paese, così sembra quando si parla del loro utilizzo in zootecnia e così si crede con rassegnazione a seguito della sentenza del Consiglio di Stato che, su ricorso di un agricoltore friulano, fan del seme del futuro, impone al Ministero dell’Agricoltura di stabilire i termini di coltivazione transgenica.
Il Tribunale amministrativo, nel dire agli accerchiati che le mura di cinta sono fuori norma edilizia e vanno abbattute, è intervenuto per sciogliere quella che definisce “l’inerzia dell’Amministrazione” a licenziare i criteri di autorizzazione alla coltivazione di varietà di mais geneticamente modificato, bloccati in attesa del varo delle norme di coesistenza chiamate a regolamentare semine e raccolti OGM.
Il Consiglio di Stato obbliga pertanto il Ministero dell’Agricoltura a “provvedere sull’istanza di autorizzazione, entro un termine di novanta giorni”, ma la decisione non è da interpretare a senso unico sia in punta di diritto che de facto: non è quindi, necessariamente, l’ariete di sfondamento.
L’Italia è allora novella David Crockett, l’ultimo giapponese a difesa dell’isola libera da OGM?
Le coltivazioni di OGM in Europa sono estremamente contenute entro un numero di ettari che sarebbero compresi nella sola superficie del Comune di Roma, lo stesso bacino del Mediterraneo è indenne (con la sola eccezione dell’Egitto), numerosi Paesi comunitari hanno ribaltato le loro aperture al transgenico (Francia e Germania, tanto per citare due dei principali Stati agricoli dell’Unione), il pro-biotech Presidente della Commissione Europea Manuel Barroso si dice pronto a considerare il principio sovranista del divieto nazionale alla coltivazione di OGM.
Nella stessa Italia, non sembra che la questione goda di particolare considerazione governativa, tanto più finita la stagione del sodalizio con l’Amministrazione Bush che tanto spingeva per convincere il buon alleato ad abbracciare le sementi geneticamente modificate. La stessa sentenza del Consiglio di Stato, è stata accolta da uno strano silenzio dei tanto ciarlieri ministri, con l’eccezione delle roboanti dichiarazioni del ministro Luca Zaia, in rampa di lancio per la Presidenza del Veneto, cui dovrebbero seguire coerenti atti interdittori.
Le forze assedianti sembrano piuttosto impalpabili, si direbbe.
Fallito l’assedio resta però il Cavallo di Troia friulano al cui interno si nascondono interessi molto concreti, sia italiani che inter- o multi-nazionali: lo segnalava lo stesso Dipartimento dell’Agricoltura statunitense quando a metà gennaio licenziava un rapporto di fonte Ambasciata USA in Italia, in cui si diceva che il popolo italiano dovrebbe essere educato all’apprezzamento degli OGM e che in definitiva si rivelava già abbastanza malleabile.
L’Italia è d’altronde preda simbolica ben più importante dei miseri fatturati che si realizzerebbero anche qualora si sbloccassero realmente le semine transgeniche.
Gli eserciti erano soliti prendere per fame gli assediati, privi di approvvigionamenti dalle campagne: adesso non si vede l’ora di far loro mangiare il proprio pasto generato da campagne trasformate in bottino, seppur di pochi ettari.