di Massimiliano Di Giorgio
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Talvolta, a leggere le dichiarazioni di alcuni esponenti politici, sembra che in Italia la guerra civile 1943-45 – la cui esistenza del resto è stata riconosciuta a fatica e da pochi anni – non sia mai terminata davvero, anche se continua a scarsa intensità e soprattutto a livello verbale.
Certo, sentire volare parole grosse è sempre meglio che udire i colpi di fucile. Ma un lettore straniero, mediamente acculturato, come potrebbe aver interpretato, nella vicenda delle elezioni regionali italiane, le parole di qualche giorno fa del ministro della Difesa? “Noi attendiamo fiduciosi i verdetti sulle nostre liste, ma non accetteremo mai una sentenza che impedisca a centinaia di migliaia di nostri elettori di votarci alle regionali. Se ci impediscono di correre siamo pronti a tutto”, ha detto Ignazio La Russa dopo lo scoppio della vicenda legata all’esclusione della lista del Pdl nel Lazio e del “listino” Formigoni in Lombardia.
E quelle di un ex magistrato ed ex ministro, tra i principali leader dell’opposizione? “Non si tratta di interpretazione, ma di un palese abuso di potere che in uno Stato di diritto andrebbe bloccato con l’intervento delle forze armate al fine di fermare il dittatore”, ha commentato venerdì sera Antonio Di Pietro il decreto legge varato dal governo di Silvio Berlusconi per cercare di risolvere la questione delle liste escluse.
(Viene da chiedersi: se in un paese civile, e l’Italia non lo sarebbe stando al ragionamento del leader dell’Idv, intervengono le forze armate, in uno sottosviluppato che può succedere?).
Poi Di Pietro ha abbassato i toni, nel senso che si è limitato “solo” a proporre l’impeachment per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, reo di aver firmato il famoso “decreto interpretativo”. Come se l’impeachment fosse cosa di tutti i giorni e se qualcuno avesse già dichiarato l’incostituzionalità del provvedimento (oltre al fatto, tutto sommato trascurabile, che il centrodestra gode di un’ampia maggioranza parlamentare…).
D’accordo. Qualche lettore dirà che gli stranieri, soprattutto i nostri concittadini europei, sanno benissimo che siamo degli inguaribili burloni e che il nostro è il Paese delle tragicommedie. Anche se forse, mentre è scoppiato il dramma delle finanze greche, qualche dubbio emerge anche su quelle di altri paesi – Italia inclusa – ed è in corso una pressione speculativa sull’euro, forse sarebbe meglio evitare certe uscite.
E poi, chiaramente, siamo nel 2010, non nel 1943, e il fascismo non c’è più da tempo (anche se l’epiteto è sempre in voga, soprattutto se riferito all’attuale governo di centrodestra).
Però, giova sempre ricordare che la storia della Repubblica italiana è stata percorsa dalla violenza: spesso sotto traccia, in modo quasi impalpabile; altre volte in modo tragicamente evidente, con le bombe e i morti. Abbiamo collezionato una serie di stragi, omicidi, rapimenti, sabotaggi, organizzazioni clandestine, progetti eversivi, sospetti di influenze e interventi stranieri che fin qui hanno ispirato pochi autori di gialli, in fondo, ma la cui “vulgata” è piuttosto diffusa tra l’opinione pubblica, anche se declinata in modo diverso a sinistra e a destra. E questa vulgata dice che siamo il Paese dei complotti ( che siano quelli della Dc e della Cia prima o quelli della sinistra – e dei magistrati e della Cia, dice perfino qualcuno quando parla di Di Pietro – contro Silvio Berlusconi dopo fa lo stesso, in fondo).
Dunque, il timore che una “sollevazione” pacifica e democratica possa provocare un rigurgito di oscura violenza è del tutto comprensibile. Basti solo pensare a quello che è successo a Genova nel 2001, anche stando soltanto alle sentenze già pronunciate dai tribunali sui fatti di Bolzaneto o della scuola Diaz.
Ma, lo stesso, si continua a giocare col fuoco, con le parole e anche con le emozioni dei cittadini.
Se il Pdl è in difficoltà, con il governo sceso al minimo storico dei consensi (il 39%, dice un sondaggio Ispo per il “Corriere della Sera” pubblicato ieri), dopo la questione delle liste escluse per irregolarità, il Pd – che pure è in risalita nei poll elettorali – rischia di rimanere stritolato tra i richiami al realismo e il timore del proprio elettorato.
Da un parte accusa il governo di violare le regole, dall’altra difende il presidente della Repubblica che pure ha firmato proprio il decreto che le violerebbe. E organizza, con tutto comodo, una manifestazione il 13 marzo, di sabato, come fosse una delle tante “passeggiate” anti-Berlusconi a cui ci ha abituati da oltre 15 anni l’opposizione di centrosinistra.
Lo stesso Napolitano si sente addirittura in dovere di rispondere sul sito web del Quirinale a “cittadini” che lo tirano per la giacca – come si dice -, difendendo anche politicamente il decreto, e spiegando che invece la precedente bozza presentata dal governo, quella sì che era incostituzionale. Ora ci si deve dunque aspettare che il capo dello Stato giustifichi sul Quirinal-blog tutte le prossime firme o non firme del prpprio mandato?
Anche i radicali, che hanno sempre combattuto la battaglia per le regole, con ostinazione, talvolta in modo quasi maniacale, sembrano contribuire ad alimentare la confusione, facendo trapelare l’idea che la candidata presidente del Lazio per il centrosinistra, Emma Bonino, potrebbe ritirarsi per protestare contro l’azione del governo.
Come le dimissioni, anche i ritiri non si annunciano: ci si ritira. E se per una presunta violazione della legge da parte di alcuni comuni italiani – sulla raccolta delle firme per la presentazione delle liste elettorali – Bonino ha lanciato lo sciopero della fame e della sete, per un preteso atto incostituzionale da parte del governo cosa dovrebbe fare? Lanciare una campagna disobbedienza di massa? Ci si potrebbe anche interrogare sulla legittimità di tale protesta, ma non serve, perché non accadrà.
In paesi che citiamo sempre come esempi di democrazia sono successe cose anche peggiori di quella di cui discutiamo in questi giorni. In Francia, per esempio, alla fine degli anni 50 ci fu una crisi costituzionale che portò alla presidenza il generale Charles De Gaulle, ma nessuno lo chiamò, né lo chiama, golpe – anche se forse ce ne sarebbe più di una ragione – come del resto per decenni nessuno ha chiamato “guerra” quella d’Algeria. Negli anni del mitterrandismo, il governo di sinistra ritagliò i collegi elettorali in base ai risultati di voto e modificò la legge elettorale in senso proporzionale per aiutare il Fronte Nazionale a rubare voti alla destra repubblicana.
Nel 1975, il governatore generale dell’Australia – cioè il rappresentante della monarchia del Regno Unito, nominato dalla regina Elisabetta II – destituì il premier laburista in carica, sostenuto da una maggioranza parlamentare, dando l’incarico al capo dell’opposizione conservatrice. Una decisione possibile in teoria, ma che in pratica suonò come una violazione grave delle consuetudini e del “contratto” politico.
Negli Stati Uniti, nel 2001, Al Gore decise di accettare il risultato elettorale, nonostante i pesantissimi dubbi su scorrettezze, errori e veri e propri brogli, riconoscendo la vittoria di George Bush junior.
In questi casi, l’opposizione non si è sollevata, non ha chiesto l’intervento dell’esercito, non ha minacciato di salire sull’Aventino (forse, anche per paura di quel “rigurgito di oscura violenza” di cui sopra, chissà). L’opposizione ha protestato, poi si è rimboccata le maniche e, presto o tardi, ha realizzato l’alternanza.
Il caso italiano è probabilmente diverso, non solo perché l’Italia ha conosciuto il fascismo e dunque in teoria dovrebbe essere costituzionalmente vaccinata contro la dittatura, come dirà qualcuno.
Negli anni 70 Enrico Berlinguer lanciò l’idea di un “compromesso storico” dopo aver riflettuto sulla vicenda del Cile, uno dei paesi più democratici e stabili dell’America Latina che fu però rovesciato da un golpe militar-fascista. Berlinguer aveva il timore che qualcosa del genere potesse succedere in Italia – dove la strategia della tensione” era cominciata già dalla fine degli anni 60 – e dunque immaginò un processo di riforme condivise, un quadro di sviluppo politico che portasse a collaborare i due grandi filoni politici della storia nazionale, la sinistra e il partito cattolico, per evitare rischi sudamericani.
Ma Berlinguer – che è morto nel 1983 – non avrebbe mai potuto immaginare di avere a che fare con un potere come quello di Silvio Berlusconi. Da anni l’Italia ha un leader politico che assomma non solo un potere economico e un’influenza mediatica enormi, ma che ha modificato numerose legge per sfuggire a quello che definisce un “complotto” della sinistra e della magistratura contro di lui. Lo ha fatto in modo lecito, da un punto di vista formale. Perché è la politica che fa le leggi, e non la magistratura.
Il “decreto interpretativo” della scorsa settimana va nella stessa identica direzione “culturale”, è figlia della stessa ideologia maggioritaria. E’ probabilmente legittimo (anche se a dirlo definitivamente sarà la Corte Costituzionale, quando in ogni caso sarà troppo tardi), ma è moralmente discutibile, perché giustifica non l’aggiramento costante delle regole, ma direttamente il cambiamento delle regole che possono essere d’ostacolo.
Tutto questo è fascismo? E’ dittatura? Se sì, come insistono a dire alcuni esponenti dell’opposizione (Angelo Bonelli, dei pur minoritari Verdi, ha detto: “La democrazia in Italia non esiste più. A questo punto dopo un atto di vera e propria pirateria istituzionale compiuto da fascisti al governo bisogna fermare le elezioni”), ma anche tanti “liberi cittadini” sul web, allora sarebbe normale, coerente, attendersi un qualche tipo di resistenza democratica, nonviolenta o meno che sia.
Ma se poi nei comportamenti abituali tutto continua come prima, c’è la campagna elettorale da condurre, la dichiarazione da fare al tg, o i normali problemi della vita normale di tutte le persone normali, militanti e simpatizzanti inclusi, i figli da andare a prendere a scuola, il lavoro, il mutuo, i parenti a cena, la palestra, la stanchezza e in fondo a tutto, poi, la delega a qualcuno, allora o questo fascismo è benevolo, o la democrazia è sempre più simile a un gruppo su Facebook, dove basta cliccare “mi piace”, oppure, in fondo, a vincere è quell’inconfessabile paura del “rigurgito oscuro”.
di Corrado Morricone
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Nasce dal web uno dei libri (uno dei pochi, a dir la verità) che più negli ultimi tempi si sia impegnato ad impallinare le affermazioni, la filosofia e le politiche del ministro dell’economia Giulio Tremonti. Sarà che per il “silete, economisti!” se la saranno probabilmente presa male, sarà che, come sostengono, hanno a cuore i numeri e i dati empirici, fatto sta che gli autori del libro (tutti economisti emigrati in America o dal passato accademico a stelle e strisce) mettono nero su bianco un pamphlet costruito su misura attorno alla figura del superministro del governo berlusconiano.
Tremonti, istruzioni per il disuso, tra l’altro, ha le sue radici già nell’opera del sito Noisefromamerika.org, che da tempo anima il dibattito politico, sociale ed economico sul web e che ha tra i propri bersagli preferiti proprio Tremonti – o, come viene ribattezzato nel libro, Voltremont, riprendendo il nome di uno dei cattivi della saga di Harry Potter.
Non aspettatevi, però, un libro di qualche comunista sinistrorso o di qualche aspirante quadro del Pd che intende mettere alla berlina la crisi sociale al tempo del berlusconismo.
In realtà, l’impronta del libro è tipicamente di destra o, come si suole dire in Italia, liberista. Oltre alle prese in giro nei confronti di Voltremont (sulle sue incomprensibili metafore, sulla banale struttura paratattica dei suoi libri, sull’enumerazione di numeri e verità apodittiche che messe insieme non vogliono dire nulla agli occhi non solo dello scienziato sociale, ma anche del semplice buon senso), il libro intende essere una critica tanto sarcastica quanto puntuale nei confronti delle ultime due fatiche letterarie tremontiane (Rischi fatali e La paura e la speranza), delle sue dichiarazioni pubbliche e delle interviste date alla stampa, così come del giornalismo italiano che poco o nulla lo critica o ridicolizza.
E’ così, quindi, che dall’analisi degli autori non solo emerge un Tremonti statalista e interventista come già conosciamo, ma anche – a loro dire – razzista e e xenofobo, insensibile alla scalata sociale delle popolazioni dei paesi emergenti che altrimenti resterebbero condannati alla miseria e alla fame.
E’ un Tremonti che, in questa descrizione, poco o nulla sa di economia, di dati empirici, di analisi della realtà su basi scientifiche, che preferisce proiettare su un nemico esterno l’immagine del pericolo nei confronti della nostra ricchezza piuttosto che cimentarsi in una seria riflessione sui mali ultraventennali della nostra economia.
Perché, però – si chiedono gli autori, che si identificano come Collettivo noiseFromAmerika – in Italia questo “Oscuro signore” non viene sbugiardato? Semplice: per un motivo o per un altro, la quasi totalità della stampa italiana (direttori e grandi editorialisti in testa) preferisce elogiare fin nei minimi dettagli il suo pensiero e la sua opera, oppure, ancor più pericolosamente, identificarlo in maniera tanto superficiale quanto indiscutibile come illustre pensatore, senza spiegare perché. Ed è così che tra gli adulatori, i critici autoreferenziali e la “cacofonia dadaista” che circonda il tremontismo, pochi si salvano (secondo gli autori, Francesco Giavazzi del Corriere della Sera, Alberto Mingardi del Riformista, Carlo Stagnaro del Foglio, un paio di altri e nulla più).
Il lato meno pericoloso di Voltremont rischia di rivelarsi, alla fine, quello ministeriale: già ferocissimi negli anni passati nei confronti di Romano Prodi, Vincenzo Visco e Tommaso Padoa-Schioppa, gli autori non lesinano critiche alle politiche economiche del ministro, dai condoni (senza moralismi) alla nuova Cassa depositi e prestiti già partorita durante il Berlusconi bis, dalla Robin Hood Tax fino al rapporto tremontiano col credito, quella operata dal “Collettivo” è una continua bocciatura, e sono solo i vincoli europei e il cordone della borsa tenuto tirato rispetto alle richieste dei colleghi di governo che rendono il Tremonti ministro meno pericoloso (ma non per questo perdonabile) rispetto al suo gemello ideologo.
Di entrambe le versioni di Voltremont, però, le soluzioni proposte al declino italiano sembrano tanto facili quanto, purtroppo, pericolose più che inutili.
di Redazione
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di Dorian Benkoil / Per anni i digerati (nome preso dall’omonimo libro scritto da John Brockman che si occupa, tramite interviste o profili, di un gruppo di intellettuali, imprenditori, uomini di affari costituenti la nuova élite tecnologica che trova il suo spazio di azione nel cyberspazio) hanno dichiarato l’inutilità delle email.
Già nel 2003, gli esperti dicevano che i feed RSS (formati per la distribuzione di contenuti online) avrebbero sostituito la posta elettronica. Nel 2007 Wired e CNET sostenevano che le giovani generazioni utilizzavano la messaggistica istantanea, Facebook e Myspace al posto delle email. Più recentemente, sul periodico PC Magazine, John Dvorack ha proclamato “I 9 motivi per cui l’email è morta”, e il Wall Street Journal ci ha spiegato “Perché l’email non è più predominante”.
Quelli che fanno pronostici danno la colpa al fastidio causato dalle spam, alle difficoltà di inviare messaggi multipli con i firewall aziendali (e di averli privi di HTML o di grafica), e al fatto che un flusso eccessivo in entrata stia portando le persone a prestare sempre meno attenzione alle email ricevute.
E’ vero che le media company – aziende che si occupano di comunicazione di massa, ma oggi non si occupa ogni azienda di comunicazione di massa? – devono prestare grande attenzione a importanti piattaforme sociali quali Twitter e Facebook, ma non dovrebbero sottovalutare il potere di righe ben congeniate che arrivano direttamente a chi si iscrive ad una mailing list.
Ecco qualche esempio tratto dalla mia esperienza personale e anche qualche dato che aiuterà a sostenere la mia tesi che l’email è viva e vegeta.
NON SOTTOVALUTATE LE NEWSLETTER
Un nostro socio recentemente ha sottolineato che noi non dedichiamo molte energie alle strategie di comunicazione per email dei clienti perché le persone sono “sovraccariche di email”. Ma a 4 settimane dal lancio, più del 5% dei visitatori del sito di un cliente si erano iscritti alla mailing list. La lista continua a crescere rapidamente e credo che le persone iscritte siano tra i seguaci più fedeli del sito.
Un altro esempio recente risale a quando il rappresentante di un potenziale sponsor di MediaShift espresse interesse per i nostri banner pubblicitari, ma mi disse che erano molto interessati a conoscere le opportunità offerte dalla nostra newsletter. Secondo questo rappresentante, lo sponsor trovava che l’email fosse il mezzo di comunicazione più efficace.
“Oggi l’email è probabilmente il mezzo di comunicazione più efficace a disposizione degli editori, soprattutto perché ha già un livello alto di diffusione”, ha detto per email Chris Sturk, managing editor del gruppo di consulenza editoriale Mequoda Group.
Per un editore, la pubblicità per email, che per legge richiede il consenso dell’utente ed ha quindi un target molto più definito rispetto ad altri formati pubblicitari, tende ad avere un ricavo più alto a livello di utente che le pubblicità online. Inoltre consente un livello di design e di destrezza linguistica che è impossibile da ottenere in una piattaforma sociale come Twitter o Facebook.
Ho potuto notare picchi di traffico nei siti, nelle ore e nei giorni successive all’invio di una newsletter. L’email permette di conservare i messaggi sul server, senza doversi affidare alla sicurezza e all’invio dei social network attraverso i quali vengono inviati. Si possono utilizzare i dati relativi alle percentuali di apertura delle email (la percentuale di quelli che hanno ricevuto un’email e l’hanno realmente aperta), di clic su un link e di messaggi che tornano indietro (ad esempio, quando un indirizzo email non è più valido), senza preoccuparsi che l’informazione sia sicura. Inoltre, con le email la privacy degli utenti può essere protetta meglio.
“Nella comunicazioni professionali, spesso si desidera utilizzare con i clienti un canale riservato, specialmente se si tratta di scambio di denaro” afferma Sturk. “L’email offre questa privacy, mentre i social network sono principalmente aperti a tutti”.
Anche il numero di iscritti dimostra che l’email non è in declino: dall’agosto 2008 all’agosto 2009, il numero degli utenti è cresciuto del 21%, raggiungendo i 276,9 milioni di persone tra Stati Uniti, diversi paesi europei, Australia e Brasile. Mentre, afferma Sturk, la percentuale di invii e di aperture è rimasta relativamente invariata.
I SOCIAL NETWORK RENDONO LE EMAIL PIU’ EFFICENTI
E’ vero, quando si parla di traffico verso i siti internet, Facebook, Twitter e altri siti di questo tipo stanno scalando le classifiche. Ma le indagini condotte dalla società di ricerche di marketing Marketing Sherpa rivelano che gli utenti considerano i social network dei luoghi riservati alle comunicazioni personali e il 75% preferisce che le aziende comunichino con loro via email.
Gli utenti dei social media, infatti, arrivano ad utilizzare le email anche più degli altri, secondo Sean Donahue, direttore di Marketing Sherpa. “Basta guardare Linkedln o Facebook: come si crea un account?” chiede Donhaue. “Tramite un indirizzo email. Come si ricevono le notifiche da questi servizi? Attraverso le email”.
I social network, così come altri strumenti quali i wikis e i sistemi di condivisione documenti, in qualche modo hanno anche reso più efficiente la posta elettronica. I collaboratori possono verificare molto più semplicemente lo stato di un progetto e accedere ai documenti necessari senza dover inviare o ricevere email per ogni aggiornamento.
La posta elettronica può non essere allettante, ma ha ancora molto potere. Se fate parte del mondo delle comunicazioni e ignorate le email, lo fate a vostro rischio e pericolo. Le email dovrebbero ancora rientrare tra le vostre strategie, per raggiungere i clienti in un modo che li faccia sentire a proprio agio, per metterli in comunicazione con voi e per portare anche dei benefici alla vostra azienda.
Dorian Benkoil è direttore vendite presso MediaShift e Vice Presidente di Teeming Media, una società di consulenza impegnata a far incontrare contenuti mediatici digitali e obiettivi aziendali. Ha ideato strategie, modelli aziendali, progetti di formazione per siti web, social media, blog, società di organizzazione eventi, start up aziendali, pubblicazioni e programmi televisivi. Conduce il programma TV “Naked Media: The Business of Media, Uncovered” (NakedMedia.org), gestisce il bolg su MediaFlect.com e il sito http://dorianbenkoil.tumblr.com/, e si trova su Twitter @dbenk.
[Questo articolo è stato pubblicato il 2 febbraio scorso su Mediashift. Traduzione dall'inglese di Maria Vittoria Ramogida]