di Alberto Piccioni

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Come si è arrivati dal problema pedofilia alla emergenza pedofilia? Esiste realmente o si tratta di una delle tante «paure di massa» indotte da un sistema mediatico che avvia la caccia al mostro e lo mette in prima pagina, salvo poi dimenticarsi, nel caso il mostro si rivelasse innocente, di riabilitarlo?

Su 5.000 denunce per abusi sessuali su minori solo 1.000 passano il setaccio della credibilità minima. L’80% di queste mille riguardano uomini denunciati dalle ex mogli dopo sentenze di separazione, ritenute inique.

La maggioranza sono casi inventati: ma se qualcuno è accusato di pedofilia, anche se poi si rivela innocente, è difficile possa riscattarsi. Ne parla il criminologo milanese Luca Steffenoni nel libro Presunto colpevole (Chiarelettere): non un saggio, ma quasi un romanzo anche se documentatissimo e pieno di dati.

Steffenoni dubita della reale tutela da parte dello Stato di coloro che sono coinvolti in casi di pedofilia. «Si pensi solo che sono molti i bambini “abusati”, diventati adulti, che hanno dichiarato di essere stati manipolati, in maniera pesante, dagli inquirenti, per ottenere dichiarazioni e prove – dice il criminologo -. Il nuovo pacchetto sicurezza, poi, prevede che un omicida psicopatico possa rimanere libero fino a condanna definitiva, mentre chi è accusato di reati di abuso sessuale su minori deve aspettare il processo in carcere».

Il reato della pedofilia è mostruoso, inaccettabile. Le vittime sono piccoli innocenti. Ma esiste una vera emergenza pedofilia in Italia?
La mia è un’analisi a livello internazionale, non solo sull’Italia: spiego come è avvenuta a tavolino la genesi di questa “emergenza” e chi ci ha guadagnato. Viene dagli Stati Uniti: un Paese però che ha delle “ciambelle di salvataggio” molto forti. L’opinione pubblica americana si emoziona su certe tematiche. Poi quando avviene “il caso”, ad esempio l’asilo McMartin (una vicenda di “isteria collettiva” ingenerata dalle accuse di pedofilia ai gestori di un asilo, risultati, dopo anni di indagini e fiumi di soldi ad agenzie specializzate nell’interrogare i bambini, totalmente innocenti, ndr), molto simile ad alcuni avvenimenti di casa nostra riguardanti l’ambiente scolastico, negli Usa ci si ferma dicendo: non si possono “massacrare” psicologicamente dei bambini.
In Italia, purtroppo, l’emotività generale ha prodotto un grande timore, indotto. Intendiamoci: l’emotività è assolutamente comprensibile sul tema pedofilia, e ci riguarda tutti, me compreso in quanto
padre. Sia chiaro anche che nessuno nega esista un problema pedofilia: solo che il metodo della ricerca del
colpevole a tutti i costi non è efficace.

Chi ci «guadagna»?
Soprattutto quei centri privati, le “lobby” dell’assistenza sociale, a cui sono affidate le indagini per i processi su reati di abuso sessuale su minori, di fatto “appaltati” all’esterno dai tribunali.

Cosa fare allora contro la pedofilia? Si può «curare» un pedofilo?
Assolutamente sì: abbiamo rinunciato a fare prevenzione. La pedofilia è una patologia, grave, ma assolutamente affrontabile. Se non ci fosse questo clima di caccia al mostro e avessimo dei centri di aiuto e ascolto, ci sarebbero molte meno persone pericolose in giro.

Come si può fare prevenzione?
La pedofilia si presenta in età molto giovane: noi abbiamo l’idea del “vecchio porco”, ma non è così. È una sorta di mancata crescita della psiche di un individuo. Se si potesse agire presto su queste persone, alle prime avvisaglie, quando ancora non hanno fatto male a nessuno, la terapia può risolvere. Ma anche su un pedofilo vero e proprio si può arrivare ad una “guarigione”, tramite terapia adeguata, anche se problematica.

Come giudica i casi dei preti pedofili?
La questione Chiesa è molto complessa. Ci sono diverse questioni che si intrecciano. È diventato quasi un facile luogo comune quello del prete pedofilo. C’è un problema di omosessualità nella Chiesa che i vertici ecclesiastici faticano ad affrontare. Invece di risolvere i casi di pedofilia pagando risarcimenti alle vittime
dovrebbe avere il coraggio di analizzare caso per caso.
Da laico però ho la sensazione che spesso dietro certe accuse si celi la frustrazione del mondo laico che non riesce ad attaccare la Chiesa su tematiche più “forti” e slitta sull’attacco “facile”.

di Alberto Piccioni

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L’amore? Non c’entra nulla con le relazioni instaurate da donne intelligenti, emancipate, ma «costrette» ad avere un uomo, uno qualsiasi. Purché ci sia. Il profilo di queste «bulimiche delle relazioni» viene disegnato da Gianna Schelotto nel suo ultimo libro, «Un uomo purché sia. Donne in attesa di un amore» (Mondadori).

Schelotto, lucana d’origine, parlamentare per nove anni nelle fila del Pds, è psicoterapeuta, giornalista e scrittrice. «Il motivo di questo libro è la constatazione che molte donne senza un marito o un fidanzato si sentono come mutilate – spiega – pur avendo autonomia economica, sono donne “emancipate”, vivono malissimo l’idea si essere “single”. La presenza di un uomo nella loro vita diventa la cosa più importante».

Nel libro si narra di sette donne, con altrettante storie fatte di desideri e difficoltà nel costruire relazioni con l’altro sesso. In questa ricerca c’è qualcosa di simile ad una «patologia»?
«Le posso definire delle “bulimiche dei sentimenti”. Cercano degli uomini per riempire dei vuoti. Come le bulimiche che non mangiano per golosità o per fame, ma lo fanno in maniera compulsiva».

Qual è il ritratto di questa donna?
«Emancipata, autonoma, a differenza delle “zitelle” di un tempo il cui marchio era di essere bruttine e poco simpatiche. Al contrario oggi sono donne spesso molto belle, spigliate, che viaggiano…».

E magari hanno anche un grande bagaglio culturale.
«Esatto: è proprio questo che più sconcerta di loro: avrebbero tutti gli strumenti culturali e l’intelligenza per vivere meglio le proprie relazioni».

Cosa c’è che non va allora?
«Sembrerebbe ci siano delle ferite antiche, quasi primordiali. Sono donne che credono di non aver ricevuto tutto l’amore a cui avevano diritto. Diventano per questo assillate e persistenti nella ricerca di conferme e di attenzioni. Sicuramente poi molte portano il segno di conflitti interiori: ci sono state situazioni emotive ed affettive che le hanno portate a non reggere alla solitudine».

Il fenomeno è così vasto che possiamo parlare di un problema «sociale»?
«La questione riguarda ogni singola donna, però sembra rappresenti una tendenza sempre più generalizzata. Pur essendoci stata un’evoluzione, negli ultimi trenta anni, nella figura della donna, nella sua educazione, nonostante il pensiero femminista oggi si incontrano donne che non riescono a stare da sole».

Soluzioni?
«Nel libro non propongo delle ricette. Tante mi hanno scritto che leggendolo si sono identificate e hanno capito qualcosa in più di se stesse, aiutandole a cambiare. Essendo un problema così diffuso non è possibile dire come si può fare per uscirne, in generale. Ogni singola donna dovrà indagare i perché di questa incapacità a reggere la solitudine, perché è disposta a qualsiasi cosa pur di restare accanto ad compagno».

E un uomo, di fronte a una donna così?
«Di solito gli uomini non reggono a una relazione dove hanno un ruolo solo funzionale a un bisogno. Quando si rendono conto di essere utilizzati “scappano”. Dovrebbero, eventualmente, tentare di leggere al di là delle apparenze».

E l’amore?
«È un’altra cosa: c’è un calcolo dietro ogni comportamento di queste donne. Si domandano costantemente cosa sia giusto o sbagliato perché l’uomo non le abbandoni. Tutta la spontaneità e la creatività vanno a farsi benedire».

Lei si definisce una femminista?
«Se significa battersi per una maggiore uguaglianza tra i sessi, per eliminare le ingiustizie, allora lo sono. Durante gli anni mi sono battuta politicamente per una minore iniquità. Si pensi all’omicidio d’onore: è stato eliminato come attenuante o giustificazione solo nel 1981. Un uomo tradito poteva uccidere la sua compagna ed essere punito con soli tre anni di carcere».

C’è ancora molta discriminazione.
«Mi sembra che in questo momento circoli un’immagine femminile “anni ’50”, quella contro cui ci siamo battute per anni, è tornata in maniera preponderante».

di Gianfranco De Simone

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Da circa un anno scrocco la connessione a banda larga dei miei vicini di casa e mi trovo bene. Il segnale della loro connessione senza fili è chiaro – specie in bagno, in realtà – e sufficientemente stabile. L’unico vero inconveniente è che di tanto in tanto i vicini partono per il weekend e staccano il router e mi ritrovo, senza preavviso alcuno, privo della possibilità di scaricare la posta e navigare in internet. Poco male. Si tratta di un semplice coordination failure che potrebbe essere superato chiedendo ai vicini l’agenda dei loro spostamenti. Ma non vorrei esagerare.

L’incentivo a scroccare
Ma perché si è spinti a scroccare una connessione? Prima o poi chiunque può trovarsi fuori casa, magari fuori città, con l’esigenza di smaltire un po’ di corrispondenza elettronica o cercare qualche tipo informazione utile sul web. I costi di connessione negli alberghi che non mettono a disposizione un collegamento gratuito o negli aeroporti sono spesso proibitivi o semplicemente non convenienti: in genere, si tratta di acquistare schede prepagate da 10-15 euro per non più di un paio d’orette di connessione per giunta a validità temporale limitata. A quel punto l’istigazione al wardriving è molto forte.

Se si alloggia in un albergo ubicato in zona centrale in una qualsiasi città del Nord del mondo è facile osservare come l’etere sia invaso dai segnali di connessioni senza fili; e state certi che su una decina di reti opzionali captate, almeno tre-quattro saranno non protette e pronte ad essere cavalcate dall’ospite forestiero in sella al proprio notebook/palmare. Certo ci sono poi i MacDonald’s e gli Starbucks che offrono hot-spots gratuiti, ma neanche la più urgente email di lavoro può giustificare tale masochismo.

Ma perché scroccare a casa? L’operare congiunto di vincoli logistici ed economici che si ha in trasferta non dovrebbe esistere più nella dimensione domestica. Ma questo è vero se si risiede in Paesi in cui il digital-divide è stato affrontato seriamente. Se la diffusione della banda larga e della connettività senza fili è stata affidata in via pressoché esclusiva ad operatori privati, come nel caso italiano, ci si può trovare a dover affrontare costi significativi: per avere una connessione domestica è ancora preferibile acquistare anche una linea telefonica. Il costo fisso iniziale d’istallazione della linea e il canone mensile (con Telecom Italia, ma non con gli altri operatori) può avere un effetto disincentivante alla sottoscrizione del servizio. E lì scatta la spinta a cliccare su “Aggiorna elenco reti disponibili” nella finestra di configurazione della propria connessione senza fili.

È vero free-riding?
A prima vista, quello dello scroccatore digitale – o del portoghese, per usare un termine più preciso ma vagamente razzista – è un semplice caso di free-riding secondo i canoni tradizionali della teoria economica. In realtà, il free-rider è tale se gode di un servizio pagato da altri protetto dalla condizione di non escludibilità dal consumo o dal beneficio. Il caso tipico in letteratura è quello della Difesa e della sicurezza dei cittadini di un Paese. Che tu contribuisca o meno al sostenimento delle spese per difesa&sicurezza, sarai comunque protetto dall’esercito o dai Carabinieri in caso di necessità. Dunque, l’incentivo a non contribuire è forte e ciò spiega perché tale tipo di sevizio si configura come un bene pubblico che può essere fornito solo dallo Stato. Ma proprio qui risiede il nodo della questione. Esiste la condizioni di non-escludibilità per le connessioni senza fili? La connettività senza fili va considerata un bene-pubblico?

Esclusione e sicurezza
In linea di principio, chiunque può essere escluso dal consumo di una connessione senza fili altrui ove questa fosse bloccata dal proprietario. Ma allora perché non tutti i proprietari si premurano di inserire le protezioni necessarie ad impedire l’intrusione di altri utenti sulla propria linea? Ci sono almeno due ragioni, non necessariamente alternative: una pratica e l’altra, si può ritenere, più idealistica.

1. Impostare le precauzioni necessarie a chiudere la porta della propria rete in faccia agli scrocconi non è una cosa tecnicamente proibitiva, ma allo stesso tempo non è una cosa banale. I proprietari di un router wireless sono spesso semplici consumatori che vogliono avere internet a disposizione in più punti della casa senza inciampare in cavi telefonici stesi dappertutto. Di Wi-Fi Protected Access (WPA) Pre-Shared key, WPA Remote Access Dial In User Service (RADIUS), Wire Equivalence Protection (WEP), ecc. non ne sanno nulla, e farebbero volentieri a meno di imparare qualcosa a riguardo. Pagare un tecnico che se ne occupi, non è una prospettiva allettante. E poi avere un vicino sulla propria linea non fa crollare le prestazioni della propria connessione in termini di pulizia del segnale e velocità, neanche se lo scroccone si mette a scaricare canzoni o film. Certo, se gli scrocconi scaricatori fossero 5-8-10 le cose cambierebbero. Ma si deve essere particolarmente sfigati per esser capitati in un condominio di pirati del diritto d’autore.

2. La sottoscrizione di un servizio di connettività a banda larga e la successiva condivisione dello stesso con chiunque tramite un sistema wireless, a volte, è una scelta deliberata. Questa filosofia del free-sharing, peraltro non confinata alle questioni del wi-fi, nasce come di consueto negli ambienti fricchettoni della Frisco Bay, ma non tarda a diffondersi ovunque nel mondo. Insomma, ci sono persone che si sentono più fortunate di altre nel potersi permettere una connessione a banda larga e non dispiace loro metterla a disposizione del prossimo. Anche questa filosofia comunitarista ha tuttavia trovato un proprio ridimensionamento in una versione di compromesso rappresentata dal FON. Si tratta di un network globale di soggetti privati che decidono di condividere la propria connessione wi-fi solo con altri soggetti che compiono la stessa scelta o con chi è disposto a pagare. La reciprocità e il pagamento da parte di chi vuole solo avere sempre un hot-spot a disposizione quando va in giro, permettono di eliminare il problema del free-riding, ma l’atto di liberalità del free-sharing è altra cosa.

Esistono, tuttavia, problemi legati sia alla sicurezza del proprio PC che all’ordine pubblico. Se si ha la sfortuna di abitare accanto ad un hacker che, anziché combattere la plutocrazia trans-nazionale e il Matrix, se la prende con i privati cittadini, beh . allora il vostro computer è in pericolo. Esistono dei modi per cautelarsi adottando solo alcune specifiche di sicurezza – i miei vicini, ad esempio, non mi consentono di scaricare roba con eMule e programmi affini -, ma pare che non ci sia nulla di efficace da opporre ad uno smanettone particolarmente motivato. A onor del vero sembra che lo stesso valga anche in caso di blocco completo della propria connessione. L’altro problema è quello dell’abuso del mezzo che lo scroccone potrebbe fare. E qui si spazia dalla pedopornografia al terrorismo globale, a seconda del nostro grado d’impressionabilità e di cedimento alla sindrome securitaria. È chiaro che chi decide consapevolmente di fare free-sharing ha già scelto da che parte stare.

La connettività wi-fi è un bene pubblico?
A giudicare da quanto si è detto sulla possibilità di esclusione, la teoria economica non acconsentirebbe a definire la connettività wi-fi come bene pubblico. Eppure, è crescente il numero di esperimenti, di fornitura di connessione a banda larga in luoghi pubblici da parte delle autorità di governo locali. Ultimo in ordine di tempo è il caso di Roma, dove l’amministrazione comunale ha appena avviato un progetto di fornitura di una connessione a banda larga gratuita (in una data fascia oraria, però) all’interno dei parchi cittadini. La sperimentazione, che segue iniziative analoghe intraprese a New York e Philadelphia, è cominciata a luglio da Villa Borghese per proseguire con Villa Torlonia in settembre.

Gli obiettivi perseguiti possono essere i più disparati: maggiore sicurezza (dotare polizia e vigili del fuoco di palmari Wi-Fi per le applicazioni quotidiane come a NY e LA), riduzione del digital divide, estensione dei servizi e-gov, supporto alle attività commerciali (come a Philadelphia). Ma la questione di fondo è che una rete pubblica wi-fi impatta in modo decisivo sulla qualità della vita dei cittadini ed ha una valenza infrastrutturale notevole.

Insomma, wi-fi gratuito è bello. Però, l’attività d’intrusione può creare qualche problema di natura etica allo scroccone e qualche problema di sicurezza al generoso proprietario della rete.
Non è il mio caso: i miei vicini sono effettivamente un po’ fricchettoni e dunque il loro è free-sharing è probabilmente consapevole; e poi, mi sono impegnato solennemente con me stesso a non causare problemi ai miei benefattori. Ciò non toglie che non gli andrò mai a dire che scrocco la loro connessione.
Hai visto mai che la loro era una semplice distrazione?

[Quest'articolo è stato pubblicato originariamente l'11 novembre 2006]


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