di Redazione

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A giudicare dalle risposte dei nostri lettori al sondaggio su Sanremo, saranno in pochi a seguire il Festival della Canzone italiana, che comincia questa sera con la conduzione di Antonella Clerici e un codazzo di polemiche ancora più lungo del solito.

In attesa di sapere se Morgan sarà o non sarà ammesso sul palco, ecco i risultati della consultazione. Alla domanda su quante volte vedrete il Festival, nelle cinque serate, il 42% ha risposto “neanche una”, il 17% “ancora non lo so” e un altro 17% pensa di seguire Sanremo più di una volta.

Il 25% dei “sondaggiati” hanno nostalgia di Fabio Fazio come conduttore all’Ariston, mentre l’8% preferirebbe Pippo Baudo, un altro 8% addirittura Morgan e altrettanti chiunque, ma non la Clerici. Mentre il 17% dice che “Dalla Prova del Cuoco alla Prova del Cantante non cambia un granché”.

Tra chi non sa cosa frà in alternativa a Sanremo, il 58% dice che “non ci ho ancora pensato”, mentre il 25% risponde che uscirà e l’8% che leggerà.

Tra coloro che vedranno Sanremo, solo una minoranza (il 17%) sembra interessata alle chiacchiere che attorniano il Festival e che nella settimana della gara tracimano dalla tv alla radio al web ai giornali fino al bar.

Curiosamente, invece, chi non vedrà Sanremo dice (al 50%) che alla fine si interesserà al “buzz” .

In ogni caso, buon divertimento.

di Redazione

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Zia Paperina, che ci ha inviato questo pezzo pepato sul prossimo festival di Sanremo (che inizia il 16 febbraio), è una giornalista che si occupa di spettacolo e costume per un media nazionale…

Intanto, per dirci cosa pensate di Sanremo, rispondete a questo rapido sondaggio online!

Per la serie: ci mancava solo il principe. Alzi la mano chi non l’ha pensato quando è stata annunciata la partecipazione al prossimo Festival di Sanremo di Emanuele Filiberto di Savoia. Sarà che non sanno più cosa inventarsi per convincere la gente a stare incollata per cinque sere di fila davanti alla tv? Sarà che il principe, pur perdendo le elezioni, ha vinto l’inossidabile “Ballando con le stelle” con un certo seguito e vuole lanciarsi nel mondo dell’arte? Certo che è che la scelta non è stata gradita neanche da alcuni suoi compagni di gara.

“Che basta essere principi, per fare i cantanti?”, si è chiesto – forse non a torto – Nino D’Angelo, che in concorso a Sanremo dal prossimo 16 febbraio porterà una canzone in napoletano.
Pensare che anche l’augusta madre del giovane di casa Savoia, quando uscirono le prime indiscrezioni sulla partecipazione del principe al Festival, aveva messo decisamente in dubbio le qualità canore del figliolo.

Sarà che, come diceva qualcuno, vale il motto: bene o male, purché se ne parli. Non passa giorno senza qualche presunto colpo di scena o dichiarazioni choc di qualche partecipante a questa edizione, guidata da Antonella Clerici.
Vedi Morgan: da artista maledetto quale vorrebbe essere si sarebbe lasciato sfuggire in un’intervista – prima di smentirla – di fare quotidiano uso di crack. Ecco lì che il direttore di Raiuno Mauro Mazza si pone subito il dubbio sull’opportunità della partecipazione dell’ormai ex-giudice di X Factor alla messa cantanta della musica italiana.

Di certo non ci sarà Carla Bruni, che avrebbe dovuto cantare in coppia con Gino Paoli ma che per motivi non meglio precisati (c’è chi ha detto che sia per la canzone di Simone Cristicchi  sul marito Sarkozy, ma lei ha smentito), non sarà sulla Riviera dei fiori, dove nei giorni del Festival non esiste davvero altro.

Nient’altro in città, nient’altro in sala stampa, dove i giornalisti lasciano scorrere fiumi di inchiostro su polemiche vere o presunte alla ricerca di un impossibile scoop, nient’altro in tv.

Peccato che a rimetterci talvolta sia la musica: da anni si dice che le canzoni sono passate in secondo piano, anni che i grandi cantanti italiani, quelli che davvero vendono, al Festival non si fanno vedere nemmeno dipinti.

Sarà per paura, sarà per snobismo, sarà che ormai i dischi si promuovono meglio nei reality show (i cui partecipanti magari poi vincono Sanremo, come Marco Carta l’anno).
Ma per riuscire ad attirre l’attenzione ormai si punta soprattutto sugli ospiti stranieri: di sicuro ci saranno la regina Rania di Giordania, Susan Boyle, Bob Sinclair, e gli attesissimi Tokyo Hotel, Robbie Williams. Ma non era il festival della musica italiana?

di Andrea Tramonte

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È stato una specie di testa-coda. Il 2009 si è aperto con Merriweather Post Pavillion degli Animal Collective e praticamente si è chiuso con Fall be Kind degli… Animal Collective. In mezzo alle due uscite discografiche di quella che ora è la band più in forma della scena musicale mondiale, c’è stato qualcosa, sì, diverse uscite rilevanti, begli album, anche album bellissimi, ma in fondo nel complesso di album davvero fondamentali ne sono usciti pochi.

stata un’annata sottotono che forse risentiva anche della stanchezza di fine decennio. Quindi: Merriweather Post Pavillion è disco dell’anno, senza dubbio, lo è quasi all’unanimità, ed è anche – en passant – uno dei dischi del decennio (già: quest’anno si chiudono gli Anni Zero e ci sarebbe anche quella playlist da compilare). Subito seguito, tallonato a distanza dai Flaming Lips di Embryonic, che se ne sono usciti fuori, contro ogni aspettativa, con uno dei dischi migliori della loro intera carriera, probabilmente il migliore che hanno fatto negli Anni Zero.

Se in Italia il discorso è stato chiuso praticamente subito da Dente, che dentro L’amore non è bello (Ghost) ha pubblicato alcune di quelle che – molto semplicemente – sono alcune delle canzoni “cantautoriali” più belle uscite da qualche anno a questa parte (ma menzione doverosa anche per i Giardini di Mirò con Il fuoco, per i Camillas con Le politiche del prato, gli Uochi Toki con Libro Audio e gli Zu con Carboniferous), nella categoria “resto del mondo” bisogna partire dagli States per individuare alcuni dischi da portarsi dietro e indicare nella playlist di fine anno.

Intanto la quota dei dischi-di-quegli-artisti-che-non-sbagliano-mai-un-colpo, e che proprio per questo si corre il rischio di dimenticare tenendoli fuori dalle chart. Nella fattispecie sono tre, e sono tutti cantautori americani piuttosto umbratili, nati in ambito indie-lofi e ora consacrati alla classicità: Bonnie Prince Billy con Beware e Bill Callahan con Sometimes I Wish We Were an Eagle. Discorso a parte merita Vic Chesnutt, che con At the Cut è tornato col suo solito, bellissimo album, il secondo per la Constellation – con un songwriting scarno e doloroso che riesce sempre a commuovere in modo dannatamente impietoso.
Vic ci ha lasciati, qualche giorno fa, il 25 dicembre. Si è tolto la vita a soli 45 anni.

La Brooklyn indie-pop ha avuto i suoi portavoce nei The Pains of Being Pure at Heart. Il disco omonimo uscito su Slumberland è una raccolta di piccoli inni generazionali di cui si sono impadroniti da subito tutti gli indie-poppers sparsi in giro per il mondo. I brani sono persi da qualche parte tra shoegaze e C86, in un’immaginario immerso dentro colori pastello e immagini in super-8.

A Brooklyn c’è anche un’etichetta, la Woodsist, intorno a cui da un paio di anni a questa parte c’è un hype pazzesco: ogni cosa che esce per la label sembra avere le stimmate della grazia. Certo è che l’etichetta è stata capace di dare forma a un fermento underground locale che dal cantautorato lo-fi porta direttamente a certa psichedelia pop anni sessanta – in mezzo, sporcizie garage, scenari surf, attitudine punk.
Quest’anno la Woodsist ha pubblicato almeno due dischi da ricordare: Constant Hitmaker di Kurt Vile (poi passato alla Matador), che si muove tra certo rock fm anni Settanta, folk revival e un po’ di psichedelia, e poi l’esordio omonimo dei Real Estate – surf pop psichedelico veramente vintage che riesce miracolosamente a scansare il pericolo della calligrafia, grazie a un talento davvero notevole.

Anche le Vivian Girls sono passate per la Woodsist, ma ora sono accasate alla In the Red, una delle migliori etichette indipendenti negli USA (hanno pubblicato loro per primi gente come Black Lips e Jay Reatard). Il loro secondo disco, Everything Goes Wrong, è pura estetica Vivian: canzoni grezzotte e sputate che celano, sotto le chitarre suonate senza grazia, armonie vocali di discendenza indiepop e surf. Il loro nichilismo straccione e l’immediatezza dei pezzi le rendono davvero amabili.

Esce per la In the Red anche lui e anche lui viene fuori dalla scena che gravita intorno alla Woodsist (lui però è uscito per la Sacred Bones): Blank Dogs è riuscito nell’impresa di rendere ancora una volta attuale – e paradossalmente nuovo – il recupero di suoni post punk inglesi (Joy Division, Cure, Wire). Alcuni dei suoi pezzi sembravano uscire fuori direttamente da una cassettina di quegli anni a cavallo tra i settanta e gli ottanta, e lo spaesamento temporale che si crea non è male. A parte questo, Under and Under contiene canzoni davvero micidiali.

I Girls sono un’altra band che ha graffiato il cuore di quasi tutti gli amanti dell’indie pop. Christopher Owen scrive canzoni pop in bilico tra innocenza e dolore, spaziando dai Sixties fino a Elvis Costello – segnatevi i titoli di Lust for Life, Laura, Hellhole Ratrace: sono alcune delle canzoni più belle del 2009.

Questo è stato anche l’anno dell’affermazione generalizzata della musica dubstep, che dall’underground inglese ormai è diventato uno dei fenomeni più rilevanti dell’elettronica contemporanea. Fondamentale in questo senso la compilation per i 5 anni della Hyperdub – lo stato dell’arte della musica dubstep e molto di più – ma anche Great Lenghts dell’olandese Martyn. Per non parlare di Three Eps di Shackleton, che però viaggia ormai verso sonorità più astratte e minimal.

Grande ritorno dei Fuck Buttons con Tarot Sport, su ATP, in un disco che accentua gli elementi ritmici del loro suono lasciando sullo sfondo, almeno un po’, il loro lato più rumorista e tagliente – pur conservando il gusto per i crescendo epici e per le elegie noise che già l’anno scorso avevano colpito profondamente pubblico e critica.

I The XX sono stati il fenomeno buono della scena “pop” inglese, nel senso che, pur essendo trainati da un certo “strombazzamento” mediatico (chiamiamolo così), hanno dimostrato di essere bravi sul serio, creando un suono molto personale, minimale e cupo e pop a un tempo, che liquida la gran parte dei tentativi di accostarli con efficacia a qualcosa di già esistente (si è parlato anche di dubstep pop).

Gran bel disco, infine, anche Veckatimest dei Grizzly Bear, uscito su Warp. Scontata una certa freddezza generale che si percepisce nel loro sforzo – esplicito – di realizzare un capolavoro, il disco è pur sempre un ottimo disco, un compendio di melodie ed eleganza, di folk e arrangiamenti ricchi, di pop e complessità.


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