di Alberto Piccioni
scritto in
Donne & Uomini,
Educazione,
Filosofie,
Libri,
Religioni |
permalink
«Dio è un ente per i peccatori», diceva Meister Eckhart, perché l’uomo non riesce, dopo il peccato di Adamo, a liberarsi dalle rappresentazioni, dalle immagini di un dio a suo uso e consumo. La mistica è in grado, invece, attraverso un percorso verso l’essenzialità, di mettere in relazione umano e divino.
È uno dei «paradossi» di cui Marco Vannini, studioso di mistica speculativa, usa parlando del suo ultimo libro «Prego Dio che mi liberi da Dio. La religione come verità e come menzogna» (Bompiani). Vannini ribadisce anche i limiti della teologia, in quanto disciplina che vorrebbe «catalogare» Dio. A suo avviso la religione, soprattutto quella cattolica, punta troppo spesso sul discorso «morale». Gli abbiamo domandato perché ciò è avvenuto.
«È una tendenza che nasce dal versante “negativo” della religione, che diventa precettistica perché dogmatica. Sotto il profilo mistico, anche se questa parola va utilizzata con molta cautela perché può essere male interpretata, “ubi Spiritus Domini ibi libertas” diceva San Paolo (II Cor. 3.17), c’è una libertà spirituale che non significa «licenza» o eresia. È la libertà del cristiano che Sant’Agostino sintetizzava nella sua massima: “Ama Dio e fa ciò che vuoi”. La moralizzazione della religione storicamente è un prodotto della grande sconfitta che la mistica ha subito alla fine del 1600, quando vennero condannati in blocco tutti i mistici francesi. Il 1700 vide la nascita, non a caso, della grande precettistica morale con Sant’Alfonso dei Liguori, il quale era un avvocato, prima che un grande santo! Si deve anche a lui la riduzione del cristianesimo a regola morale».
Tendenza che troviamo rinnovata.
«Oggi in particolare si punta sulla morale della vita fisica. Il 90% degli interventi del magistero della Chiesa cattolica riguarda questioni sui profilattici, l’omosessualità, la fecondazione assistita. È un impoverimento della religione».
La posizione del magistero è giustificabile da una preoccupazione pastorale: i fedeli non sono «pronti» per un certo tipo di libertà?
«Per Jean Gerson, cancelliere all’Università di Parigi nel 1400, la mistica è la teologia più facile, perché accessibile a tutti, uomini e donne. Dio parla direttamente al cuore di ognuno, nella semplicità. Non si deve aver paura dell’ignoranza del popolo, anche se capisco una certa cautela di tipo pastorale. Ma non si possono celare i tesori più profondi che il mondo cristiano possiede».
Qual è il futuro della religione?
«Deve riprendere la sua grande tradizione spirituale: le chiese cristiane non hanno voluto fare i conti con la voce religiosa più importante e forte del secolo appena trascorso: Simone Weil. È lei che ha posto in evidenza l’opposizione tra “gravità” e “grazia”, pesantezza della corporeità e leggerezza dello spirito. I nostri teologi contemporanei, appiattiti sull’Antico Testamento, la parola “grazia” la pronunciano pochissimo».
Il teologo Vito Mancuso dopo aver letto il suo libro l’ha accusata di antigiudaismo.
«Accusa che respingo in toto: in Israele ci sono cinque alberi piantati in mio onore dall’Amicizia ebraico- cristiana di Roma. Solo che ribadisco: chi mette in sequenza ebraismo e cristianesimo non comprende nulla né dell’uno né dell’altro. Sin dall’inizio il cristianesimo è nato autonomo dall’ebraismo. Sostenere la distanza o anche l’opposizione tra le due religioni non vuol dire essere antisemiti».
Ci sono «tracce di speranza» nel mondo cattolico?
«Non sono per nulla pessimista. Anche se il panorama sembrerebbe chiuso, ci sono esempi belli d’impegno e spiritualità».
di Alberto Piccioni
scritto in
Diritti,
Governo,
InSicurezza,
Movimenti,
Politica,
Religioni |
permalink
In El Salvador è «San Romero», e i contadini-catechisti che presero forza dalle sue parole tengono vivo il suo pensiero per combattere le lotte contro i soprusi e le ingiustizie attuali.
Oggi ricorrono i trenta anni da quel giorno in cui monsignor Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, venne trucidato mentre stava celebrando la messa. La «condanna a morte», decretata dai suoi carnefici, fu una lettera spedita da Romero al presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan: chiedeva agli Usa di smettere di finanziare la dittatura militare di El Salvador che con i soldi comprava armi per soffocare ogni forma di rivolta.
«Ho conosciuto Romero – ci ha raccontato il salvadoregno, José Mercedes Guillén che assieme al connazionale Carlos Enrique Escobar in questi giorni è in Alto Adige per una serie di incontri, sulla questione della privatizzazione dell’acqua in America Latina – quando venne per la prima volta nel mio paese, in visita pastorale, in quelle occasioni incontrava non solo le persone della parrocchia, ma anche i laici. Lo conobbi meglio quando intervenne a favore di un parroco molto attivo per difendere i poveri del paese, allontanato con la violenza dai militari. Allora comincia a conoscerlo meglio ed avere fiducia in lui».
Avete mai collaborato con lui?
«Direttamente con Monsenor no: tramite i suoi collaboratori però c’era un contatto continuo. Ero un catechista a quei tempi, nella comunità di base, e Romero ci confermava che era molto importante il lavoro che facevamo con i contadini per aiutarli a non cedere alla violenza e ai soprusi».
Perché dava così fastidio Romero fino a meritarsi una «esecuzione» così barbara?
«Dava fastidio ai gruppi di potere perché denunciava lo sfruttamento dei contadini e degli operai, così come le violenze contro i più deboli con cui i militari governavano il paese. La cosa che non gli perdonarono fu la lettera che Romero scrisse Reagan, dove domandava di non inviare più aiuti al Salvador perché la giunta militare li utilizzava per reprimere il popolo».
La sua arma erano le parole.
«Era un grande comunicatore. Aveva una sua radio, da cui trasmetteva le sue denunce contro la dittatura. Ogni volta che pronunciava una sua omelia era come se mettesse la mano ferita dei potenti nell’acqua salata».
Ma di fronte alle violenze continue, alla tortura di donne e bambini Romero cosa diceva alla povera gente?
«Ci spingeva a chiedere giustizia, ma ci incoraggiava anche ad “alzarsi in piedi”, a non stare a guardare, a vedere morire e soffrire i nostri cari.
In qualche modo giustificava l’uso delle armi, della guerriglia, per difenderci (la giunta militare salvadoregna in quegli anni fu particolarmente feroce nella repressione, macchiandosi di massacri, torture, mutilazioni e violenze inenarrabili, ndr).
Anche voi siete stati perseguitati?
«Mi hanno ucciso due fratelli e due cugini. Quando vidi il mio secondo fratello morto decisi di entrare nella resistenza armata, nella guerriglia».
Come è la situazione nel vostro Paese?
«L’esercito non uccide più – risponde Carlos Escobar – però continua la repressione dei leader delle forze popolari che lottano contro la costruzione di dighe e lo sfruttamento delle risorse naturali».
Qual è l’eredità di Romero per voi oggi?
«Oggi in Salvador continuiamo una lotta pacifica contro il modello neoliberale che promuove la privatizzazione dei servizi pubblici. Il nostro movimento ha come ispiratore Romero».
È ancora viva la teologia della liberazione in Salvador?
«Viviamo la realtà delle comunità di base, e anche se Romero non si pronunciò mai apertamente per la teologia della liberazione, per non contraddire la linea del Vaticano, però ha sempre appoggiato il lavoro
dei parroci per le comunità di base. Per noi Romero è stato già dichiarato “santo” (il Vaticano invece non si è ancora pronunciato, ndr)».
Il vostro rapporto con gli Usa?
«Con Obama non è cambiato granché: non c’è più occupazione militare, ma ci sono altre forme di controllo del territorio e dell’economia».
di Alberto Piccioni
scritto in
Diritti,
InSicurezza,
Religioni,
Storie,
Viaggio |
permalink
[Alberto Piccioni, oltre a essere una delle firme di Novamag e un cronista, è insegnante di religione cattolica al «Marie Curie»e ha seguito il progetto «Children of Abraham» a Gerusalemme]
Provare a stare accanto alle contraddizioni, nel luogo dove la storia ha inciso i segni dello slancio verso la trascendenza e le difficoltà di convivenza tra gli uomini. Era l’obiettivo di un viaggio a Gerusalemme, un’esperienza di dialogo e spiritualità, collegata al progetto Children of Abraham, scritto da un’associazione di Gerusalemme, Jerusalem Peacemakers, e una di Trento, Bianco Nero, legata al festival del dialogo interreligioso Religion Today.
I viaggiatori erano 14 tra ragazze e ragazzi dell’Istituto di istruzione «Marie Curie» di Pergine: dei quasi maturandi che hanno «rinunciato» alla solita gita ad Amsterdam o Praga per vivere un’esperienza che si preannunciava molto più significativa, anche se più impegnativa.
Accompagnatida un dirigente scolastico, da alcuni insegnanti, e da una traduttrice, i ragazzi hanno trascorso cinque intense giornate tra incontri con i giovani ebrei e arabi, visite ai luoghi sacri delle tre religioni monoteiste, riflessioni e approfondimenti con vari personaggi del luogo: pacifisti, personalità religiose, sacerdoti cattolici, ma soprattutto giovani del posto.
«Un progetto nato a scavalco tra Trento e Gerusalemme, grazie a quella straordinaria fucina di idee e di relazioni che è il laboratorio di convivenza organizzato annualmente da «Religion Today», è poi stato riconosciuto a livello internazionale, proprio per la sua originalità e il suo messaggio di pace – ha detto Katia Malatesta, direttrice di Religion Today – in collaborazione con gli Zenpeacemakers, i nostri partner di Gerusalemme hanno esteso l’invito al ritiro di Auschwitz a ragazzi tedeschi, polacchi, americani: potenzialmente altri discendenti di vittime, o persecutori».
Dopo aver vinto qualche piccolo timore ed essere stati preparati, i ragazzi sono arrivati a Gerusalemme mercoledì 3 marzo. Sistemati in un ex convento di suore francesi, ora adibito ad albergo, Maison d’Abraham, con vista proprio di fronte alla spianata delle moschee, il gruppo in serata, con la guida che li ha accompagnati in tutta l’esperienza, Hila Lang, una ebrea di origine yemenita, ha avuto il primo approccio con la città alla Torre di Davide.
La mattina del giovedì alcuni giovani del Sulha Project (un gruppo di mediazione dei conflitti che lavora con giovani ebrei e arabi palestinesi) e un facilitatore arabo hanno accompagnato i ragazzi sulla Spianata delle moschee, luogo ove sorgeva il Tempio e di cui rimane traccia solo nel Muro del pianto.
Le ragazze, con il velo sul capo per rispetto delle tradizioni, e i ragazzi si sono avvicinati alla Cupola della Roccia: hanno ascoltato i motivi per cui i musulmani ritengono quel luogo uno dei più importanti. Dalla roccia al centro della moschea Maometto è asceso al cielo nel suo viaggio miracoloso raccontato nel Corano. Dai tempi del re Davide si pensa che lo spazio sopra Gerusalemme sia una sorta di canale di comunicazione privilegiato tra la terra e il cielo, finestra tra la casa dell’uomo e quella di Dio.
Al muro del pianto, sotto il sito delle moschee, ragazze e ragazzi si sono dovuti dividere: donne da una parte, uomini, con la kippah in testa, dall’altra. Era una mattinata di festa: molti ragazzini stavano leggendo per la prima volta in pubblico la Torah, nella cerimonia del bar mitzvah. Qualcosa di simile alla cresima per i cattolici: tutt’altro l’effetto però. C’era gente in festa dappertutto, anziani e bambini che ballavano in cerchio, caramelle lanciate dai bambini più piccoli, per festeggiare. Per passare da un luogo all’altro è stato necessario più volte attraversare metal detector e controlli vari, fatti da militari. Le difficoltà di convivenza si vedono, ci sono.
«Credo che una strada per la pace a Gerusalemme sia tentare di seguire l’insegnamento di Gesù quando diceva “Porgi l’altra guancia”», ha detto ai ragazzi lo sheickh sufi mussulmano, Aziz Bukhari, uno di fondatori dei Jerusalem Peacemakers, incontrando i ragazzi, in un ora intensa di domande e risposte sulla pace, sulla paura dell’altro, sulla necessità di risolvere i conflitti innanzitutto nel cuore di ognuno di noi, sul senso vero della parola «jihad», che è lo sforzo di ogni mussulmano per seguire la strada di Allah, un percorso di pace e giustizia.
Il progetto «Children of Abraham» è nato da una sua idea. Per trovare
giovani disposti ad impegnarsi per la pace, «to give peace a chance» come lui ama dire, porteranno un gruppo di giovani musulmani ad Auschwitz, ai ragazzi ebrei mostreranno i luoghi della sofferenza dei palestinesi. A partire dalla reciproca sofferenza proveranno a cercare nuovi motivi
per la riconciliazione.
Al pomeriggio la visita al museo dell’Olocausto, Yad Yaschem, è stata quasi uno choc per molti: a Gerusalemme la Shoah si può immaginare in un percorso museale che è un salto in quel vuoto della storia mondiale rappresentato dallo sterminio di milioni di ebrei. I ragazzi hanno anche incontrato un sopravvissuto, di origine polacca. Ad accompagnarli c’erano i giovani arabi musulmani dello Sulha Project: per loro era la prima volta allo Yad Yaschem.
Al venerdì, giornata di preghiera per i musulmani, mentre i ragazzi erano a pranzo dalle suore francesi, si sono sentiti dei colpi provenire dalla città vecchia. Alcuni soldati dell’esercito israeliano erano stati colpiti dai sassi scagliati dall’alto della spianata. Hanno risposto con i
lacrimogeni. Qualche ferito: i ragazzi hanno visto il tutto da lontano, con una certa apprensione.
«È venerdì fratelli! Non c’è da aver paura. I soldati si prendono i sassi e rispondono con i lacrimogeni: verso le 5 poi vanno tutti a casa!», sono state le parole di padre Pietro Kaswalder, francescano della custodia di Terra Santa, che ha poi accompagnato i giovani per i luoghi della passione di Gesù di Nazareth.
In molti la basilica del Santo Sepolcro ha suscitato reazioni contrastanti: il posto dove Gesù, che predicava amore e pace, è stato ucciso e poi è risorto, è conteso dalle varie confessioni cristiane. Armeni e greco-ortodossi, cattolici, hanno delle tabelle con orari rigidi da rispettare per frequentare i luoghi di culto. Anche in questo caso la convivenza è difficile.
Passando oltre il, tristemente noto, muro che il governo israeliano ha fatto costruire per dividere il confine con la Cisgiordania, sabato i ragazzi hanno visitano Betlemme, i luoghi della natività, e la casa dei padri salesiani che dal secolo scorso vivono accanto alle popolazioni povere di quella antica cittadina.
Don Eduardo, un padre salesiano di origine cilena, ha spiegato loro la difficile situazione in cui vivono ogni giorno gli abitanti di Betlemme, tagliati fuori dalla vita della città, costretti da lunghe file per poter attraversare i posti di controllo.
Parlando delle tradizioni religiose, il padre ha spiegato ai ragazzi come sia essenziale la consapevolezza: chi usa dei simboli religiosi dovrebbe essere cosciente del perché lo fa.
Il viaggio è finito il 7 marzo con una vista a Masada, vicino al Mar Morto, dove gli ebrei zeloti, nel I secolo d. C., si suicidarono piuttosto di cadere nelle mani dei romani. Per gli ebrei di Israele il simbolo della loro libertà che non deve venire più calpestata.
Probabilmente in questi giorni non è emerso chi ha torto e chi ragione, quali sono i diritti dell’uno o dell’altro. Il sacro crea divisione, se trattato come una sorta di ideologia. Nei volti della gente, nelle facce sorridenti dei bambini in un kibbuz-colonia in Cisgiordania o nella voglia di ridere di alcuni ragazzi musulmani, nella parole di un rabbino «pacifista» o di uno Sheick sufi musulmano si sono potute scorgere tracce che potrebbero portare la pace in Terra Santa.