di Irene Fellin
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Surreale, stupefacente, folle. Uno di questi aggettivi, a scelta, va benissimo per descrivere il modo in cui la stampa italiana – e solo quella italiana – si è lanciata a briglia sciolta nella presunta notizia di un golpe in Turchia, “sventato” da una serie di arresti di militari.
Tutto in questa storia è suonato falso. Falso il fatto che ne abbia parlato il premier Tayyip Erdogan a Madrid, falso il fatto che sia stato sventato un golpe, falso che la Turchia sia sull’orlo di un nuovo intervento militare.
Il giorno della pubblicazione della notizia – il 23 febbraio – il telefono dei pochi italiani di Ankara ha cominciato a suonare. All’altro capo del filo parenti, amici e semplici conoscenti preoccupati o forse solo incuriositi. “Ma che succede? Com’è la situazione? Ci sono i carri armati?”. “No, mamma, qua non succede niente di niente, nemmeno un piccolo colpo di Stato a ravvivare le giornate. Piove, ecco. Quello si, è abbastanza strano per la stagione”…. “Ma dici davvero? Non è che è solo per non farmi preoccupare?” “Dai mamma, è tutto a posto”. “Ah, vabbè, speriamo”.
Il problema è che l’ha detto la televisione (pare che a “Verissimo” di Rete4 si siano scatenati, e hai detto niente). Non solo, l’hanno detto i giornali e pure Internet. E poi sono scese in campo le grandi firme dei quotidiani maggiori, che hanno vergato interessanti commenti, che avevano il solo difetto di essere fondati su presupposti errati, aggiungendo confusione a confusione.
Per quello che vale, la verità dei fatti è la seguente. Innanzitutto, Erdogan a Madrid non ha parlato di golpe. Al massimo (qui le fonti sono incerte) può avere solo fatto un rapido riferimento, in risposta ad una domanda, al fatto che vi era stata un’ondata di arresti di militari in Turchia, dicendo anche di non essere in grado di commentare la notizia.
Il primo ministro turco si attiene strettamente alla regola di non parlare di vicende interne nei suoi viaggi all’estero. Paradossale che proprio a lui sia capitato di scatenare questa tempesta – peraltro limitata al solo territorio italiano. Nessun dei maggiori organi d’informazione internazionali ha riportato la notizia in questi termini.
Gli arresti ci sono effettivamente stati, e sono anche clamorosi. Ma i fatti sotto inchiesta si riferiscono ad anni passati, 2003 e 2004. I piani golpisti sono trascritti in documenti dello Stato Maggiore, pubblicati già alcune settimane fa da un quotidiano turco, la cui autenticità è esattamente ciò che i magistrati stanno cercando di accertare.
In tutta evidenza, il golpe che qualcuno aveva pianificato (se qualcuno lo aveva pianificato) non è stato portato a termine, altrimenti si che ce ne saremmo accorti. Quindi, anche se le accuse saranno confermate, questo vorrà dire che sono scattati dei meccanismi interni all’esercito che hanno impedito di andare avanti su piani anacronistici. Non sarebbe questa la vera notizia, in un mondo ideale?
Poi, certo, le tensioni tra governo e militari ci sono, e ci sono da diversi anni. Una parte della magistratura – forse politicizzata, forse solo indipendente – sta indagando sul mondo parallelo, interno alle istituzioni turche, che non ha mai accettato l’arrivo dell’AKP al potere. Il difficile sarà passare dai sospetti all’accertamento delle responsabilità penali, in un sistema giudiziario lontano dall’essere perfetto e trasparente.
Le prediche alla Turchia si sono sprecate, in questi giorni. Ma questa piccola storia ci racconta quello che siamo, o che siamo diventati, ben più di quanto ci dica sulla Turchia. Sulla superficialità delle nostre conoscenze, sulla frettolosità dei nostri giudizi: dovremmo riuscire a entrare come si deve nell’era dell’informazione globale, oppure uscirne del tutto.
di Redazione
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di Clothilde Le Coz
Le autorità iraniane lanciano una nuova offensiva contro Internet.
La velocità di connessione ad Internet è stata ridotta in diverse città alla vigilia del trentunesimo anniversario della Rivoluzione Islamica. Questa tattica era già stata utilizzata, in passato, in vista di eventi che l’opposizione avrebbe potuto sfruttare per esprimere il proprio dissenso. Molti siti web sono stati attaccati da hackers: tra questi, Radio Zamaneh, insidiata dal “cyberesercito”, un gruppo legato alla Guardia Rivoluzionaria.
Le autorità iraniane inoltre, fatto ancora più allarmante, stanno proseguendo con violenza sempre crescente nella loro strategia mortale di mettere a tacere i blogger. Come già avevo scritto su MediaShift, le autorità hanno arrestato e incarcerato regolarmente i blogger per fare pressione sugli attivisti per i diritti umani e su coloro che hanno contestato la rielezione del Presidente Mahmoud Ahmadinejad.
Al momento, due internauti e attivisti per i diritti umani, Mehrdad Rahimi e Kouhyar Goudarzi, sono accusati di condurre una “guerra contro Dio”. Le conseguenze di una simile imputazione sono immediatamente chiare, se si ricorda che a Teheran due uomini sono stati condannati a morte, e giustiziati il 28 gennaio scorso, per simili accuse: Rahimi e Goudarzi rischiano la pena capitale.
Le autorità hanno messo in chiaro che hanno intenzione di mandare a morte i mohareb, i “nemici di Dio”. Rahimi, che cura Shahidayeshahr, e Goudarzi, che tiene un blog personale, fanno entrambi parte del Comitato dei Giornalisti per i Diritti Umani, creato da studenti e blogger per dare informazioni sulla repressione che ha fatto seguito alle elezioni del 12 giugno.
Ma di certo Rahimi e Goudarzi non sono i soli a rischiare, in Iran.
Blogger e giornalisti sotto processo
Nell’ultimo processo, iniziato il 30 gennaio, sedici imputati sono accusati di essere, appunto mohareb, nemici di Dio, e di compiere attività ostili alla sicurezza nazionale. Tra loro c’è Omid Montazeri, un giovane reporter che scrive per varie testate, arrestato il 28 dicembre. Montazeri ha rilasciato interviste a giornali stranieri e scritto per Shargh e Kargozaran, due giornali che sono stati chiusi dal governo. È stato arrestato dopo essere stato convocato a riferire davanti alla corte rivoluzionaria.
Il giorno prima dell’arresto, agenti dei servizi segreti hanno perquisito la sua casa e arrestato sua madre Mahin Fahimi. Entrambi sono stati poi trasferiti in un luogo di detenzione sconosciuto.
Come è già successo nei processi-spettacolo in stile stalinista celebrati ad agosto, gli imputati non sono autorizzati a parlare con i loro avvocati, e gli avvocati da loro scelti non sono informati precisamente sulle accuse rivolte ai loro clienti. Al loro posto, il procuratore di stato di Teheran ha nominato degli avvocati difensori legati ai servizi segreti.
Le notizie trapelate finora dicono che si sta facendo pressione su Montazeri perché confessi legami con gruppi stranieri che si oppongono al regime. Il suo avvocato non ha potuto visitarlo in carcere, né consultare il suo fascicolo accusatorio. Non gli è stata nemmeno resa nota la data in cui Montazeri sarà chiamato a processo. In ogni caso, l’avvocato non potrà prendere parte al processo. Sembra chiaro che Montazeri sia destinato a subire la stessa sorte di suo padre, arrestato per motivi politici e poi ucciso nel 1988.
Una farsa giudiziaria
Questa nuova serie di processi politici viola le stesse leggi iraniane. Reporters Senza Frontiere ha messo in guardia la comunità internazionale sul fatto che il regime è ormai capace di andare fino in fondo nei suoi macabri propositi e giustiziare giornalisti e blogger. I leader del regime sembrano pensare che giustiziare i prigionieri servirà a ripristinare la calma in Iran. Per loro, paura è sinonimo di pace.
Secondo informazioni ottenute da Reporters Senza Frontiere, molti dei giornalisti arrestati a Teheran dopo le dimostrazioni del 27 dicembre sono detenuti dalla Guardia Rivoluzionaria nella sezione 240 del famigerato carcere di Evin e stanno subendo pressioni affinché confessino. Diversamente da quanto prevede la legge iraniana, i loro nomi non appaiono nei registri ufficiali della prigione, né sul sito internet del ministero della giustizia.
Le autorità spiegano che “un cambiamento della procedura giudiziaria, non previsto inizialmente dalla legge” è il motivo per cui gli avvocati non sono autorizzati ad incontrare i loro clienti. Sono state anche introdotte nuove procedure nelle investigazioni, per cui adesso i casi sono affidati ad uno “specialista” prima di giungere all’ufficio del procuratore. Durante questo periodo straordinario, nessuna informazione è dovuta ai parenti o agli avvocati del detenuto.
Le minacce ai media
Mohammad Ali Ramin, negazionista dell’Olocausto e consigliere del Presidente Mahmoud Ahmadinejad, ha già ripetutamente lanciato avvertimenti e minacce ai mezzi di comunicazione, in particolare alla carta stampata. Ramin ha dichiarato che i quotidiani vengono sospesi per renderli più compiacenti. Tre giornali sono stati chiusi dal 14 gennaio.
Tuttavia, ci sono anche delle buone notizie. Grazie al sostegno delle autorità francesi, undici giornalisti e blogger iraniani perseguitati sono recentemente giunti in Francia, dove hanno chiesto asilo. Alcuni sono stati raggiunti dalle famiglie. Il 5 gennaio scorso tre giornalisti perseguitati in Iran, Benyamin Sadr, Sepideh Pooraghaiee e Ghasam Shirzadian, hanno trovato rifugio a Dijon.
Reporters Senza Frontiere riceverà un aiuto in denaro dalle autorità regionali e dipartimentali per sostenere le spese necessarie alle loro necessità di base e per sostenere finanziariamente la loro integrazione nella società francese attraverso corsi di lingua e aiutandoli nella ricerca di un alloggio.
Sono quelli fortunati, loro.
Clothilde Le Coz ha lavorato per Reporters Senza Frontiere a Parigi a partire dal 2007. Al momento è direttrice dell’ufficio di Washington dell’organizzazione, che ha come obiettivo la promozione della libertà di stampa e di parola nel mondo.
Nell’ufficio parigino si occupava in particolare della libertà di espressione via Internet, lavorando soprattutto su Cina, Iran, Egitto e Tailandia. Le Coz ha anche curato un “Manuale per blogger e cyber-dissidenti” pubblicato nel 2005. Il suo ruolo attuale è quello di rivolgersi ai lettori e alla politica perché siano consapevoli delle minacce costanti alle quali i giornalisti sono sottoposti in molti paesi del mondo.
[Questo articolo è stato pubblicato su MediaShift lo scorso 9 febbraio. Traduzione dall'inglese di Tiziana Zoccheddu]
di Corrado Morricone
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Tre anni fa, quando in pieno governo unionista furono presentati i DiCo, su Novamag descrivemmo i contenuti del provvedimento e lo etichettammo come frutto di un approccio realista e pragmatico alla questione e alla situazione politica esistente. Quel progetto di legge, in seguito, fece una brutta fine come tutta l’azione del governo Prodi, ridotto all’immobilismo ed alla continua mediazione da una risicata maggioranza parlamentare che, prima a sinistra e poi al centro, ha visto continue defezioni fino a ridursi a minoranza.
Il tramonto della proposta che in Italia abbia mai avuto le maggiori possibilità di essere approvata non ha significato, tuttavia, l’abbandono da parte di politici e parlamentari dell’idea di regolamentare le unioni di fatto, possibilmente introducendo nuovi e più o meno consistenti diritti ai conviventi e alle persone a loro vicine.
Per quel che riguarda l’attuale maggioranza, in particolare ha fatto un leggero rumore, nel settembre del 2008, l’annuncio da parte dei ministri Renato Brunetta e Gianfranco Rotondi della presentazione di un progetto sui cosiddetti DiDoRe, acronimo che sta per “Diritti e doveri di reciprocità”. Un mese dopo in parlamento è arrivata la proposta di legge da parte di numerosi parlamentari della maggioranza: come previsto dall’articolo 1, è un provvedimento che innanzitutto dovrebbe tutelare l’istituto della famiglia tradizionale intesa come unica forma di famiglia e, solo in secondo luogo, prendere atto di forme alternative di convivenza.
A differenza dei DiCo, però, i DiDoRe non offrono reversibilità della pensione, non pongono innovazioni sul piano testamentario, ma si limitano ad intervenire senza oneri statali sulla regolamentazione di alcuni casi, cioè l’assistenza in caso di malattia o ricovero (articoli 3 e 4, permettendo al convivente la visita nelle strutture ospedaliere e concedendo la responsabilità di decidere su donazione degli organi e su questioni in materia di salute e di fine vita, previa designazione scritta con testimoni), i diritti sull’abitazione (articoli 5 e 6, secondo i quali si ha diritto ad usufruire per sempre, salvo nuova relazione di fatto o matrimoniale, della casa di proprietà del convivente defunto, o a subentrargli in un contratto di locazione), gli obblighi alimentari (articolo 7).
Nonostante questo passo indietro, la proposta di legge ha subito molte critiche dalla stessa maggioranza che l’ha proposta (tra gli altri, il capogruppo dei senatori Pdl Maurizio Gasparri, il sottosegretario alla presidenza del consiglio Carlo Giovanardi), ed è ancora arenata all’esame in commissione, dopo quasi un anno e mezzo dalla sua ideazione.
Stessa ostilità (tanto da bloccarne anche la conferenza stampa di presentazione) hanno trovato le altre proposte di legge da parte del Pdl, di cui una costituzionale, da parte dei senatori Salvo Fleres, Bruno Alicata e Maria Ida Germontani. La modifica dell’art. 29 della carta da loro proposta lo scorso aprile va chiaramente in direzione della tutela (e, in un certo senso, di una più precisa definizione, della famiglia tradizionale): «La Repubblica riconosce e tutela i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna e garantisce i diritti individuali scaturenti dai rapporti di coppia come stabiliti dalla legge».
Il solco, insomma, sembra essere quello dei DiDoRe; gli stessi senatori, però, in due differenti disegni di legge (del novembre 2008 e dell’aprile 2009) propongono la reversibilità della pensione in assenza di legittimati e la cosiddetta “separazione breve” in assenza di figli minori (altra innovazione del nostro diritto di famiglia da tempo discussa e mai approvata).
Sembra inutile sottolineare come, anche in questo caso, l’esame dei provvedimenti non sia ancora iniziato.
Fortuna migliore non stanno avendo le proposte di legge che vengono dall’opposizione, in particolare dal Partito democratico: ricordiamo quella firmata da Paola Concia, Livia Turco ed altri, che intende istituire e garantire l’assunzione di responsabilità genitoriale anche da parte del compagno di uno dei genitori biologici, che quindi si troverebbe non solo dei diritti, ma anche dei doveri di tipo materiale, economico e patrimoniale nei confronti del minore.
La stessa Concia, inoltre, ha presentato un pdl sulla disciplina dell’unione civile che non interviene né sull’istituto del matrimonio, né sulla disciplina dell’adozione né sulla condizione giuridica dei figli, ma solo sull’assetto giuridico e patrimoniale della coppia, e un altro pdl che ricalca quello sui Pacs presentato in passato da Franco Grillini e che tocca temi quali l’assistenza sanitaria, l’assistenza penitenziaria, la concessione della pensione di reversibilità in coppie sussistenti da più di due anni, i diritti successori e, ovviamente, lo scioglimento dello stesso patto di solidarietà.
Nel Pd, bisogna ricordarlo, era stato Ignazio Marino a inserire nel proprio programma di candidatura alle primarie la necessità di istituire le unioni civili (in questo caso, sul modello delle norme vigenti nel Regno Unito).
L’attuale maggioranza parlamentare, quindi, al di là di sporadiche e modeste iniziative, non sembra affatto orientata al riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto e alla loro eventuale regolamentazione: basta vedere come, nei giorni scorsi, la candidata Pdl nel Lazio Renata Polverini (che sul suo blog aveva scritto: «Sono favorevole a regolamentare le unioni di fatto, a patto di non produrre un matrimonio di serie B. Allo stesso tempo, sono convinta che diritti e doveri reciproci debbano essere riconosciuti alle coppie che vivono fuori del matrimonio») sia stata bloccata e rimbrottata da una serie di esponenti locali e nazionali del suo partito, nonché da alleati nella corsa alla guida della regione.
Se non può essere la «falange armata monoetica» (la citazione è di un deputato Pdl) a seguire questa strada, se l’opposizione è divisa ed equivoca in questa materia (e comunque, per il semplice fatto di essere minoranza, può difficilmente produrre una proposta che trovi l’appoggio della maggioranza), può forse intervenire la corte costituzionale ad innovare, fortemente, la situazione esistente: infatti il prossimo 23 marzo sarà chiamata a pronunciarsi sulla questione di legittimità costituzionale agli articoli 2, 3, 29, 117 della carta sollevata dal Tribunale di Venezia di fronte al caso di una coppia di uomini che aveva chiesto la pubblicazione del proprio matrimonio, e che di fronte al rifiuto dell’ufficiale di stato civile si è rivolta alla giustizia.
Tra le tante possibilità che possono scaturire da questa richiesta (secondo la quale «le opinioni contrarie al riconoscimento alla libertà matrimoniale tra persone dello stesso sesso, fatte proprie dall’Avvocatura dello Stato resistente, per giustificare la disparità di trattamento invocano ragioni etiche, legate alla tradizione o alla natura.
Si deve tuttavia obiettare che tali argomenti non sono idonei a soddisfare il rigore argomentativo richiesto dal giudizio di legittimità, non solo perché, come si è già messo in luce, i costumi familiari si sono radicalmente trasformati, ma soprattutto perché si tratta di tesi alquanto pericolose quando si discute di diritti fondamentali, posto che l’etica e la natura sono state troppo spesso utilizzate per difendere gravi discriminazioni poi riconosciute illegittime (si pensi alla disuguaglianza dei coniugi nel diritto matrimoniale italiano preriforma e al divieto delle donne di svolgere alcune professioni, entrambi fondati sulla convinzione che le donne fossero naturalmente più deboli»).
C’è anche la possibilità di un eventuale riconoscimento del matrimonio omosessuale tout court, come avvenuto in Massachussets, in Sud Africa e in Canada, o come potrebbe (di nuovo) avvenire in California, dove prossimamente, a San Francisco, partirà un processo per il riconoscimento dei matrimoni gay, che potrebbe anche arrivare in Corte Suprema e quindi essere vincolante per tutti gli Stati Uniti – e c’è da aggiungere che il giudice federale che emetterà la sentenza è, a sua volta, omosessuale.
Per restare all’Italia, una eventuale sentenza della Corte che recepisca le istanze della coppia veneziana avrebbe il paradossale, e per certi versi divertente, effetto di portare l’Italia ad avere un istituto matrimoniale che nessuna delle forze politiche presenti in parlamento si sogna minimamente di approvare, a dimostrazione che, come tante altre cose, se uno vuole il primato della politica (anche sull’etica) bisogna saperselo guadagnare. Per una legislazione più matura e più vicina alla realtà è quindi necessario attendere, salvo miracoli, la fine della legislatura.