di Gianfranco

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Chi non è di sinistra da giovane è senza cuore, ma chi non è di destra da vecchio è senza cervello (frase attribuita a Winston Churchill)

Probabilmente nessuno è sorpreso dallo scoprirsi imborghesito e sempre più reazionario col passare del tempo. Ma se la maturazione di posizioni conservatrici abbia a che fare la ragionevolezza e l’intelletto – come suggerisce la massima del primo ministro di Sua Maestà – o se piuttosto la si debba attribuire al disincanto, alla stanchezza, e alle delusioni che generalmente si accompagnano mano nella mano con l’età, non è dato sapere.

Esistono però casi, forse isolati ma certamente emblematici, di persone che, come il vino, invecchiano bene. Che magari fanno cose aberranti in gioventù, per poi costruire nel corso degli anni un nuovo sé, passo dopo passo, tassello dopo tassello.

Tutti noi abbiamo in mente, ad esempio, il caso del pistolero senza nome. Quello che non avrebbe esitato a sparare a vista per qualche dollaro in più o per un malinteso senso di pulizia; disposto a fidarsi solo del proprio fucile o della propria 44 Magnum, con una legge morale tutt’al più bidimensionale, capace di svilupparsi solo lungo gli assi dell’istinto primordiale e del disprezzo più assoluto del genere umano; atto a guardare alla figura femminile con lo stesso senso di trasporto, rispetto e coinvolgimento concesso a un paracarro; in grado di apprezzare fino in fondo la dote migliore di una persona di colore o di un immigrato: l’invisibilità. In poche parole, con una concezione politica talmente alta, che sopra di essa c’è solo la merda di piccione.

Una personcina talmente a modo e che di certo chiunque avrebbe fatto a botte per sederglisi accanto alla cena di gala di una premiazione. Eppure, a un certo punto, anche nelle vite di persone così può succedere qualcosa di talmente pregnante da indurli ad aprire la mente, ad ascoltare sempre di più le ragioni degli altri, a emendare le proprie posizioni, fino quasi a compiere un détour completo nella propria esistenza.

E dunque gli invisibili diventano istantaneamente visibili e si comincia a tener in conto anche gli ultimi. Si sente finalmente come proprio un senso della giustizia che sia tale a qualsiasi latitudine, addirittura oltre il giardino di casa propria. Si scopre come una donna possa essere anche amata e rispettata oltre che posseduta; come esista un sentimento chiamato “compassione” che può indurre a sopprimere una vita per liberarla; come la grettezza umana possa essere una trappola e mai una bussola; come esista dignità anche nella sconfitta; come gli ideali che parlano alla pancia siano nella migliore delle ipotesi propaganda e menzogna; come la xenofobia sia la più deprimente forma di paura.

Queste traiettorie umane così peculiari inducono tutti noi a riflettere. E tra noi chiamano in causa soprattutto coloro che progressisti e liberali si sono sempre creduti e che sono spiazzati da questa sfida continua di quella che doveva essere una controparte dialettica e che invece si permette di invadere il nostro campo con la sicumera di un capofila e il piglio di un leader.

Sopraffatti, smarriti, ci guardiamo con sospetto, leggendoci reciprocamente negli occhi l’inquietante domanda: «Ma perché i fascisti sembriamo noi?». Affranti davanti all’incapacità di prevedere la prossima mossa del compagno Gianfranco Fini.

[questo articolo è stato originariamente pubblicato lo scorso 8 marzo sul blog collettivo Wirwer)

di Redazione

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di Dorian Benkoil / Per anni i digerati (nome preso dall’omonimo libro scritto da John Brockman che si occupa, tramite interviste o profili, di un gruppo di intellettuali, imprenditori, uomini di affari costituenti la nuova élite tecnologica che trova il suo spazio di azione nel cyberspazio) hanno dichiarato l’inutilità delle email.

Già nel 2003, gli esperti dicevano che i feed RSS (formati per la distribuzione di contenuti online) avrebbero sostituito la posta elettronica. Nel 2007 Wired e CNET sostenevano che le giovani generazioni utilizzavano la messaggistica istantanea, Facebook e Myspace al posto delle email. Più recentemente, sul periodico PC Magazine, John Dvorack ha proclamato “I 9 motivi per cui l’email è morta”, e il Wall Street Journal ci ha spiegato “Perché l’email non è più predominante”.

Quelli che fanno pronostici danno la colpa al fastidio causato dalle spam, alle difficoltà di inviare messaggi multipli con i firewall aziendali (e di averli privi di HTML o di grafica), e al fatto che un flusso eccessivo in entrata stia portando le persone a prestare sempre meno attenzione alle email ricevute.

E’ vero che le media company – aziende che si occupano di comunicazione di massa, ma oggi non si occupa ogni azienda di comunicazione di massa? – devono prestare grande attenzione a importanti piattaforme sociali quali Twitter e Facebook, ma non dovrebbero sottovalutare il potere di righe ben congeniate che arrivano direttamente a chi si iscrive ad una mailing list.

Ecco qualche esempio tratto dalla mia esperienza personale e anche qualche dato che aiuterà a sostenere la mia tesi che l’email è viva e vegeta.

NON SOTTOVALUTATE LE NEWSLETTER

Un nostro socio recentemente ha sottolineato che noi non dedichiamo molte energie alle strategie di comunicazione per email dei clienti perché le persone sono “sovraccariche di email”. Ma a 4 settimane dal lancio, più del 5% dei visitatori del sito di un cliente si erano iscritti alla mailing list. La lista continua a crescere rapidamente e credo che le persone iscritte siano tra i seguaci più fedeli del sito.

Un altro esempio recente risale a quando il rappresentante di un potenziale sponsor di MediaShift espresse interesse per i nostri banner pubblicitari, ma mi disse che erano molto interessati a conoscere le opportunità offerte dalla nostra newsletter. Secondo questo rappresentante, lo sponsor trovava che l’email fosse il mezzo di comunicazione più efficace.

“Oggi l’email è probabilmente il mezzo di comunicazione più efficace a disposizione degli editori, soprattutto perché ha già un livello alto di diffusione”, ha detto per email Chris Sturk, managing editor del gruppo di consulenza editoriale Mequoda Group.

Per un editore, la pubblicità per email, che per legge richiede il consenso dell’utente ed ha quindi un target molto più definito rispetto ad altri formati pubblicitari, tende ad avere un ricavo più alto a livello di utente che le pubblicità online. Inoltre consente un livello di design e di destrezza linguistica che è impossibile da ottenere in una piattaforma sociale come Twitter o Facebook.

Ho potuto notare picchi di traffico nei siti, nelle ore e nei giorni successive all’invio di una newsletter. L’email permette di conservare i messaggi sul server, senza doversi affidare alla sicurezza e all’invio dei social network attraverso i quali vengono inviati. Si possono utilizzare i dati relativi alle percentuali di apertura delle email (la percentuale di quelli che hanno ricevuto un’email e l’hanno realmente aperta), di clic su un link e di messaggi che tornano indietro (ad esempio, quando un indirizzo email non è più valido), senza preoccuparsi che l’informazione sia sicura. Inoltre, con le email la privacy degli utenti può essere protetta meglio.

“Nella comunicazioni professionali, spesso si desidera utilizzare con i clienti un canale riservato, specialmente se si tratta di scambio di denaro” afferma Sturk. “L’email offre questa privacy, mentre i social network sono principalmente aperti a tutti”.

Anche il numero di iscritti dimostra che l’email non è in declino: dall’agosto 2008 all’agosto 2009, il numero degli utenti è cresciuto del 21%, raggiungendo i 276,9 milioni di persone tra Stati Uniti, diversi paesi europei, Australia e Brasile. Mentre, afferma Sturk, la percentuale di invii e di aperture è rimasta relativamente invariata.

I SOCIAL NETWORK RENDONO LE EMAIL PIU’ EFFICENTI

E’ vero, quando si parla di traffico verso i siti internet, Facebook, Twitter e altri siti di questo tipo stanno scalando le classifiche. Ma le indagini condotte dalla società di ricerche di marketing Marketing Sherpa rivelano che gli utenti considerano i social network dei luoghi riservati alle comunicazioni personali e il 75% preferisce che le aziende comunichino con loro via email.

Gli utenti dei social media, infatti, arrivano ad utilizzare le email anche più degli altri, secondo Sean Donahue, direttore di Marketing Sherpa. “Basta guardare Linkedln o Facebook: come si crea un account?” chiede Donhaue. “Tramite un indirizzo email. Come si ricevono le notifiche da questi servizi? Attraverso le email”.

I social network, così come altri strumenti quali i wikis e i sistemi di condivisione documenti, in qualche modo hanno anche reso più efficiente la posta elettronica. I collaboratori possono verificare molto più semplicemente lo stato di un progetto e accedere ai documenti necessari senza dover inviare o ricevere email per ogni aggiornamento.

La posta elettronica può non essere allettante, ma ha ancora molto potere. Se fate parte del mondo delle comunicazioni e ignorate le email, lo fate a vostro rischio e pericolo. Le email dovrebbero ancora rientrare tra le vostre strategie, per raggiungere i clienti in un modo che li faccia sentire a proprio agio, per metterli in comunicazione con voi e per portare anche dei benefici alla vostra azienda.

Dorian Benkoil è direttore vendite presso MediaShift e Vice Presidente di Teeming Media, una società di consulenza impegnata a far incontrare contenuti mediatici digitali e obiettivi aziendali. Ha ideato strategie, modelli aziendali, progetti di formazione per siti web, social media, blog, società di organizzazione eventi, start up aziendali, pubblicazioni e programmi televisivi. Conduce il programma TV “Naked Media: The Business of Media, Uncovered” (NakedMedia.org), gestisce il bolg su MediaFlect.com e il sito http://dorianbenkoil.tumblr.com/, e si trova su Twitter @dbenk.

[Questo articolo è stato pubblicato il 2 febbraio scorso su Mediashift. Traduzione dall'inglese di Maria Vittoria Ramogida]

di Redazione

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di Paul Gillin

Posterous è un nuovo servizio che diffonde i post e le altre social activity di una persona ad una rete di comunità on line, quali Twitter, Facebook, Tumblr e Delicious.
Posterous ospita alcuni servizi nuovi che rendono automatico il vecchio e noioso processo di postare manualmente informazioni a vari siti e social networks.
In questa categoria, altri pure-play (organizzazioni online che svolgono la propria attività solo su internet, ndt) appena arrivati sono Ping.fm, Dlvr.it e il plugin di Wordpress Supr, ma la capacità di base di pubblicare post contemporaneamente su diversi social networks sta rapidamente diventando parte integrante di quasi tutte le applicazioni di internet. Buzz di Google (Google Buzz), la cui uscita è stata annunciata proprio questa settimana, ha alcune di queste funzionalità.

Queste sono le prime onde nelle acque della nuova tecnologia che porteranno via effettivamente i siti da internet. Con ciò voglio dire che sta arrivando la fine della metafora di internet così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 15 anni. Internet, sempre di più, non è caratterizzato da siti, ma da persone e contenuti. Poiché la tecnologia rende possibile che i nostri scarabocchi online appaiano ovunque vogliamo, il compito di valutarne l’effetto diventerà considerevolmente più complesso.

Il grande cambiamento nel panorama internet è che qualsiasi informazione non avrà più bisogno di una homepage per raggiungere il pubblico. Facebook aveva già iniziato questo trend, creando un servizio così popolare che alcuni marchi avevano pensato che fosse più opportuno usare Facebook come homepage che il loro sito ufficiale, e Honda ne è un esempio notevole. La casa automobilistica ha cominciato ad inserire nelle pubblicità in TV il link alla propria fan page su Facebook. Questo stratagemma sa un po’ di trucco, ma è anche indicativo di un cambiamento nelle percezione degli operatori di mercato. Come mi ha detto recentemente Adam Brown, direttore della comunicazione digitale della Coca Cola, “la nostra filosofia è andare a pescare dove ci sono i pesci”.

E’ solo che sta diventando sempre più difficile capire dove siano i pesci. Man mano che i social network integrano i loro contenuti, i contributi di ciascun individuo vengono staccati dai relativi siti. Su Twitter, per esempio, le conversazioni esistono in una forma apolide che trova cittadinanza in Twitter.com, TweetDeck, Seesmic, nei widget per i blog o in qualsiasi altro strumento in grado di catturarla. In queste condizioni, come facciamo a valutarne l’effetto?

Ai tempi dei primi social media (e con ciò intendo il 2006!), gli influencer (persone che, in modo diretto o indiretto, gestiscono le comunità online, attraverso la creazione o integrazione di contenuti, ndt) avevano come base i propri blog e si affidavano al passaparola, ai link ed ai motori di ricerca per raggiungere il pubblico. Oggi, il blog è piuttosto irrilevante. Con Posterous, un post può essere creato come messaggio email ed inviato automaticamente a un paio di dozzine di social outpost, formattato in base alle caratteristiche di ciascun destinatario. Alcuni di questi servizi pubblicano i commenti di fan e follower, altri no. Determinare la “quota di mercato” di un influencer significa dover cercare tra risultati di ricerca e dati forniti da diversi canali e misurare l’impronta complessiva della persona.

Col tempo, questi strumenti riusciranno a dare un senso a questo caos, ma per ora è il classico caso della tecnologia che va oltre la capacità delle persone di capirla. Per gli operatori di mercato, il punto chiave è che il sito web come lo conoscevamo sta diventando meno importante, gli influencer stanno ingrandendo la propria voce e le regole di ingaggio stanno venendo resettate. La buona notizia è che tutti possono utilizzare questi strumenti, così se al momento state limitando i vostri post a un blog o a Twitter, prendete in considerazione l’idea di espandere il vostro campo d’azione. La cattiva notizia è che l’influencer che pensavate di aver individuato e circoscritto sta ora strombazzando messaggi a un pubblico molto vasto. Solo il tempo potrà dirci quale sarà stato l’impatto di questa nuova realtà.

[Questa riflessione è stata pubblicata lo scorso 10 febbraio dal sito di Paul Gillin, un giornalista specializzato in tecnologia. La traduzione dall'inglese è di Maria Vittoria Ramogida]


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