di Massimiliano Di Giorgio
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Tutte le cose prima o poi, come è noto, finiscono. Pare che anche il sole tra 5 miliardi di anni si sarà spento. Novamag si spegne invece dopo tre anni e mezzo. Fine delle trasmissioni, insomma.
La spiegazione è semplice: ormai faticavamo a produrre contenuti originali, e dato che Novamag(azine) non è nato come aggregatore, ma per essere una rivista, non avrebbe avuto molto senso continuare.
Molte delle persone che partecipavano a Novamag nel frattempo hanno cambiato idea, luogo, lavoro, si sono appassionate ad altro, hanno fatto figli, avevano meno tempo o meno voglia. Succede. Non c’è stato un sufficiente ricambio delle firme, probabilmente. Ma siccome tutto quello che abbiamo fatto fin qui è stato un prodotto puro di volontariato, ciò non poteva non avere conseguenze. Dunque, si chiude.
Però, per fortuna, il web è un luogo in cui fioriscono e si aggregano migliaia (se non milioni) di iniziative e riviste, dunque di Novamag non si sentirà troppo la mancanza.
Nel frattempo, grazie a tutti coloro che ci hanno seguiti (a marzo sono stati 18mila, tra unique visitor e lettori in RSS feed), a tutti quelli che hanno partecipato, a vario titolo e varia intensità.
Novamag resterà online per qualche mese, anche se non verrà più aggiornata. Su Facebook e Twitter invece continuerà ancora a esistere, anche se non possiamo dirvi per quanto tempo e in che forma. Se volete scrivere, usate il form (qui) oppure l’indirizzo email.
Un consiglio, l’ultimo. Seguite e sostenete intanto due iniziative che si sono intrecciate in vario modo con Novamag: parliamo di Rassegna Stanca e della rivista di cinema online Schermaglie.
Alla prossima da qualche parte per qualcosa.
di Redazione
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di Dan Cohen
Google fa bene alla storia? Certo che si. Noi storici siamo dei ricercatori, degli esploratori di documenti, e Google è forse lo strumento più potente che sia mai stato inventato, nella storia dell’umanità, per fare proprio questo. Google ha inventato un metodo, solo apparentemente semplicissimo, per scansionare istantaneamente milioni di documenti e ha speso di tasca propria centinaia di milioni di dollari per permettere a noi di leggere milioni di libri comodamente in pigiama. Buono? Che ne dite di fantastico?
Ma ovviamente noi storici, come altri umanisti, siamo dei critici nati e riusciamo a trovare difetti praticamente in qualunque cosa. E questa nostra predisposizione, strano ma vero, tende ad inasprirsi se un’enorme azienda, piena di laureati meglio pagati di noi che vengono dall’altra parte del campus, si intromette nel nostro territorio. Se Google avesse speso centinaia di milioni di dollari per costruire la Biblioteca Widener ad Harvard, di sicuro noi ci lamenteremmo di tutti quei gradini per arrivare all’ingresso.
Un po’ per paura e un po’ per invidia, è facile sparare su Google. Mentre ogni settimana viene pubblicato un nuovo libro contro Google, dove sono i volumi di critica su ProQuest, Elsevier o sulle altre grandi aziende di informazione che servono il mercato accademico in modo spesso discutibile? Queste aziende, che forniscono anche servizi di ricerca e scansioni digitali, richiedono alle università cifre esorbitanti per il privilegio di un abbonamento, spremendo ogni anno dai budget delle nostre biblioteche denaro che potrebbe essere utilizzato per cose più utili.
Dall’altro lato invece, Google ci ha dato Google Scholar, Google Libri, archivi interi di giornali, e molto di più, con un’offerta spesso migliore dei servizi a pagamento, e tutto questo gratis. Guardando le cose da questo punto di vista, tenendosi lontani dall’ossessione miope contro l’Azienda-Tecnologica-Più-Grande-Del-Momento (ricordate simili diatribe contro IBM e Microsoft?), Google è stato molto utile alla storia e agli storici, e si dovrebbe soltanto sperare che continui ad esercitare pressione su coloro che forniscono alternative costose.
Naturalmente, come molti altri che sentono un legame speciale con i libri e col patrimonio culturale, avrei voluto che un progetto come Google Libri non fosse in mano ad un’impresa privata. Per anni ho auspicato che un progetto pubblico, o almeno un consorzio di università, avviasse una scansione di libri delle dimensioni di quella che Google sta tentando. Mi suscita invidia che la Francia abbia recentemente stanziato un miliardo di dollari per le scansioni pubbliche.
Inoltre, il Centro per la Storia e i Nuovi Media [Center for history and New Media, di cui Cohen è il direttore, presso la George Mason University, ndt] lavora a stretto contatto con l’Internet Archive per l’inserimento dei contenuti in un ambiente non-profit. Questo consentirà di massimizzare la sua utilità e distribuzione e renderà i contenuti realmente liberi, nel vero senso della parola. Sarei molto più felice di trovare i libri di Google nell’Internet Archive o presso la Libreria del Congresso. Si può sperare che Hathi Trust possa diventare una vera alternativa a Google, ma loro stessi si basano ancora moltissimo sulle scansioni di Google. La probabilità di un progetto di scansioni pubbliche finanziato da fondi pubblici, in questa era di reazionari del Tea Party, mi pare piuttosto scarsa.
* * *
Chi segue il mio blog sa bene che quando si tratta di Google, di certo non risparmio colpi. Il record di letture del mio blog è tuttora quello raggiunto quando, agli albori del progetto di scansione di libri di Google, avevo per caso pubblicato la scansione di una mano umana trovata mentre leggevo un’edizione di Platone. Il mio post è finito su Digg e da allora è diventato uno dei tanti esempi usati dai detrattori di Google per dimostrare la scarsa qualità nel loro progetto di biblioteca online.
E allora voglio soffermarmi per un momento sul problema della qualità, visto che è una delle ossessioni del mondo della ricerca, ossessione che io trovo un tantino fuori posto. Certo, su Google ci sono delle cattive scansioni – come dice il proverbio, la fretta è cattiva consigliera – ma sarei curioso di vedere uno studio scientifico sulla percentuale di pagine illeggibili o mancanti (nella mia esperienza con un gran numero di libri di epoca vittoriana, si tratta di una frazione minima). Per quanto riguarda gli errori con i metadati, come ha notato Jon Orwant di Google Books, quando si lavora con trilioni di metadati ci si deve aspettare di avere perlomeno milioni di errori da correggere. Non cerchiamo di illuderci che il mondo della bibliografia al di là di Google sia perfetto: molti dei problemi di metadati su Google Books derivano da problemi nelle biblioteche utilizzate e sono esterni a Google.
Per giunta, Google riuscirà molto probabilmente a rimediare a molte di queste inadeguatezze: Google migliora continuamente il proprio OCR [optical character recognition, ndt] e le possibilità di correzione dei metadati, e lo fa spesso in modo intelligente. Per esempio, Google ha recentemente acquisito da Carnegie Mellon il sistema reCAPTCHA, che utilizza gi inconsapevoli utenti di servizi online per trascrivere passi particolarmente difficili o illeggibili da libri antichi. Ha aggiunto un sistema di commenti tramite il quale gli utenti possono segnalare le cattive scansioni. Libri di qualità particolarmente bassa possono essere scansionati nuovamente o sostituiti da versioni di altre biblioteche. Tutte queste lamentele sui problemi di Google Libri che hanno soluzioni ingegneristiche non mi fanno nessun effetto, perché è proprio questo che Google fa: risolve problemi ingegneristici, e li risolve bene.
Al contrario, credo che dovremmo tutti riconoscere (anche se non senza critiche, come dirò tra breve) che Google Libri – come molte altre cose in casa Google – non è altro che il risultato di una sfida ingegneristica e una serie di problemi matematici.
La sfida era: come scansionare decine di milioni di libri in un decennio? Ora, è facile dire che si poteva fare un lavoro migliore e perfezionare tutti i dettagli, ma se si ragiona sulla base di queste variabili fondamentali, come immagino abbiano fatto Brandon e i suoi colleghi, si capisce facilmente che elaborare un progetto perfetto di biblioteca elettronica richiederebbe cento anni e non dieci (il che per qualcuno potrebbe essere un perfetto rapporto costi-benefici, ma questa è un’altra questione, o perlomeno un altro progetto). Come per l’OCR, per passare da un’accuratezza del 99% a una del 99.9% servirebbe una quantità di tempo e denaro esponenzialmente maggiore. Questo è il rapporto costi-benefici che Google ha deciso di accettare. Trattandosi di un’azienda che si interessa di ricerca, dove il 100% di accuratezza non è quasi mai necessario, e considerando i margini di miglioramento possibili a partire da una imperfetta prima versione, immagino che sia stata una scelta piuttosto facile da fare.
* * *
Pur con tutti i difetti, Google Libri è incredibilmente utile. Anche se ho studiato in istituti che avevano biblioteche grandi quanto quella di Google Libri, mi trovo adesso a lavorare in uno che è molto più simile alla media delle università: circa un milione di volumi e qualche testo raro. In un posto come Mason, Google Libri è una vera salvezza e permette di fare ricerche che un tempo si potevano fare soltanto se si studiava nei posti giusti. Mi capita tutti i giorni che i miei studenti trovino nuovi argomenti da studiare e su cui scrivere tramite ricerche fatte su Google Libri. Provate soltanto ad immaginare cosa questo comporti per i ricercatori in storia e gli studenti di istituzioni meno privilegiate. Pur con tutti i difetti, nei prossimi decenni Google Libri è destinato a diventare la fonte di tantissima ricerca storica in tutto il mondo. È un incredibile strumento per equilibrare le possibilità di accesso alle fonti storiche.
Google fa bene alla storia anche perché mette in discussione alcuni dei principi, vecchi come il mondo, dei nostri metodi storiografici.
Prima dell’arrivo dei progetti di digitalizzazione di massa e dei loro altrettanto importanti indici, eravamo costretti a scegliere i documenti in un mare magnum di fonti analogiche. Tutto quel cercare, tutto quel setacciare documenti, per poi dedicarsi a documenti e testimonianze la cui scelta…beh, ammettiamolo, lasciava spazio a molti errori. “Leggilo per intero,” ci dicevano al liceo. Ma chi mai lo fa? Noi selezioniamo i nostri documenti in archivi giganteschi basandoci sull’intuito; a volte troviamo testimonianze fondamentali per puro caso. A volte facciamo di una mosca un elefante, perché…il tempo che abbiamo basta appena per le mosche, e non basterebbe mai per gli elefanti. Qualunque sia la nostra tecnica, qualcosa rimane sempre fuori: nel mondo analogico, raramente si raggiunge la completezza.
Il problema diffuso della “storia aneddotica”, come l’ho definito io, è destinato a peggiorare. Ora che sempre più documenti saranno scansionati e disponibili online, molta ricerca storica fatta finora si dimostrerà debole e non rigorosa. L’esistenza di tecnologie di ricerca moderne dovrebbe spingerci a migliorare la ricerca storica. Dovrebbe dimostrarci che i nostri metodi analogici, necessariamente incompleti, ci hanno impedito di avere una prospettiva più ampia, che ora invece si apre a noi grazie a strumenti di ricerca meno capricciosi e, checché ne dicano i loro detrattori, spesso più obiettivi di un qualunque ricercatore che sfogli rapidamente un faldone di carte in una giornata di ricerche d’archivio.
Non solo: fidarsi di Google potrebbe aprire nuovi sentieri per esplorare il passato. Nel mio libro Equations from God, scrissi che la matematica era generalmente considerata un linguaggio divino nel 1800 e fu “secolarizzata” nel diciannovesimo secolo. La mia dimostrazione era basata anche sul fatto che i trattati di matematica, che spesso contenevano un linguaggio religioso all’inizio del XIX secolo, lo persero completamente entro la fine del secolo.
Avendo condotto le mie ricerche per questo libro nell’era pre-Google, i documenti a mia disposizione erano limitati: potevo leggere soltanto un certo numero di libri e ho scelto di concentrarmi (sono sicuro che questo suonerà familiare a molti) sugli scritti dei matematici più importanti. La vastità di Google Libri, per la prima volta, mi da la possibilità di fare una scansione molto più completa dei trattati matematici vittoriani per cercarvi riferimenti religiosi , e questo è valido per molti altri progetti di ricerca storica.
Insomma, Google non è soltanto una miniera di ricerca gratuita, ma anche un nuovo metodo di ricerca che prima non avevamo e per cui dovremmo essere grati. Google fa bene alla storia? Certamente sì.
* * *
Questo significa che non possiamo criticare costruttivamente Google per renderlo migliore, specialmente per gli storici? Certamente no. E mi piacerebbe discutere qui un problema serio di molte delle componenti di Google Books.
Per un’azienda che si è fatta campionessa di apertura al pubblico, Google è stranamente riservata per quel che riguarda Google Libri, che sembra funzionare diversamente da altre proprietà di Google, sempre completamente a disposizione di tutti.
Ad esempio, non capisco perché Google non renda più facile per gli storici come me, che hanno bisogno di fare analisi tecniche sui libri storici, scaricarli in blocco. Se volessero, quelli di Google potrebbero fare un portale per il download gratuito dei testi domani. Le scuse che accampano le ho sentite tutte: “Abbiamo speso milioni per scansionarli, non possiamo darli via così facilmente!”. Beh, dico io, Google ha speso milioni anche per software come Android, Wave, Chrome OS e il browser Chrome, e tutti questi li sta “dando via”. In realtà, l’esitazione di Google nel settore dei libri dimostra che la famosa apertura di Google arriva solo fino ad un certo punto. E ovviamente possiamo capirli: Google è un’azienda, non una biblioteca pubblica. Ma questa non è l’aura filantropica che hanno cercato di creare intorno a Google Libri, al momento del lancio ma anche ora, nei loro appassionati editoriali sui benefici sociali di Google Libri.
Per farla breve, lamentarci della qualità delle scansioni di Google in realtà ci distrae da un problema molto più grave di Google Libri. Il vero problema, soprattutto per quelli che studiano sui testi, ma sempre di più anche per tutti gli altri, è che Google Libri è open soltanto per chi vuole “leggere un libro comodamente a casa in pigiama”. È semplice scaricare i pdf di molti dei libri non coperti da diritti d’autore, ma per questi stessi libri è molto più difficile scaricare i testi in OCR, cioè quelli che servono per più sofisticate ricerche storiche. E se si va oltre i testi liberi da diritti, Google ha optato per un sistema restrittivo e problematico per milioni di cosiddetti libri “orfani”.
Quello che vorrei vedere nel futuro invece, è un accordo legale che offra un accesso più ampio, non più ristretto, a quei libri, e una maggiore disponibilità di quello che Cliff Lynch ha chiamato “accesso informatico” a Google Libri, un livello superiore di accesso che non si limita alla lettura dell’immagine di una pagina sul proprio computer, ma può utilizzare strumenti informatici su molte pagine, o molti testi contemporaneamente, per capirli e studiarli.
Ciò farebbe parte, parzialmente, dello statuto legale di Google Libri, tramite la ricerca col text mining, ma questi centri saranno sicuramente accessibili a pochi, protetti in una torre d’avorio, e dubito che gli storici saranno veramente in grado di servirsene.
Google ha delle APIs, o application programming interface, estremamente elaborate per la gran parte dei propri servizi, ma consente solo un accesso superficiale a Google Libri.
Per un’azienda che ha fatto un enorme successo proprio grazie alla sua apertura e al potere dato agli utenti e ai progettisti di software, Google Libri lascia quantomeno perplessi. Google ha da poco lanciato in pompa magna – e chiaramente in seguito ad agitazioni interne – il cosiddetto “Data Liberation Front”, col compito di garantire la portabilità dei dati e l’apertura di Google stesso. Su dataliberation.org, il sito del Fronte, i Googlers fanno un elenco di 25 progetti Google e cercano sistemi per renderli più portabili e più aperti. Ci sono praticamente tutti i servizi principali di Google, ma purtroppo di Google Libri non c’è nemmeno l’ombra, nonostante siano inclusi dati creati dagli utenti, come My Library, per non parlare di tutti i dati – e cioè i libri – per i quali tutti noi paghiamo tramite le tasse governative o le nostre tasse di iscrizione.
Insomma, mentre i Che Guevara agitano i loro pugni rivoluzionari da un capo del Googleplex, i loro colleghi dal capo opposto stanno lavorando con un gruppo ristretto di autori ed editori per applicare restrizioni complicate a fette grandissime del patrimonio culturale, tramite un accordo legale che pochi tra gli accademici sostengono.
Jon Orwant, Dan Clancy e Brandon Badger hanno fatto un lavoro straordinario di spiegazione dei meccanismi interni di Google Libri, ma nonostante questo Google Libri sembra ancora lontano ed estraneo, al contrario di altri progetti di Google. Ciò è in parte dovuto al fatto che ci sono talmente tanti avvocati di mezzo che è difficile per Google rispondere ad alcune delle domande degli esperti e mettere in piedi sistemi e applicazioni più aperti. La stessa audacia che ha portato l’azienda a digitalizzare intere biblioteche l’ha anche portata a spingersi troppo oltre con i libri coperti da diritti, e ha portato alla rottura con autori ed editori e al fallace schema legale con cui facciamo i conti oggi.
Dovremmo ricordarci che il motivo per cui siamo ora a questo accordo è il fatto che Google non è stato abbastanza ardito da prendere la strada più difficile – sfidare davanti ad una corte, quella dell’opinione pubblica, o del Congresso – il regime di proprietà intellettuale che governa molti libri e impedisce che siano messi online, nonostante i loro autori ed editori originari siano scomparsi da tempo. Google, che usa regolarmente il suo potere per trasformare radicalmente i mercati, è stato stranamente sottomesso nell’attaccare a testa bassa la torre d’avorio della proprietà intellettuale e i suoi potenti difensori aziendali. Se avesse assunto una posizione più coraggiosa, noi storici lo avremmo probabilmente sostenuto con forza, dato che anche noi siamo vittima dei problemi che queste leggi ingiuste sui diritti d’autore pongono sul nostro utilizzo di testi, immagini, documenti audio e video per l’insegnamento e la ricerca.
Io sarei molto più felice se gli storici e Google collaborassero. Se Google ha uno strumento di ricerca che sfida i nostri metodici storici tradizionali, noi storici potremmo avere la capacità di sfidare e migliorare ciò che Google fa. In fondo ai problemi ingegneristici che Google affronta ci sono spesso problemi storici e umanistici, come ad esempio – ma non solo – le traduzioni automatiche, e Google avrebbe da guadagnare dalla nostra esperienza di ricercatori. Gli algoritmi di Google sono stati ottimizzati, nell’ultimo decennio, per la ricerca attraverso documenti linkati su internet. Ma questi stessi algoritmi zoppicano di fronte alle strane sfide dei cambiamenti storici, alla estraneità del passato e di fronte a quei vecchi testi e documenti che gli storici hanno tra le mani ogni giorno.
E dal momento che Google Libri è un prodotto creato da ingegneri con un talento impressionante coi computer, ma un po’ meno senso della storia del libro, o il concetto del libro come oggetto piuttosto che come insieme di bits, fa acqua da molte parti. Per quanto riguarda i testi umanistici, Google non ha ancora elaborato un metodo decente per classificare i risultati: Bibliometrics e il text mining funzionano molto male con questo tipo di fonti – a differenza che con gli articoli scientifici altamente strutturati che sono la specialità di Google Scholar. Studiare il modo in cui gli storici di professione classificano e sistematizzano le loro fonti primarie e secondarie potrebbe insegnare a Google molte cose che poi Google potrebbe a sua volta utilizzare per aiutare i ricercatori.
Insomma, alla fine la domanda più interessante forse non è “Google fa bene alla storia?”, ma piuttosto “la storia fa bene a Google?”. In entrambi i casi, la risposta è sì.
[Questo è il testo del discorso preparato da Dan Cohen per l'incontro annuale dell'Associazione Americana per gli Studi Storici, il 7 gennaio 2010 a San Diego. La tavola rotonda era intitolata “Google fa bene alla storia?” e aveva tra gli oratori Paul Duguid dell'Università di Berkeley, California e Brandon Badger di Google Books. Il testo è tratto dal blog di Dan Cohen]
[Traduzione di Tiziana Zoccheddu e Claudia Montanari]
di Redazione
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di Carla King
Nel 2001, il Wild Writing Women, un gruppo di autrici di libri di viaggio della San Francisco Bay Area del quale ero membro, decise di pubblicare da solo una raccolta di storie. Per quale motivo? Perché nessuna di noi riusciva a trovare un editore che pubblicasse quelle che ritenevamo le nostre storie migliori.
Tra di noi c’erano alcune professioniste esperte di editoria, per cui non abbiamo mai preso in considerazione l’idea di utilizzare la vanity press (editoria personale a pagamento). Invece, tutte noi abbiamo investito 500 dollari e abbiamo formato una piccola società. Una è andata al Municipio di San Francisco per registrare il nome della società, Wild Writing Women Press. Un’altra ha comprato il numero ISBN e il codice a barre collegato; altre hanno assunto un book designer, hanno editato, corretto bozze, creato un sito e scelto un tipografo. La promozione del libro è stata facile perché eravamo 12 scrittrici di libri di viaggio professioniste che discutevano del libro mentre promuovevano altri libri e progetti.
Wild Writing Women: Stories of World Travel è stato un successo immediato. Durante la prima settimana di pubblicazione, abbiamo venduto tutte le 1.000 copie e abbiamo guadagnato più del doppio del nostro investimento iniziale. Diciotto case editrici tradizionali si sono subito dimostrate interessate a comprare il libro. Il gruppo ha deciso – con uno scarno 7 a 5 – di venderlo alla casa editrice Globe Pequot. Successo del self-publishing? Beh, siamo nel 2010 e dobbiamo ancora vedere i diritti d’autore.
Il boom del self-publishing
Autori di livello medio sanno già che l’era dei grandi anticipi, dei diritti d’autore generosi, dei tuor di presentazione e della pubblicità sui media è finita. Devono impiegare tempo e denaro proprio per creare un sito internet e pubblicizzare i propri libri. Gli editori non hanno i mezzi per offrire loro un pieno sostegno. Perché? Internet, la vendita di libri on-line, gli e-books e un’economia in declino sono tra le cause del costante crollo dell’editoria classica. Nel 2005 le vendite erano diminuite del 9% (e hanno continuato a diminuire). Eppure nel 2006 la stampa on-demand è esplosa.
Il rapporto Bowker del 2007 cita Kelly Gallagher, General Manager of Business Intelligence della Bowker con sede a New Providence (N.J.): “Lo sviluppo più sorprendente dello scorso anno è rappresentato dai titoli “on-demand”… che consistono principalmente in ristampe di titoli di dominio pubblico e in altri libri stampati in poche copie (short-run books)”.
Per questi “altri libri stampati in poche copie” non sotto state create delle sotto-categorie, quindi è difficile definire con esattezza le relative aree di crescita. Probabilmente, la porzione maggiore raccoglie i libri creati con l’aiuto di società di service per gli autori (ovvero i vanity o subsidy press), quali Lulu e iUniverse. Ma sono anche in crescita le società di book-packaging che fanno tutto, il che potrebbe anche includere scrivere il libro al posto vostro, e di self-publishing vero e proprio, che significa la creazione, da parte di un autore o di un gruppo di autori, di una piccola casa editrice indipendente.
I dati statistici della Bowker sull’editoria negli Stati Uniti per il 2008 indicano una diminuzione del 3,2 % dell’editoria classica, mentre il numero di libri stampati on-demand (POD: print-on-demand) è salito a oltre 285.000, circa 10.000 libri in più rispetto a quelli pubblicate da case editrici tradizionali. Il che significa dal 2007 una crescita del 132% per la stampa on-demand e un secondo anno di crescita a tre cifre. Ma il fatto che i grandi e medi editori si stiano muovendo verso la stampa on-demand anziché investire nella stampa offset certamente contribuisce a questi dati in crescita.
La tecnologia della stampa on-demand è arrivata alle masse attraverso le società di service per gli autori, quali Lulu e CreateSpace, due service popolari senza costi d’accesso. I loro profitti, e quelli degli altri, dipendono dai rialzi sui prezzi di stampa e dai servizi aggiuntivi, chiedendo da un centinaio a 10 mila dollari per “auto-pubblicare il vostro libro”; queste società hanno migliorato gli strumenti browser-based (utilizzabili tramite internet), così che autori senza competenze in design di libri possono caricare il testo e creare una copertina con il “punta e clicca”. All’improvviso, autori che per anni erano stati impegnati a scrivere lettere di richiesta di pubblicazione e a corteggiare agenti, si trovano a passare il tempo su internet a giocare con i font e le foto e a premere il tasto “acquista” per farsi inviare copie dei loro libri.
Autori che non si sarebbero mai aspettati di diventare autori
Un altro contributo al grande picco della stampa on-demand è venuto da quella popolazione che, prima che gli strumenti diventassero così accessibili, non aveva mai pensato di scrivere un libro. Ad esempio, libri di memorie familiari. Guide (Cookbook) di gruppi religiosi. Uomini d’affari che scrivono libri per migliorare la propria carriera. Professori che scrivono i propri libri di testo.
Ho incontrato Christine Comaford alla Conferenza degli scrittori di San Francisco del 2005. L’energica imprenditrice e amministratrice delegata di Mighty Ventures decise che l’attività di scrittrice le avrebbe dato maggior credibilità e sarebbe servita da eccellente strumento di marketing. La sua storia di successo è un libro del 2007 intitolato Rules for Renegades, completo di sito web che offre risorse gratuite e DVD costosi.
Anche scrittori affermati si sono rivolti al self-publishing. Paul Lima è uno scrittore freelance di Toronto e giornalista di vecchia data. Recentemente, ha incrementato le proprie entrate conducendo seminari e vendendo libri auto-pubblicati del genere “come fare a…” (how-to), riguardanti vari argomenti, tra cui la scrittura professionale.
“Non sono un tecnico”, ha affermato Lima, “e con Lulu tutto quello che devo fare è caricare una foto in JPEG ad alta risoluzione per la copertina e salvare in pdf il mio file word per il contenuto”.
“Le spese di distribuzione di Lulu mi sono sembrate costose e anche Amazon doveva prendere la sua quota”, ha affermato Lima, e così ha deciso di cercare altre alternative: una partnership con Five Rivers, un “piccolo editore” dell’Ontario. Five Rivers ha creato un libro che si atteneva alle specifiche di stampa di Lightning Source che, poiché è di proprietà del gigante dell’editoria Ingram, viene facilmente distribuito nelle librerie, nei rivenditori di e-book e su Amazon negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito. Inoltre, ha ottenuto la distribuzione del suo libro con Indigo, il maggior rivenditore canadese.
Lima guadagna un 10% di diritti d’autore e dice che per lui va bene. “E’ un contratto di lavoro: loro sono i miei editori/distributori/soci d’affari” ha detto Lima. “I risultati sono stati fenomenali. Abbiamo venduto 1.000 copie, in meno di un anno, di How to Write a Nonfiction Book in 60 Days (Come scrivere un libro non di narrativa in 60 giorni). Anche nel Regno Unito le vendite sono state impressionanti.”
Un confine sempre meno preciso
La distinzione tra editoria tradizionale, vanity press e self-publishing sta diventando sempre meno netta, e ciò provoca una certa irritazione e confusione. Lynn Andriani della Publishers Weekly (settimanale di libri statunitense) ha creato grande agitazione ammettendo che i subsidy e i vanity press usavano impropriamente il termine self-publishing, ma non ha fatto niente per correggere l’errore. E quale potrebbe essere il motivo, in un momento in cui la definizione recentemente diffusa di self-publishing sta sperimentando una crescita a tre cifre per il secondo anno consecutivo mentre l’editoria classica fatica a stare a galla?
L’attuale definizione di self-publishing include i subsidy e vanity press, la stampa on-demand, e i book packager, e molti, essendo editori o società di service per gli autori, preferirebbero venisse chiarita.
“Le società di Authors Solution, qauli AuthorHouse, iUniverse, Trafford, Wordclay, and Xlibris, hanno pubblicato più di 120.000 libri per 85.000 autori”, riporta Andriani nello stesso articolo.
Quando ho chiesto chiarimenti a Jane Friedman, editore e direttore editoriale del Writer’s Digest, circa il termine, lei ha risposto: “la nostra definizione di self-publishing include tutti gli scenari possibili che si verificano quando un autore paga per la pubblicazione, sia che l’autore paghi un service, un tipografo, un editore on-line, o chiunque altro. Per esempio, abbiamo un premio annuale chiamato il Book Award del Writer’s Digest riservato ai libri auto-pubblicati e accettiamo qualsiasi partecipante che si faccia carico del costo della pubblicazione” (Il Writer Digest richiede 125 dollari per poter partecipare al premio).
Anche gli editori tradizionali stanno creando rami d’azienda di self-publishing. La Author Solutions ha aiutato la Harlequin a creare un ramo di self-publishing per scrittori di romanzi chiamato Dellarte Press. Il package costa agli autori dai 599 ai 1.599 dollari (il primo nome di Harlequin per il nascente ramo d’azienda era Harlequin Horizons, ma il settore si è ribellato). Author Solutions, inoltre, ha aiutato l’editore di libri cristiani Thomas Nelson con il suo service West Bow, che offre packaging dai 999 ai 19.999 dollari.
Di contro, Lima ha iniziato la sua carriera di self-publishing da solo e senza acquistare il package da una di queste nuove società. Per lui, la sensazione di controllo e di proprietà è ciò che rende il processo attraente.
“Mi piace il fatto di poter controllare il processo di pubblicazione di un libro e credo che la stampa on-demand abbia veramente cambiato il rapporto tra autore ed editore” ha detto Lima. “Scrivo un libro in 60 giorni e 30 giorni dopo ho la bozza finale. Con libri di nicchia come il mio, non c’è davvero bisogno di un editore. Ognuno ha il proprio sito web, un blog, Twitter e Facebook, e se non si scrive narrativa si può vendere attraverso seminari, conferenze e articoli scritti per altre persone”.
Ripercorrerebbe la stessa strada? Si. E l’ha fatto.
“Lulu ti offre l’opportunità di mettere alla prova il tuo libro” ha affermato Lima. “Non è necessario impegnarsi a fondo. Mi piace perché si può passare da una “minor league” a una “major league” con Lightning Source”.
Carla King si occupa di strategie editoriali e social media ed è co-autrice di Self-Publishing Boot Camp Workbook, che si è sviluppato dalle esperienze di conduzione di workshop per potenziali self-publisher. Dal 1994 ha auto-pubblicato libri di viaggio e libri “come fare a…”. Le sue corrispondenze dalle disavventure in moto in giro per il mondo sono disponibili come libri stampati, e-books e sul suo sito.
[Questo articolo è stato pubblicato originariamente il primo marzo sulla rivista online Media Shift. Traduzione dall'inglese di Maria Vittoria Ramogida]