di Andrea Gianotti

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Il circo dell’Eicma, il Salone Internazionale del Motociclo, è come un rutilante baraccone nel quale si viene presi, sospinti e indotti a giocare da adulti per delle ore passeggiando rapiti in mezzo ad ogni tipologia di giocattolo creato su misura per la nostra corteccia cerebrale più interna: è bellezza, emozione e sesso allo stato puro.

Non storcete il naso, mettiamo subito in chiaro le cose: molte decine di migliaia di posti di lavoro derivano dal settore motociclisitico, sia direttamente che come importante indotto nel quale l’industria nazionale gareggia con altri Paesi in un mercato globale che la crisi ha reso ancora più competitivo. E, tanto per ribadire il concetto, i prodotti emozionali alla fine si rivolgono tutti quanti a suscitare le medesime corde, sia che si tratti dell’ultimo album di Shakira o un paio di scarpe Manolo Blahnik o del divano di Flou.

Facciamocene una ragione: le moto non sono diverse da molti oggetti che ci circondano ogni giorno e il target di consumatori finali heavy buyers è molto più variegato di quanto si pensi; le due ruote non sono certamente, in definitiva, un prodotto moralmente peggiore (né migliore, ovviamente) di tanti altri.

Le novità

Il bravo inviato all’Eicma, mentre gusta uno snack allo stand della Bmw o sorseggia un drink presso quello di Moto Guzzi infilerebbe da subito un paragrafo riguardo alla novità commerciali che coloro che offrono snack e drink hanno proposto durante la giornata inaugurale della manifestazione. Dal momento non sono affatto un bravo inviato, vi eviterò questo passaggio e proverò invece a raccontarvi in poche righe come ho visto cambiare lo stile da quando, ragazzo, frequentavo il “ciclo e motociclo” ancora nella vecchia sede di Fiera Milano, oggi rasa quasi totalmente al suolo.

Ebbene, le moto sono diventate nel tempo degli oggetti dal design curato e che puntano sull’eccellenza estetica in ciascuno dei singoli componenti. Come se una mandria di interior designer e total look advisor avesse preso i “96 pollici cubici” del motore di una Harley Davidson, per dire, e li avessero trasformati in una cromata scultura postmoderna che ciascuno, avendo spazio, vorrebbe tenere in un salotto ideale dallo stile minimal fatto di mobili di tek, drappeggi e sofà di tessuti di bambù bianchi e qualche oggetto norvegese di alluminio satinato. E la tendenza è confermata nei prototipi, che disegnano il futuro, ancor più che nelle serie del presente.

Per fare un esempio, anni fa la Honda aveva proposto come risultato delle proprie attività di ricerca e sviluppo un motore con i pistoni ovali (portato sul mercato con la moto dalla sigla NR, sogno proibito di molti bikers); oggi i concept si basano su ergonomie evolute e sull’utilizzo dell’hi tech ovunque purché sia visibile e non incastonato nel motore. Il cuore, in definitiva, sembra non interessare più a nessuno a meno che non sia da mostrare, orgoglioso, sinuoso, nelle sue forme più perfette. Bmw ha davvero impressionato con la Concept6, mentre Guzzi ha svelato una avveniristica concept-bike chiamata V12, non esteticamente armoniosa, ma dai dettagli superlativi.

Vi sono però anche delle eccezioni piacevoli, ad esempio nello stand Ducati. La Multistrada 1200, ultima nata della casa di Borgo Panigale farà la gioia degli affezionati del marchio che, se potessero, sostituirebbero anche le proprie valvole cardiache con alcune artificiali purché dotate di distribuzione desmodromica.

L’oriente sfareggia e chiede strada

La mancanza al Salone di Honda e Yamaha, vittime della crisi di cui si accennerà più oltre, alla fine non si è fatta sentire più di tanto. Certamente, la manifestazione ha perso quest’anno due dei principali competitor sul mercato, e tuttavia la qualità e la quantità di presenze è stata complessivamente ottima e abbondante.

Non distolti dall’attenzione verso le due big del Sol Levante, ci si è potuti concentrare verso un numero impressionante di players, sopratutto con gli occhi a mandorla, finora semisconosciuti; marchi che vorrebbero trovare una migliore commercializzazione e per i quali la fiera diviene veramente una formidabile occasione di business.

Ma, a differenza di quanto si vede alla Coop che vende prodotti orientali tutto sommato, diciamolo, brutti, i cinesi e coreani presenti avevano esposti veicoli che strizzavano l’occhio al consumatore europeo: ottimo design che interpreta la tendenza per suggerirne una visione originale e non scimmiottare – in peggio – quanto visto all’Eicma dell’anno scorso, dimensioni generose adeguate ai diversi bisogni di mobilità nostrani, range di accessori completo e, ultimo ma non da ultimo, un’attenzione ai temi ambientali con motori green (o perlomeno una grande scritta “Green” sulla fiancata).

Enviroment first

Ecco, se un appunto può esser fatto è che l’area dedicata alle proposte per la mobilità ambientalmente sostenibile era, come dire, veramente povera rispetto a quanto atteso e comunicato. Ed era poco attraente sia come apparenza sia in definitiva, nella comunicazione delle soluzioni proposte, mancando un percorso espositivo “educational” che illustrasse dove la ricerca sta andando a parare.

Il visitatore restava invero più colpito dalla gran quantità di proposte disseminate nei diversi stand degli espositori, legati singolarmente a prodotti ecocompatibili. Tra tutti si segnala il Piaggio MP3 hybrid, una proposta di soluzione ragionevole e pratica (3 ruote adatte anche ai neofiti) per muoversi comodamente in città e anche fuoriporta e cercando di ridurre il più possibile la nostra impronta ecologica sul Pianeta che lasceremo in eredità alle future generazioni; in questa scelta, ovviamente, nessun peso ha avuto l’ammiccante modella che sedeva sulla interessante proposta della casa di Pontedera.

Le modelle, la crisi

Alla fine, sono due i motivi che spingono un visitatore a spendere 18 euro per entrare ad Eicma: farsi fotografare seduti su delle moto da sogno e/o farsi fotografare assieme a modelle da sogno.

Perché il binomio donne e motori è duro a morire, ma in fondo, al termine della giornata, non si trova alcuna ragione veramente buona per sperare che muoia.

I favolosi anni 60 sono terminati da un pezzo e in quel periodo nacque il mito secondo il quale le gonne delle hostess si accorciavano in corrispondenza e proporzionalmente alla perdita dei profitti delle compagnie aree. Se tanto mi dà tanto, oggi, con l’aria che tira, ci si sarebbe aspettato una mercificazione del corpo femminile tale che non si sarebbe potuta trovare nemmeno sulla vicina statale del Sempione.

E invece, sorpresa, non è stato così. Confrontando le foto del 2009 con quelle degli anni precedenti c’è chiaramente una presenza complessivamente meno “appariscente” delle belle ragazze-immagine ingaggiate dagli espositori.

La causa è da ricercarsi nella riduzione del budget degli stand minori: il produttore di bullonistica in titanio, per fare un esempio, doveva competere nell’attenzione complessiva mostrando praticamente tutto di qualche ragazza procace fasciata di un miniabito di seta bianca trasparente; per la regola dell’ass-vertising il brand “XYZ | Parti Ultraleggere” scritto sul posteriore della fanciulla doveva servire a catalizzare l’attenzione dei motociclisti che in futuro avrebbero chiesto al proprio meccanico di alleggerire di qualche chilogrammo il proprio bolide. In tempi di difficoltà a far quadrare il bilancio aziendale il budget di comunicazione, si sa, è il primo ad esser tagliato e quindi le belle standiste sono state tra le vittime della crisi dell’industria motociclistica.

Le ragazze presenti, comunque, a dispetto della situazione economica, ancora dispensano sorrisi raggianti, vestite con minigonne, top attillatissimi e scarpe dal tacco vertiginoso, che ci si chiede come possano anche solo pensare di camminare o riuscire a respirare, e si lasciano ritrarre più spesso per loro stesse che per l’oggetto sul quale siedono.

Eppure, a vederle lì, vien da interrogarsi su come si sentano queste studentesse, modelle a tempo perso, che per qualche decina di euro al giorno prestano la loro immagine; talune con professionalità – e senza affabilità alcuna – altre invece meno posate ma dotate piuttosto di una provvidenziale simpatia che non fanno sentire dei maniaci sessuali le decine, centinaia di fotografi perdigiorno assiepati ai loro piedi.

Immagino che mentre fissano gli obiettivi e si concedono alla stampa e ai curiosi pensino al ragazzo che le aspetta la sera, all’esame di diritto privato della prossima settimana, al litigio con i genitori e magari a come spendere i soldi faticosamente guadagnati oggi per la settimana bianca il prossimo Capodanno.

Le meno fortunate hanno pantaloni aderentissimi in lattice che devono indossare sopra al tipo di scarpe che vanno di moda quest’inverno, simili nell’aspetto a quelle ortopediche che si trovano nelle farmacie ma ovviamente dotate di un tacco che le slancia a 12 e più centimetri dal suolo. E meno fortunati saranno anche i loro ragazzi, presenti nelle loro stanze quando si toglieranno i vestiti e le scarpe di gomma dopo essere state tutto il giorno sotto i riflettori accecanti di luci di centinaia di watt. Roba che mette a serio pericolo anche il più solido dei rapporti.

Udite udite o rustici

Se Dulcamara vendeva pozioni miracolose, con lo stessa attitudine al commercio qui in Eicma si vendono sogni. Anche mediamente accessibili.

Perché le motociclette, in definitiva, hanno dei costi non impossibili, e coltivare la passione delle due ruote è certamente alla portata di tutte le tasche.

Certo, se l’oggetto dei desideri è una fiammante MV Agusta F4, occorrerà rinunciare a più cose per soddisfarlo. Se però ci si concentra su una meno esclusiva ma ugualmente bella Aprilia RSV si appaga il proprio ego in maniera comunque egregia.

Il concetto di utilità, nel mondo delle motociclette, è pressoché sconosciuto (tranne forse che nel comparto scooteristico): se le curve si fanno in piega, i marchi si posizionano esclusivamente in termini di emozioni; anche laddove vi sono brand (si pensi alla tedesca BMW o alla KTM) che fanno del comfort o della capacità di superare qualsiasi distanza e difficoltà la loro bandiera, promettendo di arrivare ovunque; ci si dovrebbe chiedere, tuttavia, cosa spinge una persona ad arrivare ovunque con dolori cervicali piuttosto che viaggiare comodamente seduto su una poltrona d’aereo o di treno.

Ma le spiegazioni non possono essere capite da chi motociclista non è. Sedersi su una Triumph, ad esempio, e viaggiare tra Vimodrone e Paullo in un piovoso novembre padano per recarsi al lavoro ti fa un po’ sentire come un viaggiatore nello Yorkshire di diversi lustri fa; ed è una sensazione incomunicabile. Un benessere mentale che, tutto sommato, non reca grosse controindicazioni, almeno per chi non è affetto da patologie reumatiche.

Cosa rimane sul terreno

Si smontano gli stand, si mettono via i gadget rimasti, le modelle ritornano alle loro attività quotidiane fatte di jeans e sneakers, libri da leggere e treni del metrò da prendere, quasi ignorate mentre ci passano accanto nella loro quotidianità identica alla nostra.

Noi leggeremo i giornali specializzati per capire se e quale moto acquistare e farci una idea sulle proposte del momento e magari, perché no, sognare di trovarsi davanti ad una lunga striscia d’asfalto in una Australia a bordo di qualche bolide rosso.

Tra gli espositori saranno stati siglati molti contratti e diversi affari avranno permesso di ripagare i costi della presenza mentre gli uffici marketing si riuniranno per valutare la leva commerciale dell’evento e capire il sentiment del mercato sui modelli lanciati, e magari anche questo articolo finirà in qualche rassegna stampa.

La macchina organizzativa riparte per programmare l’edizione n°68 nel 2010, cercando di recuperare le presenze perdute quest’anno e offrendo un prodotto espositivo adatto ad mercato che vuole riprendersi ora che la notte sta finendo e il risveglio è alle porte.

Io archivierò le fotografie scattate e le parole scritte sul taccuino e mi riposerò 12 mesi, in attesa del nuovo circo che verrà e che qualche saltimbanco mi richiami nuovamente nella bolgia dell’Eicma.

di Redazione

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di Marcos PincuEl Diego, così chiamiamo noi argentini Maradona, e non El Pibe de Oro, e neanche Pelusa, fondamentalmente è uno di noi, ma soprattutto è quanto l’immaginario collettivo vorrebbe che fosse stata la propria vita; certo, per quel frangente delizioso della gloria, della fama, della ricchezza, e perché no, anche per qualche eccesso, per qualche “licenza per uccidere” senza troppo impegno, prendendo una scorciatoia anziché la strada più faticosa.

Credo che Maradona sia stato, soprattutto dopo la guerra delle Malvinas, l’arma che non abbiamo mai posseduto: abbiamo messo nei suoi piedi il siluro che prima o poi avrebbe dovuto vendicarci e quel giorno è arrivato nel modo in cui lo avevamo sognato, o meglio, come se si fosse materializzato dalle chiacchiere tra bambini quando dicono di avere degli amici fantastici con tanto di poteri soprannaturali che possiedono navi magiche e che li portano in giro per l’universo.

Così è andata quel pomeriggio di Mèjico ‘86, doppietta di un altro mondo, un gol fatto addirittura con malizia, con una furbizia di quella cattiva, di quella che, ahimè, piace a tanti di noi. Il popolo, “il grande popolo argentino“, proclamava col cuore in gola la sua saggezza per aver scelto l’eroe giusto a cui non mancava niente: nato povero, nel profondo capitalismo latinoamericano, lui un cabecita negra (testina mora, frase dispregiativa rivolta dalla borghesia argentina ai poveri) ce l’aveva fatta, non solo, aveva vinto per noi.

Da quel momento in poi la sconfitta nella guerra era stata “pareggiata”, anzi, la partita tra Argentina e Inghilterra si era conclusa in un campo di calcio e alla fine avevamo vinto per 2 a 1. L’ho pensato allora e lo penso adesso, non è stato mica facile per Maradona gestire la situazione (se possiamo dire che l’abbia mai gestita), soprattutto quando sono cominciati i problemi: la stessa folla che impazziva per i suoi gol, i politici, i giornalisti, hanno iniziato un processo di tritacarne dell’idolo a cui lui ha risposto posizionandosi apposta fuori gioco, provocando, offrendo l’altra guancia, non da buon cristiano, ma perché è uno che ama la sfida. Va fino in fondo ai suoi vizi, non si risparmia e continua a far innamorare la maggioranza del paese con questo suo modo di essere, col il suo populismo che diventa tale solo quando il fenomeno viene analizzato dai sociologi (non da lui, a cui queste cose non interessano).

Un giorno, mentre viaggiavo sulla metro di Buenos Aires, cercavo quasi noiosamente di leggere sui muri per capire la città con quelle sue scritte; ti accorgi dei quartieri benestanti non solo per via delle tegole rosse, ma soprattutto per i graffiti importati da chissà quale metro degli USA, e scopri anche gli amori calcistici della zona: un ¡Aguante River! qua, un ¡Dale Boca! là, un milicos genocidas, e accanto, Menem presidente, tutto insieme, vecchi rancori, nuove mode, e ti dici, ma sì, tutto come allora. Una scritta nei pressi della stazione Belgrano R., mi aveva colpito per la sua semplicità: Diego, vos hiciste todo lo que tenías que hacer (Diego, hai fatto tutto ciò che dovevi fare).

Non ci sono spiegazioni per queste parole in Argentina, tutti sappiamo cosa significano. Significano che con quella figura ci sentiamo protetti, che apparteniamo ad un qualcosa di comune, che non è tutto perduto, che c’è qualcosa che ci unisce, che ci fa guardare negli occhi per lo meno per alcuni secondi in quella carrozza anonima, e che poi, una volta allontanatisi dai quartieri alti, “Diego” è il solo a restare, è il legame invisibile tra noi: c’è chi lo ama perché è uno di loro; chi perché gli piace la bailanta, la musica dei quartiere bassi; chi perché Maradona è di Boca; chi, come mio padre, perché “è il più grande di tutti i tempi, te lo dico io che ho visto giocare Pelè e Distefano”; chi (quasi tutti) “perché ha fottuto i figli di mille puttane, quei pirati, imperialisti, coglioni degli inglesi…”; chi perché è guevarista (?); chi perché è peronista (?); infine chi perché, odiandolo pubblicamente se ne è fatto un nome.

E io perché gli voglio bene? Per quello che ho scritto, perché ha fatto quel che doveva, niente di più; e lo ha fatto come nessun altro al mondo. Vinceva da solo, con la sua sola presenza, perché quando la palla stava per arrivare ai suoi piedi si sentiva un rumore assordante nello stadio. Fuori di lui, il nulla, il vuoto più assoluto, non c’era luce per illuminare altra cosa e anche se ci fosse stata, non c’erano occhi che potessero guardare, e subito il sorriso della gente, la bocca cominciavano ad aprirsi, il petto soffriva, non ce la faceva più a tenere il cuore al suo posto, il fiato rimaneva sospeso. Ci ha portato a spasso con lui nella sua magia, nel suo giardino segreto, ci ha amato, ci ha offerto in dono quel che desideravamo di più, ad ognuno ha dato quello che cercava.

Un popolo perdente, addolorato, mille volte calpestato da se stesso e dagli altri ha trovato rifugio in un sorriso, in una piccola allegria calcistica, ed è stato solo lui, El Diego, ad offrirla e noi abbiamo accettato volentieri. Alcuni vorrebbero che all’estero il nome dell’Argentina venisse associato al tango, a Borges o alla Patagonia, altri di noi vorrebbero che non esistesse la parola desaparecido; tanti desideri per tante anime diverse, ma una cosa è certa, indissolubilmente l’Argentina è Maradona, piaccia o no, come per quel tassista che alcuni giorni fa in un’isola della Corea ha rotto il silenzio e chiedendomi di dove fossi, alla mia risposta ha inchiodato, si è voltato, ha sorriso e mi ha detto: “Maladona, Maladona“.

Marcos Pincu, 38 anni, argentino, ricercatore agricolo, vive e lavora dal 2002 in Italia. E’ appassionato di rugby, sport che ha praticato con onore quando era più giovane.
Di se stesso scrive: “Nato a Chos-Malal, (Provincia del Neuquén), Patagonia, piccolo paese ai piedi delle Ande, dove il vento la fa di padrone e dove la parola
vicino significa: meno di 190 km per strada a scorrimento tutto altro che veloce. Contaminazione cerebrale avvenuta nella città di Buenos Aires, negli neri anni 90 del menemismo, dal 2002 vive in Italia, nel 2003 è riuscito per prima volta a capire delle battute in romano, adesso, oltre che mangiare piadine, cerca di imparare anche un po’ di romagnolo, ma la nebbia ancora non la sopporta.

[Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 2 aprile 2007]

di Redazione

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di Fabrizio Fontana – Ho sempre creduto che il mondo degli umani abbia alcuni risvolti assolutamente imbarazzanti, se analizzato solo con gli strumenti della logica. Immaginiamo per un attimo di aver inventato la lente a protoni logici e di possedere quindi un visore che rende reali contemporaneamente situazioni che si verificano nel mondo degli umani ed un modello di riferimento, calcolato dal computer. Uno specchio telematico che ripete di pari passo quanto descritto dagli umani con la sola eccezione di ricreare solo cose logiche e vere.

Sfogliando alcune riviste glamour dalla mia parrucchiera mi sono accorto che David Beckham, ancora per poco in forza al Real Madrid, è il più grande giocatore al mondo. Cosa di cui non ne sono per nulla convinto, e naturalmente ho acceso il mio visore a protoni logici. Con grande sorpresa in contemporanea al campionissimo mi è apparso sul monitor di riferimento anche Bruno Conti.

I due giocavano entrambi sulla fascia destra ed entrambi avevano sulle spalle la maglia numero 7. Beckham, quando incontra un avversario, il più delle volte passa la palla di lato mentre Conti lo incantava ,lo dribblava, lo frustava. Una intera generazione di terzini sinistri ne è uscita con le ossa rotte, negli anni 80.

Beckham crossa e un cristone di 1,90 con 90 cm di elevazione segna di testa. Nel monitor di riferimento Conti crossava e Paolo Rossi , non più alto di un metro e 60 segnava di testa. Beckham fa un colpo di tacco e smarcava un terzino al cross, Conti faceva un colpo di tacco e segnava. Beckham fa segnare gente come Ronaldo, Veron e Sheerer. Conti fa segnare Scarchilli, Negrisolo e Andrade. Beckham alza la coppa d’inghilterra. Conti alza il coppone del campionato del mondo.

Beckham sposa Vittoria Adams, una Spice Girl. Conti sposa Eleonora una casalinga di Monte San Biaggio. Beckham cambia pettinatura 2 volte al giorno ed ha uno staff di parrucchieri. Conti porta il caschetto da quando è nato e il barbiere si chiama Lillo. Beckham ha ispirato un film ormai cult. Conti fa la publicità per i condizionatori della ditta Narducci Ezio. Beckham sigla un contratto da 150 milioni di euro con i Los Angeles Cosmos. Conti fa l’allenatore nelle giovanile della Roma e ritira lo stipendio il 27 di ogni mese.

Beckham cammina per la strada con 4 Body guard. Conti non sa nemmeno che significa body. Beckham è aggredito da migliaia di fans donne, scatenate. Conti lo salutano solo i 40-60 enni nei bar del centro-sud italia e sta con la stessa donna da quando andava all’asilo. Beckham compare su tutte le copertine glamour del mondo. Conti viene intervistato dal Corriere di Prossedi. Le ragazzine dicono che Beckham è il più grande giocatore al mondo. Conti è la più grande ala destra del mondo ma lo sappiamo solo in pochi.

In fondo la lente a protoni logici è proprio una stronzata. A Marione, Chicco e Schizzo e gli altri del bar, anche se tifosi fino alla demenza, certe cazzate mica gliele potevi raccontare. Purtroppo sono diventate tifose le ragazzine e a loro la lente a protoni logici servirebbe proprio. Naturalmente se Beckham fosse brutto…


Fabrizio Fontana, 46 anni, nato e cresciuto a Primavalle, nella perferia romana, avrebbe un passato da calciatore, se un un ginocchio e la sorte non gli avessero interrotto la carriera. Oggi invece fa il dirigente in una multinazionale e ogni tanto sogna di tornare in campo.

[Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 21 marzo 2007]


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