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	<title>Novamag 2.0 &#187; Sport</title>
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	<description>Rivista quotidiana online di informazione e cultura</description>
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		<title>Oggetti del desiderio su due ruote</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 10:41:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Gianotti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il circo dell&#8217;<a href="http://www.eicma.it/moto/it/default.aspx" target="_blank">Eicma</a>, il Salone Internazionale del Motociclo, è come un rutilante baraccone nel quale si viene presi, sospinti e indotti a giocare da adulti per delle ore passeggiando rapiti in mezzo ad ogni tipologia di giocattolo creato su misura per la nostra corteccia cerebrale più interna: è bellezza, emozione e sesso allo stato puro.</p>
<p>Non storcete il naso, mettiamo subito in chiaro le cose: molte decine di migliaia di posti di lavoro derivano dal settore motociclisitico, sia direttamente che come importante indotto nel quale l&#8217;industria nazionale gareggia con altri Paesi in un mercato globale che la crisi ha reso ancora più competitivo. E, tanto per ribadire il concetto, i prodotti emozionali alla fine si rivolgono tutti quanti a suscitare le medesime corde, sia che si tratti dell&#8217;ultimo album di Shakira o un paio di scarpe  Manolo Blahnik o del divano di Flou.</p>
<p>Facciamocene una ragione: le moto non sono diverse da molti oggetti che ci circondano ogni giorno e  il target di consumatori finali heavy buyers è molto più variegato di quanto si pensi; le due ruote non sono certamente, in definitiva, un prodotto moralmente peggiore (né migliore, ovviamente) di tanti altri.</p>
<p><strong><span style="font-size: large">Le novità</span></strong></p>
<p>Il bravo inviato all&#8217;Eicma, mentre gusta uno snack allo stand della Bmw o sorseggia un drink presso quello di Moto Guzzi infilerebbe da subito un paragrafo riguardo alla novità commerciali che coloro che offrono snack e drink hanno proposto durante la giornata inaugurale della manifestazione. Dal momento non sono affatto un bravo inviato, vi eviterò questo passaggio e proverò invece a raccontarvi in poche righe come ho visto cambiare lo stile da quando, ragazzo, frequentavo il “ciclo e motociclo” ancora nella vecchia sede di Fiera Milano, oggi rasa quasi totalmente al suolo.</p>
<p>Ebbene, le moto sono diventate nel tempo degli oggetti dal design curato e che puntano sull&#8217;eccellenza estetica in ciascuno dei singoli componenti. Come se una mandria di <em>interior designer</em> e <em>total look advisor</em> avesse preso i “96 pollici cubici” del motore di una Harley Davidson, per dire, e li avessero trasformati in una cromata scultura postmoderna che ciascuno, avendo spazio, vorrebbe tenere in un salotto ideale dallo stile minimal fatto di mobili di tek, drappeggi e sofà di tessuti di bambù bianchi e qualche oggetto norvegese di alluminio satinato. E la tendenza è confermata nei prototipi, che disegnano il futuro, ancor più che nelle serie del presente.</p>
<p>Per fare un esempio, anni fa la Honda aveva proposto come risultato delle proprie attività di ricerca e sviluppo un motore con i pistoni ovali (portato sul mercato con la moto dalla sigla NR, sogno proibito di molti bikers); oggi i <em>concept </em>si basano su ergonomie evolute e sull&#8217;utilizzo dell&#8217;hi tech ovunque purché sia visibile e non incastonato nel motore. Il cuore, in definitiva, sembra non interessare più a nessuno a meno che non sia da mostrare, orgoglioso, sinuoso, nelle sue forme più perfette. Bmw ha davvero impressionato con la Concept6, mentre Guzzi ha svelato una avveniristica concept-bike chiamata V12, non esteticamente armoniosa, ma dai dettagli superlativi.</p>
<p>Vi sono però anche delle eccezioni piacevoli, ad esempio nello stand Ducati. La Multistrada 1200, ultima nata della casa di Borgo Panigale farà la gioia degli affezionati del marchio che, se potessero, sostituirebbero anche le proprie valvole cardiache con alcune artificiali purché dotate di distribuzione desmodromica.</p>
<p><strong><span style="font-size: large">L&#8217;oriente sfareggia e chiede strada</span></strong></p>
<p>La mancanza al Salone di Honda e Yamaha, vittime della crisi di cui si accennerà più oltre, alla fine non si è fatta sentire più di tanto. Certamente, la manifestazione ha perso quest&#8217;anno due dei principali competitor sul mercato, e tuttavia la qualità e la quantità di presenze è stata complessivamente ottima e abbondante.</p>
<p>Non distolti dall&#8217;attenzione verso le due big del Sol Levante, ci si è potuti concentrare verso un numero impressionante di <em>players</em>, sopratutto con gli occhi a mandorla, finora semisconosciuti; marchi che vorrebbero trovare una migliore commercializzazione e per i quali la fiera diviene veramente una formidabile occasione di business.</p>
<p>Ma, a differenza di quanto si vede alla Coop che vende prodotti orientali tutto sommato, diciamolo, brutti, i cinesi e coreani presenti avevano esposti veicoli che strizzavano l&#8217;occhio al consumatore europeo: ottimo design che interpreta la tendenza per suggerirne una visione originale e non scimmiottare – in peggio – quanto visto all&#8217;Eicma dell&#8217;anno scorso, dimensioni generose adeguate ai diversi bisogni di mobilità nostrani, range di accessori completo e, ultimo ma non da ultimo, un&#8217;attenzione ai temi ambientali con motori green (o perlomeno una grande scritta “Green” sulla fiancata).</p>
<p><span style="font-size: large"><strong>Enviroment first</strong></span></p>
<p>Ecco, se un appunto può  esser fatto è che l&#8217;area dedicata alle proposte per la mobilità ambientalmente sostenibile era, come dire, veramente povera rispetto a quanto atteso e comunicato. Ed era poco attraente sia come apparenza sia in definitiva, nella comunicazione delle soluzioni proposte, mancando un percorso espositivo “educational” che illustrasse dove la ricerca sta andando a parare.</p>
<p>Il visitatore restava invero più colpito dalla gran quantità di proposte disseminate nei diversi stand degli espositori, legati singolarmente a prodotti ecocompatibili. Tra tutti si segnala il Piaggio MP3 hybrid, una proposta di soluzione ragionevole e pratica (3 ruote adatte anche ai neofiti) per muoversi comodamente in città e anche fuoriporta e cercando di ridurre il più possibile la nostra impronta ecologica sul Pianeta che lasceremo in eredità alle future generazioni; in questa scelta, ovviamente, nessun peso ha avuto l&#8217;ammiccante modella che sedeva sulla interessante proposta della casa di Pontedera.</p>
<p><strong><span style="font-size: large">Le modelle, la crisi</span></strong></p>
<p>Alla fine, sono due i motivi che spingono un visitatore a spendere 18 euro per entrare ad Eicma: farsi fotografare seduti su delle moto da sogno e/o farsi fotografare assieme a modelle da sogno.</p>
<p>Perché il binomio donne e motori è duro a morire, ma in fondo, al termine della giornata, non si trova alcuna ragione veramente buona per sperare che muoia.</p>
<p>I favolosi anni 60 sono terminati da un pezzo e in quel periodo nacque il mito secondo il quale le gonne delle hostess si accorciavano in corrispondenza e proporzionalmente alla perdita dei profitti delle compagnie aree. Se tanto mi dà tanto, oggi, con l&#8217;aria che tira, ci si sarebbe aspettato una mercificazione del corpo femminile tale che non si sarebbe potuta trovare  nemmeno sulla vicina statale del Sempione.</p>
<p>E invece, sorpresa, non è  stato così. Confrontando le foto del 2009 con quelle degli anni precedenti c&#8217;è chiaramente una presenza complessivamente meno “appariscente” delle belle ragazze-immagine ingaggiate dagli espositori.</p>
<p>La causa è da ricercarsi nella riduzione del budget degli stand minori: il produttore di bullonistica in titanio, per fare un esempio, doveva competere nell&#8217;attenzione complessiva mostrando praticamente tutto di qualche ragazza procace fasciata di un miniabito di seta bianca trasparente; per la regola dell&#8217;<em>ass-vertising</em> il brand “XYZ | Parti Ultraleggere” scritto sul posteriore della fanciulla doveva servire a catalizzare l&#8217;attenzione dei motociclisti che in futuro avrebbero chiesto al proprio meccanico di alleggerire di qualche chilogrammo il proprio bolide. In tempi di difficoltà a far quadrare il bilancio aziendale il budget di comunicazione, si sa, è il primo ad esser tagliato e quindi le belle standiste sono state tra le vittime della crisi dell&#8217;industria motociclistica.</p>
<p>Le ragazze presenti, comunque, a dispetto della situazione economica, ancora dispensano sorrisi raggianti, vestite con minigonne, top attillatissimi e scarpe dal tacco vertiginoso, che ci si chiede come possano anche solo pensare di camminare o riuscire a respirare, e si lasciano  ritrarre più spesso per loro stesse che per l&#8217;oggetto sul quale siedono.</p>
<p>Eppure, a vederle lì, vien da interrogarsi su come si sentano queste studentesse, modelle a tempo perso, che per qualche decina di euro al giorno prestano la loro immagine; talune con professionalità – e senza affabilità alcuna – altre invece meno posate ma dotate piuttosto di una provvidenziale simpatia che non fanno sentire dei maniaci sessuali le decine, centinaia di fotografi perdigiorno assiepati ai loro piedi.</p>
<p>Immagino che mentre fissano gli obiettivi e si concedono alla stampa e ai curiosi pensino al ragazzo che le aspetta la sera, all&#8217;esame di diritto privato della prossima settimana, al litigio con i genitori e magari a come spendere i soldi faticosamente guadagnati oggi per la settimana bianca il prossimo Capodanno.</p>
<p>Le meno fortunate hanno pantaloni aderentissimi in lattice che devono indossare sopra al tipo di scarpe che vanno di moda quest&#8217;inverno, simili nell&#8217;aspetto a quelle ortopediche che si trovano nelle farmacie ma ovviamente dotate di un tacco che le slancia a 12 e più centimetri dal suolo. E meno fortunati saranno anche i loro ragazzi, presenti nelle loro stanze quando si toglieranno i vestiti e le scarpe di gomma dopo essere state tutto il giorno sotto i riflettori accecanti di luci di centinaia di watt. Roba che mette a serio pericolo anche il più solido dei rapporti.</p>
<p><span style="font-size: large"><strong>Udite udite o rustici</strong></span></p>
<p>Se Dulcamara vendeva pozioni miracolose, con lo stessa attitudine al commercio qui in Eicma si vendono sogni. Anche mediamente accessibili.</p>
<p>Perché le motociclette, in definitiva, hanno dei costi non impossibili, e coltivare la passione delle due ruote è certamente alla portata di tutte le tasche.</p>
<p>Certo, se l&#8217;oggetto dei desideri è una fiammante MV Agusta F4, occorrerà rinunciare a più  cose per soddisfarlo. Se però ci si concentra su una meno esclusiva ma ugualmente bella Aprilia RSV si appaga il proprio ego in maniera comunque egregia.</p>
<p>Il concetto di utilità, nel mondo delle motociclette, è pressoché sconosciuto (tranne forse che nel comparto scooteristico): se le curve si fanno in piega, i marchi si posizionano esclusivamente in termini di emozioni; anche laddove vi sono brand (si pensi alla tedesca BMW o alla KTM) che fanno del comfort o della capacità di superare qualsiasi distanza e difficoltà la loro bandiera, promettendo di arrivare ovunque; ci si dovrebbe chiedere, tuttavia, cosa spinge una persona ad arrivare ovunque con dolori cervicali piuttosto che viaggiare comodamente seduto su una poltrona d&#8217;aereo o di treno.</p>
<p>Ma le spiegazioni non possono essere capite da chi motociclista non è. Sedersi su una Triumph, ad esempio, e viaggiare tra Vimodrone e Paullo in un piovoso novembre padano per recarsi al lavoro ti fa un po&#8217; sentire come un viaggiatore nello Yorkshire di diversi lustri fa; ed è una sensazione incomunicabile. Un benessere mentale che, tutto sommato, non reca grosse controindicazioni, almeno per chi non è affetto da patologie reumatiche.</p>
<p><span style="font-size: large"><strong>Cosa rimane sul terreno</strong></span></p>
<p>Si smontano gli stand, si mettono via i gadget rimasti, le modelle ritornano alle loro attività  quotidiane fatte di jeans e sneakers, libri da leggere e treni del metrò da prendere, quasi ignorate mentre ci passano accanto nella loro quotidianità identica alla nostra.</p>
<p>Noi leggeremo i giornali specializzati per capire se e quale moto acquistare e farci una idea sulle proposte del momento e magari, perché no, sognare di trovarsi davanti ad una lunga striscia d&#8217;asfalto in una Australia a bordo di qualche bolide rosso.</p>
<p>Tra gli espositori saranno stati siglati molti contratti e diversi affari avranno permesso di ripagare i costi della presenza mentre gli uffici marketing si riuniranno per valutare la leva commerciale dell&#8217;evento e capire il sentiment del mercato sui modelli lanciati, e magari anche questo articolo finirà in qualche rassegna stampa.</p>
<p>La macchina organizzativa riparte per programmare l&#8217;edizione n°68 nel 2010, cercando di recuperare le presenze perdute quest&#8217;anno e offrendo un prodotto espositivo adatto ad  mercato che vuole riprendersi ora che la notte sta finendo e il risveglio è alle porte.</p>
<p>Io archivierò le fotografie scattate e le parole scritte sul taccuino e mi riposerò 12 mesi, in attesa del nuovo circo che verrà e che qualche saltimbanco mi richiami nuovamente nella bolgia dell&#8217;Eicma.</p>
<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/11/19/oggetti-del-desiderio-su-due-ruote/">Oggetti del desiderio su due ruote</a></p>
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		<title>Elogi quasi funebri / Maradona ti voglio bene</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Aug 2009 04:58:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Marcos Pincu &#8211; El Diego, così chiamiamo noi argentini Maradona, e non El Pibe de Oro, e neanche Pelusa, fondamentalmente è uno di noi, ma soprattutto è quanto l&#8217;immaginario collettivo vorrebbe che fosse stata la propria vita; certo, per quel frangente delizioso della gloria, della fama, della ricchezza, e perché no, anche per qualche [...]<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/08/25/elogi-quasi-funebri-maradona-ti-voglio-bene/">Elogi quasi funebri / Maradona ti voglio bene</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marcos Pincu</strong> &#8211; <em>El Diego</em>, così chiamiamo noi argentini <a href="../novamag1.0/dblog/articolo.asparticolo=384.html" target="_blank">Maradona</a>, e non <em>El Pibe de Oro</em>, e neanche <em>Pelusa</em>, fondamentalmente è uno di noi, ma soprattutto è quanto l&#8217;immaginario collettivo vorrebbe che fosse stata la propria vita; certo, per quel frangente delizioso della gloria, della fama, della ricchezza, e perché no, anche per qualche eccesso, per qualche “licenza per uccidere” senza troppo impegno, prendendo una scorciatoia anziché la strada più faticosa.</p>
<p>Credo che Maradona sia stato, soprattutto dopo la guerra delle Malvinas, l&#8217;arma che non abbiamo mai posseduto: abbiamo messo nei suoi piedi il siluro che prima o poi avrebbe dovuto vendicarci e quel giorno è arrivato nel modo in cui lo avevamo sognato, o meglio, come se si fosse materializzato dalle chiacchiere tra bambini quando dicono di avere degli amici fantastici con tanto di poteri soprannaturali che possiedono navi magiche e che li portano in giro per l&#8217;universo.</p>
<p>Così è andata quel pomeriggio di Mèjico ‘86, doppietta di un altro mondo, un gol fatto addirittura con malizia, con una furbizia di quella cattiva, di quella che, ahimè, piace a tanti di noi. Il popolo, &#8220;<em>il grande popolo argentino</em>&#8220;, proclamava col cuore in gola la sua saggezza per aver scelto l&#8217;eroe giusto a cui non mancava niente: nato povero, nel profondo capitalismo latinoamericano, lui un cabecita negra (<em>testina mora</em>, frase dispregiativa rivolta dalla borghesia argentina ai poveri) ce l’aveva fatta, non solo, aveva vinto per noi.</p>
<p>Da quel momento in poi la sconfitta nella guerra era stata &#8220;pareggiata&#8221;, anzi, la partita tra Argentina e Inghilterra si era conclusa in un campo di calcio e alla fine avevamo vinto per 2 a 1. L’ho pensato allora e lo penso adesso, non è stato mica facile per Maradona gestire la situazione (se possiamo dire che l&#8217;abbia mai gestita), soprattutto quando sono cominciati i problemi: la stessa folla che impazziva per i suoi gol, i politici, i giornalisti, hanno iniziato un processo di tritacarne dell’idolo a cui lui ha risposto posizionandosi apposta fuori gioco, provocando, offrendo l&#8217;altra guancia, non da buon cristiano, ma perché è uno che ama la sfida. Va fino in fondo ai suoi vizi, non si risparmia e continua a far innamorare la maggioranza del paese con questo suo modo di essere, col il suo populismo che diventa tale solo quando il fenomeno viene analizzato dai sociologi (non da lui, a cui queste cose non interessano).</p>
<p>Un giorno, mentre viaggiavo sulla metro di Buenos Aires, cercavo quasi noiosamente di leggere sui muri per capire la città con quelle sue scritte; ti accorgi dei quartieri benestanti non solo per via delle tegole rosse, ma soprattutto per i graffiti importati da chissà quale metro degli USA, e scopri anche gli amori calcistici della zona: un <em>¡Aguante River!</em> qua, un <em>¡Dale Boca!</em> là, un <em>milicos genocidas</em>, e accanto, <em>Menem presidente</em>, tutto insieme, vecchi rancori, nuove mode, e ti dici, ma sì, tutto come allora. Una scritta nei pressi della stazione Belgrano R., mi aveva colpito per la sua semplicità: <em>Diego, vos hiciste todo lo que tenías que hacer</em> (Diego, hai fatto tutto ciò che dovevi fare).</p>
<p>Non ci sono spiegazioni per queste parole in Argentina, tutti sappiamo cosa significano. Significano che con quella figura ci sentiamo protetti, che apparteniamo ad un qualcosa di comune, che non è tutto perduto, che c&#8217;è qualcosa che ci unisce, che ci fa guardare negli occhi per lo meno per alcuni secondi in quella carrozza anonima, e che poi, una volta allontanatisi dai quartieri alti, &#8220;<em>Diego</em>&#8221; è il solo a restare, è il legame invisibile tra noi: c’è chi lo ama perché è uno di loro; chi perché gli piace la bailanta, la musica dei quartiere bassi; chi perché Maradona è di Boca; chi, come mio padre, perché &#8220;è il più grande di tutti i tempi, te lo dico io che ho visto giocare Pelè e Distefano&#8221;; chi (quasi tutti) &#8220;perché ha fottuto i figli di mille puttane, quei pirati, imperialisti, coglioni degli inglesi…&#8221;; chi perché è guevarista (?); chi perché è peronista (?); infine chi perché, odiandolo pubblicamente se ne è fatto un nome.</p>
<p>E io perché gli voglio bene? Per quello che ho scritto, perché ha fatto quel che doveva, niente di più; e lo ha fatto come nessun altro al mondo. Vinceva da solo, con la sua sola presenza, perché quando la palla stava per arrivare ai suoi piedi si sentiva un rumore assordante nello stadio. Fuori di lui, il nulla, il vuoto più assoluto, non c&#8217;era luce per illuminare altra cosa e anche se ci fosse stata, non c&#8217;erano occhi che potessero guardare, e subito il sorriso della gente, la bocca cominciavano ad aprirsi, il petto soffriva, non ce la faceva più a tenere il cuore al suo posto, il fiato rimaneva sospeso. Ci ha portato a spasso con lui nella sua magia, nel suo giardino segreto, ci ha amato, ci ha offerto in dono quel che desideravamo di più, ad ognuno ha dato quello che cercava.</p>
<p>Un popolo perdente, addolorato, mille volte calpestato da se stesso e dagli altri ha trovato rifugio in un sorriso, in una piccola allegria calcistica, ed è stato solo lui, <em>El Diego</em>, ad offrirla e noi abbiamo accettato volentieri. Alcuni vorrebbero che all’estero il nome dell’Argentina venisse associato al tango, a Borges o alla Patagonia, altri di noi vorrebbero che non esistesse la parola desaparecido; tanti desideri per tante anime diverse, ma una cosa è certa, indissolubilmente l’Argentina è Maradona, piaccia o no, come per quel tassista che alcuni giorni fa in un&#8217;isola della Corea ha rotto il silenzio e chiedendomi di dove fossi, alla mia risposta ha inchiodato, si è voltato, ha sorriso e mi ha detto: &#8220;<em>Maladona, Maladona</em>&#8220;.</p>
<p><em><strong>Marcos Pincu</strong>, 38 anni, argentino, ricercatore agricolo, vive e lavora dal 2002 in Italia. E&#8217; appassionato di rugby, sport che ha praticato con onore quando era più giovane.<br />
Di se stesso scrive: &#8220;Nato a Chos-Malal, (Provincia del Neuquén), Patagonia, piccolo paese ai piedi delle Ande, dove il vento la fa di padrone e dove la parola</em> vicino <em>significa: meno di 190 km per strada a scorrimento tutto altro che veloce. Contaminazione cerebrale avvenuta nella città di Buenos Aires, negli neri anni 90 del</em> menemismo<em>, dal 2002 vive in Italia, nel 2003 è riuscito per prima volta a capire delle battute in romano, adesso, oltre che mangiare piadine, cerca di imparare anche un po&#8217; di romagnolo, ma la nebbia ancora non la sopporta.</em></p>
<p>[Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 2 aprile 2007]<em><br />
</em></p>
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		<title>Vite parallele / David Beckham e Bruno Conti</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Aug 2009 04:57:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Fabrizio Fontana &#8211; Ho sempre creduto che il mondo degli umani abbia alcuni risvolti assolutamente imbarazzanti, se analizzato solo con gli strumenti della logica. Immaginiamo per un attimo di aver inventato la lente a protoni logici e di possedere quindi un visore che rende reali contemporaneamente situazioni che si verificano nel mondo degli umani [...]<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/08/25/vite-parallele-david-beckham-e-bruno-conti/">Vite parallele / David Beckham e Bruno Conti</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Fabrizio Fontana</strong> &#8211; Ho sempre creduto che il mondo degli umani abbia alcuni risvolti assolutamente imbarazzanti, se analizzato solo con gli strumenti della logica. Immaginiamo per un attimo di aver inventato la lente a protoni logici e di possedere quindi un visore che rende reali contemporaneamente situazioni che si verificano nel mondo degli umani ed un modello di riferimento, calcolato dal computer. Uno specchio telematico che ripete di pari passo quanto descritto dagli umani con la sola eccezione di ricreare solo cose logiche e vere.</p>
<p>Sfogliando alcune riviste glamour dalla mia parrucchiera mi sono accorto che <strong>David Beckham</strong>, ancora per poco in forza al Real Madrid, è <em>il più grande giocatore al mondo</em>. Cosa di cui non ne sono per nulla convinto, e naturalmente ho acceso il mio visore a protoni logici. Con grande sorpresa in contemporanea al campionissimo mi è apparso sul monitor di riferimento anche <strong>Bruno Conti</strong>.</p>
<p>I due giocavano entrambi sulla fascia destra ed entrambi avevano sulle spalle la maglia numero 7. Beckham, quando incontra un avversario, il più delle volte passa la palla di lato mentre Conti lo incantava ,lo dribblava, lo frustava. Una intera generazione di terzini sinistri ne è uscita con le ossa rotte, negli anni 80.</p>
<p>Beckham crossa e un <em>cristone</em> di 1,90 con 90 cm di elevazione segna di testa. Nel monitor di riferimento Conti crossava e Paolo Rossi , non più alto di un metro e 60 segnava di testa. Beckham fa un colpo di tacco e smarcava un terzino al cross, Conti faceva un colpo di tacco e segnava. Beckham fa segnare gente come Ronaldo, Veron e Sheerer. Conti fa segnare Scarchilli, Negrisolo e Andrade. Beckham alza la coppa d’inghilterra. Conti alza il coppone del campionato del mondo.</p>
<p>Beckham sposa Vittoria Adams, una <em>Spice Girl</em>. Conti sposa Eleonora una casalinga di Monte San Biaggio. Beckham cambia pettinatura 2 volte al giorno ed ha uno staff di parrucchieri. Conti porta il caschetto da quando è nato e il barbiere si chiama Lillo. Beckham ha ispirato un film ormai cult. Conti fa la publicità per i condizionatori della ditta Narducci Ezio. Beckham sigla un contratto da 150 milioni di euro con i<em> Los Angeles Cosmos</em>. Conti fa l’allenatore nelle giovanile della Roma e ritira lo stipendio il 27 di ogni mese.</p>
<p>Beckham cammina per la strada con 4 <em>Body guard</em>. Conti non sa nemmeno che significa <em>body</em>. Beckham è aggredito da migliaia di fans donne, scatenate. Conti lo salutano solo i 40-60 enni nei bar del centro-sud italia e sta con la stessa donna da quando andava all’asilo. Beckham compare su tutte le copertine <em>glamour</em> del mondo. Conti viene intervistato dal <em>Corriere</em> di Prossedi. Le ragazzine dicono che Beckham è il più grande giocatore al mondo. Conti è la più grande ala destra del mondo ma lo sappiamo solo in pochi.</p>
<p>In fondo la lente a protoni logici è proprio una stronzata. A Marione, Chicco e Schizzo e gli altri del bar, anche se tifosi fino alla demenza, certe cazzate mica gliele potevi raccontare. Purtroppo sono diventate tifose le ragazzine e a loro la lente a protoni logici servirebbe proprio. Naturalmente se Beckham fosse brutto&#8230;</p>
<p><span style="font-weight: bold;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-weight: bold;">Fabrizio Fontana</span>, <em>46 anni, nato e cresciuto a Primavalle, nella perferia romana, avrebbe un passato da calciatore, se un un ginocchio e la sorte non gli avessero interrotto la carriera. Oggi invece fa il dirigente in una multinazionale e ogni tanto sogna di tornare in campo.</em></p>
<p>[Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 21 marzo 2007]<em><br />
</em></p>
<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/08/25/vite-parallele-david-beckham-e-bruno-conti/">Vite parallele / David Beckham e Bruno Conti</a></p>
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		<title>La corsa piu&#8217; costosa d&#8217;America</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jul 2009 04:59:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Camilla Lai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono passati più di trent’anni da La corsa più pazza del mondo, fortunata pellicola del 1976 in cui un gruppo di amici organizzava una corsa senza regole da New York a Los Angeles mentre un poliziotto assai meno fortunato cercava invano di fermarli. Trentatré anni dopo, a New York, il rombo di Ferrari, Lamborghini, McLaren, [...]<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/07/21/la-corsa-piu-costosa-damerica/">La corsa piu&#8217; costosa d&#8217;America</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono passati più di trent’anni da <em>La corsa più pazza del mondo</em>, fortunata pellicola del 1976 in cui un gruppo di amici organizzava una corsa senza regole da New York a Los Angeles mentre un poliziotto assai meno fortunato cercava invano di fermarli.<br />
Trentatré anni dopo, a New York, il rombo di Ferrari, Lamborghini, McLaren, Porsche Carrera e altre auto di lusso parcheggiate davanti al prestigioso club privato SoHo House a Manhattan, preannunciava la partenza di un&#8217;altra corsa. È il <em>Bullrun</em>, che tradotto letteralmente vuol dire “la corsa dei tori” ma che con i tori, mascolinità a parte, non ha nulla a che fare.</p>
<p>Di pazzo, questa corsa dei giorni nostri, ha vari elementi. Il primo elemento di pazzia è che questa corsa è vera, e non cinematografica: tutte le follie, quindi, accadono davvero, per le strade degli Stati Uniti. E si tratta di follie nel vero senso della parola, perché Bullrun non si corre su nessun circuito, ma, appunto, per le strade di campagna e per le autostrade, tra gli incroci delle città e sotto le gallerie delle tangenziali, assieme alle altre macchine, quelle dei poveri e ignari comuni mortali che improvvisamente si vedono sorpassare da Ferrari e Lamborghini in corsa, letteralmente.</p>
<p>Due giorni fa i partecipanti al Bullrun 2009 sono arrivati sgommando ad Austin, in Texas.<br />
Una settimana prima erano partiti da New York e per tutto il tempo della corsa nessuno di loro avrebbe saputo la tappa successiva fino al mattino stesso. Sono passati per il New Jersey, la Pennsylvania, l’Alabama, la Georgia, la Virginia, il Tennessee, la Florida, il Kentuky, il West Virginia. La tattica di tenere il percorso segreto è dovuta non tanto all’obiettivo di tenere alta la suspence, quanto al fatto di evitare i posti di blocco della stradale.<br />
Per quanto, chi partecipa alla gara considera le multe per eccesso di velocità un record di cui vantarsi quasi quanto quello di arrivare primi ai traguardi giornalieri o a quello finale. Frank e Alex Petito, due fratelli di rispettivamente 23 e 24 anni, che guidano una Newton SDR Spec Vi, ci sperano, di tornare con parecchie multe a casa, a Queens, New York. “È una cosa da raccontare per rimorchiare le ragazze ai bar”, mi dice Frank, che aggiunge: “È la prima volta che vado in Texas”.</p>
<p>La ricerca del pericolo, la sfida, fosse anche ai vigili urbani, fa parte integrante del profilo dei piloti, tutti non professionisti dei circuiti e professionisti, invece, del brivido adrenalinico di andare contro ogni regola, almeno in questa settimana, per poter vivere un’esperienza speciale e, scappando in terza, farla franca.</p>
<p><a title="Bullrun" href="http://www.bullrun.com" target="_blank">Bullrun</a> è giunto quest’anno alla sua ottava edizione. L’idea, come spesso capita negli Usa, è venuta a due stranieri. Due inglesi, per la precisione, Andrew Duncan e David Green. Sei anni fa Andrew e David, in cerca di un’idea nuova da vendere in America e in primo luogo all’America, come tanti emigrati moderni, hanno dato una rapida occhiata in giro, hanno visto che chi ha troppi soldi – qui come altrove – non sa mai bene come spenderli, hanno constatato che gli americani non viaggiano nemmeno nel loro Paese, hanno fatto due + due e hanno lanciato Bullrun. Lo hanno subito impacchettato in un bel format tv da reality show e adesso “Cops, Cars and Superstars” (Poliziotti, macchine e star) in cui partecipano 12 squadre, viene trasmesso da <a href="http://www.spiketv.com" target="_blank">Spiketv,</a> per MTV, in 96 Paesi.</p>
<p>La quota d’iscrizione a Bullrun, per ogni autovettura in gara, è di 20mila dollari. Più, <em>ça va sans dir</em>, la macchina con cui partecipare alla corsa. “Ma i costi da sostenere, in realtà, sono molto più alti”, mi spiega David Piergan, che corre con la sua Maserati. “Io per esempio, ho rifatto tutto l’impianto stereo, perché il viaggio è lungo e in qualche modo bisogna pure passare il tempo. E poi ho messo il GPS e un computer portatile collegato agli autovelox, così da poterli prevedere ed evitare”. Non bruscolini, insomma. Del resto, chi ha una Maserati o una Ferrari parcheggiata in garage, non si spaventa certo del costo di un computerino, fosse pure di ultima generazione e con programmi software particolari.</p>
<p>La quota d’iscrizione copre anche gli alberghi a 5 stelle per una settimana, le feste di ogni sera, a bere con VIP di vario livello, i cui nomi rimangono però rigorosamente segreti, e, infine, il festone finale.</p>
<p>Alla domanda &#8220;cosa ti ha spinto a correre nel Bullrun?&#8221;, tutti i partecipanti intervistati mi offrono una sola inequivocabile risposta: “Guidare veloce, conoscere gente e divertirmi”. La vittoria è secondaria, tanto che a gara conclusa, chi ha tagliato il traguardo non se ne vanta.</p>
<p>E tutti sembrano fare una sola, indefinita, professione: gli imprenditori indipendenti. Un per tutti Tobias, che nella vita fa online marketing e a cui non viene in mente nessun altro modo per spendere 20mila dollari in una settimana. Tant’è vero che Tobias neanche si sogna di arrivare al traguardo, in Texas. Lui, che guida la sua Porsche Carrera, si fermerà il terzo giorno della corsa in Maryland, assieme a un esiguo gruppo di altri partecipanti, perché gira voce che lì ci sarà una bella festicciola.</p>
<p>Insomma, divertimento, sfida, adrenalina e donne.</p>
<div id="attachment_3312" class="wp-caption alignleft" style="width: 462px"><img class="size-large wp-image-3312" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/07/calendario-452x264.jpg" alt="Le ragazze del calendario Bullrun 2010" width="452" height="264" /><p class="wp-caption-text">Alcune delle ragazze del calendario Bullrun 2010 </p></div>
<p>Al seguito del gruppo dei piloti di Formula1 d&#8217;America ci sono infatti anche 12 ragazze bellissime, giunte da ogni dove del continente, una per ogni mese del calendario Bullrun 2010.<br />
Di piloti donne, invece, ce ne sono solo tre, due sorelle e una loro amica: Amina, Ruth e Khanah, di 22, 24 e 23 anni, tutte e tre dell’Arkansas, dove un po’ studiano e un po’ gestiscono il ristorante di famiglia. Qui guidano la loro Lexis IS 350,con cui  l’anno scorso hanno partecipato al reality show in tv. Non si sarebbero perse questa corsa per niente al mondo. “E sicuramente parteciperemo anche l’anno prossimo!”, mi assicura Amina, “per l’avventura e l’esperienza incredibile. E poi, per il fatto che siamo le sole donne, la sfida è ancora più grande, ci incoraggia a fare del nostro meglio e cercare di vincere”, aggiunge Ruth.</p>
<p>Alla corsa più di lusso d’America, quest’anno, in via eccezionale, ci sono anche due piloti veri. Mikey e Andy hanno cominciato a correre assieme, prima sulle moto fuoristrada, poi in macchina, quando erano ancora adolescenti, nel sud della California. Ora Mikey Children ha 26 anni e di professione corre in macchina, appunto, ma nei circuiti da rally. Un paio di settimane fa, per caso, ha visto un episodio di Bullrun in televisione: ci ha pensato, neanche troppo, e ha chiamato il suo vecchio amico che gli facesse da navigatore, ché Andy ne aveva fatta davvero di strada da quei primi circuiti di motocross. L’anno scorso Andy Grinder è arrivato terzo a Buenos Aires, il traguardo della Parigi-Dakar edizione 2008.</p>
<div id="attachment_3313" class="wp-caption aligncenter" style="width: 553px"><img class="size-full wp-image-3313" src="http://www.novamag.it/wp-content/uploads/2009/07/andy.jpg" alt="Andy e Mikey" width="543" height="407" /><p class="wp-caption-text">La macchina di Mikey e Andy</p></div>
<p style="text-align: left">Tempo di trovare uno sponsor, e via, Andy e Mikey sono partiti. La General Tire, la seconda compagnia di pneumatici al mondo, ha dato loro una Suburo del 2008 STI (“Non una macchina esotica, come tutte queste italiane”, ammicca Mikey). L&#8217;azienda di pneumatici, che sul sito ha messo un feed live per seguire le gesta dei due piloti, ci ha visto lungo, perché Andy e Mikey sono arrivati tra i primi 10 il primo giorno, terzi nella tappa di New Orleans, quinti al traguardo e primi con la legge, gli unici a non aver preso nessuna multa. “Non abbiamo alcuna intenzione di infrangere la legge”, mi dice Andy la sera prima della partenza. “Sembra strano, ma una corsa non si vince per velocità, si vince per bravura e fortuna”, precisa Mikey.</p>
<p>Sembra ancora più strano che qui, in epoca di recessione bruta quanto, dicono gli esperti, la crisi del 1929, mentre al supermercato chiunque fa attenzione al centesimo di dollaro, ci siano un centinaio di persone – tranne Andy e Mikey – che decidano di spendere oltre 20mila dollari per una vacanza decisamente alternativa, ripercorrendo le gesta, e in parte il percorso, di un vecchio e divertente film anni 70.</p>
<p>Il divertimento, è vero, non ha prezzo. E a sentire le parole della First Lady degli Arresti dello scorso anno, tale Annabelle Frankl, le emozioni che regala la corsa più pazza degli Usa sono impagabili, scenari a parte. C’è ben altro: sì, sfida, adrenalina, velocità. Ma soprattutto: un senso di appartenenza profondo, cosa che in questo Paese, più che nel vecchio continente, conta. “Alla fine – spiega Annabelle – siamo esausti, esaltati e non abbiamo nessuna voglia di tornare alle nostre vite reali. Alla fine di ogni Bullrun, il necessario periodo di decompressione è terribile. L’unica cura è scambiarsi foto, mantenersi in contatto con la famiglia di Bullrun e cominciare a fare progetti per l’anno successivo”. ­­­­­­­</p>
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		<title>Il calcio populista: da telecronista sportivo a ultras televisivo</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 06:00:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Riccardo Fabiani</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Roberto&#8221; era il modo in cui, quasi paternamente, l&#8217;indimenticabile Bruno Pizzul si rivolgeva a colui che probabilmente è stato il giocatore italiano più forte di sempre, Roberto Baggio. Certo, c&#8217;erano motivazioni molto concrete: c&#8217;erano due Baggio in Nazionale all&#8217;epoca e per semplificare il duro lavoro di noi telespettatori, Pizzul distingueva fra &#8220;Roberto&#8221; e &#8220;Dino Baggio&#8221;, chiamato invece con nome e cognome &#8211; come se uno fosse il figlio bravo e l&#8217;altro quello discolo, che devi richiamare all&#8217;ordine.</p>
<p>Ce lo ricordiamo tutti questo modo pizzuliano di commentare, completamente inusuale: come quando, durante un quarto di finale fra Italia e Spagna ai mondiali di USA &#8217;94, l&#8217;attaccante spagnolo Julio Salinas si trovò praticamente da solo davanti al nostro portiere e tutto ciò che Pizzul riuscì a dire, rapito dall&#8217;emozione del momento, fu: &#8220;Julio Salinas&#8230; ahi ahi ahi ahi&#8221;, finché, per nostra fortuna, il giocatore iberico tirò fuori dallo specchio della porta.<br />
Pizzul era simpatico a tutti, benché molti avessero dei dubbi sulla sua qualità di commentatore: molto emotivo, incline alla gaffe e all&#8217;abbaglio e soprattutto accompagnato spesso da impresentabili &#8220;spalle&#8221; (come Eraldo Pecci agli Europei del 2000, quello di: &#8220;I portieri turchi sono molto bravi perche&#8217; sono ottomani&#8221;). A posteriori, possiamo rinvenire in lui l&#8217;inizio del declino professionale che sta travolgendo i commentatori sportivi italiani: l&#8217;abbandono del commento tecnico e sportivo in favore della cronaca partigiana, appassionata e urlata. Ma andiamo per gradi.</p>
<p>QUANDO C&#8217;ERA LUI: NANDO MARTELLINI (E I TEDESCHI)<br />
Chi scrive, ha avuto il piacere di conoscere le telecronache di Nando Martellini solo attraverso video d&#8217;epoca e soprattutto la ripetizione ipnotica della finale di Spagna &#8217;82 &#8211; il lavaggio del cervello cui siamo stati sottoposti fino al 2006, la perenne celebrazione dei padri fondatori della Repubblica italiana: gli azzurri di Bearzot. Martellini, in questi scorci, eè un oggetto misterioso: scarno, descrittivo, quasi mai sopra le righe (a parte per le solenni presentazioni delle partite); il suo triplice &#8220;Campioni del mondo&#8221; è un&#8217;eccezione che ricordano tutti proprio perché inattesa, un cedimento emotivo finale che viene compreso e giustificato nell&#8217;ambito della mitologia di Spagna &#8217;82.</p>
<p>Si prenda Italia-Brasile, drammatico match finale della seconda fase dello stesso mondiale: un&#8217;altalena di emozioni, piena di colpi di scena. Martellini alza appena il tono di voce quando Paolo Rossi segna: &#8220;Rossi, Rossi&#8221; si limita a dire. Non c&#8217;è molta differenza con la sua reazione al gol di Falcao, per esempio. Il commentatore è neutrale, racconta la partita, perché non ha bisogno di sottolineare l&#8217;ovvio, cioé che siamo tutti incollati al teleschermo in attesa di un gol. L&#8217;emozione è una questione pubblico-privata, vissuta a livello familiare o con gli amici, non è uno stato di eccitazione indotto dalla televisione.</p>
<p>Un&#8217;esperienza non dissimile da quella vissuta dal sottoscritto la scorsa estate, mentre assistevo agli Europei sulla tv tedesca. Il telecronista non si vergognava di restare in silenzio per lunghi periodi, anche di 30-40 secondi: se non c&#8217;era nulla di saliente da raccontare, si limitava a tacere. L&#8217;ossessione della parola era assente, senza alcun bisogno di riempire di chiacchiere ogni secondo di una partita che, per sua natura, è un evento per larga parte auto-evidente, chiaro, capace di vivere della propria stessa immagine. Si pensi infatti allo sciopero dei giornalisti che, più spesso in passato, colpisce di tanto in tanto le partite trasmesse in tv: la visione della partita non soffre di grandi perdite, senza il cronista, tanto che è facile sentire molta gente esclamare naturalmente: &#8220;E&#8217; meglio guardare la partita senza commentatore&#8221;.<br />
Il commento è un plus, di cui i tedeschi sono ampiamente coscienti. La parola che segue il pallone non è necessaria, altrimenti nessuno di noi si recherebbe mai allo stadio; è qualcosa di superfluo che al limite serve a colmare ciò che non possiamo vedere, perché al di fuori dell&#8217;inquadratura, o a spiegare ciò che non è immediatamente chiaro. Ma soprattutto, è una narrazione che dovrebbe spiegare, non emozionare. Questo è ancora chiaro al telecronista tedesco, che reagisce al gol italiano o tedesco quasi alla stessa maniera; una differenza che non è piu&#8217; chiara per il giornalista sportivo italiano.</p>
<p>DALLA SCUOLA RAI A FABIO CARESSA<br />
Lungi da noi l&#8217;intenzione di crocefiggere Bruno Pizzul per l&#8217;involuzione del telecronista. Il colpevole probabilmente non esiste, ma piuttosto va ricercato in una tendenza collettiva che si è affermata negli ultimi 20 anni di televisione. E non è banale dire che la televisione commerciale ha introdotto nuovi schemi di racconto della partita, uccidendo il commentatore inteso come soggetto terzo e introducendo il tifo come elemento distintivo, fino al paradosso odierno dei vari &#8220;Inter channel&#8221;, &#8220;Roma channel&#8221;, Carlo Zampa, Tiziano Crudeli e commenti partigiani selezionabili grazie alla tecnologia digitale.</p>
<p>Alla tradizionale &#8220;scuola Rai&#8221; di cronaca sportiva si è contrapposta nel tempo la &#8220;scuola Mediaset&#8221;, fino a giungere al paradosso odierno di Fabio Caressa, di cui più sotto. Bruno Longhi, Carlo Piccinini e in altri settori Guido Meda hanno gradualmente introdotto uno stile orgogliosamente non neutrale, coinvolto, cominciando col Milan il cui proprietario coincideva col loro datore di lavoro.</p>
<p>Chiaramente, questa rivoluzione non è avvenuta tutta in una notte, ma è stato un processo lento cui i telecronisti Rai hanno reagito adeguandosi, cercando di &#8220;svecchiare&#8221; il proprio stile.<br />
E &#8220;svecchiare&#8221; assume qui un significato importante: il nuovo che avanza, inarrestabile, è rappresentato da un televisione diversa, in cui il pubblico di figuranti partecipa attivamente alla trasmissione televisiva seguendo le indicazioni di personaggi che danno le spalle al presentatore per dirigere i partecipanti addomesticati. Allo stesso modo, il telecronista comincia ad ammaestrare gli sportivi da casa: ora è il momento di emozionarsi, ora è il momento di indignarsi. Quando il commentatore sottolinea con un urlo la pericolosità dell&#8217;azione, lo spettatore avverte che sta succedendo qualcosa di importante ed è richiamato al suo ruolo. Non c&#8217;è piu&#8217; filtro critico, tattica, la cultura del calcio viene schiacciata da un pubblico sempre più ampio, fatto di donne, ragazzini, spettatori occasionali. Si sviluppano così culti personalizzati, da Gullit a Totti, in cui ci si aspetta sempre &#8220;il numero&#8221;: un&#8217;altra parola chiave, spesso ripetuta dalla &#8220;scuola Mediaset&#8221;, a sottolineare l&#8217;aspetto circense del calcio, lo spettacolo puro.</p>
<p>Il calcio si trasforma così in intrattenimento, una serie di giochi di prestigio senza soluzione di continuità, in cui anche chi è totalmente digiuno di calcio può dire la sua ed emozionarsi, essere partecipe. Basta seguire il telecronista che, come un direttore d&#8217;orchestra, dirà quando urlare e quando disperarsi. E arriviamo così all&#8217;ultimo fenomeno acclamato mediaticamente: Fabio Caressa, colui che ha fatto dell&#8217;urlo una professione e che viene osannato in tutto il Paese perché ha associato indelebilmente il suo grido al nostro grido di gioia, perché è uno come noi; uno che, nonostante la sua ampia cultura calcistica (che nessuno nega), è diventato un fenomeno da baraccone con le sue frasi stereotipate (&#8220;l&#8217;arbitro manda tutti a prendersi un té caldo&#8221;), le sue espressioni sensazionaliste e la ricerca costante dello spettacolo rispetto al calcio. E a nessuno viene in mente che il calcio è anche altro: noia, tattica, perdite di tempo, gioco stentato, catenaccio.</p>
<p>LA MORTE DEL GIORNALISMO SPORTIVO<br />
Il processo di sudamericanizzazione del calcio italiano è così completo. Non è un caso che personaggi come Josè Altafini riscuotano grande successo: il momento in cui anche da noi si gridera&#8217; &#8220;Golazo!&#8221; è vicino. E non si tratta solo di mancanza di distacco: è la qualità stessa della telecronaca che si è impoverita, grazie alla moltiplicazione esponenziale di canali e siti internet in cui i dilettanti di un tempo si affacciano ad una professione senza più dignità.</p>
<p>Di esempi se ne potrebbero fare a centinaia: Tuttosport, che nominalmente è un quotidiano sportivo, ma che di fatto è poco più del gazzettino della curva juventina (e in subordine torinista); il Corriere dello Sport, un altro esempio di titoli urlati e sensazionalisti; la Gazzetta dello Sport il suo gusto decadente per gossip e tutto ciò che ruota attorno al calcio.<br />
In particolare, la Gazzetta dello Sport offre un servizio online per poter rivedere le azioni salienti delle partite della Serie A. Si tratta di un prodotto scadente, affidato a dei giovani volenterosi ma senza talento che si limitano ad imitare pedissequamente lo standard ormai in voga: tanti urli e tanti strafalcioni. Spesso sbagliano i nomi dei giocatori o si limitano a commentare un&#8217;azione descrivendola in maniera succinta e tautologica: &#8220;Il tiro pericoloso&#8230; ed è fuori&#8221;; ma soprattutto urlano, a colmare i vuoti della propria mancanza di preparazione.</p>
<p>Nell&#8217;orizzonte televisivo, su tutti è Controcampo ad incarnare &#8220;le meravigliose sorti e progressive&#8221; del calcio in tv: una trasmissione dedicata all&#8217;80% a tutto ciò che ruota attorno al calcio e non al calcio stesso. La donna oggetto che recita una domanda imparata a memoria e per il resto tace, esponendo solo se stessa; gli ex giornalisti sportivi, ormai veri e propri showmen come Giampiero Mughini e Maurizio Mosca; la promozione della rivista collegata alla trasmissione; i titoli riassuntivi sullo sfondo, che incitano il pubblico a preoccuparsi o esaltarsi, senza mai capire; e il pubblico in studio, partigiano anch&#8217;esso. Mai un&#8217;analisi tattica di una partita, mai un tentativo di comprendere a fondo cosa sia successo. E poi, per concludere, la moviola: l&#8217;alfa e l&#8217;omega del calcio in Italia, l&#8217;apice dell&#8217;attenzione collettiva condotto a sfogarsi su una decisione arbitrale.</p>
<p>QUEL CHE CI ASPETTA<br />
Il processo involutivo del giornalismo sportivo italiano non è finito e non è difficile immaginare che fra qualche anno arriveremo ai personaggi del Grande Fratello che commentano il calcio in diretta o alla <em>fazizzazione </em>(nel senso di Fabio Fazio) del pallone, in cui la marmellata televisiva invaderà anche il campo &#8211; magari con un siparietto fra presentatore e allenatore durante la partita. Alcune eccezioni fanno ancora sperare bene: si ricorda su tutti il ruolo di Fabio Capello come commentatore televisivo, prima che diventasse allenatore dell&#8217;Inghilterra. Un raro esempio di analisi tattica straordinaria, capace di mostrare allo spettatore ciò che non è immediatamente chiaro, invece della ripetizione ossessiva dell&#8217;ovvio. Ma il sospetto è che la presenza di un Capello in tv sia un&#8217;eccezione che rimarrà tale e che il futuro ci riserverà un processo inesorabile di declino, in cui saremo meravigliosamente liberi di scegliere il nostro telecronista incapace preferito: uno che non ci faccia arrabbiare con la sua cronaca imparziale; che ci dia ragione quando, da tifosi, perdiamo la nostra capacità critica e gridiamo rigore; che ci aizzi contro le istituzioni calcistiche; che ci faccia credere che se la nostra squadra ha perso, non è per una inferiorità calcistica o un errore tattico, ma per un complotto del Palazzo.</p>
<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/03/17/il-calcio-populista-da-telecronista-sportivo-a-ultras-televisivo/">Il calcio populista: da telecronista sportivo a ultras televisivo</a></p>
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		<title>Da cosa scappa Beckham</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Mar 2009 06:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Corrado Morricone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ufficialità è arrivata domenica mattina dal sito dei Los Angeles Galaxy: David Beckham resterà al Milan fino al termine del campionato italiano, successivamente tornerà a giocare nel campionato americano. In ipotesi, aggiungiamo, potrebbe tornare a vestire la casacca rossonera a gennaio 2010 &#8211; sembra questa l&#8217;intenzione del giocatore, sentite le dichiarazioni di ieri («Il Milan [...]<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/03/10/da-cosa-scappa-beckham/">Da cosa scappa Beckham</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ufficialità è arrivata domenica mattina dal sito dei <em>Los Angeles Galaxy</em>: David Beckham resterà al Milan fino al termine del campionato italiano, successivamente tornerà a giocare nel campionato americano. In ipotesi, aggiungiamo, potrebbe tornare a vestire la casacca rossonera a gennaio 2010 &#8211; sembra questa l&#8217;intenzione del giocatore, sentite le dichiarazioni di ieri («Il Milan appartiene alla Champions, e spero di poterne fare parte anch&#8217;io»).</p>
<p>In America non l&#8217;hanno presa bene, rimborseranno il 10% dei biglietti, e hanno deciso di togliere la fascia di capitano allo <em>Spice Boy</em>, per consegnarla a Landon Donovan, centrocampista ex Bayer Leverkusen, eterno astro nascente Usa nonché trascinatore della nazionale americana all&#8217;ottimo risultato dei mondiali 2002 (quarti di finale contro la Germania), anch&#8217;egli di ritorno dall&#8217;Europa, in cui ha giocato per tre mesi poco soddisfacenti con la maglia del Bayern Monaco.</p>
<p>E&#8217; ovvio che David, riassaporato il grande calcio del vecchio continente, torni ad avere nostalgia di giocare partite di un certo tasso tecnico, visto che la <em>Major League Soccer</em> (così si chiama il campionato Usa, o, ancor meglio, nordamericano, visto che vi partecipa anche una squadra canadese, il Toronto Fc) non è certo paragonabile alla Serie A, né ai campi dei tornei cui Beckham ha partecipato (Premier League, Liga, Champions League).<br />
Attualmente, in una squadra non proprio al suo meglio come il Milan, i compagni di squadra sono Kakà, Ronaldinho, Pirlo &#8211; grandi nomi del calcio mondiale &#8211; mentre a Los Angeles, i più quotati sono il già citato Donovan e l&#8217;allenatore, santone del soccer, Bruce Arena, così come i grandi nomi del recente passato si riducono al mister Ruud Gullit e all&#8217;ex terzino destro portoghese di Bari, Liverpool e Roma Abel Xavier, noto al pubblico più per il colore dei suoi capelli che per le sue prestazioni sportive.</p>
<p>Non si creda, inoltre, che a Los Angeles possa comunque godere di effimeri successi nel calcio minore: l&#8217;anno scorso i Galaxy sono stati la peggior squadra della Mls, con 13 sconfitte in 30 partite, l&#8217;esclusione dai play off e l&#8217;ultimo posto nella propria <em>Conference</em>.<br />
<em>Play Off</em>. <em>Conference</em>. Squadre di altri paesi. <em>Soccer</em>. Queste parole hanno poco a che fare con la nostra Serie A. Come funziona la Mls? Nata nel 1996, la struttura del torneo, che si svolge nell&#8217;anno solare, è simile a quella degli altri tornei americani di sport di squadra: per il 2009, ad esempio, sono previste due <em>conference</em>, una orientale e una occidentale, rispettivamente di sette ed otto squadre, e oltre ai normali gironi di andata e di ritorno (che sono doppi), sono previste partite aggiuntive per arrivare ad una regular season di 30 partite per tutti. Le migliori tre di ogni conference più le due successive meglio classificate di tutto il torneo, partecipano ad una serie di scontri diretti con una finale per il titolo &#8211; proprio come accade nella nostra Prima Divisione, la ex C1.<br />
I campioni in carica sono i Columbus Crew, squadra dell&#8217;Ohio. I più titolati sono i D.C. United (che fino all&#8217;anno scorso schierava un&#8217;altra ex conoscenza di noi europei, Marcelo Gallardo, ex Monaco, Psg, tornato al River Plate, in cui ha iniziato la carriera da giovane promessa, poi non mantenuta), squadra della capitale, con quattro titoli.<br />
A seguire, i San José Earthquakes, Houston Dynamo, e proprio i Galaxy, con due: la ex e futura squadra di Beckham nel primo decennio della Mls &#8211; quello durante il quale non esistevano i pareggi e venivano assegnati due ed un punto a vincenti e perdenti della sfida agli shoot out &#8211; l&#8217;ha fatta da padrona, ottenendo, oltre ai due campionati, tre secondi posti e il titolo continentale centronordamericano (Concacaf Champions League), di solito appannaggio dei messicani, nel 2000.</p>
<p>Un&#8217;altra particolarità della Mls è la presenza delle <em>franchigie</em>: le squadre, cioè, non sono legate ad una città, ma si possono spostare come avviene, ad esempio in Nba. Gli Earthquakes, ad esempio, si sciolsero nel 2003, perdendo tutto lo staff tecnico che si trasferì in blocco alla Houston Dynamo (nata nel 2005), ed è tornata a competere nel 2008.<br />
Non si è mai arrivati, comunque, oltre lo scioglimento e la successiva ricostituzione della franchigia: in Nba, invece, è normale che questa cambi semplicemente sede senza perdere il nome. Stiamo, comunque, sempre parlando di calcio, e benchè sia americano, non mancano le rivalità: tra i derby più sentiti c&#8217;è il <em>SuperClasico</em>, giocato a Los Angeles, tra i Galaxy e i Chivas. La prima è la squadra dei bianchi, la seconda è quella degli ispanici, così come a Milano l&#8217;Inter è la squadra della borghesia <em>bauscia</em>, mentre il Milan è quella degli operai &#8211; o almeno era così fino a qualche tempo fa.<br />
Il Chivas, tra l&#8217;altro, non è altro che la succursale statunitense dell&#8217;impero calcistico di tale Jorge Vergara, ricco produttore cinematografico messicano e proprietario degli omonimi Chivas Guadalajara (il più titolato club del Messico), e del Deportivo Saprissa (Costa Rica, nel 2005 campione Concacaf e terzo classificato al Mondiale per club).<br />
A proposito di proprietà, la struttura societaria dei club americani è decisamente diversa da quella a cui siamo abituati nell&#8217;Europa continentale. L&#8217;Aeg (Anschutz Entertainment Group), compagnia operante nel campo della musica e dell&#8217;intrattenimento, è proprietaria dei L.A. Galaxy, del 50% degli Houston Dynamo, dello stadio di Los Angeles, l&#8217;Home Depot Center, nonché dello Staples Center, campo di gioco delle squadre Nba dei Lakers (in cui l&#8217;Aeg ha partecipazioni) e dei Clippers, e della squadra svedese di calcio dell&#8217;Hammarby. In passato, aveva la proprietà anche degli Earthquakes, e di altre tre squadre della Mls.<br />
Uno dei problemi, infatti, che la Mls si è ritrovata a risolvere nel tempo è stata quello delle proprietà multiple: nel 2001, le dieci compagini allora esistenti facevano capo a tre soli proprietari, cioè la già citata Aeg, Lamar Hunt (oggi defunto, è stato uno dei fondatori della Mls, e a lui oggi è intitolata la coppa nazionale, che come la Fa Cup inglese concede la partecipazione a tutti i club, dagli amatori ai professionisti), e Robert Kraft (New England Revolution).<br />
Nel 2008, invece, il rapporto è stato di quattordici a dodici, segno che per gli affari forse il calcio americano non è così disastroso come sembra: basti pensare che la squadra di New York (team di secondo livello che nella seconda metà degli anni &#8217;90 ha potuto contare tra le proprie fila il nostro Roberto Donadoni), ex Metrostars, ha cambiato il proprio nome in Red Bull NY proprio perchè acquistata dalla azienda austriaca, già proprietaria dell&#8217;ex Austria Salisburgo (anche questa ribattezzata), di due team di Formula 1 e di un team nel campionato Nascar.</p>
<p>C&#8217;è da scrivere, per essere onesti, che questo problema delle proprietà multiple si è presentato anche in Europa: la Uefa ha sempre posto attenzione a casi come questi, quando negli anni 90 una società finanziaria acquistò contemporaneamente Chelsea, Aek Atene, Sparta Praga e Vicenza, o quando si trovarono nello stesso girone di Champions League il Chelsea di Roman Abramovich ed il Cska Mosca sponsorizzato proprio dall&#8217;azienda del magnate russo. Certo, in Europa certe patologie non sono mai state estreme come quelle appena descritte in Mls.<br />
Si consideri, inoltre, che la lega è proprietà delle singole franchigie, e non un organo superiore come la Figc o la Lega calcio in Italia, e che per procedere all&#8217;iscrizione è vincolante la proprietà del proprio stadio, e potremo così capire cosa significa fare business col calcio.</p>
<p>Proprio come negli altri campionati americani, anche in Mls non si retrocede mai: in realtà, esistono serie inferiori (a cui alcuni club, come i Chicago Fire, sul modello spagnolo iscrivono le proprie squadre giovanili &#8211; e questa è una differenza da altri sport di squadra Usa), e i vincitori di tali serie acquisiscono il diritto di accedere a quella superiore, Mls compresa.<br />
In realtà, mai nessuno ha fatto valere questo diritto per via del lievitare dei costi nel passaggio da una serie a quella successiva (in Italia, molto più semplicemente, soprattutto nelle serie minori, si costruisce una squadra di brocchi, si chiama un allenatore compiacente, e si gioca allegramente col celato obiettivo di retrocedere).</p>
<p>Un&#8217;ultima curiosità riguarda una regola impensabile in Europa e in SudAmerica. O meglio, le regole impensabili sono tre, la terza eccezione della seconda: proprietà dei cartellini, il <em>salary cap</em> e la cosiddetta <em>Beckham rule</em>.<br />
Almeno formalmente (ma non solo), i cartellini dei giocatori non sono detenuti dalla singola squadra, bensì dalla lega, che decide in seguito dove farli giocare.<br />
Per quel che riguarda la seconda regola, nella stagione 2008, il <em>salary cap</em>, cioè il tetto salariale complessivo che ogni squadra è tenuta a rispettare, era di 2,3 milioni di dollari per squadra (nel 2006, era di 1,9); in precedenza era più basso.<br />
Dalla stagione 2007, fino almeno a quella 2009, è altresì in vigore quella che è chiamata la <em>Beckham rule</em>: ogni squadra, cioè, può ingaggiare un giocatore il cui ingaggio verrà calcolato solo parzialmente all&#8217;interno del tetto salariale obbligatorio per ogni team. L&#8217;introduzione di questa nuova regola, anche su pressione degli sponsor, ha permesso così l&#8217;arrivo in America non solo di David Beckham, ma anche dell&#8217;ex Arsenal, lo svedese Freddie Ljungberg, dell&#8217;argentino Claudio Lopez, già al Valencia e alla Lazio, più una serie di giocatori sudamericani non famosissimi, ma comunque abituati agli ingaggi stellari europei.</p>
<p>Questo girare di soldi, sponsor, ed eccezioni ai tetti salariali, significa che, forse, il calcio in America non fa così schifo. O meglio: non si riempiranno gli stadi da 80mila posti, non si avranno Cristiano Ronaldo e Ibrahimovic in campo, ma in America pare stiano trovando il modo di fare business anche col soccer.<br />
Così si spiega come Beckham, da bravo manager di se stesso, si sia confinato in quel limbo dorato, e come, da bravo sportivo qual è, voglia restare in Italia, capendo che il calcio è tutta un&#8217;altra cosa.</p>
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		<title>Totti sindaco, Buffon primo ministro. Negli Usa</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 05:57:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Camilla Lai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che cosa escogita New York, la città più anti-convenzionale al mondo, per fronteggiare la recessione? Come futuro primo cittadino schiera in campo, letteralmente, il miglior portiere di hockey sul ghiaccio, Anthony Weiner. Come se a Roma il sindaco diventasse Totti, a Milano anzichè la Moratti trovassimo a difenderci Maldini e a Napoli a parare i [...]<p><a href="http://www.novamag.it">Novamag 2.0</a><br/><br/><a href="http://www.novamag.it/2009/02/10/totti-sindaco-buffon-primo-ministro-negli-usa/">Totti sindaco, Buffon primo ministro. Negli Usa</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa escogita New York, la città più anti-convenzionale al mondo, per fronteggiare la recessione? Come futuro primo cittadino schiera in campo, letteralmente, il miglior portiere di hockey sul ghiaccio, Anthony Weiner.<br />
Come se a Roma il sindaco diventasse Totti, a Milano anzichè la Moratti trovassimo a difenderci Maldini e a Napoli a parare i sacchi di spazzatura ci fosse Iezzo. E come se il primo ministro, anzichè Berlusconi, fosse Buffon.</p>
<p>Ma l&#8217;America, si sa, è l&#8217;America.</p>
<p>Gli analisti malauguranti rimpiangono il 1929, anno del peggior crollo della borsa di Wall Street? Anthony para il colpo e riporta ottimismo e speranza. Anche i ricchi piangono, persino quelli che all&#8217;Upper Side, che dalla finestra del bagno ammirano le opere d&#8217;arte del Guggenheim? Anthony para il colpo, e asciuga le loro lacrime. A Madison Avenue i negozianti accettano euro (questa notizia è vera)? Anthony para, di nuovo e sempre, e la banconota verde riprende a volteggiare nei banchi di cambio di tutto il mondo. Insomma, se Weiner è cosi bravo a evitare che anche le palle più veloci finiscano in rete, e per di più sul ghiaccio, come potrà non fermare i colpi di coda del dispettoso Dow Jones?</p>
<p>Il candidato sindaco che promette di sfidare Michael Bloomberg l&#8217;autunno prossimo ha 44 anni e rappresenta il partito democratico nei quartieri di Brooklyn e Queens (i due più grandi dei 5 che compongono New York City). È un ottimo portiere, famoso per &#8220;il tocco soffice del guantone&#8221; e perché è &#8220;veloce come un gatto&#8221;. Ma non solo: Weiner sarebbe il sindaco più atletico della storia e del mondo. Niente a che vedere, per esempio, con il suo unico precedente newyorkese, John V. Lindsay, che all&#8217;università se la cavava bene con il cannottaggio e che tutte le mattine arrivava in municipio in bicicletta.</p>
<p>Robbetta: Weiner è il portiere dei <em>Falcons</em>, squadra di hockey della <em>Grande Mela</em> che gioca tutte le settimane, la sera tardi, in uno stadio a Chelsea. Ma Anthony gioca anche, e bene, a baseball per la squadra del municipio. E il fine settimana va a sciare nelle riserve indiane al nord. E per tenersi in forma solleva pesi. E sa anche giocare a tennis. E va al lavoro in pattini &#8211; quelli moderni con un&#8217;unica ruotona. E infine, per un periodo, si è cimentato persino con il pugilato: ha abbandonato perché, ammette: &#8220;Non volevo allenarmi, volevo solo fare a pugni&#8221;.</p>
<p>Ha le idee chiare sulla vita e la carriera: &#8220;Mi è sempre piaciuta l&#8217;idea che tutti abbiano bisogno di te, che tu devi prenderti tutte le responsabilità. Da ragazzino ero piccolo e gracile. Per questo sono diventato portiere: i portieri servono sempre, sono indispensabili&#8221;.<br />
Il cappellino, rigorosamente da baseball e rigorosamente dei Metz, Weiner lo indossa al contrario, come vuole lo stile. È cresciuto a Park Slope, territorio dei Metz, e non sopporta i personaggi eccessivamente diplomatici e un po&#8217; falsi come Hillary Clinton, che diceva di tifare allo stesso modo Metz e NY Yankees. &#8220;Non esiste: bisogna scegliere&#8221;. Difficile dargli torto, se non in politica, almeno nello sport: tifare Metz e NY Yankees qui equivale a essere simultaneamente della Roma e della Lazio, del Torino e della Juve, del Milan e dell’Inter, del Genoa e della Sampdoria. Insomma, ha ragione: <em>non esiste</em>.<br />
Anthony Weiner è un tipo affidabile, che alle partite c&#8217;è sempre. Nell&#8217;ultima stagione ne ha saltate solo due, perchè era in missione in Iraq per il partito.</p>
<p class="MsoNormal"><span>Quanto alla politica vera e propria, si rifà al messaggio di Barak Obama, presidente della nuova era: <em>Cambiamento</em> e <em>speranza</em>. E palleggiando palleggiando, Weiner parla di sussidi abitativi, di tasse più basse e di meno spese. </span></p>
<p>&#8220;Autentico prodotto della classe media lavoratrice newyorkese&#8221; &#8211; si legge sul sito ufficiale &#8211; &#8220;Anthony conosce le sfide della maggior parte delle famiglie, e ha lavorato duro per fare in modo che tutti i newyorkesi abbiano una possibilità di vivere bene&#8221;.</p>
<p>Ma i newyorkesi, questo popolo avvezzo a tutto e che non si stupisce mai di nulla, forse stremati anche dalle elezioni presidenziali, non seguono il dibattito politico. A chiedere in giro, nessuno sembra ricordare che tra 10 mesi si dovrà recare alle urne. Nessuno sembra sapere che Michael Bloomerg, con petizione popolare, è riuscito a ottenere in via eccezionale il permesso di diventare sindaco per un terzo mandato. E soprattutto, nessuno che non tifi hockey sa chi sia Anthony Weiner.</p>
<p>Eppure la città non parlava d&#8217;altri che di lui, la notte del Super Bowl, nelle case e nei bar, nelle strade e nelle piazze. Salvo dimenticarlo, come una palla un po&#8217; sgonfia lasciata ai margini del campo, il mattino dopo, quando Bloomberg ha detto che investirà 80 milioni di dollari di tasca sua per la città che ama e per cui accetta, per i prossimi 4 anni, di lavorare per un dollaro l&#8217;anno. Come del resto ha fatto per gli otto anni che vanno a concludersi.</p>
<p>In questi tempi di crisi, sarà dura anche per questi cittadini apatici scegliere tra un sindaco che lavora gratis e uno che para bene i colpi.</p>
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