di Redazione

scritto in Consumi, Denaro, Libri, Media, Schermi, Stili | permalink

di Carla King

Nel 2001, il Wild Writing Women, un gruppo di autrici di libri di viaggio della San Francisco Bay Area del quale ero membro, decise di pubblicare da solo una raccolta di storie. Per quale motivo? Perché nessuna di noi riusciva a trovare un editore che pubblicasse quelle che ritenevamo le nostre storie migliori.

Tra di noi c’erano alcune professioniste esperte di editoria, per cui non abbiamo mai preso in considerazione l’idea di utilizzare la vanity press (editoria personale a pagamento).  Invece, tutte noi abbiamo investito 500 dollari e abbiamo formato una piccola società. Una è andata al Municipio di San Francisco per registrare il nome della società, Wild Writing Women Press. Un’altra ha comprato il numero ISBN e il codice a barre collegato; altre hanno assunto un book designer, hanno editato, corretto bozze, creato un sito e scelto un tipografo. La promozione del libro è stata facile perché eravamo 12 scrittrici di libri di viaggio professioniste che discutevano del libro mentre promuovevano altri libri e progetti.

Wild Writing Women: Stories of World Travel è stato un successo immediato. Durante la prima settimana di pubblicazione, abbiamo venduto tutte le 1.000 copie e abbiamo guadagnato più del doppio del nostro investimento iniziale. Diciotto case editrici tradizionali si sono subito dimostrate interessate a comprare il libro. Il gruppo ha deciso – con uno scarno 7 a 5 – di venderlo alla casa editrice Globe Pequot. Successo del self-publishing? Beh, siamo nel 2010 e dobbiamo ancora vedere i diritti d’autore.

Il boom del self-publishing

Autori di livello medio sanno già che l’era dei grandi anticipi, dei diritti d’autore generosi, dei tuor di presentazione e della pubblicità sui media è finita. Devono impiegare tempo e denaro proprio per creare un sito internet e pubblicizzare i propri libri. Gli editori non hanno i mezzi per offrire loro un pieno sostegno. Perché? Internet, la vendita di libri on-line, gli e-books e un’economia in declino sono tra le cause del costante crollo dell’editoria classica. Nel 2005 le vendite erano diminuite del 9% (e hanno continuato a diminuire). Eppure nel 2006 la stampa on-demand è esplosa.

Il rapporto Bowker del 2007 cita Kelly Gallagher, General Manager of Business Intelligence della Bowker con sede a New Providence (N.J.): “Lo sviluppo più sorprendente dello scorso anno è rappresentato dai titoli “on-demand”… che consistono principalmente in ristampe di titoli di dominio pubblico e in altri libri stampati in poche copie (short-run books)”.

Per questi “altri libri stampati in poche copie” non sotto state create delle sotto-categorie, quindi è difficile definire con esattezza le relative aree di crescita. Probabilmente, la porzione maggiore raccoglie i libri creati con l’aiuto di società di service per gli autori (ovvero i vanity o subsidy press), quali Lulu e iUniverse. Ma sono anche in crescita le società di book-packaging che fanno tutto, il che potrebbe anche includere scrivere il libro al posto vostro, e di self-publishing vero e proprio, che significa la creazione, da parte di un autore o di un gruppo di autori, di una piccola casa editrice indipendente.

I dati statistici della Bowker sull’editoria negli Stati Uniti per il 2008 indicano una diminuzione del 3,2 % dell’editoria classica, mentre il numero di libri stampati on-demand (POD: print-on-demand) è salito a oltre 285.000, circa 10.000 libri in più rispetto a quelli pubblicate da case editrici tradizionali. Il che significa dal 2007 una crescita del 132% per la stampa on-demand e un secondo anno di crescita a tre cifre. Ma il fatto che i grandi e medi editori si stiano muovendo verso la stampa on-demand anziché investire nella stampa offset certamente contribuisce a questi dati in crescita.

La tecnologia della stampa on-demand è arrivata alle masse attraverso le società di service per gli autori, quali Lulu e CreateSpace, due service popolari senza costi d’accesso. I loro profitti, e quelli degli altri, dipendono dai rialzi sui prezzi di stampa e dai servizi aggiuntivi, chiedendo da un centinaio a 10 mila dollari per “auto-pubblicare il vostro libro”; queste società hanno migliorato gli strumenti browser-based (utilizzabili tramite internet), così che autori senza competenze in design di libri possono caricare il testo e creare una copertina con il “punta e clicca”. All’improvviso, autori che per anni erano stati impegnati a scrivere lettere di richiesta di pubblicazione e a corteggiare agenti, si trovano a passare il tempo su internet a giocare con i font e le foto e a premere il tasto “acquista” per farsi inviare copie dei loro libri.

Autori che non si sarebbero mai aspettati di diventare autori

Un altro contributo al grande picco della stampa on-demand è venuto da quella popolazione che, prima che gli strumenti diventassero così accessibili, non aveva mai pensato di scrivere un libro. Ad esempio, libri di memorie familiari. Guide (Cookbook) di gruppi religiosi. Uomini d’affari che scrivono libri per migliorare la propria carriera. Professori che scrivono i propri libri di testo.

Ho incontrato Christine Comaford alla Conferenza degli scrittori di San Francisco del 2005. L’energica imprenditrice e amministratrice delegata di Mighty Ventures decise che l’attività di scrittrice le avrebbe dato maggior credibilità e sarebbe servita da eccellente strumento di marketing. La sua storia di successo è un libro del 2007 intitolato Rules for Renegades, completo di sito web che offre risorse gratuite e DVD costosi.

Anche scrittori affermati si sono rivolti al self-publishing. Paul Lima è uno scrittore freelance di Toronto e giornalista di vecchia data. Recentemente, ha incrementato le proprie entrate conducendo seminari e vendendo libri auto-pubblicati del genere “come fare a…” (how-to), riguardanti vari argomenti, tra cui la scrittura professionale.

“Non sono un tecnico”, ha affermato Lima, “e con Lulu tutto quello che devo fare è caricare una foto in JPEG ad alta risoluzione per la copertina e salvare in pdf il mio file word per il contenuto”.

“Le spese di distribuzione di Lulu mi sono sembrate costose e anche Amazon doveva prendere la sua quota”, ha affermato Lima, e così ha deciso di cercare altre alternative: una partnership con Five Rivers, un “piccolo editore” dell’Ontario. Five Rivers ha creato un libro che si atteneva alle specifiche di stampa di Lightning Source che, poiché è di proprietà del gigante dell’editoria Ingram, viene facilmente distribuito nelle librerie, nei rivenditori di e-book e su Amazon negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito. Inoltre, ha ottenuto la distribuzione del suo libro con Indigo, il maggior rivenditore canadese.

Lima guadagna un 10% di diritti d’autore e dice che per lui va bene. “E’ un contratto di lavoro: loro sono i miei editori/distributori/soci d’affari” ha detto Lima. “I risultati sono stati fenomenali. Abbiamo venduto 1.000 copie, in meno di un anno, di How to Write a Nonfiction Book in 60 Days (Come scrivere un libro non di narrativa in 60 giorni). Anche nel Regno Unito le vendite sono state impressionanti.”

Un confine sempre meno preciso

La distinzione tra editoria tradizionale, vanity press e self-publishing sta diventando sempre meno netta, e ciò provoca una certa irritazione e confusione. Lynn Andriani della Publishers Weekly (settimanale di libri statunitense) ha creato grande agitazione ammettendo che i subsidy e i vanity press usavano impropriamente il termine self-publishing, ma non ha fatto niente per correggere l’errore. E quale potrebbe essere il motivo, in un momento in cui la definizione recentemente diffusa di self-publishing sta sperimentando una crescita a tre cifre per il secondo anno consecutivo mentre l’editoria classica fatica a stare a galla?

L’attuale definizione di self-publishing include i subsidy e vanity press, la stampa on-demand, e i book packager, e molti, essendo editori o società di service per gli autori, preferirebbero venisse chiarita.

“Le società di Authors Solution, qauli AuthorHouse, iUniverse, Trafford, Wordclay, and Xlibris, hanno pubblicato più di 120.000 libri per 85.000 autori”, riporta Andriani nello stesso articolo.

Quando ho chiesto chiarimenti a Jane Friedman, editore e direttore editoriale del Writer’s Digest, circa il termine, lei ha risposto: “la nostra definizione di self-publishing include tutti gli scenari possibili che si verificano quando un autore paga per la pubblicazione, sia che l’autore paghi un service, un tipografo, un editore on-line, o chiunque altro. Per esempio, abbiamo un premio annuale chiamato il Book Award del Writer’s Digest riservato ai libri auto-pubblicati e accettiamo qualsiasi partecipante che si faccia carico del costo della pubblicazione” (Il Writer Digest richiede 125 dollari per poter partecipare al premio).

Anche gli editori tradizionali stanno creando rami d’azienda di self-publishing. La Author Solutions ha aiutato la Harlequin a creare un ramo di self-publishing per scrittori di romanzi chiamato Dellarte Press. Il package costa agli autori dai 599 ai 1.599 dollari (il primo nome di Harlequin per il nascente ramo d’azienda era Harlequin Horizons, ma il settore si è ribellato). Author Solutions, inoltre, ha aiutato l’editore di libri cristiani Thomas Nelson con il suo service West Bow, che offre packaging dai 999 ai 19.999 dollari.

Di contro, Lima ha iniziato la sua carriera di self-publishing da solo e senza acquistare il package da una di queste nuove società. Per lui, la sensazione di controllo e di proprietà è ciò che rende il processo attraente.

“Mi piace il fatto di poter controllare il processo di pubblicazione di un libro e credo che la stampa on-demand abbia veramente cambiato il rapporto tra autore ed editore” ha detto Lima. “Scrivo un libro in 60 giorni e 30 giorni dopo ho la bozza finale. Con libri di nicchia come il mio, non c’è davvero bisogno di un editore. Ognuno ha il proprio sito web, un blog, Twitter e Facebook, e se non si scrive narrativa si può vendere attraverso seminari, conferenze e articoli scritti per altre persone”.

Ripercorrerebbe la stessa strada? Si. E l’ha fatto.

“Lulu ti offre l’opportunità di mettere alla prova il tuo libro” ha affermato Lima. “Non è necessario impegnarsi a fondo. Mi piace perché si può passare da una “minor league” a una “major league” con Lightning Source”.

Carla King si occupa di strategie editoriali e social media ed è co-autrice di Self-Publishing Boot Camp Workbook, che si è sviluppato dalle esperienze di conduzione di workshop per potenziali self-publisher. Dal 1994 ha auto-pubblicato libri di viaggio e libri “come fare a…”. Le sue corrispondenze dalle disavventure in moto in giro per il mondo sono disponibili come libri stampati, e-books e sul suo sito.

[Questo articolo è stato pubblicato originariamente il primo marzo sulla rivista online Media Shift. Traduzione dall'inglese di Maria Vittoria Ramogida]

di Redazione

scritto in Media, Musica, Schermi, Stili | permalink

Zia Paperina, che ci ha inviato questo pezzo pepato sul prossimo festival di Sanremo (che inizia il 16 febbraio), è una giornalista che si occupa di spettacolo e costume per un media nazionale…

Intanto, per dirci cosa pensate di Sanremo, rispondete a questo rapido sondaggio online!

Per la serie: ci mancava solo il principe. Alzi la mano chi non l’ha pensato quando è stata annunciata la partecipazione al prossimo Festival di Sanremo di Emanuele Filiberto di Savoia. Sarà che non sanno più cosa inventarsi per convincere la gente a stare incollata per cinque sere di fila davanti alla tv? Sarà che il principe, pur perdendo le elezioni, ha vinto l’inossidabile “Ballando con le stelle” con un certo seguito e vuole lanciarsi nel mondo dell’arte? Certo che è che la scelta non è stata gradita neanche da alcuni suoi compagni di gara.

“Che basta essere principi, per fare i cantanti?”, si è chiesto – forse non a torto – Nino D’Angelo, che in concorso a Sanremo dal prossimo 16 febbraio porterà una canzone in napoletano.
Pensare che anche l’augusta madre del giovane di casa Savoia, quando uscirono le prime indiscrezioni sulla partecipazione del principe al Festival, aveva messo decisamente in dubbio le qualità canore del figliolo.

Sarà che, come diceva qualcuno, vale il motto: bene o male, purché se ne parli. Non passa giorno senza qualche presunto colpo di scena o dichiarazioni choc di qualche partecipante a questa edizione, guidata da Antonella Clerici.
Vedi Morgan: da artista maledetto quale vorrebbe essere si sarebbe lasciato sfuggire in un’intervista – prima di smentirla – di fare quotidiano uso di crack. Ecco lì che il direttore di Raiuno Mauro Mazza si pone subito il dubbio sull’opportunità della partecipazione dell’ormai ex-giudice di X Factor alla messa cantanta della musica italiana.

Di certo non ci sarà Carla Bruni, che avrebbe dovuto cantare in coppia con Gino Paoli ma che per motivi non meglio precisati (c’è chi ha detto che sia per la canzone di Simone Cristicchi  sul marito Sarkozy, ma lei ha smentito), non sarà sulla Riviera dei fiori, dove nei giorni del Festival non esiste davvero altro.

Nient’altro in città, nient’altro in sala stampa, dove i giornalisti lasciano scorrere fiumi di inchiostro su polemiche vere o presunte alla ricerca di un impossibile scoop, nient’altro in tv.

Peccato che a rimetterci talvolta sia la musica: da anni si dice che le canzoni sono passate in secondo piano, anni che i grandi cantanti italiani, quelli che davvero vendono, al Festival non si fanno vedere nemmeno dipinti.

Sarà per paura, sarà per snobismo, sarà che ormai i dischi si promuovono meglio nei reality show (i cui partecipanti magari poi vincono Sanremo, come Marco Carta l’anno).
Ma per riuscire ad attirre l’attenzione ormai si punta soprattutto sugli ospiti stranieri: di sicuro ci saranno la regina Rania di Giordania, Susan Boyle, Bob Sinclair, e gli attesissimi Tokyo Hotel, Robbie Williams. Ma non era il festival della musica italiana?

di Redazione

scritto in Animali, Corpo, Diritti, Donne & Uomini, Educazione, Giochi, Libri, Movimenti, Politica, Schermi, Stili, Storie | permalink

Continuiamo, o meglio continuate, a raccontare la Pantera, il movimento degli studenti – soprattutto universitari – del 1990. Oggi tocca a Massimiliano Cacciotti.

C’era la facoltà di Lettere, Università La Sapienza di Roma e io, svogliato studente fuori corso, con velleità artitico-intellettuali, a ciondolare per quelle aule.

C’erano gli studi di VideoUno, tv romana d’antan, a Monteverde, nei cui corridoi girava ancora il buon Maurizio Mannoni e noi, ragazzi di belle speranze, a sfornare trasmissioni underground, guidati da un allora ignoto Enrico Lucci, già leader grazie alla sua aria da imbecille, capace di spiazzarti e stenderti mentre eri ancora lì a chiederti se ci fa o c’è. Zero in condotta, s’intitolava la nostra rubrica, andava in onda ogni settimana per parlare di “noiggiovani”.

C’era la voglia di partire per Berlino, che in quel momento pareva ombellico del mondo: un muro da sgretolare a poco a poco e tante certezze che andavano in fumo, come presto avrebbero fatto i vecchi atlanti De Agostini con due Germanie e una sola URSS.

C’era la Storia, quella con la maiuscola, che ci passava vicino e io, per la prima volta, che me ne rendevo conto.

Però per me c’era soprattutto Lei (d’altronde il riflusso dava già da un decennio la priorità al privato).

Lei era il volto meraviglioso di Betta, Lei era il suo perfetto corpo unoeottanta, Lei era quella sua aria post-freak da “Age of Aquarius”, che l’epoca aveva costretto a riciclarsi in modella edonista, in essere insostenibilmente leggero, che utilizzavo per le mie paturnie artistiche da fotografo semi-professionista.
Lei era la promessa di felicità. Lei era tutto questo e molto altro ancora, anche se qualcosa, ormai, aveva smesso di funzionare. La magia sbiadita, il rapporto stanco, sembravano annunciare l’imminente arrivo della nostra Bolognina: un cambio di rotta, una separazione annunciata eppure traumatica, malinconica, col contorno di qualche lacrima.

Intanto, nell’overdose di eventi epocali a cui giornali e tv ci stavano sottoponendo da mesi, come una boccata d’aria, quasi fosse un pezzo di poesia fra tante pagine di prosa, era apparsa quell’incongrua pantera avvistata dalle parti del Raccordo Anulare, presenza inquietante e terribile, nata come trafiletto in cronaca, presto promossa in prima, con tanto di foto e firme di spicco, affascinante e un po’ ridicola, com’è sempre ogni leggenda metropolitana.
“Pare sia passata anche dalle parti di casa tua”, dissi. “Ma tu ci credi davvero a ‘sta pantera?”, mi fece Betta un po’ scettica. “Forse no, ma sarebbe bello crederci”.
Non sapevo ancora che in quella risposta, buttata lì alla svelta, tanto per chiudere l’argomento, ci fosse dentro una filosofia di vita, il racconto sintetico di una generazione.

C’era fermento, a Lettere. Anche se frequentavo poco, non potevo non accorgermene. E poi in redazione, a VideoUno, stavamo decidendo il da farsi, il chicomequando dovesse seguire l’argomento.
Enrico giocava un doppio ruolo: lui era in ogni assemblea, occupante occupatissimo, ma anche in tutti i servizi della nostra trasmissione, indubbiamente il più talentuoso, pure se ci guardavamo bene dall’ammetterlo. Io, invece, mi sentivo anche allora, come sempre, troppo artista e troppo filosofo per sporcarmi le mani, fino in fondo, con la politica o con la tv. Per quell’occupazione, certo, simpatizzavo, ma da osservatore esterno, che continuava ad occuparsi solo di mostre e di spettacoli.
“Le vere rivoluzioni si fanno con la cultura”, ho sempre detto per giustificarmi e, in fondo, non avevo neanche tutti i torti.
Certo, però, la verità vera è che sapevo di poter perdere Betta e ogni minuto in più con lei era per me prezioso. Se quindi l’alternativa era fra un aperitivo a due e un’assemblea ala Sapienza, il dubbio neanche si poneva. E mentre, via fax, il tam tam rimbalzava da una facoltà all’altra, in ogni angolo d’Italia, mentre il nome “Pantera” era ormai apparso anche in tv, non solo a indicare quel felino misterioso avvistato a Roma, ma anche i tanti inafferrabili ragazzi che soggiornavano stabilmente nelle Università, è vero sì che io non mi perdevo un laboratorio di pittura o di scrittura creativa, di quelli autogestiti organizzati in facoltà, che ammiravo estasiato i murales un po’ ingenui dipinti sui muri di Lettere e Filosofia, che ballavo i ritmi etnici e ska delle feste serali organizzate dagli studenti.
Ma alle assemblee e ai dibattiti mai, per nessuna ragione al mondo.

Fu così che invitai anche Betta quella sera, alla festa afro, tra i fiumi di birra e la puzza di fumo che accompagnava sempre ogni occupazione. Lei era bellissima: più unoeottanta ed “Age of Aquarius” di quanto l’avessi mai immaginata. E, nel corpo pulsante di quella “Pantera”, il nostro fu un bacio indimenticabile e dolcissimo, interminabile. Era anche il nostro canto del cigno, ma ancora non lo sapevamo, perché quella sera Lei per me era l’eterna felicità, che mi pareva aprirsi all’orizzonte. Era l’inversione di rotta. Era il rendersi concreto di una promessa sempre rimandata al futuro. Era la fine delle ideologie e l’inizio del paradiso in terra. Era la fantasia al potere. Era la “Pantera”.

Poi, il fuoco di paglia cominciò rapidamente a spegnersi. Le occupazioni finirono, sgombrate insieme alle feste afro. Anche VideoUno, di lì a poco, avrebbe perso appeal e cambiato nome, come il suo partito di riferimento. La nostra rubrica chiuse. Di Betta per un po’ non seppi nulla, tranne che (a suo dire) aveva trovato un altro, come scrisse in quel suo fax.

Nell’estate del ’90, mentre Schillaci infiammava lo stivale, io barcollavo triste, conscio della fine di un epoca, cui la testa di Caniggia e i rigori ancora una volta sbagliati, negarono anche un possibile contentino.

La rividi solo diversi anni dopo. Mannoni era da tempo a RaiTre. Lucci irrorava ironia e cazzate da bravo giornalista post-moderno. Lei, invece, era sempre quella “Age of Aquarius” di una volta, appena un po’ invecchiata, ma ancora bellissima. “Ma come si fa a votare uno come Berlusconi?”, mi chiese, fra tanti discorsi, quella sera. Facemmo di nuovo l’amore, prima di perderci ancora al sorgere del sole.

Passarono altri anni di silenzio. Un pomeriggio del nuovo millennio, a Piazza del Popolo, il suo ampio vestito a fiori fu l’unico segnale che mi ricordò la sua bellezza di un tempo: “Vivo in campagna come avevo sognato e, ti assicuro, è un’enorme rottura di palle”.
Il suo sguardo era triste, perso, un’immagine fuori tempo e fuori luogo, una “Baby Jane” sfiorita, soffocata da troppa infelicità. Sparì di nuovo alla mia vista, imboccando il corridoio del metrò. Non ne seppi più nulla.

Betta resta per me un’immagine irreale e lontana, una promessa incompiuta, un sol dell’avvenire dietro le spalle, proprio come quell’epoca di sogni e delusioni, come quella pantera, promessa e minaccia mai concreta e mai svanita, apparsa e poi scomparsa tra le campagne romane, quasi fosse una figura mitologica, che ha smesso da tempo di essere cronaca, che non è mai riuscita a diventare storia, ma che forse per questo è già letteratura.
Proprio come tutto quello che vi ho detto, così terribilmente vero, fin nei dettagli, così autentico, inutile, banalmente mio, eppure al tempo stesso irreale, leggendario, utopico. Perché così sono i sogni. Così sono le Pantere. Ti azzannano, ti baciano, spariscono, sfioriscono e non saprai mai perché.

Massimiliano Cacciotti


Indietro »