di Simona Palenga

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All’ombra dell’unico albero nel centro del campo bevevo il mio pranzo, una 7Up semi fredda, quando il mio collega Larry mi eè venuto in contro con una neonata tra le braccia, per farmi vedere cosa significa malnutrizione.

Lui è uno di quelli che non fa il mio lavoro di professione, era frustrato e pensava solo che certe cose devono essere prevenute.
Io mi occupo invece di post-disastro.

Ho chiamato la prima persona che mi è venuta in mente, un’irlandese che lavora per un’organizzazione in procinto di iniziare un programma di educazione alimentare per neo madri e relativi neonati.

La bambina in questione è un classico esempio di testa grande, arti esili e ventre rigonfio.

Siamo saliti in macchina e Larry ha voluto che fossi io a tenere la bambina in braccio. Era sveglia e tranquilla, probabilmente per lei era troppo stancante mettersi ad urlare.
Mi ha afferrato un dito e giocherellato un po’, mentre io le dicevo che era petite. Le ho detto che tutto si aggiusterà  e che le cose andranno per il meglio.
E mi sono sentita bugiarda, perché non so se le cose andranno per il meglio.

Il motivo per cui la sua esile madre ha smesso di allattarla, è perche’ non ha più latte da circa un mese e mezzo, praticamente da quando io sono qui.
E’ denutrita anche lei.

Siamo dovuti arrivare solo dall’altra parte della strada di Delmas e poi ci siamo persi nei pressi del Grace Hospital. Abbiamo chiesto direzioni per un centro di assistenza che “tutti” conoscono, ma che in realtà nessuno sa dov’é, da quando è crollato con il terremoto.

E’ stato veramente penoso, con tutti gli haitiani che, volenterosi ci davano direzioni, io non ascoltavo più le parole, guardavo solo i loro gesti, le mani che si alzavano e puntavano dita verso destra e verso sinistra contemporaneamente.

Alla fine siamo arrivati davanti ad un cancello e una donna, nella tunica bianca con il bordo blu come quella di madre Teresa, ci ha aperto, ha scambiato qualche parola con la madre della bambina, ha richiuso il cancello e poco dopo è tornata con uno scatolone di riso, pasta e latte polvere (Baby Formula: da noi umanitari terribilmente temuta ed odiata).

A due mesi dal terremoto che ha messo in ginocchio Haiti, casi come questi diventano sempre più frequenti.
Siamo tornati al campo senza la certezza che le cose andranno per il meglio.

(Simona Palenga coordina ad Haiti un accampamento per i senza casa del terremoto del gennaio scorso. Qui le foto scattate da Simona a metà febbraio)

di Alberto Piccioni

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[Alberto Piccioni, oltre a essere una delle firme di Novamag e un cronista,  è insegnante di religione cattolica al «Marie Curie»e ha seguito il progetto «Children of Abraham» a Gerusalemme]

Provare a stare accanto alle contraddizioni, nel luogo dove la storia ha inciso i segni dello slancio verso la trascendenza e le difficoltà di convivenza tra gli uomini. Era l’obiettivo di un viaggio a Gerusalemme, un’esperienza di dialogo e spiritualità, collegata al progetto Children of Abraham, scritto da un’associazione di Gerusalemme, Jerusalem Peacemakers, e una di Trento, Bianco Nero, legata al festival del dialogo interreligioso Religion Today.
I viaggiatori erano 14 tra ragazze e ragazzi dell’Istituto di istruzione «Marie Curie» di Pergine: dei quasi maturandi che hanno «rinunciato» alla solita gita ad Amsterdam o Praga per vivere un’esperienza che si preannunciava molto più significativa, anche se più impegnativa.

Accompagnatida un dirigente scolastico, da alcuni insegnanti, e da una traduttrice, i ragazzi hanno trascorso cinque intense giornate tra incontri con i giovani ebrei e arabi, visite ai luoghi sacri delle tre religioni monoteiste, riflessioni e approfondimenti con vari personaggi del luogo: pacifisti, personalità religiose, sacerdoti cattolici, ma soprattutto giovani del posto.

«Un progetto nato a scavalco tra Trento e Gerusalemme, grazie a quella straordinaria fucina di idee e di relazioni che è il laboratorio di convivenza organizzato annualmente da «Religion Today», è poi stato riconosciuto a livello internazionale, proprio per la sua originalità e il suo messaggio di pace – ha detto Katia Malatesta, direttrice di Religion Today – in collaborazione con gli Zenpeacemakers, i nostri partner di Gerusalemme hanno esteso l’invito al ritiro di Auschwitz a ragazzi tedeschi, polacchi, americani: potenzialmente altri discendenti di vittime, o persecutori».

Dopo aver vinto qualche piccolo timore ed essere stati preparati, i ragazzi sono arrivati a Gerusalemme mercoledì 3 marzo. Sistemati in un ex convento di suore francesi, ora adibito ad albergo, Maison d’Abraham, con vista proprio di fronte alla spianata delle moschee, il gruppo in serata, con la guida che li ha accompagnati in tutta l’esperienza, Hila Lang, una ebrea di origine yemenita, ha avuto il primo approccio con la città alla Torre di Davide.
La mattina del giovedì alcuni giovani del Sulha Project (un gruppo di mediazione dei conflitti che lavora con giovani ebrei e arabi palestinesi) e un facilitatore arabo hanno accompagnato i ragazzi sulla Spianata delle moschee, luogo ove sorgeva il Tempio e di cui rimane traccia solo nel Muro del pianto.

Le ragazze, con il velo sul capo per rispetto delle tradizioni, e i ragazzi si sono avvicinati alla Cupola della Roccia: hanno ascoltato i motivi per cui i musulmani ritengono quel luogo uno dei più importanti. Dalla roccia al centro della moschea Maometto è asceso al cielo nel suo viaggio miracoloso raccontato nel Corano. Dai tempi del re Davide si pensa che lo spazio sopra Gerusalemme sia una sorta di canale di comunicazione privilegiato tra la terra e il cielo, finestra tra la casa dell’uomo e quella di Dio.

Al muro del pianto, sotto il sito delle moschee, ragazze e ragazzi si sono dovuti dividere: donne da una parte, uomini, con la kippah in testa, dall’altra. Era una mattinata di festa: molti ragazzini stavano leggendo per la prima volta in pubblico la Torah, nella cerimonia del bar mitzvah. Qualcosa di simile alla cresima per i cattolici: tutt’altro l’effetto però. C’era gente in festa dappertutto, anziani e bambini che ballavano in cerchio, caramelle lanciate dai bambini più piccoli, per festeggiare. Per passare da un luogo all’altro è stato necessario più volte attraversare metal detector e controlli vari, fatti da militari. Le difficoltà di convivenza si vedono, ci sono.

«Credo che una strada per la pace a Gerusalemme sia tentare di seguire l’insegnamento di Gesù quando diceva “Porgi l’altra guancia”», ha detto ai ragazzi lo sheickh sufi mussulmano, Aziz Bukhari, uno di fondatori dei Jerusalem Peacemakers, incontrando i ragazzi, in un ora intensa di domande e risposte sulla pace, sulla paura dell’altro, sulla necessità di risolvere i conflitti innanzitutto nel cuore di ognuno di noi, sul senso vero della parola «jihad», che è lo sforzo di ogni mussulmano per seguire la strada di Allah, un percorso di pace e giustizia.
Il progetto «Children of Abraham» è nato da una sua idea. Per trovare
giovani disposti ad impegnarsi per la pace, «to give peace a chance» come lui ama dire, porteranno un gruppo di giovani musulmani ad Auschwitz, ai ragazzi ebrei mostreranno i luoghi della sofferenza dei palestinesi. A partire dalla reciproca sofferenza proveranno a cercare nuovi motivi
per la riconciliazione.

Al pomeriggio la visita al museo dell’Olocausto, Yad Yaschem, è stata quasi uno choc per molti: a Gerusalemme la Shoah si può immaginare in un percorso museale che è un salto in quel vuoto della storia mondiale rappresentato dallo sterminio di milioni di ebrei. I ragazzi hanno anche incontrato un sopravvissuto, di origine polacca. Ad accompagnarli c’erano i giovani arabi musulmani dello Sulha Project: per loro era la prima volta allo Yad Yaschem.

Al venerdì, giornata di preghiera per i musulmani, mentre i ragazzi erano a pranzo dalle suore francesi, si sono sentiti dei colpi provenire dalla città vecchia. Alcuni soldati dell’esercito israeliano erano stati colpiti dai sassi scagliati dall’alto della spianata. Hanno risposto con i
lacrimogeni. Qualche ferito: i ragazzi hanno visto il tutto da lontano, con una certa apprensione.
«È venerdì fratelli! Non c’è da aver paura. I soldati si prendono i sassi e rispondono con i lacrimogeni: verso le 5 poi vanno tutti a casa!», sono state le parole di padre Pietro Kaswalder, francescano della custodia di Terra Santa, che ha poi accompagnato i giovani per i luoghi della passione di Gesù di Nazareth.

In molti la basilica del Santo Sepolcro ha suscitato reazioni contrastanti: il posto dove Gesù, che predicava amore e pace, è stato ucciso e poi è risorto, è conteso dalle varie confessioni cristiane. Armeni e greco-ortodossi, cattolici, hanno delle tabelle con orari rigidi da rispettare per frequentare i luoghi di culto. Anche in questo caso la convivenza è difficile.
Passando oltre il, tristemente noto, muro che il governo israeliano ha fatto costruire per dividere il confine con la Cisgiordania, sabato i ragazzi hanno visitano Betlemme, i luoghi della natività, e la casa dei padri salesiani che dal secolo scorso vivono accanto alle popolazioni povere di quella antica cittadina.
Don Eduardo, un padre salesiano di origine cilena, ha spiegato loro la difficile situazione in cui vivono ogni giorno gli abitanti di Betlemme, tagliati fuori dalla vita della città, costretti da lunghe file per poter attraversare i posti di controllo.
Parlando delle tradizioni religiose, il padre ha spiegato ai ragazzi come sia essenziale la consapevolezza: chi usa dei simboli religiosi dovrebbe essere cosciente del perché lo fa.

Il viaggio è finito il 7 marzo con una vista a Masada, vicino al Mar Morto, dove gli ebrei zeloti, nel I secolo d. C., si suicidarono piuttosto di cadere nelle mani dei romani. Per gli ebrei di Israele il simbolo della loro libertà che non deve venire più calpestata.

Probabilmente in questi giorni non è emerso chi ha torto e chi ragione, quali sono i diritti dell’uno o dell’altro. Il sacro crea divisione, se trattato come una sorta di ideologia. Nei volti della gente, nelle facce sorridenti dei bambini in un kibbuz-colonia in Cisgiordania o nella voglia di ridere di alcuni ragazzi musulmani, nella parole di un rabbino «pacifista» o di uno Sheick sufi musulmano si sono potute scorgere tracce che potrebbero portare la pace in Terra Santa.

di Redazione

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di John Campea

Da qualche anno i remake sono diventati un argomento scottante ad Hollywood. Sembra quasi che ogni settimana qualche studio cinematografico metta in produzione un vecchio film (alcuni più vecchi di altri). Per alcuni ciò è segno di mancanza di originalità da parte di Hollywood; per quanto mi riguarda, anche se in generale non amo l’idea del remake, in una certa misura, devo rispettosamente dissentire.

A livelli diversi, negli anni sono stati realizzati dei film bellissimi che erano dei veri e propri remake. Film come Scarface, La Mosca, Il Signore degli Anelli e Ocean’s Eleven, sono solo alcuni esempi che dimostrano che i remake POSSONO funzionare se fatti bene… così come qualsiasi altro progetto cinematografico. Ma possono anche fallire miserabilmente… così come qualsiasi altro progetto cinematografico.

Se da una parte non faccio salti di gioia all’idea di un remake, dall’altra non mi da’ fastidio l’idea del remake in generale. E’ vero, ha il potenziale per essere noioso … ma questo accade a qualsiasi film. Tuttavia, parlando di remake, credo che esistano quattro “regole” o prerequisiti che un remake dovrebbe soddisfare prima che uno studio cinematografico passi alla sua produzione.

Si tratta di “regole” che sostengo da anni e che credo siano particolarmente applicabili al mondo cinematografico contemporaneo. Ricordate: tutte le regole sono fatte per essere infrante e hanno delle eccezioni (per esempio, il nuovo Spider-Man che sta per uscire non è DAVVERO un remake, ma piuttosto una rielaborazione. Un franchise di Spider-Man completamente nuovo e non un semplice rifacimento della versione originale di Sam Raimi).

Dunque, ecco le mie 4 regole (o “linee guida”, per essere più precisi), che credo ogni studio dovrebbe tenere in considerazione quando pensa di realizzare un remake.

1) Alla base del film originale ci deve essere una buona trama
Mi rendo conto che può sembrare una regola fin troppo semplice per essere menzionata qui, ma rimarrete sorpresi. Per quale motivo bisognerebbe fare il remake di “Freddy Got Fingered”? La trama è il fondamento di ogni cosa, se l’originale non ne ha una … allora lasciate perdere. Credo che la forza trainante di qualsiasi remake dovrebbe essere che la storia MERITI di essere narrata di nuovo perché è bella, o almeno ha le potenzialità per esserlo.

2) La maggior parte del pubblico attuale non ha visto l’originale
Questo è un fattore moto importante. Il motivo più valido per fare un remake (sempre secondo me) è di far arrivare una grande storia al pubblico moderno che, altrimenti, non avrebbe modo di conoscerla. E’ vero, potrebbero andare sul proprio account Netflix e mettere il film nella lista … ma tutti noi sappiamo che i film più noleggiati sono gli ultimi usciti. Detto questo, non ha senso fare il remake di un film di cui la maggior parte del pubblico ha visto l’originale. Film come Il Padrino, Guerre Stellari e altri classici come questi sono stati visti dalla maggior parte del pubblico. Tuttavia, un grande film come il capolavoro asiatico Infernal Affairs non è stato visto quasi da nessuno in Nord America: un ottimo motivo per Martin Scorsese per fare The Departed – Il bene e il male.

3) L’originale deve avere almeno 20 anni
Questa “regola” deve essere attenuata dalla regola n. 2. Ma, in generale, se un film è uscito solo 9 anni fa… lasciatelo lì per un’altra decina d’anni (a meno che, in base alla regola n. 2, non lo abbia visto proprio nessuno).

4) La storia potrebbe trarre benefici da una narrazione in chiave moderna
Bisogna adattare il materiale spostandolo da un’epoca ad un’altra e la domanda da porsi è: può essere adattato in un contesto moderno, o nel medesimo contesto, ma con i benefici delle tecniche e delle tecnologie della cinematografia moderna? Per esempio, la storia di Ocean’s Eleven trae beneficio dall’essere trasposta nel contesto di un moderno casinò? Si.
Oppure, il Signore degli Anelli avrebbe vantaggi se le azioni animate venissero realizzate dal vivo (live action) utilizzando le moderne tecnologie? Naturalmente, si.

D’altra parte, un film come I tre Amigos non dovrebbe essere (ancora) rifatto perché sia la storia, per come è, che il contesto, in cui è stato ambientato, non trarrebbero affatto vantaggi da una trasposizione in chiave moderna. Sicuramente, ad un certo punto ne trarrebbero… ma non ora, anche se il film ha più di 20 anni, è una storia divertente e PURTROPPO la maggior parte delle persone non l’ha ancora visto.

Credo che se un film rispetti questi 4 criteri possa essere un ottimo candidato per un remake … si spera, buono. Attenersi alle mie 4 regole garantisce che il remake sia magnifico, grandioso ed abbia successo? Naturalmente, no; ma io credo che ciò aumenti le probabilità di offrire un’esperienza cinematografica positiva.

Allora, voi cosa ne pensate? Vorreste aggiungere altre “regole”, o criteri, alla mia lista o toglierne qualcuna? Scrivete ciò che ne pensate nello spazio per i commenti qui di seguito…

[Questo articolo, di cui è autore John Campea, uno dei fondatori di TheMovieBlog.com, è stato pubblicato il 25 gennaio scorso su Amc Enterteinment. Traduzione dall'inglese di Maria Vittoria Ramogida]


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