Da qualche anno i remake sono diventati un argomento scottante ad Hollywood. Sembra quasi che ogni settimana qualche studio cinematografico metta in produzione un vecchio film (alcuni più vecchi di altri). Per alcuni ciò è segno di mancanza di originalità da parte di Hollywood; per quanto mi riguarda, anche se in generale non amo l’idea del remake, in una certa misura, devo rispettosamente dissentire.
A livelli diversi, negli anni sono stati realizzati dei film bellissimi che erano dei veri e propri remake. Film come Scarface, La Mosca, Il Signore degli Anelli e Ocean’s Eleven, sono solo alcuni esempi che dimostrano che i remake POSSONO funzionare se fatti bene… così come qualsiasi altro progetto cinematografico. Ma possono anche fallire miserabilmente… così come qualsiasi altro progetto cinematografico.
Se da una parte non faccio salti di gioia all’idea di un remake, dall’altra non mi da’ fastidio l’idea del remake in generale. E’ vero, ha il potenziale per essere noioso … ma questo accade a qualsiasi film. Tuttavia, parlando di remake, credo che esistano quattro “regole” o prerequisiti che un remake dovrebbe soddisfare prima che uno studio cinematografico passi alla sua produzione.
Si tratta di “regole” che sostengo da anni e che credo siano particolarmente applicabili al mondo cinematografico contemporaneo. Ricordate: tutte le regole sono fatte per essere infrante e hanno delle eccezioni (per esempio, il nuovo Spider-Man che sta per uscire non è DAVVERO un remake, ma piuttosto una rielaborazione. Un franchise di Spider-Man completamente nuovo e non un semplice rifacimento della versione originale di Sam Raimi).
Dunque, ecco le mie 4 regole (o “linee guida”, per essere più precisi), che credo ogni studio dovrebbe tenere in considerazione quando pensa di realizzare un remake.
1) Alla base del film originale ci deve essere una buona trama
Mi rendo conto che può sembrare una regola fin troppo semplice per essere menzionata qui, ma rimarrete sorpresi. Per quale motivo bisognerebbe fare il remake di “Freddy Got Fingered”? La trama è il fondamento di ogni cosa, se l’originale non ne ha una … allora lasciate perdere. Credo che la forza trainante di qualsiasi remake dovrebbe essere che la storia MERITI di essere narrata di nuovo perché è bella, o almeno ha le potenzialità per esserlo.
2) La maggior parte del pubblico attuale non ha visto l’originale
Questo è un fattore moto importante. Il motivo più valido per fare un remake (sempre secondo me) è di far arrivare una grande storia al pubblico moderno che, altrimenti, non avrebbe modo di conoscerla. E’ vero, potrebbero andare sul proprio account Netflix e mettere il film nella lista … ma tutti noi sappiamo che i film più noleggiati sono gli ultimi usciti. Detto questo, non ha senso fare il remake di un film di cui la maggior parte del pubblico ha visto l’originale. Film come Il Padrino, Guerre Stellari e altri classici come questi sono stati visti dalla maggior parte del pubblico. Tuttavia, un grande film come il capolavoro asiatico Infernal Affairs non è stato visto quasi da nessuno in Nord America: un ottimo motivo per Martin Scorsese per fare The Departed – Il bene e il male.
3) L’originale deve avere almeno 20 anni
Questa “regola” deve essere attenuata dalla regola n. 2. Ma, in generale, se un film è uscito solo 9 anni fa… lasciatelo lì per un’altra decina d’anni (a meno che, in base alla regola n. 2, non lo abbia visto proprio nessuno).
4) La storia potrebbe trarre benefici da una narrazione in chiave moderna
Bisogna adattare il materiale spostandolo da un’epoca ad un’altra e la domanda da porsi è: può essere adattato in un contesto moderno, o nel medesimo contesto, ma con i benefici delle tecniche e delle tecnologie della cinematografia moderna? Per esempio, la storia di Ocean’s Eleven trae beneficio dall’essere trasposta nel contesto di un moderno casinò? Si.
Oppure, il Signore degli Anelli avrebbe vantaggi se le azioni animate venissero realizzate dal vivo (live action) utilizzando le moderne tecnologie? Naturalmente, si.
D’altra parte, un film come I tre Amigos non dovrebbe essere (ancora) rifatto perché sia la storia, per come è, che il contesto, in cui è stato ambientato, non trarrebbero affatto vantaggi da una trasposizione in chiave moderna. Sicuramente, ad un certo punto ne trarrebbero… ma non ora, anche se il film ha più di 20 anni, è una storia divertente e PURTROPPO la maggior parte delle persone non l’ha ancora visto.
Credo che se un film rispetti questi 4 criteri possa essere un ottimo candidato per un remake … si spera, buono. Attenersi alle mie 4 regole garantisce che il remake sia magnifico, grandioso ed abbia successo? Naturalmente, no; ma io credo che ciò aumenti le probabilità di offrire un’esperienza cinematografica positiva.
Allora, voi cosa ne pensate? Vorreste aggiungere altre “regole”, o criteri, alla mia lista o toglierne qualcuna? Scrivete ciò che ne pensate nello spazio per i commenti qui di seguito…
[Questo articolo, di cui è autore John Campea, uno dei fondatori di TheMovieBlog.com, è stato pubblicato il 25 gennaio scorso su Amc Enterteinment. Traduzione dall'inglese di Maria Vittoria Ramogida]
Proseguendo la serie sui 20 anni dal movimento della Pantera, Novamag pubblica oggi una galleria delle foto che ci ha inviato Walter Balducci, un operatore video e documentarista romano che vive da alcuni anni in Umbria.
Walter ha scattato queste foto nel 1990 alla Sapienza di Roma, dove studiava Sociologia. Gli originali, in bianco e nero, sono stati presi con una macchina analogica e stampati poi su carta.
Cliccate sulle immagini in miniatura per vedere le foto nelle loro dimensioni reali.
Vi riconoscete? Riconoscete qualcuno nelle foto (un aiutino: quello nella seconda foto dall’alto a sinistra è Checchino Antonini, autore, tra l’altro, del primo articolo sulla Pantera per Novamag…)? Fatecelo sapere, lasciando commenti oppure scrivendo a redazione@novamag.it.
Qui, invece un video con una carrellata delle stesse foto:
Continuiamo, o meglio continuate, a raccontare la Pantera, il movimento degli studenti – soprattutto universitari – del 1990. Oggi tocca a Massimiliano Cacciotti.
C’era la facoltà di Lettere, Università La Sapienza di Roma e io, svogliato studente fuori corso, con velleità artitico-intellettuali, a ciondolare per quelle aule.
C’erano gli studi di VideoUno, tv romana d’antan, a Monteverde, nei cui corridoi girava ancora il buon Maurizio Mannoni e noi, ragazzi di belle speranze, a sfornare trasmissioni underground, guidati da un allora ignoto Enrico Lucci, già leader grazie alla sua aria da imbecille, capace di spiazzarti e stenderti mentre eri ancora lì a chiederti se ci fa o c’è. Zero in condotta, s’intitolava la nostra rubrica, andava in onda ogni settimana per parlare di “noiggiovani”.
C’era la voglia di partire per Berlino, che in quel momento pareva ombellico del mondo: un muro da sgretolare a poco a poco e tante certezze che andavano in fumo, come presto avrebbero fatto i vecchi atlanti De Agostini con due Germanie e una sola URSS.
C’era la Storia, quella con la maiuscola, che ci passava vicino e io, per la prima volta, che me ne rendevo conto.
Però per me c’era soprattutto Lei (d’altronde il riflusso dava già da un decennio la priorità al privato).
Lei era il volto meraviglioso di Betta, Lei era il suo perfetto corpo unoeottanta, Lei era quella sua aria post-freak da “Age of Aquarius”, che l’epoca aveva costretto a riciclarsi in modella edonista, in essere insostenibilmente leggero, che utilizzavo per le mie paturnie artistiche da fotografo semi-professionista.
Lei era la promessa di felicità. Lei era tutto questo e molto altro ancora, anche se qualcosa, ormai, aveva smesso di funzionare. La magia sbiadita, il rapporto stanco, sembravano annunciare l’imminente arrivo della nostra Bolognina: un cambio di rotta, una separazione annunciata eppure traumatica, malinconica, col contorno di qualche lacrima.
Intanto, nell’overdose di eventi epocali a cui giornali e tv ci stavano sottoponendo da mesi, come una boccata d’aria, quasi fosse un pezzo di poesia fra tante pagine di prosa, era apparsa quell’incongrua pantera avvistata dalle parti del Raccordo Anulare, presenza inquietante e terribile, nata come trafiletto in cronaca, presto promossa in prima, con tanto di foto e firme di spicco, affascinante e un po’ ridicola, com’è sempre ogni leggenda metropolitana.
“Pare sia passata anche dalle parti di casa tua”, dissi. “Ma tu ci credi davvero a ‘sta pantera?”, mi fece Betta un po’ scettica. “Forse no, ma sarebbe bello crederci”.
Non sapevo ancora che in quella risposta, buttata lì alla svelta, tanto per chiudere l’argomento, ci fosse dentro una filosofia di vita, il racconto sintetico di una generazione.
C’era fermento, a Lettere. Anche se frequentavo poco, non potevo non accorgermene. E poi in redazione, a VideoUno, stavamo decidendo il da farsi, il chicomequando dovesse seguire l’argomento.
Enrico giocava un doppio ruolo: lui era in ogni assemblea, occupante occupatissimo, ma anche in tutti i servizi della nostra trasmissione, indubbiamente il più talentuoso, pure se ci guardavamo bene dall’ammetterlo. Io, invece, mi sentivo anche allora, come sempre, troppo artista e troppo filosofo per sporcarmi le mani, fino in fondo, con la politica o con la tv. Per quell’occupazione, certo, simpatizzavo, ma da osservatore esterno, che continuava ad occuparsi solo di mostre e di spettacoli.
“Le vere rivoluzioni si fanno con la cultura”, ho sempre detto per giustificarmi e, in fondo, non avevo neanche tutti i torti.
Certo, però, la verità vera è che sapevo di poter perdere Betta e ogni minuto in più con lei era per me prezioso. Se quindi l’alternativa era fra un aperitivo a due e un’assemblea ala Sapienza, il dubbio neanche si poneva. E mentre, via fax, il tam tam rimbalzava da una facoltà all’altra, in ogni angolo d’Italia, mentre il nome “Pantera” era ormai apparso anche in tv, non solo a indicare quel felino misterioso avvistato a Roma, ma anche i tanti inafferrabili ragazzi che soggiornavano stabilmente nelle Università, è vero sì che io non mi perdevo un laboratorio di pittura o di scrittura creativa, di quelli autogestiti organizzati in facoltà, che ammiravo estasiato i murales un po’ ingenui dipinti sui muri di Lettere e Filosofia, che ballavo i ritmi etnici e ska delle feste serali organizzate dagli studenti.
Ma alle assemblee e ai dibattiti mai, per nessuna ragione al mondo.
Fu così che invitai anche Betta quella sera, alla festa afro, tra i fiumi di birra e la puzza di fumo che accompagnava sempre ogni occupazione. Lei era bellissima: più unoeottanta ed “Age of Aquarius” di quanto l’avessi mai immaginata. E, nel corpo pulsante di quella “Pantera”, il nostro fu un bacio indimenticabile e dolcissimo, interminabile. Era anche il nostro canto del cigno, ma ancora non lo sapevamo, perché quella sera Lei per me era l’eterna felicità, che mi pareva aprirsi all’orizzonte. Era l’inversione di rotta. Era il rendersi concreto di una promessa sempre rimandata al futuro. Era la fine delle ideologie e l’inizio del paradiso in terra. Era la fantasia al potere. Era la “Pantera”.
Poi, il fuoco di paglia cominciò rapidamente a spegnersi. Le occupazioni finirono, sgombrate insieme alle feste afro. Anche VideoUno, di lì a poco, avrebbe perso appeal e cambiato nome, come il suo partito di riferimento. La nostra rubrica chiuse. Di Betta per un po’ non seppi nulla, tranne che (a suo dire) aveva trovato un altro, come scrisse in quel suo fax.
Nell’estate del ’90, mentre Schillaci infiammava lo stivale, io barcollavo triste, conscio della fine di un epoca, cui la testa di Caniggia e i rigori ancora una volta sbagliati, negarono anche un possibile contentino.
La rividi solo diversi anni dopo. Mannoni era da tempo a RaiTre. Lucci irrorava ironia e cazzate da bravo giornalista post-moderno. Lei, invece, era sempre quella “Age of Aquarius” di una volta, appena un po’ invecchiata, ma ancora bellissima. “Ma come si fa a votare uno come Berlusconi?”, mi chiese, fra tanti discorsi, quella sera. Facemmo di nuovo l’amore, prima di perderci ancora al sorgere del sole.
Passarono altri anni di silenzio. Un pomeriggio del nuovo millennio, a Piazza del Popolo, il suo ampio vestito a fiori fu l’unico segnale che mi ricordò la sua bellezza di un tempo: “Vivo in campagna come avevo sognato e, ti assicuro, è un’enorme rottura di palle”.
Il suo sguardo era triste, perso, un’immagine fuori tempo e fuori luogo, una “Baby Jane” sfiorita, soffocata da troppa infelicità. Sparì di nuovo alla mia vista, imboccando il corridoio del metrò. Non ne seppi più nulla.
Betta resta per me un’immagine irreale e lontana, una promessa incompiuta, un sol dell’avvenire dietro le spalle, proprio come quell’epoca di sogni e delusioni, come quella pantera, promessa e minaccia mai concreta e mai svanita, apparsa e poi scomparsa tra le campagne romane, quasi fosse una figura mitologica, che ha smesso da tempo di essere cronaca, che non è mai riuscita a diventare storia, ma che forse per questo è già letteratura.
Proprio come tutto quello che vi ho detto, così terribilmente vero, fin nei dettagli, così autentico, inutile, banalmente mio, eppure al tempo stesso irreale, leggendario, utopico. Perché così sono i sogni. Così sono le Pantere. Ti azzannano, ti baciano, spariscono, sfioriscono e non saprai mai perché.