di Camilla Lai

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NEW YORK. “Ho la soluzione al problema della recessione economica mondiale: La mamma araba.
La mia si è già offerta. Dice che basta che le diamo litri di caffè turco, lei ci sta. Una mamma araba in ogni banca, dietro lo sportello ed è fatta.
Entra un cliente:  “Devo prelevare 400 dollari”. Lei finge di non sentire.
Lui ripete. Lei si gira incazzata e urla: “QUATTROCENTO dollari?! Oh Santo Allah! E per farne cosa?”.
“Per comprarmi il GPS”.
“Il GPS? E che ci devi fare con il GPS?”.
“Per sapere dove devo andare”.
“Chiama me, te lo dico gratis”.
“Beh ma …?”.
“E poi scusa, ma con i 150 dollari che hai prelevato la settimana scorsa cosa ci hai fatto?”.

Said ha 24 anni, è venuto da Washington per raccontarci questa e altre barzellette. Siamo ad Arabian Idol, nato sulla falsa riga del popolare show televisivo American Idol, che in questi stessi giorni conclude la sua nona edizione eleggendo il cantante dilettante dell’anno.

Qui ad Arabian Idol sono tutti comici dilettanti di origine araba, come Said, che delle sue origini dice che lo hanno reso schozofrenico bipolare: “Sono metà palestinese e metà giordano. Due metà che convivono in maniera strana nello stesso corpo: mezzo me lancia sassi all’altro mezzo che finge di non vedere”.

yes-arabs-can Sono passati ormai sette anni e mezzo da quei due aerei che si sono schiantati sulle Torri Gemelle cambiando il corso della storia. Ma il trauma, negli animi dei newyorkesi, è vivo come se l’impatto risalisse a ieri. Una cosa, soprattutto, qui e nel resto del Paese a stelle e strisce, è rimasta uguale a quel mattino: il sospetto verso gli arabi tutti, che siano nati a Jedda o a Washington, che siano musulmani, cristiani o atei, con barba e turbante o calvi.

“Sono andato a dormire il 10 settembre 2001 che ero bianco. Mi sono svegliato il giorno dopo ed ero arabo”, ricorda Dean Obeidallah, di padre palestinese e madre siciliana, cresciuto a Lodi, che non ha niente a che vedere con la cittadina lombarda tranne che è un nucleo di italiani del New Jersey.
Nel 2001 Dean faceva l’avvocato, ma la professione non lo entusiasmava. “Era come se mi si spegnesse una scintilla dentro, ogni giorno di più”. Così, sei o sette mesi dopo quel brusco risveglio in cui si sentì per la prima volta davvero arabo, Dean sale per la prima volta sul palcoscenico, per gioco, e comincia a fare ridere il pubblico raccontando la storia di un arabo americano come tanti.

“Era un territorio inesplorato, per me. Avevo paura che il pubblico potesse reagire male, che sarebbe scoppiata una rissa, che qualcuno potesse offendersi, visto che parlavo di Islam”. Invece la reazione fu più che positiva, e nel 2003 Dean fonda il primo Festival di Comicità Arabo-Americano, assieme a Maysoon Zayid, attrice comica di origine palestinese.

Ora alla sesta edizione, il Festival è in scena a New York da domenica a giovedì. A cimentarsi sul palco ci sono più di 50 nuovi talenti comici. “Quest’iniziativa è cresciuta ben oltre le nostre aspettative”, dice Dean. Si erano prefissi di sconfiggere gli stereotipi negativi che dall’11 settembre 2001 hanno fatto, in America ma non solo, di tutta l’erba un fascio e di ogni arabo un terrorista. “Abbiamo pensato che l’unico modo per cambiare quest’immagine era quello di intervenire alla radice, dall’interno insomma, dimostrando cioè che sappiamo essere bravi attori e comici di talento, e non solo insulse caricature”, afferma Maysood.

Insomma, volevano cambiare l’immagine negativa affibbiata agli arabi da quei due aerei, e presentare altro che i soliti video di Osama bin Laden. Per farlo, hanno deciso di affidarsi al potere catartico della risata e alla forza dell’arte, e di utilizzare i canali di cultura pop che qui riscuotono più successo, come appunto American Idol.

Col passare degli anni il Festival arabo di New York è sempre più frequentato da produttori e agenti cinematografici di Hollywood, che vengono qui a cercare nuovi volti. “Gli attori arabi che hanno recitato in Munich (di Spielberg, ndr), per esempio, sono stati lanciati dal nostro festival”, dice ancora Maysoon, che ha recitato in Don’t Mess with the Zohan con Adam Sandler.

E quest’anno, finalmente, anche il Festival comico entra nella nuova era di Obama. “Bush è stato il miglior comico che l’America abbia mai avuto”, dice Dean nella conferenza stampa di presentazione dell’evento. Finalmente quest’anno, promette Dean e conferma Maysoon, la comicità sarà libera di spaziare oltre gli stereotipi del terrorismo, 11 settembre, turbanti vari, agenti segreti e Guantanamo.

“Finalmente adesso possiamo celebrare le nostre origini e parlare di cosa vuol dire crescere da bambino arabo in America”, nelle varie Arabville, dice Waleed Zuaiter, co-produttore in questa sesta edizione e attore comico anche lui. Ma questo non vuol dire che la politica verrà abbandonata del tutto, precisa Dean: “La comicità non serve solo a far ridere la gente. E noi arabi, del resto, abbiamo la politica nel DNA. Soprattutto noi che siamo sia palestinesi che americani”.

Sotto sotto c’è il sogno di cambiare il mondo: “Spero che un giorno l’umorismo possa portare la pace in Medio Oriente. L’unico modo di cambiare le cose è essendo presenti”, sostiene Dean. “Obama è stato eletto ma non è che per questo sia spuntato un arcobaleno in Medio Oriente”, gli fa eco Maysood. La strada da percorrere, insomma, è ancora lunga. Per la pace tra palestinesi e israeliani, ma anche perché gli statunitensi riescano a superare le paure razziste verso i loro concittadini di origine araba.

Ad assistere ad Arabian Idol ci si rende conto di quanto il senso dell’umorismo sia intrinsicamente legato alla latitudine, ossia alla cultura che lo origina, tanto che spesso rimane in essa confinato. Le barzellette sono molte volte intraducibili anche quando non consistono in giochi di parole. Sono i riferimenti ai modi di fare e di pensare di un popolo a non suscitare risa in un altro. Gli arabi di 18 Paesi, più quelli della diaspora, rappresentano un’interessante eccezione, accomunati da lingua, religione e tradizione. Possono cambiare i destinatari delle frecciate (Mubarak in Egitto, Gheddafi in Libia), ma la barzelletta rimane pressoché invariata nei diversi paesi. Ci sono gli stessi tabù sul sesso, ci sono gli stessi veli più o meno integrali, gli stessi Imam più o meno esaltati, le stesse mamme onnipresenti e dittatoriali, e via dicendo.
Eppure, nonostante la lingua e le comuni tradizioni, gli arabo-americani sono diversi dai cugini rimasti nella madria patria. “La cosa che ci unisce, su questo palcoscenico, è che siamo tutti Arabo-Americani, ossia innanzitutto americani ma di origine araba”, spiega Maysood.

Il teatro comico in senso proprio, lo stand-up da cabaret, non fa parte della tradizione araba. Anche se i film egiziani demenziali imperversano sui piccoli e grandi schermi di tutta la regione, i comici da teatro rimangono assai rari. Quando Dean e il suo gruppo arrivarono per la prima volta nei Paesi arabi, erano una vera e propria novità. Negli anni sono approdati a Beirut, a Dubai, ad Haifa, a Ramallah. E hanno entusiasmato a tal punto Re Abdallah di Giordania che gli hanno organizzato un’edizione locale del Festival americano. “Adesso ci sono tre o quattro locali al Cairo in cui si può andare ad assistere a comici da cabaret, che recitano una mezz’oretta di sketch, ma è ancora cosa rara da noi”, mi dice Hossam, cairota doc.

Secondo Maysoon “il mondo sta diventando sempre più piccolo. Ormai ci son battute che fanno ridere ovunque e grazie a YouTube anche gli arabi sono diventati più sensibili al nostro tipo di umorismo”. Cosi lo stand-up ha cominciato a prendere piede anche in Medio Oriente.

“Noi siamo ambasciatori di comicità, missionari della risata: esportiamo quella americana in Medio Oriente e diffondiamo la cultura araba in America. Ma non sempre le battute si capiscono, soprattutto nel Paesi arabi, che hanno un senso dell’umorismo diverso dal nostro, e per nostro intendo ovviamente americano”, spiega Dean e precisa: “La percezione di gruppo etnico, per esempio, fa parte solo della cultura statunitense”. Con le contraddizioni che da sempre la contraddistinguono: da una parte si fa comunità, dall’altra ci si autoghettizza. Da una parte l’unione fa la forza, dall’altra crea auto-esclusione.

Nonostante l’indiscutibile successo numerico del Festival, infatti, a parlare con altri arabo-americani, si svela l’altro lato della medaglia: c’è chi sostiene che il Festival ottenga l’effetto opposto a quello desiderato, ossia restringe sempre più il cerchio degli arabi fino a strozzarli nella loro stessa cultura.

Chris-Mary è un’egiziana nata e cresciuta tra Manhattan e Queens. E’ una delle ragazze di Sex and the City: trentenne, benestante, bella e newyorkese. Al Cairo ci ha passato due anni, i peggiori della sua vita. Ricorda che a 16 anni doveva sottostare a regole comportamentali che non pensava avrebbero mai fatto parte della sua vita e a cui non è mai riuscita ad abituarsi. Ha riso, certo, la prima volta che vide Maysoon in scena, con una battuta che qui fece storia (“Sono vergine per scelta. Lo ha scelto mio padre”). Ma allo stesso tempo Chris pensa che proprio la comicità dovrebbe andare oltre i confini delle etnie. Che più si parla di arabi come un nucleo unico e a se stante, più si crea “un effetto boomerang nei confronti di chi vuole uscirne, dal nucleo chiuso, ed è felice di essere americano in tutto e per tutto, e basta”.

A chi glielo fa notare, Dean risponde in modo semplice e americano: “La comicità funziona se si dicono cose che appassionano in primo luogo il comico che le recita. Io non faccio battute su come sono cresciuto, palestinese del New Jersey, perché va di moda, o sulla Palestina per fare politica. Solo: scrivo quello che mi appassiona e che mi fa ridere. Perché se fa ridere me, fa ridere tutti”.

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12 maggio 2009 | 2 Commenti
di Benedetto G. Fratello

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Nella favola con un bacio la bella principessa trasforma il rospo in un principe azzurro, nella realtà un’autista che salva una rana rischia il posto di lavoro. E’ successo in Germania, dove chi è al volante di un autobus pubblico non pensa ad altro che arrivare al tempo prestabilito alla fermata successiva, tanto da rallentare lungo il percorso qualora si trovasse in anticipo sulla tabella di marcia.

Un comportamento che da questa parte delle Alpi può non essere compreso appieno. Invece tra i tedeschi rientra nella normalità. Potete allora immaginare la sorpresa dei passeggeri dell’autobus guidato da Christina Pommerel quando l’hanno vista fermare il mezzo, ed era già in ritardo di 20 minuti, per evitare di schiacciare una rana.

La donna di 46 anni lavora per una società di trasporto di Ratisbona. La sua storia l’ha raccontata nei giorni scorsi il quotidiano Die Welt. Christina non ci ha pensato due volte, a mettere il piede sul freno alla vista della ranocchia. Fermato il motore è scesa dall’autobus, si è avvicinata con cautela verso l’animale, cercando di non spaventarlo e, una volta raccoltolo tra le mani, l’ha posato sul ciglio della strada.

Dietro un simile gesto come non cogliere tanta tenerezza e amore verso la natura? Come non evidenziare il tocco di umanità introdotto nel caotico traffico urbano? E come ancora non segnalare il valore dell’imponderabile scaturito dall’interruzione di un percorso definito? La bellezza del gesto nel suo lento svolgersi, il senso imprevisto suscitato dalla casualità degli eventi e ulteriori altre considerazioni che in questo momento mi sfuggono ma che ognuno di voi potrebbe sviluppare senza troppa difficoltà.

Ecco, non è detto che si tratti di considerazioni ovvie. Infatti tra quelli che avevano pagato il biglietto o erano muniti di regolare abbonamento c’è chi non ha apprezzato il comportamento della donna al volante del mezzo pubblico. Il breve ma ulteriore ritardo ha spinto una passeggera a fare reclamo. La ditta ha sospeso l’autista, di nazionalità francese (forse questo è un dettaglio inessenziale), sottolineando che l’episodio è solo l’ultimo di una serie di reclami che la riguardano.

La nostra eroica – in quanto insubordinata alle regole prestabilite – Christina Pommerel si è difesa dicendo: “Che dovevo fare? Schiacciare la rana? Ho fatto il mio lavoro, ho salvato una vita“. Pare che anche Papa Ratzinger si sia commosso, lui che segretamente in Vaticano si è portato un gatto, ma questa è un’altra storia. Il caso ha comunque suscitato clamore. Un’associazione di difesa degli animali ha difeso l’autista. La direzione della società di trasporti bavarese (Rbo), si è detta disponibile ad evitare il licenziamento. Tutto bene quel che finisce bene, la donna ha conservato il posto di lavoro, dovrà pero stare attenta la prossima volta.

Aggiungiamo noi: i baci alle rane non sono più quelli di una volta. Attenzione!