di Alberto Piccioni
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Emigrare significa, anche al tempo di Internet e delle comunicazioni veloci, nostalgia delle proprie radici, delle persone care. Una voce al telefono o le parole inviate in tempo reale non possono sostituire la presenza fisica, il contatto reale. Le possibilità di comunicazione non rendono, da sole, «cittadini del mondo», «con un piede qui e uno laggiù», i migranti che, per necessità, lasciano figli, compagni e amici nel paese di origine.
È uno dei risultati di uno studio pubblicato in questi giorni dal titolo: «Tracce transnazionali. Vite in Italia e proiezioni verso casa tra i migranti ecuadoriani» (Franco Angeli), realizzato da Paolo Boccagni, giovane assegnista post-doc al Dipartimento di Scienze umane e sociali dell’Università di Trento.
A Boccagni abbiamo chiesto cosa si intende per «indagine transazionale». «Vuol dire indagare direttamente le esperienze dei migranti per capire se le teorie sociali sull’emigrazione ci aiutano a comprendere questo fenomeno. Le tesi “accademiche” attuali sostengono che i migranti, grazie ai mezzi di comunicazione, riescono a tenersi in contatto con la madrepatria molto di più che in passato. Si pensa che possano vivere quasi una doppia vita, con un piede in Italia e uno nel paese d’origine».
E invece, come spesso accade, le teorie accademiche non collimano con la realtà…
«Più che studiare il fenomeno migratorio con statistiche e generalizzazioni bisogna entrare a contatto con le persone, i migranti, capire da vicino cosa vivono e quali sono le loro concrete esperienze».
E lei ha messo in pratica questo proposito: con chi?
«Con un gruppo di migranti ecuadoregni in Trentino, che ringrazio per la disponibilità e gentilezza. La loro è stata una migrazione sulla lunga distanza, con poche possibilità di ritornare frequentemente in patria: troppo alti i costi del viaggio. Tra di loro c’è un forte uso dei mezzi di comunicazione: telefono, Internet. Ma è poco, non sufficiente per mantenere quel contatto che si vorrebbe. Ho incontrato genitori che per necessità lavorative hanno lasciato in Ecuador i propri figli. Li sentono al telefono molto spesso anche per mantenere un “controllo” sulla loro vita. Ma questo tipo di comunicazione viene chiaramente percepita come povera. Resta la nostalgia del contatto reale con la persona».
Perché ha scelto proprio degli ecuadoregni?
«Nel caso di migranti dell’Est, rumeni o polacchi, la possibilità di tornare a casa è meno remota. Gli ecuadoregni vivono maggiormente la necessita di comunicare con la patria».
Restare legati alla madrepatria facilita o impedisce l’integrazione dei migranti?
«La risposta più facile, di senso comune, vorrebbe che più sono stretti i legami con la patria meno l’immigrato si impegna ad integrarsi. Penso invece che avvenga il contrario: maggiore è l’integrazione che avviene in Italia, in termini di occupazione, di relazioni, maggiore è il contatto con la patria. In pratica più un migrante si trova bene, migliori e proficui sono gli scambi con la terra d’origine».
di Andrea Gianotti
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Il circo dell’Eicma, il Salone Internazionale del Motociclo, è come un rutilante baraccone nel quale si viene presi, sospinti e indotti a giocare da adulti per delle ore passeggiando rapiti in mezzo ad ogni tipologia di giocattolo creato su misura per la nostra corteccia cerebrale più interna: è bellezza, emozione e sesso allo stato puro.
Non storcete il naso, mettiamo subito in chiaro le cose: molte decine di migliaia di posti di lavoro derivano dal settore motociclisitico, sia direttamente che come importante indotto nel quale l’industria nazionale gareggia con altri Paesi in un mercato globale che la crisi ha reso ancora più competitivo. E, tanto per ribadire il concetto, i prodotti emozionali alla fine si rivolgono tutti quanti a suscitare le medesime corde, sia che si tratti dell’ultimo album di Shakira o un paio di scarpe Manolo Blahnik o del divano di Flou.
Facciamocene una ragione: le moto non sono diverse da molti oggetti che ci circondano ogni giorno e il target di consumatori finali heavy buyers è molto più variegato di quanto si pensi; le due ruote non sono certamente, in definitiva, un prodotto moralmente peggiore (né migliore, ovviamente) di tanti altri.
Le novità
Il bravo inviato all’Eicma, mentre gusta uno snack allo stand della Bmw o sorseggia un drink presso quello di Moto Guzzi infilerebbe da subito un paragrafo riguardo alla novità commerciali che coloro che offrono snack e drink hanno proposto durante la giornata inaugurale della manifestazione. Dal momento non sono affatto un bravo inviato, vi eviterò questo passaggio e proverò invece a raccontarvi in poche righe come ho visto cambiare lo stile da quando, ragazzo, frequentavo il “ciclo e motociclo” ancora nella vecchia sede di Fiera Milano, oggi rasa quasi totalmente al suolo.
Ebbene, le moto sono diventate nel tempo degli oggetti dal design curato e che puntano sull’eccellenza estetica in ciascuno dei singoli componenti. Come se una mandria di interior designer e total look advisor avesse preso i “96 pollici cubici” del motore di una Harley Davidson, per dire, e li avessero trasformati in una cromata scultura postmoderna che ciascuno, avendo spazio, vorrebbe tenere in un salotto ideale dallo stile minimal fatto di mobili di tek, drappeggi e sofà di tessuti di bambù bianchi e qualche oggetto norvegese di alluminio satinato. E la tendenza è confermata nei prototipi, che disegnano il futuro, ancor più che nelle serie del presente.
Per fare un esempio, anni fa la Honda aveva proposto come risultato delle proprie attività di ricerca e sviluppo un motore con i pistoni ovali (portato sul mercato con la moto dalla sigla NR, sogno proibito di molti bikers); oggi i concept si basano su ergonomie evolute e sull’utilizzo dell’hi tech ovunque purché sia visibile e non incastonato nel motore. Il cuore, in definitiva, sembra non interessare più a nessuno a meno che non sia da mostrare, orgoglioso, sinuoso, nelle sue forme più perfette. Bmw ha davvero impressionato con la Concept6, mentre Guzzi ha svelato una avveniristica concept-bike chiamata V12, non esteticamente armoniosa, ma dai dettagli superlativi.
Vi sono però anche delle eccezioni piacevoli, ad esempio nello stand Ducati. La Multistrada 1200, ultima nata della casa di Borgo Panigale farà la gioia degli affezionati del marchio che, se potessero, sostituirebbero anche le proprie valvole cardiache con alcune artificiali purché dotate di distribuzione desmodromica.
L’oriente sfareggia e chiede strada
La mancanza al Salone di Honda e Yamaha, vittime della crisi di cui si accennerà più oltre, alla fine non si è fatta sentire più di tanto. Certamente, la manifestazione ha perso quest’anno due dei principali competitor sul mercato, e tuttavia la qualità e la quantità di presenze è stata complessivamente ottima e abbondante.
Non distolti dall’attenzione verso le due big del Sol Levante, ci si è potuti concentrare verso un numero impressionante di players, sopratutto con gli occhi a mandorla, finora semisconosciuti; marchi che vorrebbero trovare una migliore commercializzazione e per i quali la fiera diviene veramente una formidabile occasione di business.
Ma, a differenza di quanto si vede alla Coop che vende prodotti orientali tutto sommato, diciamolo, brutti, i cinesi e coreani presenti avevano esposti veicoli che strizzavano l’occhio al consumatore europeo: ottimo design che interpreta la tendenza per suggerirne una visione originale e non scimmiottare – in peggio – quanto visto all’Eicma dell’anno scorso, dimensioni generose adeguate ai diversi bisogni di mobilità nostrani, range di accessori completo e, ultimo ma non da ultimo, un’attenzione ai temi ambientali con motori green (o perlomeno una grande scritta “Green” sulla fiancata).
Enviroment first
Ecco, se un appunto può esser fatto è che l’area dedicata alle proposte per la mobilità ambientalmente sostenibile era, come dire, veramente povera rispetto a quanto atteso e comunicato. Ed era poco attraente sia come apparenza sia in definitiva, nella comunicazione delle soluzioni proposte, mancando un percorso espositivo “educational” che illustrasse dove la ricerca sta andando a parare.
Il visitatore restava invero più colpito dalla gran quantità di proposte disseminate nei diversi stand degli espositori, legati singolarmente a prodotti ecocompatibili. Tra tutti si segnala il Piaggio MP3 hybrid, una proposta di soluzione ragionevole e pratica (3 ruote adatte anche ai neofiti) per muoversi comodamente in città e anche fuoriporta e cercando di ridurre il più possibile la nostra impronta ecologica sul Pianeta che lasceremo in eredità alle future generazioni; in questa scelta, ovviamente, nessun peso ha avuto l’ammiccante modella che sedeva sulla interessante proposta della casa di Pontedera.
Le modelle, la crisi
Alla fine, sono due i motivi che spingono un visitatore a spendere 18 euro per entrare ad Eicma: farsi fotografare seduti su delle moto da sogno e/o farsi fotografare assieme a modelle da sogno.
Perché il binomio donne e motori è duro a morire, ma in fondo, al termine della giornata, non si trova alcuna ragione veramente buona per sperare che muoia.
I favolosi anni 60 sono terminati da un pezzo e in quel periodo nacque il mito secondo il quale le gonne delle hostess si accorciavano in corrispondenza e proporzionalmente alla perdita dei profitti delle compagnie aree. Se tanto mi dà tanto, oggi, con l’aria che tira, ci si sarebbe aspettato una mercificazione del corpo femminile tale che non si sarebbe potuta trovare nemmeno sulla vicina statale del Sempione.
E invece, sorpresa, non è stato così. Confrontando le foto del 2009 con quelle degli anni precedenti c’è chiaramente una presenza complessivamente meno “appariscente” delle belle ragazze-immagine ingaggiate dagli espositori.
La causa è da ricercarsi nella riduzione del budget degli stand minori: il produttore di bullonistica in titanio, per fare un esempio, doveva competere nell’attenzione complessiva mostrando praticamente tutto di qualche ragazza procace fasciata di un miniabito di seta bianca trasparente; per la regola dell’ass-vertising il brand “XYZ | Parti Ultraleggere” scritto sul posteriore della fanciulla doveva servire a catalizzare l’attenzione dei motociclisti che in futuro avrebbero chiesto al proprio meccanico di alleggerire di qualche chilogrammo il proprio bolide. In tempi di difficoltà a far quadrare il bilancio aziendale il budget di comunicazione, si sa, è il primo ad esser tagliato e quindi le belle standiste sono state tra le vittime della crisi dell’industria motociclistica.
Le ragazze presenti, comunque, a dispetto della situazione economica, ancora dispensano sorrisi raggianti, vestite con minigonne, top attillatissimi e scarpe dal tacco vertiginoso, che ci si chiede come possano anche solo pensare di camminare o riuscire a respirare, e si lasciano ritrarre più spesso per loro stesse che per l’oggetto sul quale siedono.
Eppure, a vederle lì, vien da interrogarsi su come si sentano queste studentesse, modelle a tempo perso, che per qualche decina di euro al giorno prestano la loro immagine; talune con professionalità – e senza affabilità alcuna – altre invece meno posate ma dotate piuttosto di una provvidenziale simpatia che non fanno sentire dei maniaci sessuali le decine, centinaia di fotografi perdigiorno assiepati ai loro piedi.
Immagino che mentre fissano gli obiettivi e si concedono alla stampa e ai curiosi pensino al ragazzo che le aspetta la sera, all’esame di diritto privato della prossima settimana, al litigio con i genitori e magari a come spendere i soldi faticosamente guadagnati oggi per la settimana bianca il prossimo Capodanno.
Le meno fortunate hanno pantaloni aderentissimi in lattice che devono indossare sopra al tipo di scarpe che vanno di moda quest’inverno, simili nell’aspetto a quelle ortopediche che si trovano nelle farmacie ma ovviamente dotate di un tacco che le slancia a 12 e più centimetri dal suolo. E meno fortunati saranno anche i loro ragazzi, presenti nelle loro stanze quando si toglieranno i vestiti e le scarpe di gomma dopo essere state tutto il giorno sotto i riflettori accecanti di luci di centinaia di watt. Roba che mette a serio pericolo anche il più solido dei rapporti.
Udite udite o rustici
Se Dulcamara vendeva pozioni miracolose, con lo stessa attitudine al commercio qui in Eicma si vendono sogni. Anche mediamente accessibili.
Perché le motociclette, in definitiva, hanno dei costi non impossibili, e coltivare la passione delle due ruote è certamente alla portata di tutte le tasche.
Certo, se l’oggetto dei desideri è una fiammante MV Agusta F4, occorrerà rinunciare a più cose per soddisfarlo. Se però ci si concentra su una meno esclusiva ma ugualmente bella Aprilia RSV si appaga il proprio ego in maniera comunque egregia.
Il concetto di utilità, nel mondo delle motociclette, è pressoché sconosciuto (tranne forse che nel comparto scooteristico): se le curve si fanno in piega, i marchi si posizionano esclusivamente in termini di emozioni; anche laddove vi sono brand (si pensi alla tedesca BMW o alla KTM) che fanno del comfort o della capacità di superare qualsiasi distanza e difficoltà la loro bandiera, promettendo di arrivare ovunque; ci si dovrebbe chiedere, tuttavia, cosa spinge una persona ad arrivare ovunque con dolori cervicali piuttosto che viaggiare comodamente seduto su una poltrona d’aereo o di treno.
Ma le spiegazioni non possono essere capite da chi motociclista non è. Sedersi su una Triumph, ad esempio, e viaggiare tra Vimodrone e Paullo in un piovoso novembre padano per recarsi al lavoro ti fa un po’ sentire come un viaggiatore nello Yorkshire di diversi lustri fa; ed è una sensazione incomunicabile. Un benessere mentale che, tutto sommato, non reca grosse controindicazioni, almeno per chi non è affetto da patologie reumatiche.
Cosa rimane sul terreno
Si smontano gli stand, si mettono via i gadget rimasti, le modelle ritornano alle loro attività quotidiane fatte di jeans e sneakers, libri da leggere e treni del metrò da prendere, quasi ignorate mentre ci passano accanto nella loro quotidianità identica alla nostra.
Noi leggeremo i giornali specializzati per capire se e quale moto acquistare e farci una idea sulle proposte del momento e magari, perché no, sognare di trovarsi davanti ad una lunga striscia d’asfalto in una Australia a bordo di qualche bolide rosso.
Tra gli espositori saranno stati siglati molti contratti e diversi affari avranno permesso di ripagare i costi della presenza mentre gli uffici marketing si riuniranno per valutare la leva commerciale dell’evento e capire il sentiment del mercato sui modelli lanciati, e magari anche questo articolo finirà in qualche rassegna stampa.
La macchina organizzativa riparte per programmare l’edizione n°68 nel 2010, cercando di recuperare le presenze perdute quest’anno e offrendo un prodotto espositivo adatto ad mercato che vuole riprendersi ora che la notte sta finendo e il risveglio è alle porte.
Io archivierò le fotografie scattate e le parole scritte sul taccuino e mi riposerò 12 mesi, in attesa del nuovo circo che verrà e che qualche saltimbanco mi richiami nuovamente nella bolgia dell’Eicma.
di Simona Palenga
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[Simona Palenga, che spesso si definisce una mercenaria del settore umanitario, e che ha trascorso diverso tempo per lavoro in Afghanistan, firmando anche diverse corrispondenze per Novamag, ha scritto questa riflessione dopo l'attacco del 28 ottobre scorso contro una guest house dell'ONU da parte dei talebani, che ha provocato sei morti]
Lo scorso settembre, molto rapidamente, ho lasciato l’Afghanistan, con casse di mobili dirette in Francia, valigie dirette in Italia e sacchi di scarpe e vestiti usati lasciati al personale che lavora nella casa in cui ho vissuto per più di 16 mesi: con me sarebbero finiti nel dimenticatoio, invece a Kabul, avranno una nuova vita.
Quel giovedì mattina, quando ho varcato la soglia del cancello della casa, nonostante un paio di solitarie lacrime, non mi sembrava che qualcosa fosse davvero finito per sempre.
Pensavo che tornare a Kabul non sarebbe stato poi così difficile, l’avevo fatto già una volta per andarci in vacanza a trovare gli amici e, allora, non avevo nemmeno il visto, stavolta invece avevo in tasca il passaporto con un visto ancora valido per mesi a venire. E poi c’era la mia casa, i miei coinquilini ancora là, senza contare che, potenzialmente, il mio compagno, dal futuro lavorativo ancora incerto, sarebbe potuto essere riconfermato nel suo incarico per un altro anno.
Da lontano, ho continuato a far parte della vita della casa di tutti i giorni, con email, chat e telefonate.
Semplicemente non partecipavo alle feste, non essendo fisicamente là.
Poi le cose sono cambiate alla fine del mese scorso, quando un attacco a una guest house ha fatto cinque morti tra il personale internazionale delle Nazioni Unite.
E sì, anche degli afghani sono morti, e non voglio sminuire la gravità dei fatti né far credere che la vita di un internazionale sia più importante della vita di un afghano: semplicemente, quel giorno, per la prima volta, la strategia del terrore è cambiata.
Un sms mi ha fatto pensare che fosse esplosa una bomba a Kabul; una breve chiamata, piena di incomprensioni, me lo ha confermato.
Poi ho acceso la televisione, BBC e Al Jazeera mi hanno rivelato tutto il dramma della situazione
Non riuscivo a credere ai miei occhi, avevo bisogno di saperne di più.
Il fatto che ero in un paese straniero, in cui ho dovuto esprimermi con il mio povero francese per farmi capire, con scarsa copertura telefonica e nessun collegamento a internet, ha reso quei primi momenti ancor più drammatici, ripensando a quella mattina.
In meno di un’ora, le cose sono diventate chiare e ho capito che nessuno di quelli che conosco – e a cui sono legata – era rimasto coinvolto nella vicenda. Almeno direttamente.
I giorni hanno ricominciato a passare come se niente fosse, nel frattempo altri particolari sono emersi, ma non essendo là di persona, non sono riuscita a capire l’effetto reale di quella mattinata.
Qualche settimane più tardi, ho passato due giorni con una delle mie ex coinquline, costretta a lasciare il Paese ed il suo lavoro, fino ad ulteriore comunicazione.
Con lei, ho visto le cose da un differente punto di vista.
Un ex collega una volta mi ha detto che i migliori testimoni sono donne, perché tendono a ricordare più particolari che non gli uomini.
Ascoltando le sue parole, ho visto le cose più chiaramente. E mi sono avvicinata di più a capire la sensazione generale di essere lì, ho letto tra le righe di conversazioni che non ho nemmeno ascoltato in prima persona.
Nelle ultime settimane, nuovi requisiti della sicurezza hanno imposto cambi sostanziali nelle aree residenziali e, per essere in regola, blocchi di cemento armato sono stati consegnati a quella che era la nostra piccola oasi di pace.
Oggi, anche il mio compagno sta preparando i bagagli per lasciare in modo definitivo la città in cui è arrivato nel settembre 2003.
In due mesi, da quando ho lasciato Kabul, stento ad immaginare come è diventato il posto. Ci ho pensato molto e con una certa pena, come fosse una ferita. Sono tornata a pensare quello che mi era parso evidente, appena arrivata nel Marzo 2005: l’Afghanistan è un Paese in guerra dove una vita “normale” non è possibile.
Mi ricordo che cosa ho pensato quando hanno rapito Clementina Cantoni: lavoravo a Faizabad, capitale provinciale del Badakhshan, nel nord est del Paese, due giorni di macchina da Kabul, anni luce dalle capitali europee.
Pensavo, anche con una certa invidia, a quella gente nella incredibile Kabul, in una bolla fatta di corsi di yoga, feste, ristoranti, piscine e serate salsa.
Ho lasciato l’Afghanistan a febbraio 2006 senza nemmeno guardare fuori dal finestrino.
Un anno era stato più che a sufficienza. Avevo perso peso, perso l’appetito, si erano anche diradati i capelli. Tornata a casa, sembravo un’altra persona.
Sette mesi più tardi però, ho ceduto alle tentazioni, e sono tornata in Afghanistan, per un nuovo incarico, a patto di essere di base a Kabul, in modo da avere anche io un tipo normale di vita.
Le feste sono iniziate anche per me.
Qualche settimana più tardi e mi sono trasferita in questa casa speciale, in cui lo spazio comune per vivere insieme è più importante delle stanze individuali.
Conosco le persone che lavano, stirano, cucinano e gestiscono il quotidiano della casa da maggio 2005. Le ho viste praticamente ogni giorno che ho passato nella casa. Ogni singolo giorno. In qualche modo, ripensandoci bene ora, sono le persone con cui ho vissuto più a lungo.
Se l’attacco fosse stato contro la nostra casa, lo scorso ottobre, il primo a morire sarebbe stato il nostro chokidor, il guardiano, l’essere umano più gentile a cui io possa pensare, la persona che non mi ha mai accolta al mio arrivo a casa se non con un gran sorriso, che in ritorno, faceva sbocciare il sorriso anche a me – con il potere magico di trasformare ogni giornata brutta in una non-così-male-tutto-sommato.
Evito di pensare a cosa ne sarebbe stato dei miei coinquilini, mi è semplicemente impossibile immaginare una tale possibilità.
Ho pensato a tutte le volte che ho infranto il coprifuoco, che sono stata a feste e sono tornata a casa su un taxi, senza coprirmi il capo, né indossando una camicia lunga a coprirmi il sedere.
Ora mi sembra di vedere quei piccoli occhi, nel buio della notte, registrare i nostri movimenti, studiare le nostre debolezze e forse progettante qualcosa contro di noi.
Noi, che ci sentivamo al sicuro nella casa con il giardino pieno di rose e di albicocche a primavera, con le feste a tutto volume fino alle prime luci del giorno.
Una nuova amministrazione sta assumendo la direzione della casa, le regole cambierano, i coinquilini cambieranno.
Lo spirito è perso.
Tutti quei balli, il cucinare insieme, le ore passate a oziare al sole in giardino, senza alcun bisogno di avventurarsi fuori del nostro piccolo paradiso… tutto sembra perso per sempre.
Non ci saranno più viaggi di ritorno, non più bicchieri di martini nel bar, o teriyaki beef jerky, niente musica lounge durante i brunch vegetariani del venerdì e non più messaggi sulla lavagna per ricordarci di lasciare la cucina in ordine dopo aver mangiato.
E poi non ci sarà più la possibilità di essere in Afghanistan, un Paese a cui devo molto di quello che so, lavorativamente.
La musica è finita. E’ la fine di un’epoca. E fa male ammetterlo.