di Camilla Lai

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“L’amministrazione di Obama non ha intenzione di fare granché, in politica estera. Tranne ritirarsi dagli eccessi giocati da George W. Bush ed evitare qualsiasi tipo di problema”. Gideon Rose ha le idee chiare, una intelligenza sarcastica e almeno il doppio degli anni che dimostra. Dal 2000 dirige Foreign Affairs, la rivista somma, al mondo, di geopolitica. Fondata negli anni 20, proprio quando il mondo cominciava a entrare in contatto e diventare piccolo, è il braccio editoriale del Centro per le relazioni estere, un circolo politico, una think-tank che esiste tra New York e Washington grazie ai soci di cui è composta, e le cui identità sono mantenute riservate per garantire loro la massima libertà di espressione.
Un centro di pensiero libero di quelli che esistono solo in America, nell’America che conta e che mi ricorda che questa è, dopotutto, la vera patria della democrazia.

Il Centro per le relazioni estere, e la relativa rivista annessa, non sono schierati con nessuna ideologia. Alcuni dei soci sono falchi, altri colombe, alcuni neo-nazisti, altri utopici sinistroidi, la maggior parte di quest’elite di intellettuali politoligi per passione, sta in mezzo, e parla che ti riparla, del futuro, discuti di qua discuti di là, il futuro, alla fine, senza che se ne accorga nessuno, lo plasmano. 

Avete modo di determinare quanto le vostre discussioni influenzino la politica americana?
“Certo”, sorride Gideon. “Facciamo così: su una colonna, a sinistra, mettiamo i nostri articoli e le nostre idee. Su un’altra, attigua, le varie proposte di legge. Per quelle che passano e che ci piacciono, cerchiamo un qualsiasi legame nella colonna di sinistra, anche a costo di tirare un po’ la corda dell’interpretazione. Anche per quelle che non ci piacciono e che sono politicamente oscene, cerchiamo un legame e se c’è ci sbrighiamo a cancellarne ogni traccia”.

L’umorismo è troppo acuto per una conferenza alla stampa estera. Gideon si guarda intorno, abbassa gli occhi e borbotta: “Sarà una giornata difficile, questa”.

Poi, come un mago davanti a una palla di cristallo, Gideon Rose spiega il futuro del mondo a un pubblico che diventa sempre più scettico e che si intristisce visibilmente a ogni parola che lui pronuncia. Perché contrariamente a quello che tutti avevamo pensato nel novembre scorso, quando Barak Obama sembrava aver cambiato il corso della storia, Gideon dice che nulla cambierà nella politica estera americana nei prossimi 4 e nemmeno 8 anni. E sostiene bene la sua tesi.

La priorità dell’amministrazione di Obama – dice il cinico saggio – è mantenere le cose come stanno, evitare che scoppino, che cambino, così da potersi concentrare su ciò che veramente sta a cuore a questa amministrazione, ossia la politica interna, l’ambiente, la sanità, l’istruzione. Evitare, soprattutto, che la recessione ci sprofondi tutti ancora di più in un baratro peggiore di quello in cui ci troviamo.

La politica estera, insomma, sarà diversa nello stile, ma non nei contenuti, rispetto all’amministrazione precedente. Sarà diverso il modo in cui verranno dette le stesse cose. In fondo, “i nemici rimangono gli stessi”, nota Gideon. Difficile dargli torto.

Lo sforzo di Obama sarà riportare l’America a una posizione di leadership nel mondo. Ma anziché essere un capo antipatico, incompetente e ignorante, questa nuova faccia dell’America vuole essere quella di un capo professionale, aggraziato e competente. Prudenza dove prima c’era impulsività, sapienza anziché impreparazione, un diverso orizzonte temporale e la consapevolezza che il mondo contemporaneo consta di diversi centri di potere (“La sollevazione del resto”, la definì il precedente direttore di Foreign Affairs, già alla fine degli anni 90) e che gli Stati Uniti avranno un ruolo di guida paragonabile a quello di un vecchio padre saggio che dà consigli e lascia fare, anche quando fare vuol dire sbagliare.

“Bush era abrasivo, arrogante, antipatico e non dava la giusta importanza ai cambiamenti del mondo, mentre Obama è intelligentissimo, freddo, calcolatore, diplomatico e un cittadino del mondo, anzi, un Benetton che cammina“, nota Gideon. Obama, cosa rara per qualsiasi cittadino americano, ha viaggiato, da piccolo e da grande, è stato esposto al resto del mondo da ben prima di diventare presidente di esso. E questo gli consente di guardare all’America con gli occhi degli altri. Bush, invece, non è andato in Cina neanche quando il padre lavorava li come ambasciatore, un’opportunità che pochi figli al mondo si sarebbero lasciati sfuggire.

Ma nella sostanza, tocca ammettere che da novembre a oggi, non c’è stata nessuna mossa politica alla Zapatero, per intenderci, nessuno stravolgimento delle politiche iniziate da Bush. Solo cambi stilistici. Brucia ammetterlo, perché in Obama ci credevamo e ci crediamo noi tutti cittadini del resto del mondo.

Eppure, a ben pensarci, dopo le recenti elezioni e i relativi cataclismi politici in Iran, non è che sia successo niente di nuovo, non è che l’America, questo grande Zio Sam che tutti detestano e da cui tutti si aspettano protezione e soluzioni, abbia poi fatto granché. Obama ha detto che parlerà con Ahmedinejad. Non lo ha mica fatto. Lo ha detto. Grande dichiarazione, zero azione. Anche Bush Jr. non avrebbe fatto niente, tranne una dichiarazione opposta che avrebbe sollevato un putiferio con lo stesso risultato, ossia niente.

Anche in Afghanistan le truppe Usa sono aumentate, e in Iraq ci sono ancora.
Con la Corea del Nord Obama cerca di non oltrepassare il confine tra l’essere troppo sfrontato e troppo debole, intavolando possibili tavoli di negoziati in cui si parli e poco più. “Fondamentalmente spera che la situazione si risolva da sola”, spiega Gideon.

La Russia “questo potere regionale ferito e dolorante, questo Paese con un passato più che un futuro”, starà lì, a occuparsi dei fatti suoi, e, come il resto del mondo, a determinarseli da sola, i fatti suoi, e non grazie a interventi esterni degli Usa.

Con l’Africa il neo-presidente americano ha un problema morale che non gli permette di ignorarla. Ma quando deve affrontare questioni di Paesi come lo Zimbabwe o il Sudan, in una situazione simmetrica e identica a quella della Corea del Nord, ossia un disastro umanitario causato da regimi dittatoriali, neanche lui, il genio arrivato da Chicago e dalle Hawaii, ha una risposta semplice. Ci sono pochi strumenti utilizzabili dall’esterno per migliorare la situazione. Il più importante, nell’amministrazione di Obama, è Susan Rice, l’ambasciatrice Usa all’Onu e consigliere chiave di Obama. Ma, di nuovo, per dirla con Mina, parole parole parole. 

Per il resto, Bob Gates, ex consigliere alla Sicurezza nazionale dell’era Bush, è sempre al suo posto. Che la dice lunga quanto a cambi sostanziali di politica, e di strategie anti-terrorismo. E Obama, del resto, “non è un burattino nelle mani dei suoi ministri. Il suo consigliere più fidato, e l’unico a cui dia ascolto, è Barak Obama, se stesso”, ci rivela Gideon. E Barak Obama è intelligente al punto da essere furbo e da capire che mantenere lo status quo riportando l’America sul piedistallo e sul trono dove sedeva alla fine della seconda guerra mondiale, sarebbe già di per sé un grande successo.

Sviluppare uno stile moderno di leadership americana globale, che sappia ascoltare gli altri ed essere rispettata come guida, del resto, non è compito facile. Soprattutto dopo gli ultimi 8 anni di George W. Bush. Ma Obama è un diplomatico e un politico sapiente e competente, che sa unire la gente che Bush divideva e che saprà utilizzare le Nazioni unite per i suoi scopi di tecnocrata Usa, ossia per farsi legittimizzare le azioni che Bush si faceva dichiarare illegali. 

“È ridicolo e offensivo che gli Usa debbano avere questo potere, ma questa è la realtà, l’America non rinuncerà a quest posizione di supremazia (scaturita dalla fine della Guerra Fredda, ndr) e tantovale farci i conti, perché la utilizzerà per agire a favore dei beni pubblici globali e degli interessi comuni”. Quest’ultima profezia, almeno, risolleva gli animi nella stanza.

“L’amministrazione di Obama assomiglierà a quella di Clinton in una giornata particolarmente buona, senza il dramma di una soap opera”, aveva predetto Gideon qualche tempo fa. E a distanza di mesi, se la rivendica tutta, questa frase profetica, e si cita da solo.

Insomma, più consultazioni, più attenzioni alle sensibilità degli altri stati e dei personaggi politici che contano, ma, sostanzialmente, niente di nuovo sul fronte occidentale.

di Camilla Lai

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NEW YORK. “Ho la soluzione al problema della recessione economica mondiale: La mamma araba.
La mia si è già offerta. Dice che basta che le diamo litri di caffè turco, lei ci sta. Una mamma araba in ogni banca, dietro lo sportello ed è fatta.
Entra un cliente:  “Devo prelevare 400 dollari”. Lei finge di non sentire.
Lui ripete. Lei si gira incazzata e urla: “QUATTROCENTO dollari?! Oh Santo Allah! E per farne cosa?”.
“Per comprarmi il GPS”.
“Il GPS? E che ci devi fare con il GPS?”.
“Per sapere dove devo andare”.
“Chiama me, te lo dico gratis”.
“Beh ma …?”.
“E poi scusa, ma con i 150 dollari che hai prelevato la settimana scorsa cosa ci hai fatto?”.

Said ha 24 anni, è venuto da Washington per raccontarci questa e altre barzellette. Siamo ad Arabian Idol, nato sulla falsa riga del popolare show televisivo American Idol, che in questi stessi giorni conclude la sua nona edizione eleggendo il cantante dilettante dell’anno.

Qui ad Arabian Idol sono tutti comici dilettanti di origine araba, come Said, che delle sue origini dice che lo hanno reso schozofrenico bipolare: “Sono metà palestinese e metà giordano. Due metà che convivono in maniera strana nello stesso corpo: mezzo me lancia sassi all’altro mezzo che finge di non vedere”.

yes-arabs-can Sono passati ormai sette anni e mezzo da quei due aerei che si sono schiantati sulle Torri Gemelle cambiando il corso della storia. Ma il trauma, negli animi dei newyorkesi, è vivo come se l’impatto risalisse a ieri. Una cosa, soprattutto, qui e nel resto del Paese a stelle e strisce, è rimasta uguale a quel mattino: il sospetto verso gli arabi tutti, che siano nati a Jedda o a Washington, che siano musulmani, cristiani o atei, con barba e turbante o calvi.

“Sono andato a dormire il 10 settembre 2001 che ero bianco. Mi sono svegliato il giorno dopo ed ero arabo”, ricorda Dean Obeidallah, di padre palestinese e madre siciliana, cresciuto a Lodi, che non ha niente a che vedere con la cittadina lombarda tranne che è un nucleo di italiani del New Jersey.
Nel 2001 Dean faceva l’avvocato, ma la professione non lo entusiasmava. “Era come se mi si spegnesse una scintilla dentro, ogni giorno di più”. Così, sei o sette mesi dopo quel brusco risveglio in cui si sentì per la prima volta davvero arabo, Dean sale per la prima volta sul palcoscenico, per gioco, e comincia a fare ridere il pubblico raccontando la storia di un arabo americano come tanti.

“Era un territorio inesplorato, per me. Avevo paura che il pubblico potesse reagire male, che sarebbe scoppiata una rissa, che qualcuno potesse offendersi, visto che parlavo di Islam”. Invece la reazione fu più che positiva, e nel 2003 Dean fonda il primo Festival di Comicità Arabo-Americano, assieme a Maysoon Zayid, attrice comica di origine palestinese.

Ora alla sesta edizione, il Festival è in scena a New York da domenica a giovedì. A cimentarsi sul palco ci sono più di 50 nuovi talenti comici. “Quest’iniziativa è cresciuta ben oltre le nostre aspettative”, dice Dean. Si erano prefissi di sconfiggere gli stereotipi negativi che dall’11 settembre 2001 hanno fatto, in America ma non solo, di tutta l’erba un fascio e di ogni arabo un terrorista. “Abbiamo pensato che l’unico modo per cambiare quest’immagine era quello di intervenire alla radice, dall’interno insomma, dimostrando cioè che sappiamo essere bravi attori e comici di talento, e non solo insulse caricature”, afferma Maysood.

Insomma, volevano cambiare l’immagine negativa affibbiata agli arabi da quei due aerei, e presentare altro che i soliti video di Osama bin Laden. Per farlo, hanno deciso di affidarsi al potere catartico della risata e alla forza dell’arte, e di utilizzare i canali di cultura pop che qui riscuotono più successo, come appunto American Idol.

Col passare degli anni il Festival arabo di New York è sempre più frequentato da produttori e agenti cinematografici di Hollywood, che vengono qui a cercare nuovi volti. “Gli attori arabi che hanno recitato in Munich (di Spielberg, ndr), per esempio, sono stati lanciati dal nostro festival”, dice ancora Maysoon, che ha recitato in Don’t Mess with the Zohan con Adam Sandler.

E quest’anno, finalmente, anche il Festival comico entra nella nuova era di Obama. “Bush è stato il miglior comico che l’America abbia mai avuto”, dice Dean nella conferenza stampa di presentazione dell’evento. Finalmente quest’anno, promette Dean e conferma Maysoon, la comicità sarà libera di spaziare oltre gli stereotipi del terrorismo, 11 settembre, turbanti vari, agenti segreti e Guantanamo.

“Finalmente adesso possiamo celebrare le nostre origini e parlare di cosa vuol dire crescere da bambino arabo in America”, nelle varie Arabville, dice Waleed Zuaiter, co-produttore in questa sesta edizione e attore comico anche lui. Ma questo non vuol dire che la politica verrà abbandonata del tutto, precisa Dean: “La comicità non serve solo a far ridere la gente. E noi arabi, del resto, abbiamo la politica nel DNA. Soprattutto noi che siamo sia palestinesi che americani”.

Sotto sotto c’è il sogno di cambiare il mondo: “Spero che un giorno l’umorismo possa portare la pace in Medio Oriente. L’unico modo di cambiare le cose è essendo presenti”, sostiene Dean. “Obama è stato eletto ma non è che per questo sia spuntato un arcobaleno in Medio Oriente”, gli fa eco Maysood. La strada da percorrere, insomma, è ancora lunga. Per la pace tra palestinesi e israeliani, ma anche perché gli statunitensi riescano a superare le paure razziste verso i loro concittadini di origine araba.

Ad assistere ad Arabian Idol ci si rende conto di quanto il senso dell’umorismo sia intrinsicamente legato alla latitudine, ossia alla cultura che lo origina, tanto che spesso rimane in essa confinato. Le barzellette sono molte volte intraducibili anche quando non consistono in giochi di parole. Sono i riferimenti ai modi di fare e di pensare di un popolo a non suscitare risa in un altro. Gli arabi di 18 Paesi, più quelli della diaspora, rappresentano un’interessante eccezione, accomunati da lingua, religione e tradizione. Possono cambiare i destinatari delle frecciate (Mubarak in Egitto, Gheddafi in Libia), ma la barzelletta rimane pressoché invariata nei diversi paesi. Ci sono gli stessi tabù sul sesso, ci sono gli stessi veli più o meno integrali, gli stessi Imam più o meno esaltati, le stesse mamme onnipresenti e dittatoriali, e via dicendo.
Eppure, nonostante la lingua e le comuni tradizioni, gli arabo-americani sono diversi dai cugini rimasti nella madria patria. “La cosa che ci unisce, su questo palcoscenico, è che siamo tutti Arabo-Americani, ossia innanzitutto americani ma di origine araba”, spiega Maysood.

Il teatro comico in senso proprio, lo stand-up da cabaret, non fa parte della tradizione araba. Anche se i film egiziani demenziali imperversano sui piccoli e grandi schermi di tutta la regione, i comici da teatro rimangono assai rari. Quando Dean e il suo gruppo arrivarono per la prima volta nei Paesi arabi, erano una vera e propria novità. Negli anni sono approdati a Beirut, a Dubai, ad Haifa, a Ramallah. E hanno entusiasmato a tal punto Re Abdallah di Giordania che gli hanno organizzato un’edizione locale del Festival americano. “Adesso ci sono tre o quattro locali al Cairo in cui si può andare ad assistere a comici da cabaret, che recitano una mezz’oretta di sketch, ma è ancora cosa rara da noi”, mi dice Hossam, cairota doc.

Secondo Maysoon “il mondo sta diventando sempre più piccolo. Ormai ci son battute che fanno ridere ovunque e grazie a YouTube anche gli arabi sono diventati più sensibili al nostro tipo di umorismo”. Cosi lo stand-up ha cominciato a prendere piede anche in Medio Oriente.

“Noi siamo ambasciatori di comicità, missionari della risata: esportiamo quella americana in Medio Oriente e diffondiamo la cultura araba in America. Ma non sempre le battute si capiscono, soprattutto nel Paesi arabi, che hanno un senso dell’umorismo diverso dal nostro, e per nostro intendo ovviamente americano”, spiega Dean e precisa: “La percezione di gruppo etnico, per esempio, fa parte solo della cultura statunitense”. Con le contraddizioni che da sempre la contraddistinguono: da una parte si fa comunità, dall’altra ci si autoghettizza. Da una parte l’unione fa la forza, dall’altra crea auto-esclusione.

Nonostante l’indiscutibile successo numerico del Festival, infatti, a parlare con altri arabo-americani, si svela l’altro lato della medaglia: c’è chi sostiene che il Festival ottenga l’effetto opposto a quello desiderato, ossia restringe sempre più il cerchio degli arabi fino a strozzarli nella loro stessa cultura.

Chris-Mary è un’egiziana nata e cresciuta tra Manhattan e Queens. E’ una delle ragazze di Sex and the City: trentenne, benestante, bella e newyorkese. Al Cairo ci ha passato due anni, i peggiori della sua vita. Ricorda che a 16 anni doveva sottostare a regole comportamentali che non pensava avrebbero mai fatto parte della sua vita e a cui non è mai riuscita ad abituarsi. Ha riso, certo, la prima volta che vide Maysoon in scena, con una battuta che qui fece storia (“Sono vergine per scelta. Lo ha scelto mio padre”). Ma allo stesso tempo Chris pensa che proprio la comicità dovrebbe andare oltre i confini delle etnie. Che più si parla di arabi come un nucleo unico e a se stante, più si crea “un effetto boomerang nei confronti di chi vuole uscirne, dal nucleo chiuso, ed è felice di essere americano in tutto e per tutto, e basta”.

A chi glielo fa notare, Dean risponde in modo semplice e americano: “La comicità funziona se si dicono cose che appassionano in primo luogo il comico che le recita. Io non faccio battute su come sono cresciuto, palestinese del New Jersey, perché va di moda, o sulla Palestina per fare politica. Solo: scrivo quello che mi appassiona e che mi fa ridere. Perché se fa ridere me, fa ridere tutti”.

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12 maggio 2009 | 2 Commenti
di Camilla Lai

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Non venirmi a dire chi ha torto e chi ha ragione,

quando la libertà si dilegua nel nulla.

Se non vuoi combattere, togliti di mezzo,

perché la libertà non è poi così libera.

Io sto dando tutto me stesso, e tu?

Sono un guerriero americano:

Non abbandonerò mai un compagno,

non accetterò mai sconfitta.

Sono soldato in guerra,

cittadino in pace.

Sono un guerriero americano.

 

Il video che accompagna questa canzone viene trasmesso in tutte le sale cinematografiche in America prima del film.

Un soldato abbraccia la fidanzata, un altro bacia la bimba, zaino in spalla e via. Elicotteri sorvolano una qualsiasi città mediorientale, donne velate al mercato, sabbia. Un pallone di pezza rotola davanti ai carri armati. Il soldato si sfila gli occhiali. Negli occhi del ragazzino, stavolta chiaramente afghano, si legge paura. Il soldato sorride, scende dal carro armato, con un calcio resistituisce il pallone, e tutti sorridono.

Il regista James Mangold (che per il cinema ha diretto Girls, Interrupted e Quando l’amore brucia l’anima), ha voluto solo soldati veri per le scene girate in California e in North Carolina. Contando anche le comparse e gli extra, ha trasformato 100 soldati in attori neorealisti. Kid Rock ha inciso la canzone Warrior, guerriero appunto, per Atlantic Records e nel video la suona come in un concerto rock, energetico e coinvolgente (per scaricarlo, http://www.nationalguardwarrior.com/)

Entrambi gli artisti sono stati assoldati, letteralmente, dalla Guardia Nazionale Usa, che da quando, due giorni fa, ha ridotto i bonus per le nuove reclute, ha lanciato, con questa canzone e il relativo video, la campagna pubblicitaria di reclutamento. E sia il sito che il numero verde 1-8000-go-guard hanno registrato un boom di visite nelle ultime settimane.

I soldati della Guardia Nazionale si chiamano guerrieri, e costituiscono la sezione più antica dell’esercito nord-americano. Tant’è che a dicembre compiranno 373 anni. Nascono dalle milizie del coloni inglesi, cittadini che per proteggersi dagli attacchi degli indiani, si organizzavano in gruppi di auto-difesa. Dagli indiani apprendono tattiche di guerra diverse e innovative, cosa questa che li rende da subito dei guerrieri nel vero senso della parola, che in breve tempo governano il terreno meglio dei soldati scozzesi inviati dalla corona britannica, delle fanterie francesi in Canada e persino dei messicani. Guerre che infatti vincono una dopo l’altra. Non si fermeranno più: i padri fondatori della nuova costituzione Usa promuovono le milizie a esercito federale vero e proprio, che difenda i singoli stati e il paese tutto dalla forza distruttiva degli uragani, che spegna le fiamme nelle foreste, che fermi i terroristi, quelli nel cortile di casa e quelli lontani, ovunque.

La prima missione all’estero dei guerrieri arriva con il D-Day, nello sbarco sulla spiaggia di Omaha in Normandia. Ci sono 18 divisioni, per un totale di circa 250mila soldati tra fanteria e contraerea. Alcuni dei sopravvissuti oggi hanno più di ottant’anni e tornano ogni anno in Francia a ricordare quel giorno di vittoria per la democrazia e per i valori che oggi, come allora, difendono con la stessa convinzione. Qualche anno dopo il D-Day sono infatti in Corea, poi in Kosovo, in Serbia e a pattugliare le no-fly zones dell’Iraq. Oggi sono a Baghdad e a Kabul.

Il sergente Larrabee è diventato guerriero 21 anni fa. “Mi servivano i soldi per l’università”, ricorda. “Così ho fatto l’esame per entrare, le analisi mediche e di lì a qualche mese ero un guerriero”. Poi si è affezionato allo stile di vita: “I compagni, gli amici soldati, il senso di appartenza è forte, come quello di una famiglia molto unita”, mi spiega. Non ha mai servito all’estero ma non ha mai, per un secondo, pensato di cambiare lavoro, anche dopo aver soddisfatto il bisogno economico della retta universitaria. Le sue parole velano la modestia di chi sa che non fa un lavoro come un altro, bensì uno con alto impegno morale. “Non avrei potuto rimanere in questo posto per 21 anni se non amassi servire il mio paese”. C’è un senso di orgoglio tipicamente americano nelle sue parole. Sconosciuto in altri contienti e alter culture. Lo stesso orgoglio che è la forza vera di questo posto.

Nonostante le modalità per entrare nella Guardia Nazionale siano oggi le stesse di quando iniziò il sergente Larrabee, fino a due giorni fa gli incentivi monetari erano più attraenti. “Il 78% delle nuove reclute degli ultimi tre anni ha ricevuto una qualche forma di bonus ecnomico”, spiega il Colonnello Michael Jones, del reclutamento. Bonus che si aggiravano dai 2mila ai 15mila dollari in unica somministrazione. Ora, con la recessione, molti incentivi sono stati tramutati in corsi di addestramento, per esempio per piloti. E la guardia nazionale ha pensato a un campagna pubblicitaria che faccia leva sugli animi rock dei giovani cinefili. ma soprattutto, sul loro senso del dovere, di appartenenza a questo paese, sui loro valori, sull’orgoglio di un popolo nato per la libertà e che la difenderebbe, ancora, a qualsiasi costo.

E deve aver funzionato, perché nessuno ricorda più gli slogan sfottò dei pacifisti del Viet Nam (“Gira il mondo, ammazza gente e fatti pagare”). E invece non pochi canticchiano la canzone Guerriero e il suo slogan: Sempre pronto, sempre all’erta.


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