di Massimiliano Di Giorgio
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Mentre la morte di Pier Paolo Pasolini torna a essere un soggetto di cronaca giudiziaria, con le nuove – o meglio, rinnovate – ipotesi che legano l’omicidio alla stesura del libro incompiuto “Petrolio”, un piccolo libro uscito da pochi mesi offre un ricordo del poeta-regista-polemista più letterario me insieme personale, perché è quello di un amico.
Un amico piuttosto incurante delle formalità e poco interessato a costruire un “mausoleo” di PPP, nonostante un tempo fosse il suo “idolo” e abbia concretamente contribuito a lanciarlo nel mondo editoriale: il poeta Dario Bellezza, morto a poco più di 50 anni nel ’96.
Più che di libro, in realtà, si tratta della trascrizione di un discorso su Pasolini che Bellezza tenne nel 1983 a Roma. E che dopo tutti questi anni Roberto Mosena ha recuperato dal nastro su cui era inciso (custodito per tutti questi anni dal Fondo Tordi), trasformandolo appunto in pagine scritte, attento a conservare la fedeltà delle espressioni di Bellezza – personaggio molto poco accademico – e insieme a favorire lacomprensione dei lettori.
Nella sua rievocazione di Pasolini, Bellezza comincia citando la poesia “Coccodrillo”, che definisce “abbastanza misteriosa”, scritta da PPP anni prima di morire. Coccodrillo è, nel gergo giornalistico, l’articolo in cui si fa la biografia sommaria di un personaggio appena scomparso.
Nella poesia PPP parla delle sue origini familiari e traccia il proprio quadro psicologico, per così dire.
Per Bellezza la poesia è la chiave per commentare Pasolini e la sua morte, a cui lo porta, dice, l’eros. “Eros omosessuale.. interno a tutto quello che è il processo genetico dell’opera di Pasolini”.
Mentre già da anni circolavano diverse ipotesi sulla vera natura dell’omicidio – contestando la versione processuale che vuole Pasolini ucciso dal ‘borgataro’ Pino Pelosi a causa del tentativo del poeta di avere un rapporto sessuale con lui – Bellezza sembra concludere, appunto, che la fine diPPP è già dentro la sua stessa opera.
Bellezza offre una lettura diversa del celebrato rapporto di Pasolini con la madre, affermando che ” forse voleva più bene al padre”, il padre fascista e sconfitto siaideologicamente che “dall’amore del figlio per la madre o della madre per il figlio”. E parla anche del senso di colpa di PPP per la morte del frattelo minore, Guido, partigiano, ucciso alla fine della Seconda Guerra Mondiale dai partigiani comunisti jugoslavi.
E mentre si parla spesso della “straordinaria attualità” di Pasolini, nel suo discorso Bellezza afferma anche che PPP è stato “straordinario” come artista, “però non ha fatto la Divina Commedia, non c’è un’opera che veramente ci parli ancora, ci spieghi il presente, ce lo racconti, ce lo dica, ci faccia capire, ci illumini”.
“Sembrerà strano, ma io preferisco l’opera cinematografica: ha scritto delle poesie bellissime, soprattutto quelle friulane, alcuni momenti delle ‘Ceneri di Gramsci’, alcune poesie della ‘Religione del mio tempo’… ma non riescono a superare il momento storico che le ha prodotte, perché sono legate all’attualità”, cioè, sembra di capire, alla cronaca.
Per Bellezza, “Pasolini come scrittore veramente straordinario finisce nel ’60-’61″, e il cinema forse è arrivato quando “come scrittore, pensava di non avere più niente da dire”. E lo stesso “Petrolio”, “è rimasto un abbozzo e in ogni caso quelli che lo hanno letto hanno detto che lui voleva emulare i ‘Demoni’ diDostoevskji, ma è rimasto un abbozzo e si capisce che è un romanzo abortito, fallito, anche perché lui non aveva una capacità realistica”.
Quello che sembra emerge in questi giorni, stando invece ai media, è invece che sarebbe stata proprio la “capacità realistica” diPPP nella ricostruzione della morte (provocata) del patron dell’Eni Enrico Mattei a provocarne l’omicidio.
Nel discorso-libro poi, ovviamente, non c’è solo questo, e probabilmente per apprezzare l’opera o conoscere la figura di PPP sapere se fu ucciso per una causa o per l’altra non cambia enormemente le cose. Anche se rapido, l’intervento di Bellezza tocca parecchi temi, anche quelli inconsueti, di Pasolini, che a un certo punto definisce un “comunista reazionario”, un presunto ossimoro che però non è per forza un insulto.
[Dario Bellezza, Ricordo di Pasolini - a cura di Roberto Mosena, Via del Vento edizioni, 4 euro]
di Camilla Lai
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[Quello che segue è un brano tratto da Caribe Vibes - Parole in disordine, un libro di oltre 140 pagine che raccoglie scritti della nostra Camilla Lai per il suo blog omonimo in giro tra i Caraibi, Roma e l'America Latina. I primi 50 lettori che scriveranno a Camilla a questo indirizzo riceveranno una copia gratuita del volume]
Aeroporto di Miami, 12 marzo
Era vestita di nero dalla testa ai piedi. Ultimava i ritocchi di matita nera sotto gli occhi, eliminandone le sbavature. Ci affacciavamo a specchi contigui, in un cesso pubblico di Miami.
Io ci ero appena arrivata da Francoforte via Londra, diretta a Trinidad.
Mentre mi sciacquavo le lacrime che mi portavo dietro dal Vecchio Continente pensavo a quanto è buffa questa vita, che dopo anni avevo infine deciso di riprendermi in mano. Buffa e beffarda, perché nonostante mi impegni a programmare e riprogrammare viaggi, finisco sempre in posti che non rientrano nella mia lista dei luoghi da visitare. Tipo la Florida.
Quella prima volta a Miami rimasi a bocca aperta. Mi stupivano i modi gentili dei tanti esuli cubani, lo spagnolo che risuonava a ogni angolo, i latini che a frotte e in ritardo di un secolo venivano a realizzare il sogno americano.
Gli aeroporti sono dei non-luoghi antropologicamente affascinanti. Ma gli stimoli dello scalo di Miami erano troppi, e tutt’assieme, per comprenderli a fondo. E io che avevo attraversato 3 Paesi in 10 ore e non ero ancora arrivata alla fine del mio viaggio, non godevo della lucidità necessaria a una valida analisi.
Così mi gettavo acqua fredda in faccia cercando almeno di ritrovare me stessa – temendo di essermi dimenticata come lo spazzolino, che chissà dove era rimasto.
Intanto la mia vicina di specchio, la signora grassa dai capelli corti e ramati, si tingeva le labbra di scuro.
I nostri sguardi si incrociarono attraverso gli specchi e ci scambiammo un sorriso. Mi chiese se potevo allacciarle la collana di perle.
«Certo», risposi – e improvvisamente sentii me stessa tornare in vita.
Ricordo che avevo ancora in mano le sue perle quando lei scoppiò in un pianto a dirotto.
«Vado al funerale di mio figlio», mi disse, in spagnolo.
«Aveva 19 anni. Viveva con me in Giappone. Soy Colombiana y amo mi tierra. Ma non ci si vive. E nemmeno ci si sopravvive. L’avevo portato via. Con me. In Giappone. Era tornato dai nonni per le vacanze di Pasqua. Lo hanno fatto fuori mentre camminava per strada, un pomeriggio, un proiettile destinato a qualcun altro. È morto senza motivo. Più di chiunque altro. Che devo fare?»
Mi guardava come se potessi davvero avere una risposta da offrirle. Inghiottii le lacrime e improvvisai in spagnolo.
Condivisi con lei l’unica risorsa che mi consentì di sopravvivere quando la morte mi toccò da vicina: «Suo figlio la guarda, la protegge e la ama da lassù».
Per un attimo sembrò fare pace col dolore. Chiusi la collana, ci abbracciamo e corsi, veloce più delle mie lacrime, a piangere da un’altra parte, lontano da quello specchio, che lei non mi vedesse.
Oggi mancano due settimane all’anniversario di quella morte e del nostro incontro e io sono di nuovo qui, a Miami, a pensare a quella donna vestita di nero con un filo di perle, alla sua ingiusta tragedia, alla sua forza e dignità, al suo coraggio di tornare nella cittadella colombiana da cui credeva di essere scampata, per le esequie del figlio a cui aveva dato la vita due volte.
Penso che le sono grata per essersi prestata ai giochi del destino e aver ridiretto le mie lacrime dove avesse senso scorressero.
Da allora quella signora vestita di nero l’ho pensata spesso: la penso ogni volta che mi perdo, che non mi ritrovo e che ho nostalgia di me.
Perché davanti a quello specchio, la colombiana è riuscita a riunire tutti i pezzi di me stessa che avevo lasciato in giro, nei diversi aeroporti attraversati quel giorno e ogni giorno della mia esistenza gitana.
A ogni carta di imbarco afferrata.
In ogni camera di albergo stropicciata.
In ogni stazione della metropolitana dove mi mimetizzavo cogli indigeni.
A ogni foto scattata e per ogni cartolina scritta e mai spedita.
In ogni pavimento o marciapiede su cui ho dormito.
A ogni abbraccio perso perché ero già decollata.
Senza saperlo, senza fare nulla di particolare, con quella capacità propria solo degli estranei che con messaggi involontari rispondono alle domande dell’inconscio, la colombiana venuta dal Giappone e vestita di nero aveva ricomposto il mio puzzle.
di Martina Montauti
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Nel suo ultimo film Invictus il grande Clint Eastwood ha raccontato la storia di un umanissimo Morgan Freeman/Nelson Mandela impegnato a riconciliare il Sudafrica attraverso il rugby, dimostrando così come lo sport sia, prima di ogni altra cosa, un vero e proprio linguaggio universale.
E’ ancora attuale questa universalità, al cospetto di atleti pagati a peso d’oro e di spettatori ormai abituati a tutto?
Banzi, provincia di Potenza. Non siamo in Sudafrica, ma siamo pur sempre a Sud, in Basilicata. Una terra di conquista nella quale le stagioni hanno il colore del grano nelle sue diverse fasi di maturazione, si arrampicano sulle cime di arenaria e si buttano a picco nel mare.
Da queste parti – rese, è il caso di dirlo, tristemente note da Carlo Levi – esistono paesi la cui rara bellezza è, letteralmente, offuscata da regioni dotate di un approccio più furbo al marketing territoriale o da tristi casi di cronaca, ed è arroccata nella solitudine.
“La Basilicata è il paese del silenzio”, scrive Mariolina Venezia. Soprattutto, anche questo è terreno di monopolio calcistico nazionalpopolare, di campanilismi e di quel “familismo amorale” che il sociologo Edward C. Banfield teorizzò vivendo in prima persona la quotidianità di un paese lucano.
Ma siamo nel 2010 e, a dispetto di ogni retorico discorso sull’arretratezza, anche nel nostro Sud esiste internet e pare arrivi anche oltre la metaforica Eboli.
E sono proprio il web e lo sport i protagonisti di questo Invictus in salsa lucana, in cui una ultramaratona è riuscita ad unire gli sforzi di paesi che, fino a ieri, si trattavano con indifferenza se non anche con diffidenza. Ha portato a Banzi atleti provenienti da tutta Italia (e quest’anno anche dall’Europa), ha dato slancio a giovani e meno giovani ma, soprattutto, ha fatto scoprire i benefici di uno sport “altro” ad insospettabili padri di famiglia, ad ex emigranti tornati a casa dopo anni di gavetta, a donne costrette in un ruolo che non le voleva di certo in pantaloncini, di buon mattino, impegnate a correre su qualche strada sterrata.
In questa storia non ci sono Primi Ministri o potenziali guerre civili: qui lo sport, nel paziente lavoro di educazione e di promozione fatto da una giovane associazione sportiva (la ASD Genzano on the Road di Genzano di Lucania), è servito a far trovare slancio a tante persone fin troppo abituate a somigliare al “Paese del Silenzio”.
Ed è servito, grazie ad una bella manifestazione chiamata “6 Ore dei Templari” a rendere un piccolo comune di millecinquecento abitanti tutt’altro che silenzioso.
In occasione di questo evento, organizzato con grande passione e promosso soprattutto grazie alle potenzialità del web 2.0 istituzioni, aziende, cooperative sociali del territorio hanno abbattuto routine, solitudine, diffidenza, indifferenza, campanilismo e persino il familismo amorale per dare vita ad una vera e propria “festa di tutti”.
Ma soprattutto è la gente ad essere protagonista: se Clint Eastwood fa abbracciare i bianchi Springbocks con gli allegri bambini neri di una bidonville, qui le massaie lucane prepareranno un piatto di pasta con la salsiccia anche per Richard Whitehead, campione inglese, record mondiale di maratona su protesi.
E’ un paragone azzardato? Non troppo, per chi lo “straniero” lo vede persino nell’abitante del comune limitrofo e persino in se stesso, quando è un po’ diverso da una media, ancora una volta, silenziosa. Quella che, di prima mattina, tira tardi a causa della sbronza della sera prima. Quella che le donne sono soltanto la moda del momento per le quote rosa. Quella che “stasera si fa un giro per il corso”, o magari si beve birra davanti alla partita, sul divano, finchè non arriva il sonno e, ancora, il Silenzio.
La seconda edizione di questo piccolo miracolo lucano, che ha un po’ lo stesso sapore di quella “Focaccia Blues” di pugliese memoria, si terrà i prossimi 7 e 8 maggio. Il popolo degli ultramaratoneti web lo sa già da tempo, informato prontamente via Facebook e pronto a tutto: dal car-pooling alle strade che si perdono tra i campi di grano (a maggio saranno verdissimi) a dispetto del più evoluto Tom-Tom.
Dopo tutto, se Cristo s’è fermato ad Eboli, tutti gli altri correranno a Banzi.
Info: www.6oredeitemplari.blogspot.com