di Marco Togna

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“Ho pensato a un giovane ragazzo che cresce con l’adorazione di Mandela. La sua virilità improvvisamente si spegne quando il suo eroe viene arrestato e spedito nel carcere di Robben Island. Questa era l’idea. Una volta iniziati, però, i libri vivono di vita propria: dopo aver scritto alcune pagine, ho scoperto che questo romanzo era un’opportunità meravigliosa di raccontare la nostra storia più recente. Di parlare dei nostri valori etici, dell’idea di venerazione, soprattutto di riscoprire le voci delle nostre comunità rurali”.
Lewis Nkosi, 73 anni, è dei più importanti intellettuali sudafricani. Docente universitario, giornalista, critico, drammaturgo e sceneggiatore, è anche autore di romanzi. “Il complesso di Mandela” (288 pagine, 14,50 euro), edito in Italia dalla fiorentina Giunti, è la sua terza fatica letteraria. Un libro di grande successo, tradotto in tutto il mondo.

complesso mandelaDumisa Gumede è un giovane zulu, dall’intelligenza vivace e la sessualità prorompente. Il toro di Mondi lo chiamano (dal nome del villaggio, situato alle pendici dei monti Ukhahlamba, dove vive con la famiglia) e lui fa di tutto per confermare questa fama di amasoka (grande seduttore), praticamente un titolo di merito per la sua comunità. Studia, lavora come guida turistica, conquista ragazze di continuo, si innamora della bella Nobuhle (che sarà testimone del suo primo fallimento). Dallo zio paterno apprende dell’esistenza di Mandela, ne fa un idolo: inizia a fare politica, si sposta per il paese inseguendo i suoi comizi, fonda persino una squadra di calcio con il suo nome.
Poi il leader sudafricano viene gettato in carcere e anche Dumisa perde la propria identità: il corpo, il sesso, rimangono silenti, inerti. Solo 27 anni dopo, il giorno della liberazione di Mandela, il “toro di Mondi” ritroverà l’antico vigore tra le braccia di una provocante sconosciuta.

Una storia tragica, quella di Dumisa: la giovinezza perduta, la battaglia contro l’apartheid, l’amore imprigionato. Il ragazzo diventa il testimone della morte della speranza del black people degli anni Sessanta.
Ma la grandezza di Lewis Nkosi è di far lievitare il romanzo al fuoco dell’ironia e di una frizzante sensualità. L’impotenza del protagonista offre spunti paradossali, se non di vero umorismo, e sembra quasi contrastare con il lungo racconto (che occupa gran parte del volume) incentrato sul villaggio zulu di Mondi, diviso tra valori tradizionali e valori cristiani, con i suoi personaggi, i suoi riti di passaggio, le feste segnate dalla danze delle donne e dai canti colmi di birra degli uomini. Il romanzo è leggero, divertito, suggestivo nelle descrizioni della campagna sudafricana. Il tono migliore per disegnare questa grande metafora del popolo sudafricano, raccontando la sua conquista della libertà e della nazione.

di Marco Togna

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Il Malawi è un piccolo paese dell’Africa australe, per metà incuneato dentro il Mozambico. Noto agli appassionati di geografia per il suo lago (detto anche Niassa, il terzo del continente in ordine di grandezza) e a quelli di cronaca rosa per la vicenda del piccolo David, adottato da Madonna con la promessa di corrispondere al governo tre milioni di dollari, è qualificato come Heavily Indebted Poor Country (nazione povera estremamente indebitata). Insomma, quei posti dove per avere un po’ d’acqua devi fare chilometri a piedi fino al pozzo comune. Le guide turistiche lo definiscono il “cuore caldo” dell’Africa, in riferimento alla cordialità del suo popolo. Altra particolarità è quella di non avere mai visto una guerra civile, cosa rarissima per quelle latitudini.

immagine 2A questo piccolo paese è dedicato il progetto culturale “MalaWiiii” (curato da Giovanna Bertelli), nato dall’incontro tra Mario Pacifici, padre monfortano che vive a Balaka (in Malawi) da 32 anni, la onlus Pang’ono Pang’ono di Rosignano Solvay (Livorno), il gruppo musicale Alleluya Band e l’associazione culturale Di+ di Bergamo.

L’occasione dell’iniziativa nasce dal viaggio compiuto dal fotoreporter Giovanni Diffidenti e dall’artista Laura Morelli (attenta agli argomenti di carattere sociale e alle relazioni interpersonali) a Balaka, sede del villaggio Andiamo Trust diretto da padre Pacifici, ma anche sede dell’Alleluya Band. Il programma, dal 23 luglio al 2 agosto a Castiglioncello (Livorno), prevede mostre fotografiche, concerti, installazioni video/audio e partite di calcio a scopo benefico.

immagine 1“Io e Laura Morelli – spiega Giovanni Diffidenti – siamo partiti per il Malawi nell’ottobre scorso, ci siamo rimasti per un mese. Il mio lavoro è stato documentare i problemi principali del paese, come la malnutrizione, la diffusione dell’Aids, la prostituzione, il consumo di droghe, senza però dimenticare le sue bellezze e le sue tradizioni”. Il popolo del Malawi è conosciuto per la sua cordialità: “Sono un popolo tranquillo, accogliente, noi abbiamo percorso migliaia di chilometri senza mai avere una situazione, o anche la semplice sensazione, di pericolo”. Numerosi sono i ricordi che, seppur ormai a distanza di molti mesi, rimangono vivi nella memoria. Ricordi che ben spiegano i forti contrasti dell’Africa: “Abbiamo visto catturare un ladro di biciclette e, mentre veniva portato alla più vicina stazione di polizia, essere derubato dei pochi vestiti che aveva. E abbiamo visto il concerto ‘Lake of stars’, un evento di caratura internazionale che si tiene sul lago Malawi, dove per tre giorni l’intero paese mostra la propria musica e la propria cultura”.

immagine 3Grande curiosità suscita il concerto dell’Alleluya Band, gruppo musicale gospel che mescola reggae e rumba africana, con testi di forte impegno civile. Nata negli anni Settanta nella parrocchia di Mponda, a Balaka, a sud del lago, in trent’anni di vita la band (15 elementi, tra cui alcuni ballerini) ha partecipato attivamente alla cultura nazionale, facendosi influenzare dalla musica leggera italiana degli anni settanta e mantenendo un forte legame con la tradizione orale africana. Nota al grande pubblico per il concerto che tenne il 5 maggio 1989 in occasione della visita in Malawi di Giovanni Paolo II, dal 1997 ha cominciato a esibirsi anche all’estero. Ha all’ativo numerosi album, l’ultimo si intitola “Heart of hope”. Alleluya Band è in Italia per la terza volta, per una lunga tournée estiva (ben 25 date, tra cui Roma e Milano) che si concluderà con i concerti di Rosignano Valley (24 luglio) e Cecina (25 luglio).

di Marco Togna

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bambina-che-ridePadre e figlio, da vent’anni in giro per l’Africa. A bordo (quasi sempre) di un camper, a tracolla le amate Nikon. Edoardo e Ugo Agresti sono uniti dalla passione per i viaggi e la fotografia. Soprattutto il Sahara e la fascia subito a sud del Sahel, nella curva del golfo di Guinea. Ora hanno riportato i loro lavori nel volume “Viaggiando intorno all’Africa. Un cammino intorno all’Uomo”, che raccoglie gli scatti realizzati in tutto questo tempo. Il libro è edito da Polaris, preziosa casa editrice di Vicchio del Mugello (Firenze), i testi (veri e propri saggi critici, utilissimi alla maggiore comprensione delle diverse sezioni del libro) sono di Dino Nuti.

Ugo, il padre, è un appassionato viaggiatore e profondo conoscitore dei deserti africani. Edoardo, il figlio, è un fotografo di fama internazionale, collaboratore delle principali riviste di viaggio mondiali e da alcuni anni titolare dello studio fotografico CREA, che spazia nei vari campi dell’immagine e della grafica. Il libro (160 pagine, 46 euro) è diviso in quattro sezioni: natura, persone, lavoro e tradizioni. Intenzione degli autori è, come loro stessi scrivono, dare una visione nuova dell’uomo africano, un uomo “puro, vero, non filtrato e modellato su canoni e stereotipi costruiti a immagine e somiglianza di patinati spot pubblicitari”.

deserto-con-rocceNella parte dedicata alla natura ci sono i deserti del Sahara e del Sahel, ritratti nelle loro molteplici facce (dalle dune dell’erg algerino ai laghi che appaiono come miraggi nella sabbia della Libia), i baobab sulle piste del Mali, i palmeti delle oasi marocchine, i grandi fiumi come il Nilo e il Niger. Molto bella, molto intensa, è la sezione delle persone: donne Peul che rientrano dal pozzo, anziani Dagomba che mostrano i propri feticci, giovani Bororo con i tipici orecchini a cerchi d’oro, ragazze Lobi colte durante la cerimonia di iniziazione. Una raccolta di volti, occhi bistrati, copricapi, monili, dove Edoardo e Ugo Agresti sanno indovinare le mille etnie, le diversità dei popoli dell’Africa, con una reale curiosità e un rispetto che esce fuori dalla pagina e colpisce il lettore.

Particolarmente mossa e vivace è la parte dedicata al lavoro, dove emerge il carattere comunitario che le varie attività hanno ancora oggi: i due fotografi mostrano donne che frantumano il miglio, fabbri tuareg, coltivatori marocchini di mais, pescatori egiziani, pastori maliani, raccoglitrici di arachidi in Camerun. Un caleidoscopio di mestieri che dichiara come la società africana sia ancora oggi legata all’agricoltura e all’artigianato, attività squisitamente tradizionali. E alle tradizioni (e alla religione) è dedicata l’ultima sezione del volume, la più interessante per le culture che richiama (e che meriterebbero una trattazione a parte): basti dire che gran parte delle fotografie di questa ultima sezione è dedicata ai Dogon (di cui già abbiamo parlato in questa rubrica), tra le popolazioni più complesse e affascinanti del pianeta.


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