di Stefania Gialdroni

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La FNAC/  Nonostante le ricerche su internet e l’intervista ai miei amici emigrati, la mia inchiesta sui pregiudizi contro francesi mi lascia ancora insoddisfatta. Ci sarà pure qualcuno che ha riflettuto seriamente su tale questione fondamentale. Ci sono: la FNAC (grande invenzione francese, fra l’altro, contenitore di libri, dvd, cd, tv, pc, ipod, etc.)!

Alle 19:40 entro nel negozio del centro commerciale Les Halles. Comincio a girare febbrilmente per gli scaffali, convinta di dover trovare qualcosa entro stasera o mai più.

19:45: sono arrivata alla sezione dei Manga, sicuro devo tornare indietro.

19:50: ancora niente.

19:55: la libreria è ormai quasi vuota quando l’occhio mi cade su un titolo interessante: Critique amoureuse des Français, del giornalista italiano Alberto Toscano (Hachette Littérature, 2009). Sulla quarta di copertina leggo: “la gastronomia francese è la migliore del mondo” e “i francesi non lavorano abbastanza”. Mi basta: lo prendo. Mentre adocchio altri due volumi interessanti il commesso adocchia me con un certo odio: stanno davvero chiudendo, mi devo sbrigare. Li prendo tutti e tre: un buon regalo per degli amici scontenti. La scelta è stata veloce ma sembra azzeccata: tre saggi sui francesi scritti rispettivamente da un italiano, da un inglese e da una coppia di canadesi. Sembra una barzelletta…

Il libro di Toscano però non riguarda i pregiudizi degli stranieri sui francesi (anche se nell’introduzione leggo qualche blague simpatica: per i belgi un francese si suicida puntando la pistola sopra la propria testa: è al suo complesso di superiorità, infatti, che deve mirare) ma vuole raccontare come i francesi vedono loro stessi. C’è di tutto: da “Francia patria dei vini” a “l’Europa è la Francia in grande”, da “Francia patria dei formaggi” a “i francesi sono restii ai cambiamenti”, da “Zidane aveva ragione” a “Carla Bruni è una cantante”.

Mi soffermo sul capitolo “Paris, Ville lumière”. Il nomignolo, che risale alla Belle Époque, non si addice più alla città: New York, Hong Kong, Singapore o Tokyo sono molto più luminose. Perfino la Tour Eiffel, ad una certa ora della notte, spegne le sue luci. Ed è proprio questo che ci piace. Sono d’accordo con Toscano: una delle cose più belle della Ville lumiére è che non è luminosa affatto!

Jean-Benoît Nadeau e Julie Barlow invece, si sono trasferiti dal Canada a Pargi su invito dell’Institute of Current World Affairs con il compito precipuo di verificare un altro luogo comune: “perché i francesi sfuggono alla mondializzazione?” In poco tempo i due si sono accorti che la domanda era mal posta: la società francese non sfugge affatto alla mondializzazione ma la conduce con i propri ritmi scegliendone, in un certo senso, le modalità. La loro ricerca si è orientata in breve su di un altro tema, costruito sulla base della seguente teoria: se il modello francese funziona bene è perché le strutture di cui il paese si è dotato corrispondono perfettamente alla mentalità dei suoi abitanti. Lo scopo della ricerca è diventato dunque quello di risalire alle origini di tali strutture, politiche, sociali e amministrative e dimostrare in che modo esse sono perfettamente adattate a chi le utilizza.

La loro teoria mi sembra affascinante e spiega le grandi contraddizioni del paese, con il cui elenco il libro si apre: il paese in cui gli abitanti lavorano trentacinque ore alla settimana, hanno diritto a cinque settimane di ferie retribuite, hanno un’aspettativa di vita tra le più lunghe nonostante una tradizione culinaria tra le più ricche; il paese dove sopravvive il piccolo commercio “all’antica”, in cui le imprese sono tra le meno sindacalizzate e tra le più prospere e il cui sistema sanitario è tra i migliori del mondo, è lo stesso paese i cui cittadini danno prova di talmente poco senso civico da non raccogliere gli escrementi dei loro cani e da non contribuire regolarmente alle opere caritative; lo stesso paese in cui la gente pensa che lo stato si occupi di tutto perché pagano molte imposte, in cui i clienti sono serviti con “nonchalance” se non con maleducazione, in cui lo stato rimane molto centralizzato ed interventista e i funzionari pubblici rappresentano un quarto della popolazione attiva.
L’edizione francese del loro libro si intitola “Pas si fous, ces Français! Les Français mode d’emploi” (Éditions du Seuil, 2005) ma un paio di anni prima era uscito in inglese come “Sixty million Frenchmen can’t be wrong”, un titolo probabilmente più eloquente.

L’ultimo dei libri che sono riuscita a recuperare sotto lo sguardo stizzito del commesso è un saggio del giornalista inglese Stephen Clarke (NiL éditions, 2009, uscito in Inghilterra nel 2005 con il titolo: “Talk to the snail”) che ha suddiviso il suo lavoro negli 11 (!) comandamenti dei francesi, tra cui: “tu avrai torto (se non sei francese)”, “tu mangerai”, “tu non sarai servito”, “tu sarai educato”, sottotitolo: “bonne fin de début de matinée e altre complicazioni” (con l’avvertimento che i francesi possiedono l’incredibile capacità di essere educati e offensivi allo stesso tempo). Il tutto corredato di foto e tabelle riassuntive e condito di aneddoti in cui è possibile riconoscersi. Difficilmente, ad esempio, potrò dimenticare il mio rapporto con le poste parigine. Non c’è stata una volta che l’impiegato/a non mi facesse una battuta sul malfunzionamento delle poste italiane, tipo: “vuole sapere quando arriverà la raccomandata? E chi lo sa? Stiamo parlando dell’Italia!” E dire che i pacchi che avevo spedito si sono persi inspiegabilmente proprio nei vostri uffici….

Insomma, tanti, forse troppi sono i pregiudizi sui francesi. E io li condividevo tutti. Quelli negativi intendo. Meglio: li condivido ancora, ma ho imparato ad amarli, come le imperfezioni di una persona cara, che ci fanno tenerezza, qualche volta ci innervosiscono, ma non ci fanno mai arrabbiare sul serio.

Forse Stephen Clarke ha trovato per il suo saggio il migliore dei titoli possibili: Français, je vous haime!

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08 settembre 2009 | Nessun commento
di Stefania Gialdroni

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Gli amici del bistrot sotto casa / Per fare una vera inchiesta è necessario un lavoro sur le terrain, come dicono in Francia. Mi rivolgo dunque agli amici del bistrot sotto casa per completare la mia ricerca sul tema, forse logoro ma certo controverso, “pregiudizi contro i francesi”.

Si tratta di un campione attentamente selezionato e soprattutto competente, in quanto le persone che ne fanno parte possono vantare due caratteristiche fondamentali: l’essere stranieri e l’abitare a Parigi. Ma un sondaggio che si rispetti viene normalmente condotto su di un campione di almeno 500 persone (ma è più affidabile se si raggiunge quota 1000). Se ciò non bastasse, nel campione non sono rappresentate, nei corretti rapporti, tutte le fasce sociali e demografiche: sesso, età, grado di istruzione, residenza, lavoro, reddito. In questo caso, infatti, il campione è composto da sole 6 persone: 4 donne e 2 uomini, tutti di età compresa tra i 29 e i 36 anni, laureati, residenti a Parigi, lavoratori (per il momento) con un reddito incerto e paurosamente variabile. Diciamo allora che non si tratta di un sondaggio ma di una chiacchierata tra amici.

Claudia, leccese di nascita e francese per vocazione, è arrivata nella capitale due anni fa: entusiasta della città e dei suoi abitanti ancora prima di metterci piede, mi ha fatto sempre pensare ad un personaggio di Mario Vargas Llosa, el niño bueno delle “Avventure della ragazza cattiva”, il cui principale scopo nella vita, oltre a conquistare la sua niña mala, era quello di abitare a Parigi e punto. Poi ci sono Camilla, la cantante di cumbia intrappolata in un corpo di giurista che ha lasciato Bogotà quattro anni fa e (tra lo stupore degli autoctoni) ha intenzione di ritornarci ed Esteban, il percussionista argentino che, sbarcato in Francia quindici anni fa, si è trasformato in filosofo per passare inosservato. Infine Gioia l’architetto palermitano, Marco l’aspirante regista romagnolo e Laura la musicista elettronica romana, questi ultimi accomunati da un rapporto di amore-odio per la Ville lumière che nei momenti più bui li fa puntualmente sognare di trasferirsi nella nuova mecca dell’underground, della libertà omosessuale, della cultura, dell’arte e chi più ne ha più ne metta: Berlino.

Stilata la lista dei principali luoghi comuni sui francesi, ci prepariamo ad un sondaggio con il buon vecchio metodo dell’alzata di mano:

1) A Parigi piove sempre.
Falso (4 voti su 6: piove un giorno sì e uno no).

2) I francesi sono falsi.
Vero (4 voti, quelli delle donne, contro 2 voti degli uomini).

3) I francesi non ti aiutano.
Falso (4 voti, quelli delle donne, contro 2 voti degli uomini).

4) I francesi fingono di non capire se gli italiani parlano francese.
Vero (4 voti su 6: quelli degli italiani).

5) I francesi non parlano inglese.
Vero (5 voti su 6: il problema è capire che stanno effettivamente parlando inglese).

6) I francesi mangiano male.
Vero (4 voti su 6: vincono le lasagne della mamma).

7) I francesi portano davvero la baguette sotto l’ascella…
Vero (4 voti su 6).

8) …e se la mangiano strada facendo.
Verissimo (7 voti su 7: sono talmente d’accordo che ho votato anche io).

9) I francesi non si lavano.
Vero (3 voti su 3, ma un’esperienza traumatica di Claudia vale il doppio).

10) I francesi hanno un’ossessione per la grammatica.
Vero (6 voti su 6: impossibile negarlo nel paese che ha fatto del dettato un evento televisivo).

11) I francesi sono pigri e passano le giornate nei caffè a discutere e a fumare.
Vero (6 voti su 6: il fatto si giustifica a causa delle dimensioni ridottissime degli appartamenti, almeno a Parigi, che costringono a passare la maggior parte del tempo al café).

12) Parigi è la città dei “rifugiati” di mezzo mondo (terre d’accueil).
Vero (6 voti su 6: altrimenti che ci stavamo a fare qui?).

13) I francesi non sanno parcheggiare.
Vero (4 voti su 6: quelli degli italiani, naturalmente).

14) I francesi sono snob, arroganti e pretendono di sapere tutto meglio di tutti
Vero (6 voti su 6).

Su quest’ultimo punto si accende un piccolo dibattito: tutti vogliono raccontare la propria esperienza. Alla fine l’ultima parola tocca a Esteban, il filosofo, che ci zittisce con una citazione: “è inutile discutere” – dice – “la soluzione è nell’analisi linguistica. Quando il giornalista americano David Brooks ha cercato di coniare un nuovo termine per indicare la categoria sociale dei trentenni (occidentali) del XXI secolo, che combinano una vita agiata, se non una carriera da yuppie, ad una predilezione per idee e oggetti ispirati piuttosto dalla cultura hippie, non ha trovato di meglio che coniare il termine bobo, un acronimo delle francesissime parole bourgeois e bohémien”.

Brindiamo dunque alla nostra genuinità contro lo snobismo dei francesi. Con un bicchiere di Coteaux du Languedoc e davanti ad un piatto di escargots, naturalmente.

di Stefania Gialdroni

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“Le altre parti del mondo hanno le scimmie; l’Europa ha i francesi”?

Pare che un blogger tedesco si sia preso la briga di tracciare una “mappa del pregiudizio”, una ricerca (di cui si ignorano le fonti: internet? Gli amici della Kneipe sotto casa?) grazie alla quale è possibile, in pochi secondi, farsi un’idea dei principali luoghi comuni che circolano su molti popoli del pianeta. Ce ne dava notizia, ormai più di tre anni fa, Raffaele Mastrolonardo con un articolo apparso su corriere.it. La notizia è vecchia insomma, ma il tema dei luoghi comuni è sempre attuale. Quelli nei confronti dei francesi poi, sono particolarmente radicati: già ne “L’arte di insultare” Arthur Schopenhauer notava che “Le altre parti del mondo hanno le scimmie; l’Europa ha i francesi. La cosa si compensa”.

Il blogger teutonico, dicevo, segnalava l’esistenza dei seguenti luoghi comuni sugli abitanti dell’Hexagone, dando prova di scarsa fantasia e di una certa confusione sintattica:
1) “Amano il loro cibo”. Beh, questo non è un pregiudizio ma un dato di fatto…
2) “Coccolano i loro cani”. Vero: li abbracciano, li portano a spasso, nei negozi, al ristorante, sulla rer all’ora di punta. Ma non li amano così tanto da raccoglierne escrementi (altro luogo comune). Tipico caso di connessione tra pregiudizi.

3) “Romanticismo”. Eccolo il luogo comune per eccellenza: ogni volta che sento parlare del romanticismo dei francesi mi compare davanti la faccia di Audrey Hepburn su una barca a vela che rivela ad un inedito Humphrey Bogart in tenuta sportiva che “Paris isn’t for changing planes. It’s for changing your outlook. For throwing open the windows and letting in…la vie en rose” e lui che replica: “Paris is for lovers. Maybe that’s why I stayed only 35 minutes”. Certo si rischia una crisi glicemica, ma ho sempre avuto un debole per “Sabrina”. Semplicemente, più dei protagonisti poté la scenografia: attraversare il Pont Louis-Philippe in una giornata di sole, guardando la gente seduta sulla punta dell’Île Saint-Louis o sedersi nei giardini dietro al museo Carnavalet senza formulare un solo pensiero romantico, è quasi impossibile.
4) “Sofisticati”. Questo è un aggettivo che può essere interpretato negativamente, nel senso di falsità, artificiosità, mancanza di naturalezza, oppure in senso positivo, come eleganza e raffinatezza. Mi sembra però di riscontrare una certa contraddizione con un altro luogo comune sui francesi: la sporcizia. Tipico caso, dunque, di contrasto tra pregiudizi.

Accidenti, mi sono detta, dopo due anni a Parigi posso fare di meglio! Questo non è assolutamente nulla in confronto alla mole spropositata di pregiudizi che circolano sui francesi, o meglio su quella categoria affatto particolare di francesi che sono i parigini. In effetti, continuerò a parlare di francesi ma mi riferirò in particolare agli unici che conosco.

Eccomi allora alle prese con le fonti della mia ricerca. Da dove cominciare se non dalla rete?

Provo dunque a digitare su google “pregiudizi sui francesi”. La vera sorpresa è che esiste addirittura una voce di wikipedia che recita “pregiudizio contro i francesi” e che si apre con il sopraccitato aforisma di Schopenhauer. D’altro canto esiste una voce analoga anche sugli italiani. Secondo wikipedia “Il pregiudizio contro i francesi o francofobia è una forma di pregiudizio, in alcuni casi di razzismo, contro il governo, la cultura, la storia o il popolo della Francia. Un pregiudizio contemporaneo contro i Francesi deriva dalle critiche dell’immediato dopoguerra e sono rivolte al modo di vita della élite culturale, artistica e filosofica di quel periodo. Nonostante ciò, tale pregiudizio esiste da diversi secoli ed ha assunto forme molto diverse nel tempo”. Segue un’analisi delle cause e dei modi della francofobia in Gran Bretagna, in Italia, negli Stati Uniti e nelle colonie francesi.

Su forum.alfemminile.com una professoressa in cerca di ispirazione per le sue lezioni chiede aiuto per stilare una lista delle “etichette” che gli italiani danno ai francesi o, in alternativa, qualche barzelletta. Salto a piè pari il troppo spesso banale botta e risposta di yahoo answers e capito su di un blog interessante, leonardo.blogspot.com, in cui trovo una frase illuminante: “Voglio bene alla Francia, ma come si vuol bene a una zia di cui ci sono ben note le stravaganze”. Provo con un’altra lingua e digito la parola “francophobia”. Compaiono non una ma due voci sulla versione inglese di wikipedia: oltre a “francophobia” anche “anti-French sentiment in the United States”. Direi che può bastare.

(CONTINUA)


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