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Phnom Penh, 3 dicembre 2008, ore. 11.45. La mia socia compra tre vecchi bidoni di benzina, uno arancione total e due neri, per farne dei tavoli nel nostro negozietto, che si trova nel centro della capitale cambogiana. La Cambogia: il paese dei sogni per tutti gli espatriati che dopo aver lavorato in paesi a rischio trovano qui; finalmente un posto dove poter continuare a lavorare stando in pace e godendo di un livello di vita assolutamente straordinario, pur nel contesto umanitario.
I bidoni sono vecchi, arrivano di fronte al negozio legati alla sella di una moto. Sono ancora sporchi di benzina e dobbiamo lavarli e tagliarli, sono troppo alti per farne la base di un tavolo. Chiediamo all’omino che li ha trasportati fino a qui se può darci una mano, a pagamento, e lui accetta. Torna alle 14 per cominciare a segare i bidoni. Porta come utensili un martelletto, una sega e una pialla.
Prima che cominci il lavoro, avvisiamo tutti i vicini che per un’oretta ci sarà un po’ di rumore. Trasportiamo i bidoni, sotto al sole cocente, di fronte al negozio, dall’altro lato della strada. Al di qua della strada, a fianco del negozietto, c’è un bar.
Mi assento per venti minuti. Quando torno, ritrovo l’omino pietrificato, la sega in mano, il bidone arancione per terra. L’omino è sovrastato da due spalle imponenti appartenenti ad una signora di origine africana, sulla quarantina, con tanto di treccine e di camicia trendy, occhiali e scarpe alla moda. Faccio il giro di quelle spalle mastodontiche e mi ritrovo di fronte a due occhi iniettati di sangue.
Spiego che l’omino sta lavorando per me e la signora mi dice: “Io sto lavorando prendendo un caffè al bar di fronte. Io lavoro e il mio lavoro e importante, lavoro per l’organizzazione Governativa X, io..”. “Please, prendi i bidoni e portali altrove. Tra mezz’ora potrete continuare il lavoro qui, quando me ne sarò andata”.
Non sono nemmeno riuscita a rispondere: sono andata a prendere il carretto che usiamo per raccogliere il materiale riciclato per il negozio, mi sono caricata il bidone arancione, la sega, il martello e i due bidoni neri, ho legato il tutto con una corda e sono partita spingendo il carretto fino a casa della mia collega. L’omino mi seguiva sbalordito sulla sua moto. Poi ha segato i bidoni di fronte alla culla del figlio neonato della mia socia. Il bimbo non si è svegliato.
E per un po’ sono rimasta confusa. Meglio ripensare ai protagonisti di questa storiella:
Il contesto: Stradina nel centro di Phnom Penh. Al lato del bar in questione, un cantiere. Martello pneumatico, e tutti i rumori tipici da cantiere. Di fronte al bar, un po’ piu a sinistra, altro cantiere. Dietro al bar, un terzo cantiere. Auto e moto che passano in continuazione, clacson e musica ad alto volume.
La signora: di origine africana, probabilmente proveniente da un paese in via di sviluppo. Ben vestita, occhiali griffati. Lavora per un’organizzazione governativa. Si presume pertanto che sia qui per sostenere lo sviluppo della popolazione di questo paese. Sta facendo il suo lavoro di fronte a un caffè in un bar del centro.
Il signore cambogiano: proveniente da un paese in via di sviluppo, di modeste condizioni. Pantaloni e maglietta coperti di olio, cappello sulle ventitre, bocca quasi senza denti. Sulla cinquantina. Lavora come trasportatore, in moto, di maxi-bidoni di benzina usati. Li sega e li rimette a nuovo. Si presume che faccia questo lavoro per sbarcare il lunario. Sta facendo il suo lavoro di fronte ad un bar del centro dove la gente beve un caffe.
Problema: La signora viene disturbata dal rumore della sega.
Soluzione:la signora fa spostare al signore cambogiano il suo lavoro in altra sede
Incongruenza: la signora lavora per una organizzazione per il sostegno dello sviluppo del popolo cambogiano. Il popolo cambogiano lavora dall’altra parte della strada. Per spostare il proprio lavoro, il signore deve trasportarsi tre bidoni a piedi per un chilometro e riportarli indietro, a lavoro finito. Deve farlo perché la signora sta discutendo della salvezza dell’economia del paese, nel rispetto dei principi di “proximity” che sono oggi alla base di ogni codice etico umanitario.
Forse ho capito: il principio della “proximity” puo essere accettato, da noi stranieri salvatori del mondo, purché i beneficiari non facciano troppo rumore. Non esageriamo. Entrare con il sibilo di una sega nel bel mezzo di un caffè è comunque un affronto inaccettabile nei confronti di chi arriva in Cambogia per migliorare le condizioni di coloro che, a causa del governo e della corruzione e del triste passato storico e dell’economia e dello sfruttamento da parte del capitale straniero, per colpa dell’assenza di leggi per i diritti dei lavoratori, di mancanza di tutela del contratto di lavoro e dello sfruttamento eccetera eccetera eccetera, non riescono a sopravvivere nella loro miseria e faticano a mantenere la propria famiglia.
Mi sono vergognata di essere straniera, oggi. Soprattutto perché ho spostato i bidoni per non disturbare quella signora, dichiarando cosi tacitamente alle persone con le quali lavoro tutti i giorni che un cambogiano deve fare silenzio, quando una faccia nera, o bianca che sia, beve il suo caffè.








