di Francesco Acone

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Me lo diceva sempre :’’Voglio che mia figlia sposi un italiano o anche uno zingaro come noi ma che vive all’estero. Altrimenti farà la mia fine che sto qui a pulirti casa’’. Poi mi mostrava la foto della cugina sposata ad un improbabile camionista albanese che vive in Svizzera. ‘’Lei sì!!!’’, ripeteva. ‘’Ora fa la signora vicino a Lugano’’.
Di tanto in tanto farà anche una passeggiata al lago – ho pensato – come tutte le signore per bene.

Qualcuno a Tirana mi dice che non dovrei frequentare gli zingari perché puzzano. Ma io la puzza non la sento e non è un vezzo. Forse sarà rinite. Una patologia che favorisce le conoscenze evidentemente.

A partire dalla donna delle pulizie, passando per i bambini più sfortunati che chiedono l’elemosina per strada, fino all’amico artigiano del rame, devo dire che i gitani non mi sembra emanino odori particolari. A volte emanano rassegnazione. Questo sì.

Anche la figlia di Marsida. Una volta era venuta ad aiutare la mamma. Era un po’ annoiata, forse un po’ imbarazzata nei suoi diciotto anni appena compiuti: passava meccanicamente un panno su di una porta mentre io e la madre riappendevamo delle voluminose tende che precedentemente avevamo messo a lavare.

Marsida me la indicava come il suo gioiello, la fissava speranzosa e preoccupata al tempo stesso. Ecco Marsida e’ ievk, cioé una zingara che potremmo definire residenziale ( il termine stanziale pur se corretto mi sembra piu’ adatto alle mucche). Vive in appartamento ed ha un lavoro normale come il marito, che è giardiniere per il Comune di Tirana.
Nell’appartamento vivono in venti, tutti parenti: ogni nucleo familiare ha una piccola stanza propria mentre i due bagni e la cucina sono in comune. Ci si arrangia in stanze-casa in cui tutto è provvisorio, scomponibile e rimontabile. La prima volta che Marsida venne a casa mia quasi aveva difficoltà a raccapezzarsi in quei 70 metri quadrati. Troppo spazio.

Se Marisda e’ ievk, Mario invece e’ argi’. Gli argi’ corrispondono più o meno a quelli che in Italia chiamiamo rom. Mario ha sei anni e lo trovo sempre allo stesso incrocio, seminudo, con fratelli e sorelle, al semaforo, che chiede l’elemosina. “Ci vai a scuola?” – “No” – “E perché?” – “Mamma non vuole” – “Scappa a scuola, scappa, presentati li”. Lo ripeto ogni giorno quando lo incontro sulla solita strada. Mario abbassa gli occhi e dopo un sorriso se ne va salutandomi. “Ciao Francesco”. Prima mi osserva un attimo curioso però, gli sembrerò eccentrico. Presumo perché lo considero quello che è. Un bambino.

“La mia bambina è scomparsa”. Me lo dice in lacrime Marsida un giorno. Quasi non riusciva reggersi in piedi. “Come è scomparsa?”. E lei “E’ scomparsa, non la troviamo”. Mi riprometto di dare una mano alle ricerche e vado dal mio amico Goni. Lui abita vicino all’ospedale pedriatico nella Tirana vecchia. La casa è una casetta tra le casette in un quartiere abitato prevalentemente da zingari. Goni è ievk ma lui si definisce turk, cioè turco.

In realtà molti dei gitani albanesi in origine arrivarono nel Paese perché portati dagli ottomani. Goni è un artigiano. Il grosso della sua produzione è costituito da kazan, cioè imponenti distillatori in rame che si usano per produrre il rakì, la grappa albanese. Passo ore e ore da lui, lo osservo mentre lavora il rame. “Tu mi stai rubando il lavoro con gli occhi, mascalzone napoletano” mi dice, e ride, e intanto plasma il metallo affogandosi di fuliggine in un bugigattolo organizzatissimo ma insano. “Lo so vivrò poco a lavorare in queste condizioni, ma che posso farci, siamo zingari”.
Il rame per Goni è come una droga. Dice che c’è lo zucchero dentro, che alcuni diventano diabetici, ma che se rimane senza un giorno di lavoro li col fuoco, e poi a martellare,e poi con l’acqua a raffreddare il pezzo incandescente, e poi a tagliare la materia, a modellarla, lui non si sente bene.

Gli chiedo se ha visto la figlia di Marisda in giro, gli mostro la foto. “Chiederò ma non l’ho vista qui” mi dice. Quando ci congediamo mi chiede se la prossima volta che vado in Italia gli portò un disco di Celentano e un libro con le poesie di Salvator Rosa. Sono quelle cose che mi sorprendono in Goni. Uno zingaro dovrebbe essere pigro, ignorante e puzzolente. Lui non è nessuna di queste. Torno a casa e trovo una telefonata di Marsida. Sono passati due giorni dalla scomparsa della figlia. La richiamo ansioso. Mi risponde stranamente triste “L’abbiamo trovata” – “Come sta?” – “Bene, ma è rovinata”.

In realtà il ritrovamento era stato preannunciato dalla vicina di casa che al mattino si era presentata da Marsida e aveva esclamato entusiasta “Complimenti, tua figlia era vergine!!!”. La vergine era fuggita a Kavaje col figlio ventiquattrenne della vicina di casa. Ormai vergine non è più. I sogni di mamma Marsida sono svaniti. Il matrimonio è ineluttabile.
Il giorno dopo ci ritroviamo davanti a un caffè, Marisda con lo spolverino in mano, io che mi annodo la cravatta per andare a lavoro. “Ma almeno il ragazzo ha un lavoro?” – “Lavora come saldatore” – mi risponde – “..avrà vita breve. Muoiono presto”.
Ogni mio tentativo di immaginare scenari diversi per il futuro della giovane coppia è inutile. Cambio argomento allora. “Marsida mi dici come vivete a casa?” – “Abbiamo solo una stanza e siamo in quattro, io, mio marito, mia figlia e mio figlio. La stanza è circa la metà del tuo soggiorno. C’è un frigorifero, il televisore, un divano, una poltrona, e un tavolino” – “E i letti?” – “Il divano grande si apre e diventa il letto matrimoniale per me e mio marito, la poltrona si apre e diventa il letto di mio figlio” – “E tua figlia dove dorme?” – “Per terra” mi risponde con naturalezza.

Avesse aspettato un altro po’ il materasso lo avrebbe trovato a Lugano, penso tra me e me.

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29 settembre 2009 | 2 Commenti
di Francesco Acone

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Mi sono imbarcato a Durazzo in una notte placida, col mare fermo, quasi immobile, su di una nave battente bandiera italiana e il rito della partenza l’ho consumato con tutti sul ponte di poppa: entra l’ultima auto, i marinai mollano gli ormeggi, la nave si chiude con un rumore sinistro, e parte. Tutti fumiamo, ed osserviamo le luci sulla terraferma, sempre più piccole e lontane, e le persone rimaste a terra che sembrano formichine impazzite e impegnate.

A bordo tre marchigiani mi parlano del prezzo della alici. Qualche nostro militare gironzola con fare autoritario e vanitoso e il mare, man mano che ci allontaniamo, si fa sempre più nero. In viaggio la luna disegna una lunga giabbigiana, una scimitarra ricurva e lucente. Un segno, o un confine disegnato in mezzo al nulla, che ci segue nella notte. Forse è l’anima tormentata di Martin Eden che ci accompagna o lo spirito di Zheng He che cinquecento anni fa salpò dalla Cina con mandato imperiale per esplorare in lungo e largo l’Occidente.

Dopo la solita cena vado in sala poltrone di cui, di fatto, sono diventato meritoriamente il custode. Un nume tutelare direi. Spengo il televisore quando tutti si sono addormentati, tento, invano, di zittire le contadine che parleranno tutta la notte, e osservo, apprendo. Dai compagni di viaggio albanesi, ad esempio, imparo l’arte di creare un letto dal nulla o quasi. La ricetta è questa. Si sradicano tre sedili dalle rispettive poltrone e si pongono con cura per terra, in fila sulla moquette, poi si estrae il salvagente da quel che rimane di una delle poltrone e lo si pone all’apice dei sedili divelti. Il salvagente è il cuscino, i tre sedili il materasso. Semplice.

Il personale della nave conosce questi riti propiziatori del sonno e tenta di reprimerli. Per questo verso le due di notte fa capolino nella “sala-poltrone-divelte” il marinaio che ha il turno. Cerca di redarguire i passeggeri ‘materassati’ ma è inutile: c’è chi dorme, chi fa finta di dormire, e chi dice, come di regola, “li ho trovati già così”. Il ‘baffone’ di Torre del Greco, confezionato nella sua divisa bianca, mi da una occhiata come per cercare un po’ di solidarietà paziente, poi se ne va.

E’ notte fonda ma il sonno, evidentemente, l’ho lasciato in Albania. Esco fuori, sul ponte, è caldo e si può stare. Divoro un libro di Mafuz. Mi vien voglia di tornare al Cairo per gustarmi il tramonto dalle sponde del Nilo. In nave di notte, senza sonno, il tempo sembra non passare mai. Ma si ricorda qualcosa del viaggio, si affinano i pensieri, rinunciando così all’impersonalità degli aeroporti tutti uguali a se stessi e all’atemporalità degli aerei che mangiano le distanze e le differenze.

L’Oriente lascia questa leggera malinconia quando lo abbandoni” – penso – e subito dopo sorrido autoironico: mi sembra di aver letto troppo Terzani, quasi fossi vittima di un suo plagio post-mortem, un rapporto di causa ed effetto, come nei sogni sfavillanti e fantasiosi che puntuali mi sovvengono solo se dormo nel pomeriggio dopo una abbondante mangiata. La lettura di “Canto di nozze” finisce verso le quattro, passo quindi all’ultimo libro di Hosseini e con l’immaginazione e le suggestioni del testo ‘volo’ in Afghanistan dove rimarrò fino alle cinque quando inizia ad albeggiare. Una atmosfera brunetta si diffonde sull’orizzonte del mare, il cielo si tinge di un languido giallo, mentre in alto è ancora buio. Guardo verso la Puglia ed è ancora notte. E’ ora di andare a dormire. Sono le cinque e mezza. E l’alba non mi dice un granchè.

Mi godo un sonno profondo di un ora e mezza ed alle sette vengo svegliato dal viavai della sala poltrone. Sono distonico evidentemente, il mondo attorno a me è governato da altri orari. Così alle sette del mattino, i passeggeri si fiondano al bar ed anche io, con una certa indolenza però, mi unisco al gregge non senza essere andato prima in bagno per rinfrescarmi. Gli albanesi devono avere un sistema autopulente e magari fanno la pipì dal ponte direttamente in mare. I bagni, infatti, sono lindi più o meno come la sera prima. Vuoti e senza il segno del passaggio di essere umano. Meglio così.

Dopo le ‘abluzioni’ entro al bar, ordino cornetto e caffè, mi siedo per consumare e seguire il tgcom in tv. Questa è la ricetta del mattino. Dal microfono si ascolta un tentativo comico ma generoso di parlare in albanese. Il marinaio napoletano multilingue se la cava meglio col tedesco perché ha lavorato in Germania, mentre il tentativo di parlare in scipetaro è encomiabile ma se parlasse in dialetto napoletano forse gli albanesi lo capirebbero meglio. Ma riderebbero di meno.

Un kossovaro si offre di versarmi lo zucchero nel secondo caffè. Ringrazio per la gentilezza, bevo, e per una frazione di secondo immagino di chiamarmi Sindona. La gente si affolla verso l’uscita. Gli italiani sono ansiosi, gli albanesi si muovono più lentamente. Non stiamo sbarcando a Durazzo, non c’è fretta, tranne per chi deve raggiungere immediatamente il lavoro. Bari è illuminata dal sole, piatta e pigra, immersa nella calura estiva. La pilotina si allontana, la nave attracca e apre il suo ventre.
Siamo in Occidente.

[Questo  articolo è stato pubblicato originariamente il 25 luglio 2007]

di Francesco Acone

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Intingi il dito e sembra un livido violaceo lì dove l’unghia si attacca al pollice, ed hai votato.

Hai seguito la campagna elettorale bombardata sulla tv fino all’ultimo minuto ed ora ti trovi da giorni sospeso e umiliato da un conteggio lungo lunghissimo e chissà quale sarà il risultato o già si sa, comunque.

Hai visto inaugurare strade e ponti, lavori finiti e lavori da iniziare, lavori a metà. Hai visto in tv che un aveva ammazzato un altro per due bandiere di colore avverso. Ed hai atteso un risultato.

Volevi vedere il vincitore alzare la coppa al cielo come nella finale della Champions.. e poi, finalmente. andare al mare.

Hai ascoltato messaggi tutti uguali che ti parlavano del solito cambiamento: canzoni rock e canzoni hip pop. Hai assistito ai dibattiti di uomini e donne di partito che si puntavano reciprocamente il dito contro.

Hai sentito di un amico che si è venduto il voto a cento euro e di un altro poveretto ché lui ne ha presi solo cinquanta. Ti sei chiesto chi fosse quel deputato che ha lanciato la sedia incontro al seggio, e se fosse vero che hanno vinto trecento a zero.

Ti sono arrivati gli sms coi messaggini, i bigliettini. Sei stato al comizio e lì a cantare tutti quanti era proprio uno sfizio. Una volta, addirittura, è arrivato il candidato. Ti ha stretto la mano e con un gran sorriso ti ha ringraziato. Non sai manco tu perché. Ma hai ricambiato.

Per quel lavoro hai dovuto aspettare….“prima delle elezioni mi spiace ma la sua posizione non si può valutare”. E allora hai atteso, paziente il risultato. Vinca chi vinca…”ma debbo sapere se sarò di nuovo assunto o licenziato?”.

Ed or sei calato in attesa perenne. In un incertezza bara.

Ci sono dei voti che nessuno ha contato.

C’è gente che urla accusando l’imbroglio.

E due vincitori. Due Cesari. Due eroi.

Un doppio fardello, una tripla tv. Stai ancora attaccato al video anche tu.


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