di Irene Fellin

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Turchia e Armenia questa volta fanno sul serio, o almeno così sembra. Ad aprile avevano già provato ad avviare un percorso di normalizzazione dei rapporti, congelati in pratica da quando l’Armenia è diventata una Repubblica indipendente staccandosi dall’Unione Sovietica. Anni di incomprensioni profonde, le cui radici affondano negli eventi della Prima Guerra Mondiale, quando la prospera comunità armena dell’impero ottomano fu spazzata via in quello che per i superstiti è da sempre un “genocidio” e per i turchi una tragedia della storia come purtroppo ce ne sono tante.

Il timido tentativo dello scorso aprile era stato poi fermato dalle proteste dell’Azerbaigian e dalle contestazioni interne in Turchia. Gli azeri temevano di perdere il loro più prezioso alleato nella regione, i turchi fratelli di lingua e di etnia, e di vedere sfumate le loro speranze di rientrare in possesso del Nagorno-Karabakh.

Uno di quei cosiddetti conflitti congelati, eredità del genio maligno di Stalin che negli anni Trenta del secolo scorso, per mischiare un po’ le carte dell’impero multietnico che si trovava a governare, aveva disposto qualche spostamento di popolazioni nel Caucaso. In modo che, defunta l’URSS, in quelle che erano formalmente repubbliche autonome a base etnica si erano venute a trovare qua e là delle aree abitate da comunità di diverso ceppo etnico e linguistico.

Il Nagorno-Karabakh è formalmente parte dell’Azerbaigian, ma è abitato da armeni ed è di fatto occupato dalle truppe di Yerevan dal 1993. Il pretesto per la chiusura dei confini con l’Armenia fu dato ai turchi proprio dall’occupazione del Nagorno-Karabakh.

Il legame con l’Azerbaigian e i dissidi storici con gli armeni sulla faccenda del genocidio hanno sempre impedito ai turchi di recedere da quella decisione, con il risultato che oggi il governo di Ankara si vanta di avere buoni rapporti con tutti i vicini – Iran incluso – tranne che con l’Armenia. Una situazione non particolarmente confortevole, intanto perché condiziona le politiche energetiche e infrastrutturali della Turchia (aggirare il territorio dell’Armenia costringe ad allungare i percorsi di gasdotti e ferrovie in maniera insensata). E poi perché rappresenta un costante disturbo nei rapporti con i Paesi occidentali, Stati Uniti in testa.

Di questo problema, Ankara si sbarazzerebbe volentieri, anche perché ne ha altri di ben maggiore importanza. Ma come spesso avviene, la politica diventa spesso prigioniera della retorica nazionalista che ha trovato conveniente usare in passato.

Ora Turchia e Armenia ci riprovano. Il 1 settembre scorso hanno annunciato ufficialmente di voler firmare le intese per il ristabilimento delle relazioni diplomatiche entro la metà del prossimo mese di ottobre, momento in cui il presidente armeno Sarkysian dovrebbe venire in Turchia con il pretesto di assistere all’incontro di calcio tra le due Nazionali.

Le sei settimane dovevano servire a preparare le rispettive opinioni pubbliche a questo passaggio epocale, e a rassicurare l’Azerbaigian che la normalizzazione dei rapporti con l’Armenia non sarebbe andata a suo svantaggio. Ne sono trascorse tre, e non si sono viste barricate, né reazioni scomposte in nessuno dei due Paesi. Proteste si, discussioni si, ma niente di diverso dalla fisiologia della democrazie. Potrebbe essere la volta buona. O forse no.

Il Caucaso è un affare terribilmente complicato: non uno dei problemi ereditati dalla fine dell’Unione Sovietica, ormai quasi venti anni fa, è stato risolto. Questo potrebbe essere il primo, e sarebbe un buon precedente anche per gli altri.

di Redazione

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di Marco Lorenzi – Bandiere. Rosse, con la mezzaluna e la stella bianche nel mezzo. Ovunque. Davanti ad ogni edificio pubblico, e va bene. All’ingresso dei siti archeologici, e va ancora bene anche se a volte garriscono proprio sulle rovine di un tempio greco. Per le autostrade, e qui già si comincia a dire mah. Sugli sfondi degli schermi dei computer alle reception degli alberghi, e stramah. Per strada, vendute dai barboni in cambio di mezzo euro come da noi i santini della Madonna, e superstramah.

Il rapporto dei turchi con la bandiera nazionale è qualcosa di incomprensibile per noi, come del resto tante altre cose che hanno a che fare con il rapporto con il proprio Paese. A partire da quello con il padre della patria Ataturk, l’unico culto novecentesco della personalità che sia sopravvissuto alla morte dell’interessato. Per arrivare a quello con l’intera comunità nazionale: come possiamo infatti cogliere, con il nostro cervello e le nostre viscere italiane, che secondo molti sondaggi i turchi ritengono di potersi pienamente fidare solo di un altro turco?

Questo senso di appartenenza, coltivato accortamente da uno Stato che ha sostituito la Nazione alla Religione, è come sempre a doppio taglio. Quanto più include chi ne fa parte, tanto più esclude chi ne è fuori. Penetrare l’anima di un turco è possibile solo fino ad un certo punto, e c’è la sensazione di rischiare ad ogni momento l’offesa se si prova anche solo a dire una di quelle banalità da bar, tipo: “Certo che Ankara come citta’ offre proprio poco”, oppure “La costa del Mar Nero non è poi cosi’ bella”. E’ difficile trovare i parametri giusti, insomma, e bisogna sempre stare un po’ in guardia.

Cosa che a qualcuno non riesce sempre così bene, tipo gli americani, sempre molto diretti nei loro giudizi. O i tedeschi, che si farebbero tagliare un braccio pur di non criticare qualcosa che a loro non va. I turchi tendono a non attribuirsi alcuna responsabilità, presente o passata, e normalmente individuano in qualcuno o qualcos’altro la causa dei loro problemi. Ad Ankara hanno impiegato sei mesi, invece dei due programmati, a scavare un tunnel in una delle vie centrali della città e il Sindaco ha pensato bene di incolpare il Consolato russo, perché non ha dato tempestivamente l’autorizzazione a costruire su un pezzo di terra di sua proprietà. Deve considerare naturale iniziare dei lavori senza avere tutti i permessi necessari.

E’ un tratto della psicologia nazionale che trova solo poche, sporadiche eccezioni in qualche eccentrico intellettuale di Istanbul, e che d’altra parte non è cosi’ difficile da capire, se si prova a guardarsi un po’ indietro. Senza la tragedia della seconda guerra mondiale, e la catastrofe che ne venne a tutta l’Europa, nessuno dei nostri Paesi sarebbe immune da quel tipo di malattia. Perché di malattia si tratta, parliamoci chiaro. E’ una tara che riempie di tabù la vita sociale, e quanti più sono gli argomenti sottratti alla discussione pubblica, tanto meno democrazia c’è.

Se i turchi vogliono davvero entrare nell’Unione Europea, dovranno abituarsi a stare ogni santo giorno in mezzo a gente disposta a sbattere loro in faccia tutti i loro difetti. Che non sono tanti, o quantomeno non piu’ di tutti gli altri. Ma sembrano moltissimi, se si rifiuta anche solo di prendere in considerazione l’eventualita’ di averne.

Marco Lorenzi, 44 anni, vive e lavora (e gioca a calcetto, anche) ad Ankara.

[Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 26 aprile 2007]

di Irene Fellin

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ANKARA. Non erano passate che poche ore dall’autoproclamazione di vittoria pronunciata da Ahmadinejad che il Presidente della Turchia Gul e il Primo Ministro Erdogan si precipitavano al telefono per congratularsi con lui e augurargli ogni bene per il suo secondo mandato. Poi più niente, anche perché nel momento in cui le dimostrazioni di piazza a Teheran si intensificavano guadagnando il centro dell’attenzione del mondo, quella turca era invece assorbita dalle ennesime rivelazioni di possibili complotti contro il partito di governo, l’AKP, da parte di ambienti legati allo Stato Maggiore.

Quindi c’è stata un’intervista rilasciata dal ministro degli Esteri Davutoglu allo Spiegel il 23 giugno, in cui il capo della diplomazia turca si è limitato a dire che “è stato politicamente importante che le elezioni in Iran abbiano avuto luogo in maniera dinamica e con la partecipazione di diversi candidati”. Quanto alle proteste dei seguaci di Moussawi, Davutoglu ha detto che “si tratta di questioni interne all’Iran”.

Ieri, poi, il portavoce del ministero degli Esteri, nel suo incontro settimanale con la stampa turca, si è detto convinto che l’Iran abbia i mezzi per “risolvere i suoi problemi interni” e ha espresso la speranza che il processo in atto possa contribuire al miglioramento delle istituzioni democratiche in Iran”.

Tutto qui, quello che il governo turco ha avuto da dire sulla peggiore crisi attraversata dal suo più importante vicino negli ultimi 30 anni e, per la verità, non è che la stampa abbia fatto molti sforzi in più. Come detto, sono le questioni interne e l’eterna lotta tra l’AKP e i laici a riempire le pagine dei giornali e le trasmissioni televisive e salvo pochi commentatori di questioni internazionali – pochissimo letti, qui come ovunque – non si vedono grandi segnali di interesse dell’opinione pubblica turca.

A ben guardare, è il profilo bassissimo, se non inesistente, della Turchia di fronte a quanto avviene in Iran l’unica vera notizia che arriva da Ankara in questi giorni. Le affrettate congratulazioni di Gul e Erdogan ad Ahmadinejad non sono piaciute a nessuno di quei pochi editorialisti che si sono occupati della cosa. Ma nemmeno vi è stata la sollevazione contro l’inclinazione del governo all’eterodossia in politica estera, che si era invece avuta in occasione di altre controverse iniziative, come ad esempio l’attacco verbale di Erdogan a Peres a Davos a gennaio scorso.
Quanto a Stati Uniti ed Europa, l’atteggiamento pilatesco di Ankara sembra essere stato preso per un fatto del tutto secondario in questo momento, in una qualche contraddizione con le manifestazioni di attenzione al ruolo della Turchia in Medio Oriente date da Barack Obama.

Il punto è che non è facile leggere questo atteggiamento. Per i laici turchi, l’Iran degli ayatollah è uno spauracchio quanto lo era l’Unione Sovietica per i democristiani europei durante la Guerra Fredda, l’esempio di quanto di brutto potrebbe accadere a dare retta a certe posizioni interne.
Le manifestazioni di Teheran dovrebbero quantomeno dare loro l’occasione per rilanciare gli allarmi sui pericoli dell’islamismo politico interno, a maggior ragione vista la linea del governo. Il quale, a sua volta, non sembra in grado di elaborare una propria valutazione degli eventi di Teheran né sotto il profilo dei valori, né sotto quello dell’interesse nazionale.

L’unica possibile chiave di lettura per questa apparente indifferenza sta nel fatto che a tutti, in Turchia, fa orrore l’instabilità alle proprie frontiere meridionali, dovendo già fare i conti con la ancora non conclusa stabilizzazione dell’Iraq. Ahmadinejad non piace ai laici e non è simpatico nemmeno all’AKP, perché non è la devozione religiosa (peraltro sciita, laddove qui sono sunniti) a determinare il livello e la qualità dei rapporti tra i governo.

Ma Ankara è tutt’altro che convinta che i dimostranti vinceranno. Anzi, crede molto probabile che dovrà continuare ad avere a che fare con Ahmadinejad, eventualità in vista della quale preferisce non esporsi troppo.


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