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Se non ci fosse stata l’aggressione contro il premier Silvio Berlusconi a colpi di Duomo – e magari sarebbe interessante che qualche psicanalista ci spiegasse che significato ha l’uso del modellino dell’emblema gotico di Milano – quest’articolo sarebbe stato dedicato soltanto alla prima vera materializzazione in Italia di un’iniziativa di ampio raggio nata su Facebook, il cosiddetto “No B Day” del 5 dicembre.
Ma gli strascichi dell’evento di domenica scorsa, ovvero la minaccia esplicita di colpire coloro che su Internet “incitano alla violenza”, per usare le parole del ministro dell’Interno Roberto Maroni, sposta più avanti il discorso.
Il ‘No B Day’, dicevamo. Aldilà del giudizio politico o di opportunità che se ne può dare, la manifestazione di Roma organizzata da questo ancora inafferrabile – soprattutto per i partiti a cui piacerebbe afferrarlo, ma anche per gli osservatori – movimento viola è il concreto risultato di una mobilitazione nata e propagandata in Rete, attraverso un social network, Facebook, che è spesso accusato di essere luogo di futilità.
In Italia, più che in altri paesi, la penetrazione di Facebook è molto forte (anche tra i lettori di Novamag, per quello che ci risulta), e dunque è molto vasto il numero delle persone potenzialmente toccate dalle iniziative che viaggiano attraverso di esso. Solo che fin qui, apparentemente, la gran parte delle iniziative più “impegnate” – non le feste o i flashmob o qualche iniziativa culturale – organizzate online sembrava destinata a fare fiasco. O meglio, a registrare un basso livello di partecipazione “fisica”. In fondo, firmare una petizione o un appello online, cosa costa? E cosa costa selezionare la voce “maybe attending” su un evento improbabile a cui si è invitati?
Invece, la manifestazione del 5 dicembre è stata un flashmob di massa, anche se ovviamente c’è stato un “effetto onda”, nel senso che la forza del messaggio, e la sua eco massmediale, ha convinto le organizzazioni politiche anti-berlusconiane ad aggregarsi attorno a un’iniziativa che non era “loro”.
Certamente il “No B Day” è stato anche un successo indiretto dello stesso Berlusconi, perché la sua è una figura polarizzante, come è noto. E dunque l’antiberlusconismo si “vende” come il berlusconismo (e forse anche di più, in certi momenti). Ma il nervosismo e le critiche con cui è stata accolta la manifestazione da parte del Pdl indicano il timore che questo tipo di iniziative potrebbero avere presa su fasce di opinione pubblica non necessariamente irrigimentata da questo o quel partito di opposizione. O potrebbero anche solo rendere visibile un disagio nel Paese
Anche l’annuncio del capo del Viminale che ora il governo intende monitorare Internet a caccia dei siti (o degli utenti e gruppi di social network) che “incitano la violenza” sembra andare in questa direzione, cioè tentare di reprimere un dissenso che si esprime anche male, in modo maleducato, caciarone, arrogante, perfino violento. Che è poi la modalità non di un elettorato in particolare, ma di vaste e trasversali fasce sociali, culturali, politiche.
Qualcuno ricorderà le famose telefonate a Radio Radicale di metà anni Ottanta, coi microfoni aperti per giorni e giorni a ogni genere di dichiarazione, finite per diventare un serbatoio impressionante di insulti di tutti contro tutti (e anche un curioso mezzo d’intrattenimento di massa: il punto più alto o più basso della radiofonia in Italia, volendo). Invece, non serve una memoria particolare per ricordare i titoli di certi giornali del centrodestra o i toni di certe uscite di ministri della Lega Nord, perché sono di stringente attualità.
Silvio Berlusconi è un leader dotato di un grande carisma e molto amato. Ma è anche un uomo anziano, al potere da diversi anni, discusso (anche all’estero), al centro dell’attenzione ultimamente soprattutto per la sua vita sessuale e i suoi guai giudiziari, molto più che per la sua azione politica. Quel che di peggio può accadere a un uomo così, è di avere fatto il proprio tempo e di “stufare” i clienti.
Per i suoi sostenitori, dunque, c’è di peggio che avere di fronte un’opposizione divisa, indecisa sul ricorso al dialogo o allo scontro ma comunque compromessa per alcuni versi (per esempio, nella gestione della Rai o nel sottopotere locale) e insieme seriosa e compassata (parruccona, direbbe Berlusconi). E questo peggio è una forza non precisamente organizzata che si esprime in modo spontaneo e “popolare” utilizzando forme moderne come la Rete per rendersi visibile, e che attacca Berlusconi senza scorciatoie, perché, appunto, “ha stufato”.
Il rischio, insomma, è che il giro di vite annunciato da esponenti del governo venga utilizzato in realtà per colpire il dissenso “viola” – chiamiamolo così per semplificare – con una struttura tipo “Echelon de noantri” incaricata di monitorare chi e come e cosa scrive del “Caro Leader”, utilizzando il bastone contro i colpevoli di quelli che sono fino a prova contraria reati d’opinione.








